lunedì 4 novembre 2019

…“The Elephant in the Living Room” - Rossana De Simone (*)



Il settore militare non solo inquina, ma contamina, trasfigura e rade al suolo
“E’ stato stimato che Il 20% di tutto il degrado ambientale nel mondo è dovuto agli eserciti e alle relative attività militari”

“The Elephant in the Living Room” è un’espressione tipica della lingua inglese che sta a indicare una verità ovvia e appariscente ma che si vuole ignorata o minimizzata. Nella conferenza “Salva la terra, abolisci la guerra” che si è tenuta a giugno nel centro di Londra, l’organizzazione Movement for the Abolition of War (MAW), l’ha riformulata in “The elephant in the kitchen when it comes to Climate Change is clearly the world’s military” per dire che l’elefante nella stanza, quando si tratta di cambiamenti climatici, è chiaramente l’esercito mondiale. Il mondo spende qualcosa come 2 trilioni di dollari all’anno per i suoi militari. Almeno la metà di quella gigantesca somma va alla produzione militare con una enorme produzione di CO2. 
La conferenza ha esaminato il tema del militarismo e dell’ambiente, come le attività militari contribuiscono ai cambiamenti climatici e in che modo questi cambiamenti causano conflitti. In particolare il dr. Stuart Parkinson, direttore esecutivo dell’organizzazione SGR (Scientists for Global Responsibility) affiliata alla rete International Network of Engineers and Scientists for Global Responsibility , ha illustrato i dati più recenti riguardanti le emissioni di carbonio prodotte dalle attività militari (spesso omessi nei documenti nazionali) esaminati e raccolti in “The carbon boot-print of the military”, che sta per impronta climatica degli scarponi militari, ovvero l’impatto sul clima causato dagli energivori sistemi d’arma, basi e apparti, aerei, navi, carri armati, eserciti e interventi bellici. Nelle “slides” sono elencati i principali risultati sulle emissioni militari di carbonio, i confronti tra le risorse utilizzate per le attività militari e quelle utilizzate per affrontare i cambiamenti climatici, e infine, i legami tra cambiamento climatico e conflitti 
Alcuni esempi: Stime dell’impronta militare: Gran Bretagna 13 million tonnes CO2e (3% national) – USA: 339 million tonnes CO2e (6% national) Emissioni veicoli militari: HUMVEE military transporter: – 6 mpg (consumo di carburante in miglia/gallone )• F-35 cacciabombardiere: – 0.6 mpg; – 28 tonnes CO2e per missione• B-2 bombardiere strategico: – 0.3 mpg; – 251 tonnes CO2e per missione Dipartimento della Difesa USA: emissions for 2017: 59 million tonnes CO2e (Installations: 40%/ Operations: 60%) Industria militare: US arms industry emissions for 2017: 280 million tonnes CO2e Totale emissioni della guerra al terrore dal 2001-2017: 3,000 million tonnes CO2e
Fra i progetti portati avanti dagli scienziati di SGR si possono apprezzare ricerche sulla minaccia delle armi nucleari, sulla possibilità che il cambiamento climatico possa portare a una guerra nucleare e numerose lettere che riguardano nello specifico il nucleare militare britannico.
Il cambiamento climatico può portare alla Guerra nucleare? Could climate change lead to a nuclear war? 
https://www.sgr.org.uk/sites/default/files/SGR_Climate+nuclearwar_London_Oct17.pdf Il ruolo della scienza: Scienza irresponsabile? In che modo le società produttrici di combustibili fossili e di armi finanziano organizzazioni professionali di ingegneria e scienza . I collegamenti rivelati includono il finanziamento di programmi di istruzione scolastica, la sponsorizzazione di conferenze, investimenti e donazioni importanti. Le organizzazioni professionali che hanno ricevuto i finanziamenti più significativi sono state la Royal Academy of Engineering, Engineering UK e l’Energy Institute 
“Abbiamo bisogno di un New Deal verde per le armi nucleari”. Matt Korda, ricercatore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists, sfida con una proposta i rappresentanti democratici in corsa per la Casa Bianca che dimostrano di avere poca attenzione nei confronti delle armi nucleari. Un punto del New Deal verde è: “Impegnarsi con obiettivi ambiziosi in materia di cambiamenti climatici (emissioni di carbonio nette pari a zero entro il 2050) è un elemento fondamentale del New Deal verde, ma deve includere anche una soluzione per le armi nucleari. I progressisti devono prendere provvedimenti per ridurre fisicamente le cause e i fattori scatenanti la crisi di entrambe le minacce: per il cambiamento climatico si tratta delle emissioni di carbonio, per le armi nucleari si tratta delle armi stesse. Nel prossimo decennio gli Stati Uniti spenderanno quasi 100.000 dollari al minuto per le proprie forze nucleari: si tratta di una enorme quantità di denaro che altrimenti potrebbe essere speso per priorità come infrastrutture, assistenza sanitaria, istruzione e lotta ai cambiamenti climatici”. 
Un nuovo studio pubblicato su Science Advances dal titolo “Gli arsenali nucleari in rapida espansione in Pakistan e India presagiscono una catastrofe regionale e globale”, spiega che un conflitto nucleare tra questi due paesi avrebbe un impatto ancora più devastante su atmosfera, clima, salute e sicurezza alimentare di quanto si pensasse in precedenza 
Fra i preziosi contributi di esperti, enti e associazioni che studiano come il settore militare non solo inquina, ma contamina, trasfigura e rade al suolo, si inserisce il progetto portato avanti da un team di 35 studiosi, esperti legali, professionisti dei diritti umani e medici del Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University 
https://watson.brown.edu/costsofwar/about
Secondo il loro studio “Pentagon Fuel Use, Climate Change,and the Costs of War”, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è il più grande consumatore istituzionale di combustibili fossili. Più di 400 milioni di tonnellate di gas serra sono direttamente dovuti alla guerra e al consumo di carburante correlato. La maggior parte del consumo di carburante del Pentagono è per i caccia militari.


Tabella 1 “Esempi di consumo di carburante ed emissioni di CO2 di aerei militari statunitensi” .
Da sinistra a destra sono riportati i seguenti parametri: nome del velivolo, tipo di missione, capacità del serbatoio in libbre e galloni (1 libra equivale a 0.45 kg ; 1 gallone equivale a 3.79 litri), autonomia in miglia nautiche (1 miglio nautico equivale a 1,852 Km), consumo carburante galloni per miglia nautiche ed emissioni in tonnellate di CO2 senza rifornimento in volo (1 pieno).
Gli autori ci tengono a precisare che il Pentagono non segnala pubblicamente e regolarmente il proprio consumo di carburante o di emissioni di gas a effetto serra, e non esiste una fonte DOD disponibile al pubblico per tutte le emissioni di gas a effetto serra militari. Tuttavia possibile stimare il gas serra globale delle forze armate statunitensi utilizzando i dati delle emissioni resi al pubblico dal Dipartimento dell’Energia degli anni FY2008 e FY 2010-2017 e quelli del consumo carburante per il periodo dal 1975 al 2017 (si stima che in gran parte sono attribuibili alla guerra)
https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2019/Pentagon%20Fuel%20Use,%20Climate%20Change%20and%20the%20Costs%20of%20War%20Final.pdf
I miliardi spesi per la difesa, secondo il Sipri di Stoccolma le spese militari nel mondo sono arrivate a 1.822 miliardi di dollari nel 2018, sono miliardi traducibili in tonnellate di gas serra. Eppure nell’accordo di Parigi del 2015 non si è reso obbligatorio, per i paesi firmatari, tracciare e ridurre le emissioni di carbonio militari. Il Dipartimento della Difesa USA non ignora gli effetti del cambiamento climatici, ma il cinico opportunismo dei militari si misura su due piani. Il primo sostiene la necessità di un “esercito sostenibile” , se l’esercito americano è il più grande consumatore di energia e petrolio al mondo è anche quello che sta investendo maggiormente in mezzi ed energie alternative. Nicholas Newman racconta la grande transizione in corso dentro e fuori le basi Usa, sul suolo americano e in giro per il mondo per motivi strategici, ambientali e anche di sicurezza 
https://www.eniday.com/it/sparks_it/riduzione-costi-energetici-esercito-usa/ Il secondo piano si palesa in “Una storia di due politiche: i cambiamenti climatici, Trump e le forze armate statunitensi” dove si sostiene che i militari USA si preparano ai cambiamenti climatici non certo per proteggere l’ambiente della terra, ma bensì per mantenere l’efficienza operativa, la capacità di combattere: 
Infatti il rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) “Report on the Effects of a Changing Climate to the Department of Defense” fornisce una valutazione sulle vulnerabilità significative derivanti da eventi legati al clima al fine di identificare i rischi che potrebbero compromettere l’efficacia della missione degli Stati Uniti delle installazioni e operazioni. La strategia di difesa nazionale del 2018 dà la priorità alla competizione strategica a lungo termine con concorrenti di grande potenza concentrando gli sforzi e le risorse del Dipartimento per: 1) costruire una forza più letale, 2) rafforzare le alleanze e attrarre nuovi partner e 3) riformare i processi del Dipartimento. Per raggiungere questi obiettivi il DoD deve essere in grado di adattare le operazioni attuali e future per far fronte agli impatti di una varietà di minacce e condizioni, comprese quelle derivanti da eventi meteorologici e naturali. A tal fine, il DoD tiene conto degli effetti dell’ambiente nella sua pianificazione ed esecuzione delle missioni per costruire la resilienza. 
“E’ stato stimato che Il 20% di tutto il degrado ambientale nel mondo è dovuto agli eserciti e alle relative attività militari” perché “tutto è interconnesso: conflitti armati – violazioni dei diritti umani – inquinamento ambientale – cambiamenti climatici – ingiustizia sociale. I cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale fanno inevitabilmente parte della guerra moderna. Il ruolo dei militari nel cambiamento climatico è enorme. Il petrolio è indispensabile per la guerra. Il militarismo è l’attività più esaustiva del petrolio sul pianeta. Qualsiasi discorso sul cambiamento climatico che non includa l’esercito non è altro che l’aria calda”. 
L’ articolo di Ria Verjauw, attivista pacifista e ambientalista del movimento World BEYOND War, continua denunciando che il danno ambientale causato dalla guerra non è limitato ai cambiamenti climatici. Gli effetti del bombardamento nucleare e dei test nucleari, l’uso dell’Agent Orange, dell’uranio impoverito e di altre sostanze chimiche tossiche, così come le mine antiuomo, si protraggono nelle zone di conflitto molto dopo la guerra.
Sul sito di PeaceLink si trovano vari articoli e documenti che riportano gli effetti dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, attualmente è in atto una campagna affinché l’Italia aderisca al Trattato delle Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, i rischi nucleari presenti nelle basi e porti oppure dovuti a test, uso di armi, ecc. 
https://www.peacelink.it/disarmo/i/1.html ma anche traduzioni di studi importanti come “Le basi militari statunitensi sono le maggiori responsabili dell’inquinamento mondiale. La Stazione Navale di Virginia Beach ha riversato circa 350 metri cubi di carburante per jet in un vicino corso d’acqua, a meno di un chilometro e mezzo dall’Oceano Atlantico: questo è solo un esempio” 
Non si può non riconoscere che le guerre non portano solo catastrofi umane ed economiche ma anche ecologiche perché distruggono interi ecosistemi. Nel Vietnam furono utilizzati defolianti come l’agente arancio contro interi campi coltivati con l’intento di affamare i vietgong e contro interi settori di giungla per sgomberarli dalla vegetazione soprattutto ai lati delle vie principali di collegamento. Alla fine del conflitto furono cancellati circa 325000 ettari di superficie bruciando ecosistemi che ospitavano una grande biodiversità. Nel 1991, durante la prima guerra nel Golfo, oltre 700 milioni di litri di petrolio si riversarono nel Golfo Persico danneggiando circa 300 km di costa del Kuwait e Arabia Saudita con conseguenze dirette e indirette come la morte di 15000 e 30000 uccelli del luogo più quelli migratori. Uno studio importante è quello redatto durante le guerre nella ex-Jugoslavia. Tutti abbiamo potuto vedere le immagini delle raffinerie di petrolio Panc˘evo e Novi Sad in fiamme, le sostanze chimiche tossiche colate nel Danubio e i crateri provocati dalle bombe in aree protette e le decine di migliaia di rifugiati che fuggivano dalle loro case.“The Kosovo Conflict: Consequences for the Environment and Human Settlements” https://www.unenvironment.org/resources/assessment/kosovo-conflict-consequences-environment-and-human-settlements
Dal 2003 al 2007 la guerra in Iraq ha provocato l’emissione di oltre 140 milioni di tonnellate di gas serra (CO2 equivalente) , più delle emissioni annuali di 139 paesi. In “Reclutamento terroristico, conflitti idrici e cambiamenti climatici in Iraq” Hassan Al-Janabi, ministro iracheno delle risorse idriche e delle risorse, afferma che “Questa combinazione di controllo umano e modi insostenibili con gravi conseguenze dei cambiamenti climatici rende la vita molto difficile. A ciò si aggiungono gli attacchi terroristici, la serie di guerre che abbiamo subito nel nostro Paese, puoi immaginare quanto sia tragica la situazione. Ecco perché abbiamo bisogno di un’attenzione davvero globale a questo problema per la stabilità nella regione” 
Altro esempio di disastro ambientale è quello provocato dall’esercito israeliano in Libano con i raids aerei durante la guerra del 2006 (distruzione dei serbatoi di stoccaggio del petrolio che ha interessato l’intera costa libanese) 
e nella Striscia di Gaza come ampiamente descritto in “La ‘crisi ambientale’ di Israele è colpa sua” 
Il documento “Costi nascosti del carbonio della ‘guerra ovunque’: logistica, ecologia geopolitica e impronta climatica dell’esercito americano” pubblicato a cura di Belcher, O. e Bigger, P. e Neimark, B. e Kennelly, C. (2019) dell’Institute of British Geographers, esamina l’impatto dell’esercito americano sul clima attraverso una analisi geopolitica dell’ambiente partendo dalle catene logistiche globali. L’analisi, che si interroga sui flussi materiali-ecologici (carburanti a base di idrocarburi, acqua, sabbia, cemento) che modellano le relazioni di potere geopolitico e geoeconomico, ricostruisce la catena logistica che rende possibile l’acquisizione e il consumo di carburanti. Descrive i paradigmi del combattimento bellico, i sistemi di arma, i requisiti burocratici e rifiuti che vengono messi in circolo dalle catene di approvvigionamento militare. Il documento, basato su documenti esaurienti riguardanti gli acquisti di carburanti raccolti da DLA-E 
attraverso le richieste del Freedom of Information Act, rappresenta un quadro parziale ma solido dell’ecologia geopolitica dell’imperialismo americano. 
E’ importante il messaggio finale che gli autori hanno voluto trasmettere dichiarando che il denaro speso per il rifornimento e il consumo del carburante (rimanendo al solo presidio territoriale gli USA hanno 686 basi in 74 paesi) potrebbe essere speso come dividendo di pace. Finanziare cioè un New Deal verde perché ognuna delle possibili priorità è sempre meglio che alimentare una delle più grandi forze militari della storia. “L’esercito americano è abbastanza grande?” Michael C. Horowitz, professore dell’Università della Pennsylvania che studia la leadership militare, ha affermato Trump finanzia e finanzierà sempre tutto ciò che esprime e simboleggia l’idea di forza. 

(*) ripreso da peacelink.it

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