martedì 1 dicembre 2015

In difesa di Vandana Shiva - Vincenzo Migaleddu

E’  singolare  che  un  articolo che  ha  come  obiettivo  quello  di  contrastare  tesi  “anti scientifiche” sostenute da spinte emotive, non possa fare a meno di ricorrere a suggestioni emozionali quali uno sketch cinematografico o una rievocazione favolistica. Le tesi antiscientifiche di Vandana Shiva vengono ricondotte alle affermazioni: “L’abbondanza di cibo esaltata  dagli  alfieri  dell'agricoltura  industriale  si  è  basata  non  già  su  miracoli tecnologici o genetici, ma sul saccheggio delle risorse di energia fossile. Allo stesso modo la rivoluzione verde, dal 1950 al 1985, ha fatto crescere la produzione mondiale di grano del duecentocinquanta per cento. Un grande successo si direbbe. Ma nello stesso periodo l'uso di combustibili fossili in agricoltura è cresciuto del cinquemila per cento!”; e ancora “Sappiamo bene che i fertilizzanti chimici uccidono i microrganismi del suolo, rendendolo sterile, esposto all'erosione, incapace di trattenere l'acqua e via di seguito”; e infine “Sono gli agricoltori biologici le fondamenta del nostro cibo e del nostro futuro, restituendo materia organica al suolo e coltivandone la fertilità. Praticando l'agricoltura biologica contribuiscono alla conservazione dell'acqua e all'assorbimento della anidride carbonica dall'atmosfera riducendo così il problema del cambiamento climatico.”

Di contro la prima “suggestione” narrativa cui ricorre Antonio Pascale, poggia sulla rievocazione di una scena di un film dove Troisi non sa se sia più giusto ringraziare, per il pane quotidiano, il Padre Eterno o quello “naturale”. La seconda mette in scena Pinocchio e il paese di “Bengodi” e dimentica il paese dei “balocchi”, inclusi il gatto e la volpe che volevano far crescere l’albero degli zecchini d’oro sotterrando nel top soil le poche risorse finanziarie del burattino. Altrettanto significativo è che la difesa dell’agricoltura industriale si basi su un lungo sguardo all’indietro verso la storia dell’agricoltura europea e occidentale fino  alla  rivoluzione  verde  che,  secondo  l’articolista,  ha  saputo  dar  da  mangiare  a  due miliardi di persone. Il proseguo si incentra su argomentazioni per cui il resto degli abitanti del mondo dovrebbero chinare umilmente il capo di fronte alla superiorità culturale delle colture dell’Occidente.

Lontano dallo scrittore è la preoccupazione per la tenuta di questo sistema di produzione; tutti dovremmo ignorare ciò che i ricercatori dello Stockholm Resilience Centre scrivono sulle “nove potenziali soglie biofisiche le quali, se superate, potrebbero provocare cambiamenti  ambientali  intollerabili  per  il  genere  umano:  il  cambiamento  climatico; l’ozono nella stratosfera; le modifiche di uso del suolo; il prelievo di acqua dolce; la diversità biologica; l’acidificazione degli oceani; gli apporti di azoto e fosforo nella biosfera e negli oceani; la concentrazione degli aerosol; l’inquinamento chimico. Questo studio sottolinea come tali limiti siano fortemente interconnessi - cioè a dire, attraversarne uno può seriamente compromettere la nostra capacità di non oltrepassare gli altri” (Terra Viva pag 9).

Dovremmo mostrare insofferenza e non preoccupazione nell’attesa dei risultati che potrebbero emergere dalla conferenza sul clima di Parigi 2015? Dovremmo auspicare che tutto si concluda con l’affermazione della “grandeur” occidentale e non con un accordo universale costrittivo per una drastica riduzione delle emissioni di gas serra, al fine di contrastare i cambiamenti climatici? Dovremmo pensare che ciò che muove gli scienziati che lanciano l’allarme sul clima sia un complotto contro le sorti progressive e occidentali dell’umanità intera? Ci piace invece individuare problemi e trovare soluzioni.

Relativamente alla nostra formazione, ben sappiamo che è sbagliato affermare “se non ci nutriamo non cresciamo”; infatti cresciamo per programmazione genetica e controllo ormonale fino ai 18-20 anni per poi svilupparci in maniera più o meno equilibrata sul piano psichico in età adulta; la crescita oltre la tarda età adolescenziale è legata ad una disfunzione endocrina e costituisce una patologia: l’acromegalia. Quindi anche la natura pone dei limiti alla crescita; sembra incredibile che alcuni brand intellettuali trovino fastidio per questi limiti e ripongano la loro fiducia sconfinata in una tecnologia idolatrata come entità superiore che ci aiuterà a superare tali limiti. Troviamo, anche in campo sociale, posizioni più avanzate: “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri.” (Laudato Sì’ pag. 19).

I recenti dati dell’OCSE e dell’OMS (Haifa, aprile 2015) pongono l’accento sull’insostenibilità etica, sociale ed economica dei costi sanitari da inquinamento dell’aria. Si parla, per il 2010, di 600 mila morti premature provocate dall’inquinamento dell’aria (indoor e outdoor), che causerebbero una spesa di 1.400 miliardi di dollari all’anno alle casse dell’Europa. A questa cifra vanno aggiunte però le spese che devono essere sostenute per curare l’insorgenza di una svariata gamma di malattie, sempre legate all’inquinamento dell’aria, di altri 200 miliardi di dollari, per un totale di 1.600 miliardi di dollari. Un importo pari al 10% del PIL di tutta l’Unione Europea calcolato per il 2013 che, valutando le spese di ogni singolo Stato, arriverebbe al 20% del PIL nazionale in almeno 10 Paesi europei. Alla luce dei soli aspetti economici è imbarazzante giudicare l’entusiasmo di alcuni decisori politici di fronte a stime di crescita dello 0,2-0,8 % dell’economia Statale. Quindi si crea ricchezza più di dieci volte in meno di quanta se ne distrugga.

Il merito di Vandana Shiva sta nel collocare la difesa del suolo tra le priorità nella lotta ai cambiamenti climatici che invece vede gli sforzi dei vari governi concentrarsi solo nella riduzione delle emissioni. Tenendo in considerazione il focus sui cambiamenti climatici, argomento centrale del prossimo incontro di Parigi, Vandana Shiva ha scritto che “Il 40% dei  gas  serra  climalteranti  provengono  da  un  modello  industriale  e  globalizzato  di agricoltura  e  produzione  alimentare.  Questo  comprende  il  CO2  da  combustibili  fossili,  l’ossido di azoto da fertilizzanti sintetici azotati (che è il 300% più destabilizzante del CO2) e il metano da allevamenti intensivi e scarti alimentari. Nell’agricoltura industriale viene sprecato il 50% del cibo. L’agricoltura ecologica e le coltivazioni biologiche accrescono il tenore di materia organica nel suolo, trasferendo l’eccesso di carbonio dall’atmosfera, a cui non appartiene, al suolo, a cui invece appartiene. Con un aumento di carbonio nel suolo pari  a  2  tonnellate  per  ettaro,  saremmo  in  grado  di  colmare  il  “gap  delle  emissioni” riducendo di 10 gigatonnellate la CO2 presente nell’atmosfera. Oltre che contribuire al cambiamento climatico, le monocolture chimiche risultano anche più esposte a eventi estremi. Agricoltura biologica e biodiversità accrescono la resilienza di suoli, piante, ecosistemi e comunità locali”; ancora, ricordando il legame tra Terra e Mare, Vandana Shiva ribadisce che occorre “Conservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine. La terra è collegata al mare. Le emissioni di gas serra prodotti dall’agricoltura industriale stanno provocando cambiamenti climatici, riscaldamento e acidificazione degli oceani e un innalzamento del livello del mare. La dispersione dei nitrati provenienti dall’agricoltura industriale sta creando zone morte anche negli oceani. La cura del suolo attraverso l’agricoltura biologica si traduce quindi in cura degli oceani.” (Terra Viva pag. 111).

E’ evidente come, al di fuori delle suggestione emotive, queste osservazioni abbiano inciso sulla ricerca delle soluzioni da parte degli scienziati che compongono il panel IPCC (Intergorvernmental Panel on Climate Changes), cosicché quest’anno le Nazioni Unite hanno proclamato il 2015 “Anno internazionale del Suolo, perché le persone siano rese consapevoli del ruolo cruciale che il suolo stesso gioca in termini di sicurezza alimentare, adattamento e mitigazione delle conseguenze del cambiamento climatico, servizi ecosistemici   essenziali,   riduzione   della   povertà   e   sviluppo   sostenibile”   (FAO,   2015
International Year of Soil ;  www.fao.org/soils-2015).

Si deve, dunque, a Vandana Shiva la soluzione del “loop” che assillava molti scienziati e che consisteva nel considerare come unica misura efficace di contrasto al cambiamento climatico  la  sola  riduzione  delle  emissioni.  Il  loop imponeva  di  dover  applicare  questo criterio a quella metà di popolazione mondiale che non può esser colpevolizzata per quote di emissioni di gas serra mai emesse; d’altra parte i cosiddetti paesi a rapida, spesso caotica, industrializzazione vedevano queste limitazioni come un freno alla loro crescita posto da quei paesi già industrializzati; tra questi ultimi troviamo anche i paesi che stentano ad adeguare, all’odierno principio di sostenibilità, il loro modello economico e finanziario. E’ indicativo che proprio in questi paesi nascano, da parte dei nostalgici di una vecchia egemonia incontrastata, gli attacchi ai temi innovatori portati avanti da Vandana Shiva. Nella nostra “provincia” questi attacchi nascono anche nell’area che si autodefinisce progressista; tutto ciò è sintomatico di crisi di proposte culturali e di governo.

Quel che spaventa forse di più nei ragionamenti di Vandana Shiva è la capacità di creare soluzioni differenti quanti sono i “luoghi” del mondo; l’economia circolare delle risorse si può applicare nella foresta amazzonica come nella metropoli di New York; pertanto, a chi ha come sola risorsa naturale il suolo e beni e a chi possiede materie e merci (sia che le produca sia che se ne appropri). Il limite finito delle risorse del pianeta riguarda tutti, anche se esiste chi ancora non se ne accorge e si ostina a supportare un sistema conflittuale di diseguaglianza.  Infatti, malgrado il “progresso” dell’occidente, la diseguaglianza economica globale continua ad aumentare; “La fetta di ricchezza mondiale in mano all’1% più ricco della popolazione è passata dal 44% nel 2009 al 48% nel 2014 (OXFAM, Wealth: having it all and wanting more, 2015); continuando in questa direzione “l’1% più ricco, presto possiederà di più del resto della popolazione mondiale. Lo scorso anno, le 300 persone più ricche del mondo hanno aumentato la loro ricchezza di 524 miliardi di dollari, più dell’intero reddito dei 29 Paesi più poveri messi assieme” (Savio R., Inequality and Democracy, IPS, 2014).

Infine, non si può non riflettere sul fatto che “La diseguaglianza economica influisce sulla violenza, estremizzando il nostro modo di pensare, di agire e relazionarci con gli altri. Più una società è polarizzata fra ricchezza e povertà estreme, maggiori sono i tassi di violenza” (Wilkinson R. & Pickett K., The Spirit Level, The Equality Trust).

La proposta di Vandana Shiva è articolata su queste basi: “Il futuro nascerà dall’abbandono dell’approccio lineare e del metodo estrattivo passando al pensiero circolare, alla cooperazione e alla condivisione. Nascerà dalla diversità a ogni livello, in ogni forma e non dall’uniformità e dalle monocolture della mente. Il futuro emergerà da una nuova visione che impedisce la trasformazione di ciò che è vivo - il suolo, il cibo e la terra - in rifiuti e materiali inerti, considerando le persone sacrificabili e ininfluenti. Lo spreco di risorse e di persone non ha posto nella natura e nelle società giuste. La democrazia locale è la base per una vera democrazia globale. La cittadinanza planetaria deriva dal radicamento nel locale - nel  suolo,  nella  terra.  Il  futuro  sarà  ricavato  dal  suolo  e  crescerà  dalla  terra  e  non  dal mercato globale di una finanza fittizia, da aziende con diritti superiori agli Stati e dal consumismo. Abbiamo smesso di considerarci parte del suolo: l’eco-centrismo ha ceduto all’antropocentrismo che adesso sta cedendo alla centralità delle corporations.” E’ evidente che il processo di globalizzazione impone delle nuove soluzioni per consentire la partecipazione di cittadinanza ai processi di democrazia globale. Chi vuole può rimanere attaccato ai suoi loops.


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