lunedì 14 dicembre 2015

dopo Parigi, come cambia il clima?

La magia di Parigi - Alberto Zoratti

L’Accordo di Parigi ha salvato la Francia e la sua Grandeur. A quasi un mese dagli attentati parigini, il risultato della Conferenza Onu sul clima (Cop21) è stato inevitabile per la credibilità internazionale del governo Hollande. L’Accordo di Parigi ha salvato la COP21, che non avrebbe retto il fallimento della trattativa dopo la debacle di Copenhagen del 2009 e gli stop-and-go degli ultimi anni. Chi ci guadagnerà poco, in termini concreti e immediati è la lotta al cambiamento climatico, sono le risposte politiche agli appelli dell’Ipcc, il Panel di centinaia di scienziati Onu che da anni chiedono una chiara inversione di rotta per evitare il caos climatico. La loro autorevolezza rimane, viene persino richiesto loro un nuovo report sugli impatti della lotta al climate change. Ma essere conseguenti alle loro richieste diventa secondario.
Bisognerebbe essere prestigiatori, come spesso i governi sanno essere, per tenere insieme le ambizioni inserite nei vari preamboli con l’efficacia delle misure messe in atto. L’obiettivo generale è “cercare di perseguire” un aumento di temperatura media di 1.5°C rispetto all’epoca preindustriale, un passo avanti diplomatico non da poco che non ha alcuna correlazione con la realtà se non grazie a una vera inversione di rotta. Gli impegni volontari che i singoli Paesi membri della Convenzione hanno comunicato al segretariato porterebbero, ad oggi, a un aumento della temperatura media tra i 2.9°C e i 3.5°C e sono il primo vero passo del nuovo regime di lotta al cambiamento climatico che dal primo gennaio 2021 vedrà la luce sul nostro pianeta: “pledge and review“, “prometti e verifica”, dopotutto i piani di azione si chiamano INDCs (Intended Nationally Determined Contributions) dove la “C” sta per “contributi (contributions) e non per “impegni (commitments)”. Ogni proposta verrà verificata ogni cinque anni a partire dalla messa in operatività dell’accordo, ciò significa che il primo momento di possibile reale aggiornamento sarà al 2025.
In questo sistema, l’unica cosa a essere realmente vincolante è l’accordo e i suoi dispositivi, ma non lo sono gli obiettivi quantitativi, ad esempio di taglio delle emissioni. I grandi Paesi emergenti non avrebbero accettato di dover essere messi sullo stesso piano degli inquinatori storici, e d’altro canto il Congresso americano non avrebbe mai fatto passare un accordo dove la comunità internazionale avrebbe dettato il passo agli Stati Uniti.
Ma la realtà vera parla di 401 parti per milione di concentrazione di CO2 in atmosfera, con un incremento annuo di oltre 2 ppm in crescita e in rischioso avvicinamento con quei 450 ppm definiti dalla comunità scientifica un pericoloso punto di non ritorno. Per fare questo la ricetta è la più generica possibile perché dovrà trovare un “equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra”, lasciando spazio a sistemi tecnologici e molto discutibili come il CCS (Carbon Capture and Storage), rassicurando tutti che si dovrà raggiungere il picco di emissioni “il più presto possibile” cercando di trovare un equilibrio nella “seconda metà di questo secolo”.
Ma per lottare contro il cambiamento climatico c’è bisogno di risorse economiche. Da Copenhagen nel 2009 e soprattutto da Cancun nel 2010 quel denaro è stato quantificato in 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020, un modo per riequilibrare il debito ecologico dei Paesi inquinatori nei confronti del resto del mondo. Di quel denaro, ad oggi, è stato raccolto solo il 10 per cento ma nonostante questo l’Accordo rilancia, definendo quei 100 miliardi non più un obiettivo, ma un punto di partenza per mobilizzare (non stanziare) finanziamenti nuovi e aggiuntivi. Peccato che ad oggi una parte di quel denaro derivi dallo storno di risorse dall’aiuto pubblico allo sviluppo. Ma non c’è solo la necessità di finanziare l’adattamento al cambiamento del clima, ma anche di sostenere quei Paesi che stanno già subendo gli effetti degli eventi estremi, si tratta dell’ormai famoso “Loss and Damage”, che si è meritato un posto tra i paragrafi del testo, senza però dare nessuna garanzia economica a nessuno.
L’accordo di Parigi è storico, perché è l’ennesima occasione persa. Perché mette le basi per un sistema post-Kyoto, con impegni non più vincolanti, in un processo che è più attento agli interessi economici delle grandi imprese e a quelli politico-tattici dei governi che non all’esigenza di invertire la rotta. Se il Paris Agreement dà ossigeno a una Francia sotto attacco e a una Cop in crisi di identità, non dà strumenti veramente efficaci per contrastare il caos climatico, anche se, nei fatti, rimette al centro il ruolo dei governi e dei loro piani di azione. La palla torna sui territori e in questo, i movimenti sociali, dovranno saper giocare all’attacco.
La risposta immediata all’inefficacia della politica dovrà essere la mobilitazione dal basso, se la governance globale è incapace della sfida che si trova di fronte il passo necessario sarà articolare i movimenti in modo che siano capaci contemporaneamente di conflitto e di proposta.
Ogni titubanza è un passo in più verso il punto di non ritorno.


Menzogne - Silvia Ribeiro

 

Uno dei temi più critici nella riunione globale della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è conclusa a Parigi il 12 dicembre (Cop21), è stata la definizione di un nuovo limite al riscaldamento globaleche non andrebbe superato.
Paesi insulari e altri paesi del terzo mondo, è da anni che rimarcano che non sopravviveranno a un riscaldamento globale superiore a 1,5 gradi centigradi poiché il loro territorio scomparirebbe per l’innalzamento del livello del mare e per altri catastrofi. Argomenti più che degni di considerazione che si sommano al fatto che non sono questi i paesi che hanno causato il cambiamento climatico.
La temperatura media globale è aumentata di 0,85 gradi centigradi nell’ultimo secolo,per la maggior parte negli ultimi quarant’anni, a causa delle emissioni di gas serra (Gei), di diossido di carbonio (CO2) e di altri gas, dovute all’uso di combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), soprattutto per la produzione di energia, per il sistema alimentare agro-industriale, l’urbanizzazione e i trasporti. Se continua in questo modo, la temperatura aumenterà fino a 6 gradi centigradi alla fine del XXI° secolo, con conseguenze talmente catastrofiche che non è possibile prevedere.
Nel cammino verso la Cop21 e fino al suo inizio, la bozza di negoziazione prevedeva di fissare l’obiettivo di 2°C di aumento globale fino all’anno 2100, una cifra che comunque era osteggiata dai principali responsabili di emissioni.
Sorprendentemente, paesi del Nord, che sono i principali responsabili del caos climatico, tra i quali gli Stati Uniti e il Canada, nonché l’Unione europea, hanno annuciato alla Cop21 che avrebbero sostenuto l’obiettivo di [un aumento] globale massimo di 1,5 gradi centigradi. In base alle stime scientifiche, questo implicherebbe la riduzione delle loro emissioni di più dell’80 per cento entro il 2030, fatto che i governi del Nord rifiutano categoricamente. Perché allora dicono di accettare l’ obiettivo di 1,5 gradi centigradi?
Com’è prevedibile, le loro ragioni non sono limpide e nascondono scenari che aggraveranno il caos climatico: si tratta di legittimare il sostegno e le sovvenzioni pubbliche alle tecnologie di geoingegneria ed altre ad alto rischio, come quella nucleare, così come l’incremento del mercato di carbonio e altre false “soluzioni“.
Qualunque sia l’obiettivo fissato nel cosiddetto Accordo di Parigi (qui un commento di Alberto Zoratti sull’accordo raggiunto, La magia di Parigi), non comporterà dei costi per quelli che continuano ad inquinare. La Convenzione ha accettato ancora prima della Cop21, che i piani di riduzione dei gas non sono vincolanti. Sono “contributi previsti e determinati a livello nazionale”, per i quali ogni paese dichiara intenzioni, non impegni obbligatori.
La somma dei “contributi” che ogni paese ha dichiarato fino al mese di ottobre 2015, implicano già un aumento della temperatura dai 3 ai 3,5 gradi centigradi entro il 2100. E questo non è neanche quello che realmente faranno – che può essere molto peggio – bensì quello che dichiarano. Pertanto, sebbene l’aumento globale sia “basso”, i piani reali sono evidenti e la catastrofe continua la sua marcia.
Associarsi nell’orientamento per un obiettivo apparentemente basso, non cambia i piani presentati, ma offre a questi governi delle“ragioni” per argomentare il sostegno alle tecniche di geoingegneria, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio(CCS nella sua sigla inglese), tecnica che proviene dall’industria petrolifera e che viene presentata come in grado di assorbire CO2 dall’atmosfera e, sottoponendola a pressione, iniettarla in grande profondità nei fondali marini o terrestri dove, secondo quanto afferma l’industria, rimarrebbe “per sempre”.
La tecnica esisteva sotto il nome di “recupero assistito del petrolio” o, in inglese,Enhanced Oil Recovery. È [una tecnica] finalizzata al recupero delle riserve di petrolio situate in profondità, ma non è stata sviluppata perché non è fattibile né economicamente né tecnicamente. Ribattezzata come CCS, la medesima tecnologia viene adesso venduta come soluzione al cambiamento climatico. Così, i governi dovranno ora sovvenzionare le installazioni (per realizzare gli “obiettivi” della Convenzione), le imprese potranno estrarre e bruciare più petrolio e soprattutto guadagnare i crediti di carbonio per aver teoricamente “catturato e immagazzinato” gas serra.
In realtà il CCS non funziona: nel mondo ci sono solo tre impianti operativi, fortemente sovvenzionati con fondi pubblici, oltre ad alcuni pianificati ed altri chiusi per fuoriuscite di gas o guasti. Malgrado ciò, i governi e le industrie che lo promuovono, assicurano che con queste tecniche potranno “compensare” l’aumento delle emissioni, per arrivare a “emissioni nette zero”: non per ridurre le emissioni, ma per compensarle con il CCS. In questo modo la somma sarebbe zero.
Assicurano inoltre che se a questo si aggiunge lo sviluppo di bioenergia su grande scala, con immense monocolture di alberi e altre piante per produrre “bioenergia”, e poi seppelliscono il carbonio prodotto (lo chiamano BECCS, bioenergia con CCS), si arriverà a “emissioni negative”, con le quali potranno anche vendere la differenza ad altri. Un affare molto redditizio con il quale coloro che hanno provocato il cambiamento climatico continueranno ad emettere gas, con maggiori sovvenzioni di denaro pubblico. David Hone, della Shell, nel suo blog sulla Cop21, sostiene apertamente la necessità di raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi, per sostenere lo sviluppo di CCS, BECCS e altre tecniche di geoingegneria. (http://tinyurl.com/nkaqbcv).
Poiché queste tecnologie non funzioneranno, bensì aumenteranno il cambiamento climatico, tra qualche anno ci proporranno altre tecniche di geoingegneria ancora più rischiose, come la manipolazione della radiazione solare. Già da adesso, dobbiamo smantellare le loro argomentazioni.
Non si tratta di ridurre, non si tratta di obiettivi bassi, non si tratta di affrontare il cambiamento climatico. Non sono false “soluzioni”.
Sono menzogne.


Conflitto d’interesse sul clima – Marina Forti

Chiamiamolo conflitto d’interesse. La Conferenza delle Nazioni unite sul clima in corso a Parigi è un affare costoso, come tutti i consessi dell’Onu: e almeno il 20 per cento di questo costo è finanziato da alcune grandi aziende, per lo più del settore dell’energia. Niente male: la conferenza che discute come frenare il cambiamento del clima ed evitare che diventi una catastrofe irreversibile per l’umanità è sponsorizzata dall’industria che più di tutte è direttamente coinvolta nel cambiamento del clima, cioè l’industria energetica; sappiamo tutti ormai che bruciare combustibili fossili è la prima fonte dei gas di serra che riscaldano l’atmosfera terrestre.
Anche le aziende sono corresponsabili della ricerca di soluzioni sul clima, si dirà. Il punto però è quali aziende, e cosa ne ottengono in cambio (in fondo, un vertice dell’Onu non è esattamente come una partita di calcio). Tra gli sponsor di Parigi ad esempio troviamo Engie (già Gaz de France-Suez), Suez Environment, il gruppo bancario Bnp Paribas, Energie de France. Si da il caso che Engie sia proprietaria di 30 centrali a carbone sparse per il mondo (tra cuiquella di Vado Ligure, oggi chiusa per ordine della magistratura); in generale produce buona parte della sua energia con nucleare e combustibili fossili (solo il 5% con fonti rinnovabili). Bnp Paribas investe in Canada nelle sabbie bituminose, una delle fonti più controverse per il suo impatto ambientale. Anche Edf possiede una quindicina di centrali a carbone – sto citando l’analisi pubblicata da un gruppo di Ong ambientaliste francesi.
Sponsorizzare la Conferenza sul clima, da parte di grandi inquinatori, è quello che gli ambientalisti chiamano greenwashing, darsi una facciata “verde”? Sì, certo, ma non solo: è anche lotta ideologica, interessi privati nelle politiche pubbliche. Vediamo perché.

Sapevamo dell’impatto dei combustibili fossili ma l’abbiamo pubblicamente negato”: false pubblicità affisse a Parigi
L’organizzazione non governativa Corporate Accountability International (Cai), che si batte per la trasparenza delle grandi aziende multinazionali, ha analizzato i nessi tra le aziende sponsor, i decisori politici e le istituzioni internazionali e sostiene che la Conferenza di Parigi è diventata sede di un discreto lavoro di lobby: attraverso i negoziati informali che si tengono fuori dalle sedi plenarie per «facilitare» gli accordi, o attraverso le decine di «eventi collaterali» in cui le aziende presentano «innovazioni di mercato» ai problemi ambientali, e cose simili. Così il mondo delle imprese influenza i negoziati a proprio favore.
La vulgata è che le industrie devono contribuire alla soluzione del problema, impegnarsi nella transizione energetica, eccetera eccetera. Spesso gli eventi collaterali sono presentati come «forum pubblici di indirizzo politico», anche se presenziano aziende e governi mentre hanno ben poco spazio le reti della società civile organizzata presenti a Parigi: proprio quelle che rappresentano chi sta già pagando il prezzo di inquinamento e cambiamento del clima.
Insomma: industrie embedded nei negoziati – mentre organizzazioni ambientaliste e reti sociali ne sono escluse, a quanto denuncia un’organizzazione come Friends of the Earth International (a dire la verità, anche i negoziatori dei Paesi meno potenti e più vulnerabili lamentano di essere esclusi dai negoziati veri). Tenute a distanza anche fisica: non è la prima conferenza Onu in cui ciò accade, anche se questa volta ad appesantire la tensione ci sono le misure anti-terrorismo adottate a Parigi dopo la strage di novembre.
La presenza delle imprese nei corridoi dei negoziati del resto non è una novità, e riflette una tendenza ormai affermata: è almeno un decennio che conferenze Onu affidano a «partnership pubblico-privato» le politiche per il clima (ma questo vale anche per altri campi di intervento che dovrebbe essere pubblico, dagli aiuti internazionali per lo sviluppo alla sanità o l’istruzione). È un progetto ideologico e politico: gli Stati delegano le politiche pubbliche all’intervento (e ai finanziamenti) privati; il principio di coinvolgere le «parti sociali» è diventata ricerca di «soluzioni di mercato», di collaborazione tra«mercato e ambiente».
In una nota da Parigi, il magazine americano The Nation commenta: «Chi inquina paga, ma non dovrebbe anche governare».

4 commenti:

  1. Anche sul clima...i soliti accordi

    "...ci son tre ladroni (ah, vabbe`)
    sembravano onesti, sembravano buoni
    eran solo furboni....
    Si cambiano i nomi,
    rimangon bastardi,
    tu guarda alla radio, le solite facce,
    i soliti accordi. (Quali accordi?) I soliti.
    Do maggiore, la maggiore, la minore,
    re minore, sol settima, re minore..."

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    1. https://www.youtube.com/watch?v=Q9AJOLaZO30

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  2. Unico brandello di speranza per il pianeta: che venga (molto) in fretta qualche enorme catastrofe climatica indubitabilmente legata al GW. Naturalmente questa catastrofe dovrà colpire un Paese occidentale (preferibilmente gli USA) e dovrà avere un impatto emotivo almeno cento volte più grande di quello che ha avuto Katrina nel 2005. Se questo succederà molto presto, avremo un 2% di possibilità di salvarci, altrimenti non vedo cos'altro possa farlo.

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    1. ci sono due modi per apprendere, o si capisce prima o per trauma.
      quasi tutti non capiscono prima, e in automatico scelgono la seconda ipotesi, ma prima avviene meglio è. (solo che fra Katrina e petrolio della BP la zona Mississippi ha già sofferto abbastanza, si cambi)

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