Sono le tre parole che ho sentito più usate dal mio ritorno dal Sahel. In questi pochi mesi mesi, armi, guerra e sicurezza sono proprio quanto credevo aver lasciato partendo dal Niger. Dopo 14 anni di permanenza tra le zone più ‘critiche’ dell’Africa pensavo di trovare ben altra musica tornando a casa. I militari al potere nei tre Stati confederati nel Sahel centrale, i gruppi armati affiliati a Al Quaeda e Stato Islamico, quelli di autodifesa, mercenari di varia provenienza e armi in quantità. Questo sembra essere il sentire e vivere quotidiano nel Mali, Burkina Faso e Niger. Società nelle quali l’ambito militare appare tanto pervasivo da incidere nei ritmi e stagioni politiche di questi Paesi. Mi sbagliavo.
Dall’altra
parte del mondo, colui che per convenzione unilaterale si chiama ‘Nord’, si
trova lo stesso clima solo declinato in un contesto che definire democratico è
altrettanto fuorviante. Bisogna armarsi e riarmarsi, accrescere
la potenza per colpire prima dell’eventuale attacco nemico. Occorre prepararsi
alla guerra che verrà, probabilmente presto o comunque quando sarà necessario.
La propria sicurezza sarà cercata, promessa e garantita, anzitutto e dappertutto.
Per la nostra tranquillità ci sono le aree video-controllate nei bus, nei
treni, i luoghi pubblici, le chiese, le frontiere e in ogni tipo di entrata che
meriti questo nome. Anche in questa porzione del mondo si opera la
militarizzazione della società.
Il canale
privilegiato per la crescente militarizzazione della società è, naturalmente,
il linguaggio che opera attraverso narrazioni pre-confezionate a
misura della realtà che si vuole imporre. Da tempo non è il reale che veramente
conti ma il tipo di realtà o meglio il consenso che da essa si desidera
veicolare. I mezzi di comunicazione sono consapevoli di quanto disse al
giornalista Ron Suskind del New York Times nel
2004 un consigliere dell’allora presidente degli Usa George W. Bush: “Non è più
in questo modo che il mondo funziona. Adesso siamo un impero e,
quando agiamo, noi creiamo la nostra propria realtà. Mentre voi studiate,
giudiziosamente come lo desiderate, questa realtà, noi operiamo di nuovo e
creiamo altre nuove realtà… che voi potrete debitamente studiare: è così che
funziona…Noi siamo gli attori della storia e a voi non rimane che studiare ciò
che noi facciamo”.
Per condurre
a buon porto l’operazione la costruzione del nemico, vero,
presunto, possibile o inverosimile, rimane una tappa primordiale. Da questo
punto di vista basterebbe rileggersi Il deserto dei tartari di Dino
Buzzati. Il giovane soldato Giovanni Drogo che spende la sua vita in una
fortezza di confine e proprio quando il nemico sembra finalmente giungere è lui
che scende per l’ultimo e definitivo viaggio. Viviamo come in una
fortezza in attesa dei barbari e nel frattempo ci si arma, e si prepara la
guerra per dare la sicurezza che, com’è noto, solo il cimitero può garantire.
L’Occidente sembra determinato a trasformarsi in un immenso cantiere che
organizza il cimitero dei sogni.
Demilitarizzare
i pensieri e le parole. Mettersi all’ascolto del reale di cui i poveri
sono il volto censurato. E, soprattutto, come disse nel 2002 a Bari la
docente di linguaggio Nurith Peled Elanan, il cui figlio di 13 anni è stato
ucciso, “termini come libertà e onore, Dio e pace, il bene del Paese e anche
democrazia possono essere armi letali… siamo coloro che sanno che non c’è pace
o libertà, nessun bene e nessun Dio dopo la morte di un bambino”.
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