Ciascuno per sé. Non c’è altro modo di descrivere la trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite che si è conclusa sabato 22 novembre a Belém, in Brasile. La Cop30 è stata, diciamolo, surreale e caotica da tanti punti di vista.
Tentiamo una
difficilissima sintesi. Nei primi giorni ci siamo, di fatto, tutti illusi. La
presidenza brasiliana aveva infatti pubblicato dei testi provvisori che
presentavano anche alcune opzioni decisamente ambiziose, in
particolare su quello che era stato declamato come l’obiettivo principale della
Cop30: adottare una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili. È quell’anche che
molti hanno sottovalutato.
Alle Cop30
nessun risultato sulle fonti fossili né sulla deforestazione
A fronte di
quelle opzioni ambiziose ce n’erano troppe che non lo erano affatto. E
soprattutto troppi ipotesi di «no text», che indicavano che qualche
governo chiedeva di saltare a piè pari le questioni. Così, a due giorni dalla
fine della conferenza è arrivata la doccia fredda. Qualsivoglia ipotesi di dare
corpo dalla locuzione anodina e vaga (ma a due anni di distanza, occorre dire,
benedetta) uscita dalla Cop28 di Dubai – transitioning away from fossil
fuels – è stata abbandonata. Le parole fossil fuels non
figuravano più in nessun passaggio della bozza.
Raggelante,
rispetto ai primi giorni di negoziati, nel corso dei quali il dinamismo della
presidenza brasiliana – pronta anche a rompere i protocolli pur di arrivare “a
dama” – aveva davvero fatto sperare in un risultato positivo. Leggendo quella
bozza così piatta e svuotata di contenuti, molti hanno perfino pensato a una
tattica: «Che la presidenza lo abbia fatto per sparigliare?». Tanto è stato lo
stupore che si è cercato di leggerci, appunto, una strategia.
E invece no.
La realtà era ed è, semplicemente, che nel mondo non c’è accordo. La necessità
di superare la dipendenza da carbone, petrolio e gas non è condivisa da tutti.
Soprattutto, non lo è dai Paesi che bruciano la stragrande maggioranza di
quelle fonti fossili. Stati Uniti, Cina, India e Russia. E sì, certamente:
sulla Cina andrebbe fatto un discorso diverso, poiché la posizione di Pechino
non è quella di Washington, non c’è alcun dubbio. Ma di fatto, la realtà che
occorre dirsi è che «basterebbe un G2 per risolvere il problema dei cambiamenti
climatici» (almeno dal punto di vista della mitigazione), come suggerito a
Belém da Tommaso Perrone, uno dei giornalisti più esperti di Cop e di
negoziati.
I risultati
raggiunti alla Cop30 di cui non possiamo accontentarci
È questo il
“ciascuno per sé”. Sul superamento delle fonti fossili a dire di no sono i
Paesi che le estraggono, le vendono e/o ne sono fortemente dipendenti. Sui
trasferimenti di fondi e tecnologia a favore dei Paesi in via di sviluppo a
dire di no sono coloro che hanno prosperato per quasi due secoli devastando il
Pianeta. Sugli indennizzi per perdite e danni subiti dalle nazioni più
vulnerabili della Terra, idem.
Neppure
sulla deforestazione si è riusciti a raggiungere un risultato, nonostante fosse
la prima Cop «alle porte dell’Amazzonia». E di certo non ci si può – di più:
non di ci deve! – accontentare del fatto che il testo finale indica
una “chiamata” (che non è un imperativo) per triplicare i fondi per
l’adattamento al 2035 (cinque anni più tardi rispetto alla bozza precedente).
Né del fatto che si lanci un Global Implementation Accelerator (Acceleratore
globale per l’implementazione, in italiano), senza spiegare né cosa sia né come
funzionerà, ma precisando a chiarissime lettere che sarà a carattere
volontario.
O forse si
dovrebbe esultare perché è stato timidamente chiesto ai governi di rivedere le
loro promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, perché
quelle attuali ci porteranno, se va bene, a 2,3-2,5 gradi di riscaldamento globale?
O perché è stata lanciata la “Belém Mission to 1.5°C”, anche qui senza spiegare
di cosa si tratterà e indicando che comunque se ne riparlerà alla Cop31? O
perché, con fatica, si è accettata l’idea di istituire un Just transition
mechanism per rafforzare la cooperazione internazionale per una transizione
equa? O che l’Unione europea è stata piuttosto collaborativa sulla mitigazione
(meno su altri temi)? Sarebbe come accontentarsi perché a un malato di cancro
in stadio avanzato è stato concesso un decimo di ciclo di chemioterapia.
All’ultima
plenaria a Belém sono volati stracci
Sinceramente,
scherziamo? Per giudicare qualcosa è sempre bene fare un paio di passi indietro
e osservare la “big picture”. Alla Cop30 si è perfino dovuto tirare un sospiro
di sollievo perché è stato citato l’obiettivo di limitare la crescita della
temperatura media globale a un massimo di 1,5 gradi centigradi! Obiettivo che
era ormai apparso come assodato in passato, anche dopo che l’Ipcc aveva
spiegato (nello Special Report 1.5, nell’ottobre del 2018!) che la differenza
tra 1,5 e 2 gradi è passare da una crisi a una catastrofe.
Ciascuno per
sé, dicevamo. Ed è così, di fatto, da un decennio (a partire dalla Cop22 di
Marrakech). Un egoismo di fondo che finora era stato – non sempre, ma spesso –
mascherato dai compromessi e dal bon ton. Che è mancato
clamorosamente durante l’ultima plenaria alla Cop30, con alcune nazioni che
hanno letteralmente sbattuto i pugni sul tavolo, con accuse reciproche e dita
puntate addosso. Come in una riunione di famiglia obbligata nella quale a un
certo punto, improvvisamente, tutti i rancori esplodono in modo dirompente. E
sì, anche questo in fondo è multilateralismo. Ma intanto il tempo corre, e a
furia di accontentarsi di andare a passo d’uomo ci risveglieremo che è troppo
tardi (come se non fosse già troppo tardi).
L’elefante
nella stanza alla Cop30 di cui non si parla mai
Ma c’era un
elefante nella stanza, in quella plenaria, di cui troppo spesso ci
dimentichiamo. Perché quel “ciascuno per sé” ha una matrice culturale chiara,
rintracciabile indiscutibilmente nel nostro modello di sviluppo. La Cop30 non è
stata altro se non lo specchio di un sistema predatorio, colonialista,
individualista e orientato al solo obiettivo di massimizzare i profitti, i guadagni
personali, gli interessi di parte. Interessi diversi, a volte contrapposti, ma
ai quali nessuno vuole rinunciare. È l’economia capitalista e ultra-liberista a
spingere in quella direzione: ciascuna nazione ha il mandato, di fatto, di fare
ciò che credono sia “meglio” per il loro microcosmo di periferia.
E no, non è
massimalismo, non è estremismo additare il sistema economico. Gli estremisti
sono quelli che preferiscono distruggere gli equilibri del Pianeta pur di non
rinunciare ai propri privilegi. Unica cosa che interessa davvero. Finché non
cambieremo questo sistema di valori, non ne usciremo.
È per questo
che arrovellarsi su riforme delle Cop per superare le impasse,
forse, è un esercizio inutile, senza una riflessione culturale più ampia. Senza
la quale non possiamo far altro che accodarci agli stracci che sono volati alla
plenaria conclusiva di Belém e dircelo chiaramente, una volta per tutte: del
clima, a troppi governi – perdonate il linguaggio rozzo – non frega davvero
niente.
L’Onu avverte: siamo sulla traiettoria dei 2,5 gradi di riscaldamento
climatico - Andrea Barolini
Gli sforzi e le promesse dei governi di tutto il mondo in materia di lotta ai cambiamenti climatici sono ancora insufficienti. A confermarlo è l’ultima edizione dell’Emissions Gap Report, documento pubblicato ogni anno dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). I calcoli degli esperti dell’Onu indicano che, stanti le promesse fin qui avanzate – contenute nelle Nationally determined contributions (Ndc), si prevede una crescita della temperatura media globale compresa tra 2,3 e 2,5 gradi centigradi, alla fine del secolo rispetto ai livelli pre-industriali.
Si tratta di
una stima che appare migliorata soltanto di poco rispetto a quella di un anno
fa, quando lo stesso Unep aveva ipotizzato una forchetta compresa tra 2,6 e 2,8
gradi. Soprattutto, parliamo di una quota di riscaldamento climatico nettamente
al di là delle soglie ipotizzate dalla comunità internazionale nell’Accordo di
Parigi. Quest’ultimo, infatti, indica che occorre limitare la crescita della
temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, e rimanendo il
più possibile vicini agli 1,5 gradi.
Mezzo grado
rappresenta la differenza tra crisi e catastrofe climatica
Nel corso
del tempo, le stesse Nazioni Unite hanno d’altra parte spiegato che quel mezzo
grado può rappresentare la differenza tra una situazione di crisi e una di
catastrofe climatica.
Non solo: le stime dell’Unep si basano come detto sulle Ndc. Ovvero su impegni assunti dai singoli governi, che non è detto vengano rispettati (in tutto o in parte). L’esempio più evidente arriva dagli Stati Uniti, che hanno avanzato in passato delle (timide) promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, ma hanno per due volte sconfessato loro stessi, uscendo dapprima nel 2017 dall’Accordo di Parigi, quindi ripetendo la stessa decisione all’inizio di quest’anno (in entrambi i casi le decisioni sono arrivate da Donald Trump).
Le promesse
dei governi sono insufficienti
La politica
ha dunque un peso enorme sull’azione concreta di contrasto al riscaldamento
climatico. «Gli scienziati ci indicano che un superamento temporaneo di 1,5
gradi è ormai inevitabile, a partire, al più tardi, dai primi anni Trenta. E il
percorso verso un futuro vivibile diventa ogni giorno più difficile», ha
affermato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. «Ciò non
rappresenta un motivo per arrendersi. È un motivo per intensificare e accelerare
gli sforzi. L’obiettivo di 1,5 gradi entro la fine del secolo rimane la nostra
stella polare. E la scienza è chiara: è ancora alla nostra portata. Ma solo se
aumentiamo in modo significativo le nostre ambizioni».
Commentando
invece le nuove Ndc presentate dai governi, Inter Andersen, direttrice
esecutiva dell’Unep, ha ricordato che «le nazioni hanno sprecato tre tentativi
per mantenere le promesse fatte nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Sebbene i
piani climatici nazionali abbiano portato alcuni progressi, questi non sono
affatto sufficienti. Esistono soluzioni comprovate: dalla rapida crescita delle
energie rinnovabili a basso costo alla lotta alle emissioni di metano. Sappiamo
cosa bisogna fare. Ora è il momento che i Paesi si impegnino a fondo e
investano nel loro futuro con azioni climatiche ambiziose, che garantiscano una
crescita economica più rapida, tutelino la salute umana, creino più posti di
lavoro, sicurezza energetica e resilienza».
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