Gira una battuta tra i docenti delle scuole, ossia che il Ministero dell’Istruzione e del Merito si stia trasformando in Ministero dell’Istruzione Militare. A prescindere dall’ironia c’è del vero in questa considerazione, se pensiamo alle innumerevoli circolari del Ministero e alla presenza di militari nelle scuole di ogni ordine e grado.
Da qualche
tempo il mondo della scuola si sta risvegliando, e non solo per la buona
partecipazione ai due scioperi generali tra settembre e ottobre (pur con
percentuali ancora troppo basse come del resto nell’intera Pubblica
amministrazione), ma perché oltre ai bassi salari e ai rinnovi contrattuali –
con aumenti irrisori pari a un terzo dell’aumento reale del costo della vita –
sta prendendo corpo un diffuso malessere verso le politiche educative del
Governo, tra circolari e continue intrusioni atte a generare un sistema di
controllo dopo le centinaia di mozioni in solidarietà con il popolo
palestinese, e contro il genocidio, che sconfessano la politica dell’Esecutivo.
Poiché a tal
riguardo stanno diffondendosi nelle scuole svariate iniziative che vedono
protagonisti docenti e studenti, questa unità di azione turba i sonni del
Ministro Valditara il cui apporto riguardo alle necessità inerenti il suo
settore di competenza per la Legge di Bilancio è del tutto ininfluente.
Il
malcontento nella scuola cresce: le risorse sottratte all’educazione, al
rinnovo dei plessi scolastici, ai salari di tutto il personale vanno a finire
nelle spese militari; mentre Valditara non lesina finanziamenti agli istituti
privati, favorisce l’assicurazione sanitaria con enti privati, non ci sono
interventi per ridurre i costi dei corsi abilitanti e formativi, e si taglia o
si risparmia perfino sulle supplenze e sugli insegnanti di sostegno.
Il 4
Novembre avrebbe dovuto tenersi un corso di formazione per docenti, ad
organizzarlo una struttura abilitata dal Ministero e vicina al sindacato Usb in
accordo con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
dell’Università. Il ministero ha impedito lo svolgimento di questa attività
formativa per i docenti adducendo motivazioni del tutto discutibili come ad
esempio la impossibilità di costruire corsi di aggiornamento su tematiche di
attualità, mentre è invece del tutto evidente che i temi e i relatori scelti
per quel convegno siano la causa dell’intervento repressivo.
Per anni ha
fatto comodo al ministero avere dei centri accreditati che facessero formazione
senza costi aggiuntivi per lo Stato; proprio oggi si è scoperto che attraverso
questi corsi prende corpo una visione critica all’operato del Governo e ai suoi
programmi didattici, in aperta contestazione delle linee guida ministeriali, ad
esempio, quelle sulla educazione civica. E di conseguenza diventa inaccettabile
lo svolgimento di queste giornate formative.
La scelta
del 4 Novembre, per parlare di riarmo, guerra e Palestina, non era casuale ma
una coincidenza voluta. Con la legge 27 del 1º marzo 2024 è stata istituita la Giornata
dell’Unità nazionale e delle Forze armate che all’articolo 2 legittima
l’ingresso delle forze armate nel mondo dell’istruzione. Scegliere di
organizzare un corso iin tale data, con la adesione di 1300 docenti che si
sarebbero collegati online, ha rappresentato un autentico schiaffo morale al
Governo e ai suoi valori militaristi; meglio dunque che nella scuola non si
parli del Rearm Europe, del genocidio, della demilitarizzazione del sapere o di
educazione alla pace. Ma il MIM è andato ben oltre giudicando la iniziativa in
aperto contrasto con i percorsi formativi riconducibili alle competenze
professionali dei docenti, mentre ben altri sono i giudizi sulle attività
intraprese dalle forze armate nelle scuole che invece godono del plauso
assoluto da parte del ministero.
L’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e dell’università scrive a tale
riguardo:
Il termine
militarizzazione delle scuole e delle università, rimanda sia a quel processo
di verticalizzazione e gerarchizzazione della “gestione scolastica” e la
conseguente delegittimazione degli Organi Collegiali ridotti a organismi
ratificanti (entra in questo discorso anche il tentativo della ministra Bernini
di riformare le università con i CDA asserviti al governo), sia al crescente
fenomeno di vera e propria occupazione degli spazi dell’istruzione da parte
delle forze armate, delle forze dell’ordine e delle industrie della filiera
bellica, che inevitabilmente comporta l’inserimento nel mondo dell’istruzione
di “valori militari” e “pratiche educative” totalmente estranei al ruolo che la
Costituzione attribuisce a scuole università.
Difficile
spiegare meglio quanto accade, se non fosse che ad essere minacciata è la
stessa libertà di insegnamento, come dimostrano i tentativi di censura di
alcuni libri di testo, la introduzione del codice disciplinare e di condotta
del MIM (con conseguente creazione di uffici per i procedimenti disciplinari);
si sono create le condizioni atte a favorire logiche e pratiche repressive,
securitarie e belliciste come dimostra a anche quel Programma di
comunicazione del ministero della Difesa, da poco rivisitato, il cui
intento principale è trasformare la Difesa in un concetto vasto e
onnicomprensivo, dove l’elemento militare si unisce ad una nozione pervasiva di
sicurezza. E in questa ottica ogni contestazione alla presenza di militari
nelle scuole, anche quando impartiscono lezioni revisioniste della storia del
secolo scorso, diventa una sorta di minaccia alla identità e appartenenza alla
Nazione. Se qualcuno lo ignorasse ancora, i termini utilizzati sono assai più
vicini al Ventennio che alla storia democratica della Repubblica nata
dall’antifascismo, o se preferiamo siamo davanti a una mera retorica
militarista funzionale al riarmo europeo, all’aumento delle spese militari, al
disimpegno del pubblico nell’università per favorire l’ingresso di aziende –
anche di armi – e di fondazioni private.
La recente Risoluzione del Parlamento europeo sull’Attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune dell’anno in corso invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa.
Da qui si
arriva al Libro Bianco della difesa europea per il quale «È giunto il momento
per l’Europa di riarmarsi. Per sviluppare le capacità e la prontezza militare
necessarie a scoraggiare in modo credibile le aggressioni armate e garantire il
nostro futuro, è necessario un massiccio aumento della spesa europea per la
difesa»1.
L’intero
documento in esame propone una costante drammatizzazione dell’esistente,
evitando nella maniera più assoluta di prefigurare alternative, traiettorie di
sviluppo differenti, fosse anche solo come prospettiva ideale: bisogna mirare
al sodo delle questioni evitando di ammettere la possibilità di percorsi
alternativi al riarmo. Per l’appunto, vi si trova scritto che se non si
potenzierà il settore militare, «In un’epoca in cui le minacce proliferano
e la concorrenza sistemica aumenta, (…) l’Europa sarà meno in grado di decidere
del proprio futuro e sarà sempre più strumentalizzata da grandi blocchi
economici, tecnologici e militari che cercano di ottenere un vantaggio su di
noi»2.
E se queste
sono le premesse per giustificare il riarmo europeo c’è solo da attendersi la
stessa militarizzazione delle scuole di ogni ordine e grado; la strada
intrapresa negli ultimi mesi va proprio in questa direzione.
1 Ivi,
p. 3.
2 Ivi,
p. 4.
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