venerdì 14 novembre 2025

Influencer: Cina vs. Italia, due modi opposti di regolamentare il web - Matteo Masi

  

È estremamente interessante osservare il divario tra i modelli di regolamentazione degli influencer adottati in Italia (e, più in generale, in Occidente) e in Cina. Queste due diverse impostazioni legislative riflettono in modo netto le differenze politiche e filosofiche tra i due sistemi.

La logica sottostante a queste due riforme è diametralmente opposta: se in Cina si privilegia la qualità e l’affidabilità dei contenuti, in Italia l’approccio è puramente quantitativo ed economico.

Il modello cinese: competenze certificate per la qualità dell’informazione

In Cina è stata progressivamente introdotta una regolamentazione (le cui basi risalgono agli ultimi due piani quinquennali) che impone requisiti molto specifici a chi divulga informazioni su temi critici.

La legge cinese obbliga gli influencer che trattano argomenti considerati fondamentali per la società — medicina e sanità, finanza, istruzione e diritto — a possedere competenze specifiche e certificate.

Questa normativa è totalmente slegata da una logica di profitto o di capitalizzazione. L’obiettivo primario è tutelare l’interesse pubblico e garantire che le informazioni che raggiungono la vastissima platea dei social network, inclusi i più giovani, siano divulgate da persone con le adeguate qualifiche. Lo Stato, quindi, mette la qualità del contenuto e la competenza del divulgatore al primo posto.

Il modello italiano: la logica del reddito e dei numeri

In Italia, invece, la regolamentazione degli influencer è stata introdotta dall’AGCOM, ma la sua filosofia di base è ancorata a criteri quantitativi ed economici.

L’iscrizione all’Albo degli Influencer (peraltro, un concetto molto “italiano” quello degli Albi) non è richiesta in base alla qualità o alla veridicità dei contenuti, bensì in base al raggiungimento di determinate soglie numeriche e alla capacità di generare reddito.

Le soglie attuali per l’obbligo di iscrizione sono:

  1. Avere più di 500mila follower.
  2. Oppure, avere una media di visualizzazioni superiore a un milione su qualsiasi piattaforma.
  3. In aggiunta a uno dei due punti precedenti: ricavare un reddito dalla propria attività di influencer.

L’AGCOM ha chiarito che l’iscrizione è obbligatoria solo per chi, superando una delle soglie numeriche, trae un guadagno economico dalla propria attività (pubblicità, sponsorizzazioni, ecc.).

In sostanza: nel nostro sistema non interessa se un individuo diffonde disinformazione, l’importante è che generi grandi numeri.

Questo approccio evidenzia che l’interesse primario della regolamentazione italiana non è la tutela della qualità informativa, ma il controllo del flusso economico derivante dall’attività degli influencer.

Paradossi del controllo

Questa dicotomia è paradossale. Spesso l’Occidente critica la Cina per il controllo che esercita sulla società; tuttavia, in questo ambito, è il modello occidentale (italiano, in questo caso) a implementare uno strumento — l’Albo basato sul profitto — che si configura come un potenziale strumento di controllo e tassazione puramente economico, ignorando la sfera qualitativa.

Mentre in Cina l’attenzione è rivolta alla sensatezza e alla qualità dei contenuti veicolati alla cittadinanza, qui l’unica metrica rilevante è quella quantitativa e performativa. La differenza è netta e ci invita a riflettere su quali siano realmente le nostre priorità regolamentari in un’era dominata dalla diffusione social delle informazioni.

da qui

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