venerdì 3 aprile 2020

Bambini senza soluzioni - Gianni Agostinelli



Vivo in campagna e ho la fortuna di avere uno spazio esterno. Ho anche due figli e qualche mattina fa, il piccolo di un anno e mezzo, dopo oltre venti giorni di questa nuova vita ha iniziato a urlare e usare alcune delle poche parole che sa pronunciare. “Chiavi”, battendo le mani sul cancello per aprirlo e uscire in strada, “spesa” perché voleva salire in auto, e pur di uscire sarebbe andato benissimo il supermercato, cercando anche di arrampicarsi fino alla maniglia dello sportello. Tra le fortune ascrivibili anche quella di vivere in un paesino lontano dalle zone più colpite dal Coronavirus. Mia figlia più grande ha quasi 6 anni, la notte ha degli incubi ed i sogni migliori sono quelli in cui incontra nuovamente i nonni e i suoi coetanei. Da un paio di settimane sta organizzando un pigiama party per quando sarà possibile uscire nuovamente di casa. Facciamo molte videochiamate e quella organizzata dalla scuola materna l'ha attesa per una settimana, in agitazione. In programma per le 17 ha iniziato il conto alla rovescia dall'ora di colazione, portando sul tavolo l'orologio sveglia e continuando a fissarlo fino all'ora stabilita. La sua faccia quando ha visto le maestre e i compagni mi ha ricordato una vacanza di qualche anno fa, in Scozia. Vide dopo qualche giorno di porticcioli e castelli diroccati il primo bambino sulla sponda di un lago. In un'area giochi grigia, spoglia e praticamente vuota, noi esclusi. “Babbo, un bambino. Posso giocarci?”. Questi giorni se ci muoviamo è per andare al secchio dell'umido, a 300 metri di distanza. In casa conviviamo con tranquillità, e ci diamo da fare per tenerci occupati, tutti e quattro.
Insomma, al momento le nostre sono condizioni ideali per passare in casa altre, chissà quante, settimane. Condizioni pratiche e familiari non troppo comuni. Molta parte di genitori e figli vivono in appartamenti, anche molto piccoli, anche senza balconi e senza poterne uscire o con la malattia di là del muro. Chissà quanti genitori senza partner per mille motivi ma con bambini in giro per casa. Chissà quanti con problemi di convivenza. Chissà quanti arrivati ad un punto di saturazione, in difficoltà di salute, emotive ed economiche, senza una soluzione e che riversano, o condividono tutto questo con i figli che hanno ancor minori alternative dei loro genitori.
Nella mia situazione privilegiata i figlioli iniziano a reagire col rifiuto cercando di ribellarsi e liberarsi. I bambini non hanno dimenticato ancora le abitudini di prima e stanno cercando di costruirne di nuove. Non gli piacciono, ovvio, come a noi.
La circolare del Viminale è andata in questa direzione, consentendo adesso ad un genitore di poter uscire in strada coi bambini, nelle vicinanze della propria abitazione. E chissà per quanto tempo resterà in vigore viste le proteste ufficiali di amministratori locali e le ribellioni social di proprietari di cani, runner, e molti cittadini comuni che la vedono come una concessione sbagliata perché non si dovrebbe abbassare la guardia ora che la paura è ancora alta, perché i bambini potrebbero ammalarsi e far ammalare, perché gli adulti potrebbero approfittarsene e perché, inutile sottolinearlo, è già successo pochi giorni fa proprio con alcuni proprietari di cani e molti runner.
Nessuno vuole scavalcare nessuno, sia nel bene che nel dolo, ed è il primo punto da tenere a mente anche perché questo è il momento in cui è facile trasformare ogni marciapiede in un tribunale. L'altro punto è il responso della scienza, e se quella dice che camminare in strada con bambini è consentito, oppure è vietato perché mette a rischio la propria vita e quella degli altri, è indispensabile attenersi al suo parere. Le regole sono fondamentali e i genitori lo sanno bene, ne ripetono (urlano) centinaia ogni giorno. Se le cambiano troppo velocemente perdono di credibilità e la soluzione non può essere urlarle più forte. Quando viene detto “i bambini possono passeggiare con uno dei due genitori in prossimità della propria abitazione”, per non creare troppi allarmi si dovrebbe dire anche agli adulti in che maniera comportarsi e far interagire i piccoli col mondo esterno. Sono gli adulti quelli da bacchettare, non i bambini.

Il problema è che spesso le esigenze dei bambini in una condizione normale, come ovviamente anche in questa nuova e peggiore, rischiano di venire mortificate. Quante volte si sente dire, parlando di un bambino: “non si ricorderà niente”. Un lascia passare per sovraccaricarlo di emozioni, esponendolo a fatti e parole che non è in grado di interpretare. Ha bisogno di un filtro per la situazione attuale che non può essere soltanto il collegamento tramite social con i propri insegnanti, già di per sé nuovo ed estraniante. E in molti casi nemmeno equo visto che non tutti possono riuscirci. Se quest'emergenza dovesse durare ancora settimane o mesi, oltre a questo già trascorso sarebbe ancora più difficile far capire la temporaneità del momento. Diventerebbe, chissà, una condizione di vita nuova. Come ogni emergenza non la si può affrontare senza pensare ai bambini. Non si possono escludere. Rimandare il problema ingigantirà il problema.

Queste non sono le due settimane di vacanza con le abitudini stravolte e il gioco del nascondino fatto in casa. Internet non può essere l'unica soluzione, soprattutto se i bambini in età prescolare non hanno ancora quella confidenza tecnologica che rende sopportabile e anestetizza la quarantena e le ansie degli adulti. I bambini cercano la tv, come è normale, ma dargli esclusivamente la stessa programmazione del giorno prima, quella che avrebbero visto a gennaio o in momenti di normalità non ha nessun senso. Si pensi a qualcosa che gli racconti l'oggi e li prepari al dopo. Anche perché il domani potrebbe avere nuove regole di convivenza. Se si potrà allentare qualche morsa, quando, e come, si pensi a loro. Quei minuti d'aria che adesso sono concessi ai più piccoli potrebbero essere un salvagente, una maniera per fargli capire che fuori di casa esiste ancora l'aria che conoscevano, la stessa strada, le stesse identiche coordinate che avevano prima. Punti di riferimento per niente banali e coi quali torneranno ad avere confidenza. Sforzarsi e ragionare su come impegnare il tempo e le energie dei bambini in momenti di alta criticità come questi vorrebbe dire salvaguardarli.

Se lo stravolgimento della vita per gli animi più fragili e le vite più a rischio di quegli adulti che ignoravamo, magari perché stavano andando a comprare sesso, gioco, droghe ci impressiona, o ci fa schifo e adesso ci troviamo esempi di persone così che in casa stanno esaurendo le forze, perché questo discorso non dovrebbe valere per i bambini? Hanno una voce più flebile ma non si può rischiare di lasciarli per ultimi perché non riescono ad urlare come gli adulti o perché “tanto dimenticano”.

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