“Il tatto
significa «essere al mondo» […]
Senza tatto non c’è mondo”
Jacques Derrida
Senza tatto non c’è mondo”
Jacques Derrida
A María Galindo, ispiratrice di alleanze, carezze e contagi rivoluzionari
Una notte del 1720, nel mezzo di una delle tante epidemie di peste
che devastarono l’Europa, Filippo-Guglielmo Pallavicini, barone di Saint-Remy e
allora vicerè di Sardegna, fece un sogno inquietante. Il
suo corpo era invaso dal flagello. Da addormentato, poteva sentire i
muscoli intorpidirsi, la sua carne farsi debole ed il tremore delle febbri che
scuoteva ogni sua estremità. Tra il delirio e i sudori dell’incubo fu capace
persino di udire il sinistro gorgoglio che producevano i suoi organi al
decomporsi, mentre il sangue e i fluidi corporali andavano tingendosi
dell’oscuro colore della morte. Al risveglio, agitato e inorridito
dalle visioni notturne, prese la ferma decisione di dichiarar guerra alla
peste. Per suo ordine, nessuna nave poteva attraccare nei porti sardi e in
tutta l’isola furono introdotte misure igieniche e di confinamento. Misure
che al vicerè a poco servirono, poiché le cronache di quell’anno di quattro
secoli fa hanno lasciato registro di uno dei maggiori disastri virali che colpì
le città del Mediterraneo.
Come il barone di Saint-Remy, possediamo un intero immaginario di fantasia
su epidemie e virus che potrebbero porre fine alla nostra esistenza e al mondo
intero. Come lui, abbiamo sognato ogni tipo di patologia capace di decomporre i
nostri fluidi ed organismi. Allo stesso modo del vicerè sardo, ci siamo
svegliati inquieti ed agitati, afflitti da timori che sembravano lontani. Ma quando
abbiamo voluto accorgercene, la peste stava già bussando al nostro uscio.
QUEL CONTAGIOSO DELIRIO
María Galindo afferma che è la
paura del contagio a definire l’essenza del virus che ci assedia. In
questi ultimi mesi abbiamo assistito, dai nostri schermi, allo spettacolo, al
racconto del propagarsi di una contaminazione presentata come
inevitabile. Quello che sembrava un romanzo post-apocalittico,
ambientato a Wuhan, ha cominciato a estendersi come una rete viscosa ed
ingestibile. La pandemia ha iniziato a materializzarsi, a
territorializzarsi, a prender forma attraverso cifre, guanti, mascherine e
isolamento. Il carattere spettrale ed irreale di un virus che sembrava
esistere solamente in rete o nell’immaterialità dell’informazione mediatica, si
è fatto carne nei nostri stessi corpi, nello spazio vitale minacciato dalla
contaminazione dei flussi dell’altro. “Quando in una città prende dimora
la peste – affermava Artaud – le forme
di vita normale crollano”, sono stravolte quotidianità ed abitudini,
l’ordine consueto scompare tanto rapidamente che neppure riusciamo
razionalmente ad assimilarlo. Così la paura si impadronisce di noi,
prende dimora in ogni nostra cellula, facendoci commettere atti assolutamente
incomprensibili. Come afferma U. Oslender, la paura crea spazio, prende
letteralmente posto, produce una cartografia concreta, riorganizza la vita
delle popolazioni generando confusione e sconcerto. In quest’incertezza il
timore attraversa pelle e tessuti, si insedia nei nostri organi, ci impedisce
di reagire e soffoca ogni ribellione possibile. La micropolitica della paura,
in forma di ceppi invisibili, si è messa a funzionare in maniera radicalmente
dissociativa e distruttiva di una intera comunità.
In soli pochi giorni lo spazio già di per sé biopolitico delle democrazie
liberali è diventato somatopolitico nel senso più
puro del termine: il corpo e la carne, il sudore ed i fluidi si sono trasformati
nel più chiaro bersaglio di questa “guerra” contro la diffusione del virus. Isolamento,
confinamento, compartimentalizzazione. Le barriere igieniche hanno attecchito
fin nel più intimo dei nostri organismi e spazi vitali. E tutto ciò che con
l’altro comunica e all’altro ci unisce, che sia materiale come somatico, impuro
come erotico, è stato investito dal paralizzante timore di un possibile
contagio. Se c’è qualcosa in grado di definire il COVID-19 è la sua
potenzialità di trasformarci in abietti. Ed il solo ordine che ci viene
trasmesso, come imperativo morale da rispettare senza messa in discussione
alcuna, è la supposta responsabilità di farci carico della nostra abiezione:
se qualcosa di comunitario emerge da questa crisi può solo rivelarsi anticomunitario,
nel senso che per definizione mina e frammenta ogni possibile spazio
comune. Ci viene imposto come un ethos, come l’azione
morale più sublime, proprio ciò che contraddice ogni etica, respingere,
allontanare ed espellere l’altro dal nostro spazio più intimo. Interiorizzare
la nostra potenzialità di contagio. Ritirarci dal mondo.
Confinarci tra le pareti della nostra individualità. Il tatto, l’anonimo
sfiorare, persino le carezze sono diventate un atto di puro egoismo e
sedizione.
NOLI ME TANGERE
“Corpus del tatto: sfiorare, rasentare, premere, conficcare, serrare,
lisciare, grattare, strofinare, accarezzare, palpare, tastare, plasmare,
massaggiare, abbracciare, stringere, battere, pizzicare, mordere, succhiare,
bagnare, tenere, lasciare, leccare, scuotere, cullare, dondolare, portare,
pesare” (Nancy, 2003).
Se è ben noto che il linguaggio crea mondo, è nel tatto, nello
stesso atto del toccare che avviene la comunità. Per questo, secondo
il filosofo francese Jean-Luc Nancy, nel tatto troviamo la stessa origine di
ciò che definisce una “singolarità plurale”: tocchiamo, veniamo toccati,
sfioriamo l’altro, siamo commossi da un corpo che non è il nostro. La
nostra singolare individualità, se sfiorata appena, con un semplice avvicinarsi
dell’altro diviene plurale, all’incontro con gli altri si apre, si
frammenta in pezzi e comprende l’impossibilità di sopravvivere nella crisalide
dell’io. Siamo in questo breve incontro della tua pelle
con la mia. Se qualcosa di simile ad una comunità può esistere è precisamente
lì dove avviene lo iato, dove la separazione del mio corpo dal tuo si spezza,
interrompendo l’illusione di un sé stesso autonomo ed alieno al mondo. Il
tatto non è altro che l’apertura e l’accoglienza dell’altro, di una qualche
ospitalità (ti accolgo, ti accarezzo, ti abbraccio e lascio che il tuo
corpo si avvicini al mio). Anche, ovviamente, dell’ostilità quando
questo tatto, questo gesto non è richiesto. “Non posso aver rapporto
con me stesso – afferma Derrida -, con il mio ‘presso di me (chez moi)’,
se non nella misura in cui l’irruzione dell’altro ha preceduto la mia
propria ipseità”. Perché l’altro sempre fa
irruzione, in modi insperati ed imprevisti come il desiderio o l’amore, che ci
invadono e ci attraversano, anche quando non lo vorremmo.
In questa ospitalità-ostilità originaria della pelle, dell’incontro con
l’altro, Derrida ripone la possibilità dell’etica e, quindi, la condizione di
ciò che è politico. Anche Butler fa appello all’ontologia
politica della fragilità su due livelli: da un lato, questa fragilità che ci
costituisce porta all’emergenza del soggetto e, come conseguenza di tale
emergenza, si produce l’inserimento di tale soggetto in una comunità
politica. Siamo ontologicamente vulnerabili, fisicamente, emozionalmente ed
affettivamente precari. All’altro siamo destinati. E solo in quanto esseri
devoti agli altri è possibile creare comunità. Quale mondo sorge allora
là dove l’incontro con l’altro viene negato e rotto il vincolo fisico che agli
altri ci lega? Quale vita politica può emergere rinchiusa tra le
pareti di casa, confinata nella più assoluta solitudine? Esiste forse vita
nella disaffezione, nel distacco e nella distanza dagli esseri che amiamo? Come
continuare a costruire un possibile “noi” quando nemmeno possiamo sfiorare,
neppur lievemente con la punta delle dita, amici, amanti, familiari o
sconosciuti? Cosa nascerà da questo mondo silenziato, racchiuso nel suo
bozzolo come una larva, in cui l’unico contatto concessoci è quello virtuale
attraverso schermi, telefoni cellulari e dispositivi tecnologici? Quando
qualsiasi superficie materiale, dalla pelle al carrello del supermercato,
possono considerarsi vere e proprie armi di diffusione della malattia.
Profondamente indifesi ed esposti al virus, abbiamo optato per l’accettazione
ed assunto che l’unica possibilità di sopravvivenza è la violazione dei nostri
affetti, corpi e desideri. Allontanarmi da te. Separarti da me. Dunque ognuno
di noi porta il germe letale, che ci ha tramutato in minacciosi e sospettosi
nemici.
Toccare viene dal latino “tangere”, curiosamente la stessa
radice appare nel verbo “contaminare”: con-tangere, nel quale si
intuisce la continuità spaziale con un tatto impuro, torbido e corrotto, che
tutto cambia. Questo tatto viziato e patologico minaccia di estendere la contaminazione
totale ad ogni nostro spazio. E la cosa peggiore è che siamo proprio noi a
portarlo, in noi può trovarsi latente anche senza che ne possediamo i sintomi
delatori. L’ordine d’isolamento sociale è stato interiorizzato a
livello globale senza messa in discussione alcuna. Sommessi ed obbedienti ci
siamo conformati all’imperativo di rimanercene reclusi, serrati tra le nostre
pareti. Abbandonando luoghi di lavoro, di ozio, amici ed esseri
amati. Lo spazio pubblico è rimasto letteralmente vuoto, svuotato di
noi, che siamo lì a contemplarlo spaventati da balconi, finestre e social
network. Addirittura iniziamo ad accettare, a normalizzare che
perderemo persone da cui non potremo congedarci. Persino la morte e il
dolore dovranno avvenire senza possibilità di tatto, di un ultimo contatto o
mano che accarezzi la nostra in un momento così cruciale (le immagini dei
camion militari nella città di Bergamo, carichi di feretri anonimi, di vite
impossibilitate al dolore, comportano che la vulnerabilità minaccia di
estendersi fin dentro la morte stessa).
Senza possibilità di critica, di dubbio, qualunque azione di ribellione o
resistenza all’isolamento sarà condannata non solo sul piano legale ma anche
sul piano etico. L’isolamento si è insediato nei discorsi politici, quotidiani e
sociali in modo profondamente omogeneo, senza crepe nè un barlume di
antagonismo. La paura del contagio è diventata il miglior strumento di
controllo e l’unica azione politica comunitaria che ci concediamo è il diritto
all’applauso, con la prudente e sospettosa distanza che ci separa dai nostri
vicini. Come può, quindi, nascere una comunità dall’intoccabile? Come
ri-significare questa separazione? Quali nuove forme dell’abitare, del
convivere dovremmo proporre e ripensare quando ci siamo autocondannati alla più
estrema solitudine? Quali tessuti comunitari potranno
sorgere ora che pandemia e vulnerabilità si sono letteralmente impossessate di
tutto ciò che è comune?
QUANDO IL MONDO RESTA MUTO
L’espansione globale del coronavirus è avvenuta con una rapidità
vertiginosa. In appena pochi giorni i suoi effetti sull’ordine sociale e
quotidiano delle nostre vite sono stati devastanti. Come appena
svegliati da un sogno inquietante, ci siamo scontrati con dispositivi
disciplinari tanto rigidi e severi, degni di uno stato d’eccezione
agambeniano. Ogni barriera diventa imprescindibile e necessaria a
frenare il contagio: frontiere chiuse, quarantena, cittadinanza segregata,
stato di allarme, militarizzazione e controllo di polizia nei nostri pubblici
spazi. I supermercati letteralmente saccheggiati, in una sorta di comportamento
mimetico che ha risvegliato in noi una vera accumulazione compulsiva,
nell’attesa di uno stato di guerra imminente. È sintomatico che uno dei
prodotti più richiesti sia stato la carta igienica, come fosse stata un’ironica
metafora in cui è emersa chiaramente l’idea di “salvarci il culo” da ciò che
incombe su di noi. I numeri di malati e deceduti crescono di giorno in
giorno, con i nostri servizi pubblici sovraccarichi, prosciugati dall’ultima
crisi economica, le cui nefaste conseguenze vediamo chiaramente in questa
situazione emergenziale.
Sono bastati pochi giorni perché il nostro mondo ammutolisse e noi ci
richiudessimo dentro le nostre crisalidi borghesi, per chi ha la fortuna di
possedere un rifugio, una casa in cui rintanarsi. Risuona in
questa crisi virale la frase che segnò una delle tante crisi del capitalismo:
“La società non esiste – annunciava la dama di ferro negli anni ’70 – esistono
solo gli individui e le loro famiglie”, iniettando in questo caso il virus del
più ferreo individualismo come unica possibilità per affrontare gli imprevisti.
Se un qualche insegnamento ci hanno lasciato le pratiche “predatorie e
cannibali”, nella definizione di Harvey, del capitalismo, e le ricorrenti crisi
economiche a cui con ancor più ricorrenza ci ha condotto il neoliberismo, è la
costante pulsione autodistruttiva di un sistema eminentemente predatorio e
necropolitico, la cui tendenza porta alla scomparsa dell’intera comunità: di
fronte alle sfide della peste, solo ci restano soluzioni individuali. Solo
singolarmente potrai aggirare il flagello. E qualunque “comune dimora” è
diventata un luogo tanto inospitale quanto pericoloso.
ABITABILITA’: ALLEANZE, COMUNI ORIZZONTI E RESISTENZE
Abitare, costruire mondi, è abitare-con: siamo in quanto ci
esponiamo all’altro; siamo in quanto lo accogliamo, ci prendiamo cura
dell’altro, all’altro diamo rifugio; ma anche quando lo respingiamo,
emarginiamo ed escludiamo, dando così consistenza alla nostra leggibilità
sociale; siamo-con l’altro, in una sorta di expeausition,
di contatto con l’altro. Non c’è attenzione che sia possibile, non
c’è casa immaginaria o immaginabile senza attenzione all’altro. Non esiste
più ethos di quello che nasce dalla nostra materialità, dal
nostro essere profondamente vulnerabili. Afferma Paco Vidarte che l’unica etica
difendibile “è quella che nasce dalle strade, dai gommoni, dalle barricate,
dalle piazze, dall’oppressione, da delle chiappe nude”. È lì, agli angoli e sui
marciapiedi, nei vicoli e nei bassifondi, negli spazi pubblici che occupiamo e
costruiamo insieme là dove c’è possibilità di articolare e costruire una dimora
abitabile, dove può sorgere un tessuto comunitario tanto critico e demolitore
quanto amoroso e accogliente. Non è possibile affermare la vita e la
sua tutela a partire da una soluzione egoista, gestita all’interno della nostra
vita privata. L’appello ad una solidarietà egocentrica e autonoma, nata nei
salotti di case chiuse al mondo esterno, suppone non soltanto una chimera
propria di un immaginario liberale che ha creduto di sostenere lo sviluppo
della società nell’individuo singolo, ma anche una legittimazione delle sue
pratiche espropriatrici ed escludenti.
Come nel sogno del barone di Saint-Remy, non è stato l’annuncio
della peste a svegliarci, quando siamo riusciti ad aprire gli occhi la peste
c’era già da tempo. È troppo che conviviamo con il virus e i suoi
dispositivi di frammentazione, di dissoluzione del sociale. Anestetizzati ed
atomizzati, assorbiti da questa comunità dell’intangibile, in cui la pelle, il
corpo e gli odori dell’altro ci risultano ogni giorno più alieni. Il virus ci è
servito da mero amplificatore di ciò che già sapevamo: abitiamo una
casa attraversata da necropolitiche di espropriazione della vita, da
frammentazioni di classe, razza e genere prodotte da un sistema basato su
misure estrattiviste dei corpi, della terra e di tutto ciò che è in comune. Da
troppo tempo l’Europa, questa Europa oggi confinata, ha deciso di chiudersi
al mondo, di volgere le spalle a miseria e precarietà, di trasformarsi in
un interno climatizzato, un bunker adatto solamente a pochi. Fuori dai
suoi confini, la vita e la morte si giocano ad ogni frontiera, recinzione e
muro divisorio.
Nel suo bellissimo testo sul teatro e la peste, Artaud sosteneva
che ogni flagello “è una crisi che si risolve con la morte o con la guarigione”.
Esiste in ogni epidemia qualcosa di simile ad una “fisionomia spirituale” che
fa vacillare il mondo, lo riconfigura, lo fa ripensare da altre alternative
vitali. Per questo, secondo Artaud, la peste “impone un’attitudine eroica e
difficile alla comunità”, di fronte alla quale non sempre siamo all’altezza di
ciò che ci accade. L’attuale situazione ci pone di fronte all’urgenza di
pensare e riconfigurare altri possibili mondi, un’altra dimora meno inospitale,
meno precaria ed ostile per tante vite deglutite dal sistema. Saremo
mai capaci di ripensare nuove soluzioni? Potremo riconfigurare altri
spazi e abitazioni comuni dopo il terremoto? Avremo il coraggio di
uscire dalle nostre crisalidi egoiste, dai nostri accoglienti salotti
climatizzati e dalle nostre case adatte al confinamento? Non possiamo
annunciare né anticipare il futuro, diceva Derrida, esso può
presentarsi nella forma del pericolo più assoluto, anche in forma mostruosa.
Però possiamo certamente chiamarci a ripensare il nostro presente,
assumendo l’urgenza di risignificare e costruire una dimora comune partendo da
progetti collettivi che siano realmente democratici, egualitari e
rivoluzionari.
Traduzione per Comune-info: Leonora Marzullo
Carolina Meloni González insegna Etica e Pensiero Politico nella
Facoltà di Scienze Sociali e Comunicazione dell’Università Europea di Madrid.
La sua ricerca è indirizzata soprattutto verso la filosofia politica
contemporanea, il pensiero femminista, l’etica e la teoria critica della
comunicazione. Ha tenuto corsi e docenze anche in università francesi e
argentine scrivendo molti saggi su riviste specializzate. Tra i suoi
libri: Las fronteras del feminismo. Teorías nómadas, mestizas y
postmodernas, Editorial Fundamentos (2012). Con J. M. Bayón, F. e González
Garcia (2015), Repensando la ciudad desde el ocio. Universidad de
Deusto, Bilbao (2015). Con Julio Díaz Galán, Abecedario zombi. La noche
del capitalismo viviente, Editorial El Salmón Contracorriente, Madrid (2017).
Il film-documentario “La Noche del Mundo”, nato da una sua idea originale e di
cui ha diretto la produzione, ha ricevuto 8 candidature per il Premio Goya 2019
dell’Accademia delle Arti e Scienze Cinematografiche di Spagna. Transterradas El exilio infantil y
juvenil como lugar de memoria di Gonzalez De Oleaga Marisa / Meloni Gonzalez Carolina /
Saiegh Dorin Carola è uscito nel 2019 per la Editorial Tren en Movimiento di
Buenos Aires.
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