giovedì 9 aprile 2020

Deforestazione e diffusione di nuovi patogeni - Martina Borghi



Anche noi esseri umani siamo parte della natura. Ce lo dimentichiamo spesso – del resto alcuni definiscono quest’epoca “Antropocene”, l’epoca geologica che caratterizza la Terra modellata dall’uomo – ma è così. 
Nonostante il ruolo fondamentale della biodiversità nella conservazione della vita sul Pianeta, il prevalere degli interessi economici ha portato a uno sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, con conseguenze molto più complesse, e serie, di quelle che potremmo immaginare.
Decenni di deforestazione, e di commercio legale e illegale di animali selvatici, stanno provocando un’allarmante perdita di habitat e di specie. Ciò incrementa le zoonosi, cioè malattie che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo attraverso prodotti animali contaminati o particelle disperse nell’aria.
Le zoonosi potenzialmente si diffondono ovunque gli animali selvatici entrano in contatto con l’uomo e gli animali domestici. Pertanto, le aree in cui si verifica deforestazione e in cui varie specie di animali selvatici – che agiscono come reservoirs – vengono a contatto con la specie umana sono un potenziale hotspot di diffusione di virus e malattie
Insomma, la distruzione di habitat e di biodiversità provocata dalle attività umane, i cambiamenti di uso del suolo e la creazione di habitat artificiali poveri di natura ma con un’alta densità umana, rompono gli equilibri ecologici e facilitano la diffusione di patogeni.
Quindi, sebbene le cause della pandemia di COVID19, determinata dal coronavirus (o SARS-CoV-2), non siano ancora chiare, possiamo dire con certezza che in passato la diffusione di altre zoonosi è stata legata – almeno in parte – al nostro impatto sugli ecosistemi naturali.  Si pensi ad esempio a malattie come il Nipah, la rabbia, la SARS, la MERS, la febbre gialla, la dengue, Ebola, Chikungunya… ma anche all’insorgenza di possibili nuovi patogeni nel futuro. 
Cosa fare quindi? Senza dimenticare i doveri e le responsabilità di governi e multinazionali, anche noi nel nostro piccolo dobbiamo agire con urgenza e determinazione per proteggere le foreste. Possiamo farlo iniziando ad apportare dei cambiamenti nelle nostre abitudini, compresa la nostra dieta.
Sì, anche quel che mangiamo gioca un ruolo fondamentale in questo caso. Mi riferisco soprattutto al fatto che circa l’80% della deforestazione globale è causata dalla produzione agricola. L’agricoltura industriale, infatti, si è espansa in tutto il Pianeta a un ritmo serratissimo, divorando le foreste e altre aree naturali per lasciare spazio alla produzione indiscriminata di materie prime agricole (soiaolio di palmacacao) e carne a basso costo. 
Il senso di frustrazione che stiamo provando in questi giorni, chiusi nelle nostre case, ci può far sentire impotenti. Eppure, possiamo già iniziare a fare qualcosa: consumare meno carne e preferire pasti ricchi di verdure e di proteine di origine vegetale. 
Qualche giorno fa, lo scrittore Gianrico Carofiglio, riflettendo su ciò che il ritiro forzato di questo periodo ci sta insegnando, ha detto che “la paura è la maestra che ci insegna a cambiare le cose” e che “imparare è il rimedio per tutti noi”. Proviamo allora a imparare ad amare di più il nostro Pianeta e noi stessi, partendo dalle nostre abitudini quotidiane, perché mantenere la nostra casa in salute aiuta a mantenerci in salute. Proteggiamo le foreste e – ora più che mai – impariamo dalla loro pazienza “ostinata, instancabile, continua, come la vita stessa” (Il richiamo della foresta, Jack London).

P.s.: Alcuni colossi delle energie fossili vorrebbero farci credere che ci si può prendere cura delle foreste e del clima creando piantagioni a uso commerciale. Ovviamente non è così. Vuoi saperne di più? Leggi qui.


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