venerdì 11 ottobre 2019

Il modello Porto - Ivan Carvalho




Per più di una generazione, la città di Porto si è trovata alle prese con il gravissimo problema del declino demografico. Dopo la chiusura del suo porto marittimo principale, l’industria si è trasferita altrove o è entrata in crisi, mentre le società finanziarie hanno levato le tende per spostarsi nella capitale Lisbona, e la città ha registrato la perdita di 100.000 dei 330.000 abitanti che aveva alla fine degli anni Settanta, in coincidenza con il trasferimento di ampi settori della classe media nelle zone suburbane.
Mentre l’edilizia di proprietà municipale cadeva a pezzi per l’incuria, le fasce di popolazione meno abbienti furono incoraggiate ad abbandonare le case fatiscenti per trasferirsi in deprimenti casermoni in stile sovietico costruiti alla periferia della città. Nonostante le numerose attrattive, le piccole strade medievali in acciottolato, le chiese barocche e l’architettura neoclassica in granito, il centro storico, che, tra l’altro, è stato dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, presenta ovunque edifici in stato di grave abbandono. Per molti la colpa è da attribuire alle leggi sulla regolamentazione degli affitti approvata negli anni Venti del Novecento, che ha complicato le procedure di sfratto, facendo sì che i proprietari degli immobili non ricavassero una rendita sufficiente a provvedere alla manutenzione e alle migliorie necessarie.
Al volgere del nuovo millennio, la zona del centro era ormai priva della benché minima linfa vitale. Nel 2001, però, la città riprese a nutrire almeno un filo di speranza quando fu nominata Capitale europea della cultura, riconoscimento che favorì l’afflusso di investimenti di vitale importanza da parte dell’Unione europea. Anche l’aeroporto attraversò una notevole trasformazione, con un nuovo terminal inaugurato nel 2006. Di lì a poco, sono arrivate anche le compagnie aeree low cost, con Ryanair che nel 2009 ha inaugurato a Porto il suo quartier generale, non appena si sono manifestati i primi segnali della vera e propria ondata di turismo di massa che avrebbe investito la città. E nel 2012 sono state apportate modifiche alle leggi sugli affitti per rivedere i valori locativi, le compensazioni e le condizioni a cui i proprietari possono rescindere il contratto di locazione.
«Sono eventi che hanno contribuito a trasformare la nostra città», dice Filipe Prata, quarantatré anni, nato a Porto e attivo nel settore della moda, che ha scelto di tornare nel centro storico. «Sono stati ristrutturati teatri e musei, hanno rifatto le strade, piantato alberi», osserva Prata, indicando gli esempi  offerti dalla rua das Flores che scende in direzione del fiume. Da sopra i negozi, i bar e i ristoranti che hanno aperto a ritmo costante negli ultimi anni per accogliere i turisti sempre più numerosi – il francese è una lingua che si sente parlare spesso, per la strada – arrivano i rumori degli operai impegnati a martellare e trapanare per ristrutturare appartamenti destinati a portoghesi e stranieri. E il fatto che nell’ultimo decennio la città abbia vinto per ben tre volte il titolo di “Migliore destinazione europea”, assegnato da un’organizzazione del turismo dell’Unione, non ha certo guastato.
«Ora anche i giovani vogliono vivere in città», spiega Prata, «conosco tantissime persone della mia generazione che stanno comprando casa e aprendo negozi di design, piccole imprese, gallerie. La gentrificazione si sta estendendo all’intero centro cittadino». I numeri confermano le considerazioni di Prata: il 2017 è stato l’anno in cui la popolazione della città (giunta ora a quota 214.000 unità) ha fatto registrare un aumento per la prima volta dopo quarant’anni.

Il sindaco di Porto, Rui Moreira, eletto per la prima volta nel 2013, un anno dopo la modifica delle leggi sugli affitti, ha sicuramente avuto molto da fare per trovare un complicato equilibrio fra promozione della rinascita urbana e i necessari limiti alla gentrification. Nelle interviste, Moreira ha spesso ribadito di non essere contrario alla gentrification in sé, sostenendo però la necessità di qualche limitazione, per non rischiare di compromettere il carattere di questa città ricca di storia, già snodo di commerci globali, alimentati dall’espansione marittima del Portogallo ai tempi della scoperta dell’America, e poi dal commercio del vino locale, l’elisir ambrato lasciato a invecchiare nelle numerose cantine che punteggiano la riva sud del Douro, che ha tuttora una grande importanza economica e culturale.
Se in passato gli edifici di proprietà pubblica venivano venduti a investitori privati per alimentare il boom immobiliare, che incoraggiava sempre più persone, soprattutto giovani, a comprare appartamenti e ad aprire locali, il comune, durante il mandato di Moreira, si è posto l’obiettivo di ristrutturare o recuperare le case popolari per evitare che i residenti più poveri venissero espulsi dal centro cittadino a causa dei prezzi troppo alti: in alcune parti della città, la giunta municipale ha la possibilità di intervenire nelle transazione immobiliari qualora si tratti della compravendita di vecchi edifici del centro storico. Nel 2014 le autorità municipali, su impulso di Moreira, si sono impegnate a ristrutturare 500 appartamenti da destinare a ex inquilini delle case popolari. Questa politica è proseguita negli anni successivi, e Moreira, attualmente al secondo mandato come sindaco, ha di recente annunciato la costruzione di 400 appartamenti, per un investimento complessivo di 50 milioni di euro, riqualificando una vecchia caserma dismessa.

Da quando è entrato in politica come outsider, nel 2013, Moreira ha suscitato un notevole interesse nei media, essendo il primo candidato indipendente eletto sindaco in una grande città europea. Gli si attribuisce spesso una frase significativa: «La città di Porto è il mio partito politico». Erede di una delle famiglie più ricche della città, Moreira ha studiato all’estero, ha diretto l’azienda di famiglia (spedizioni marittime) e ha poi investito in varie attività, da un frequentatissimo locale notturno alla distribuzione vinicola. Ha deciso di candidarsi a sindaco come indipendente su sollecitazione di un gruppo informale di importanti personalità locali, tra cui imprenditori ed ex uomini politici.
Il sindaco ha più volte dichiarato di approvare il programma di austerità presentato dal precedente governo nazionale di centro-destra (giugno 2011 – novembre 2015), presieduto dal primo ministro Pedro Passos Coelho, per riordinare le finanze pubbliche, ma ha anche sostenuto che i tagli di spesa e gli aumenti delle tasse erano spesso attuati alla cieca, senza criterio: tutti i funzionari pubblici, ad esempio, si sono visti abbassare lo stipendio indipendentemente dalla loro efficienza.

Il fatto di non essere affiliato ad alcun partito ha consentito al sessantaduenne di esprimersi con maggiore libertà, di concentrarsi sui bisogni della città e di ritagliarsi una certa autonomia dagli ordini di Lisbona, dove i principali partiti hanno i loro centri nevralgici. Con un settore immobiliare che è stato un importante volano per il recupero economico del Paese, dopo la crisi debitoria del 2011-14, e che a Porto, negli ultimi anni, ha visto un aumento (annuo) in doppia cifra dei prezzi delle case, Moreira ha cercato di gestire con cura i pregi e i difetti della gentrificazione. Oltre a questo, gruppi proprietari di alberghi di lusso, guidati dalla portoghese Pestana, hanno inaugurato sontuosi hotel all’interno di edifici storici che conferiscono alla città un’atmosfera cosmopolita: il gioiello, a questo riguardo, è l’albergo con ottantanove stanze aperto l’anno scorso, nel palazzo A Brasileira, sede di uno storico caffè art nouveau che all’esterno si fregia di una collezione di sedie Gonçalo, un modello molto popolare nelle piazze di tutto il Paese.
La cultura, che per Moreira è «il cemento della società», è stata una delle chiavi fondamentali per la promozione della coesione sociale. In questo quadro si inseriscono gli eventi annuali con mostre d’arte itineranti, performance di strada, un cinema gonfiabile e spettacoli circensi. Insieme a storiche istituzioni culturali quali la Casa de Música e la Fondazione Serralves, il museo di arte contemporanea più importante del Portogallo, le autorità locali stanno lavorando alla trasformazione di un macello abbandonato in un  ambizioso centro culturale progettato da Kengo Kuma che ospiterà gallerie e una biblioteca e avrà un tetto ondulato e rivestito di tegole di ceramica rosse che si richiama allo stile architettonico locale.

A complemento degli sforzi del settore pubblico per creare una città vivibile, i cittadini contribuiscono alla rinascita economica. «Siamo sempre stati un po’ più intraprendenti, qui al nord, e per creare opportunità guardiamo anche al di là dei confini nazionali», afferma Pedro Araújo, che a Porto abita e possiede la cantina Quinta do Ameal. «Il governo centrale assegna l’80 per cento degli appalti pubblici per beni e servizi a imprese della capitale o dei suoi immediati dintorni, perciò non ci aspettiamo granché da quella fonte», aggiunge Araújo, i cui vini, prodotti esclusivamente con il vitigno Loureiro, vengono serviti a Londra, New York e Stoccolma nei ristoranti della guida Michelin.
Prata, invece, dirige LaGofra, impresa da lui fondata nel 2012, al culmine della crisi economica. Ha trasformato una sartoria, che la famiglia gestiva da tre generazioni, in un marchio di moda, Daily Day, e ora fornisce anche capi per marchi celebri come Max Mara e per stilisti come Henrik Vibskov. «A Lisbona è più facile incontrare dirigenti o dipendenti di grandi aziende nazionali o multinazionali; a Porto è più facile imbattersi in proprietari di piccole imprese. È una cosa radicata nella nostra cultura. Qui al nord, in passato, non avevamo i latifondi. Al contrario, ognuno possedeva e coltivava il proprio piccolo appezzamento di terra. E questo modello è tuttora presente. A Porto ognuno vuole essere padrone di se stesso».
Prata è da poco rientrato da un viaggio in Italia dove ha assistito alle sfilate invernali di Pitti Uomo e ha visto in passerella una collezione di nuove firme portoghesi al loro debutto. Alcune delle aziende rappresentate hanno sede nell’area di Porto, tra cui Ideal & Co (borse) e Poente (occhiali). Prata spera di portare in passerella una sua collezione personale nel prossimo giugno a Pitti. Se si esaminano i numeri, dovrebbe andare bene. L’industria tessile e dell’abbigliamento portoghese, con un fatturato di circa 5,3 miliardi di euro all’anno, ha fatto registrare esportazioni record: l’anno scorso gli ordini dalla sola Italia hanno toccato i 330 milioni di euro, con un clamoroso aumento del 35 per cento.
Invece di usare la crisi economica come una scusa, molte aziende di Porto e dintorni, in settori che vanno dall’arredamento alle calzature, l’hanno sfruttata come un’opportunità, creando propri marchi oltre a operare in outsourcing per numerosi marchi europei e nordamericani. La compagnia di bandiera TAP dà il suo contributo aumentando il numero dei voli per destinazioni come New York, Monaco di Baviera e Milano, dove le aziende possono presentare i rispettivi prodotti in occasione di importanti fiere di settore. «Siamo pronti a uscire dall’ombra», dice l’architetto Emanuel de Sousa, che gestisce con la sorella Patricia Rosa Et Al, un boutique hotel con bar aperto tutto il giorno e negozi di abbigliamento multibrand. «A differenza di Lisbona, il turismo
per Porto è ancora un fenomeno relativamente nuovo. Qui, però, vogliamo conservare il carattere particolare dei quartieri, con la loro varietà di architetture, le facciate di stupende maioliche (gli azulejos) e la prevalenza delle attività commerciali indipendenti. Questa è una cosa inestimabile». Il sindaco Moreira sarebbe senz’altro d’accordo.

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