mercoledì 16 ottobre 2019

La svolta etica del capitalismo – Paolo Cacciari



Propongo un gioco. Indovinate chi ha scritto queste parole: “Sono, i nostri, tempi difficili e controversi. Di crisi di meccanismi e modelli di produzione e consumo. E di necessità di un vero e proprio ‘cambio di paradigma’. L’orizzonte di riferimento è appunto la sostenibilità ambientale e sociale: green economy e solidarietà, cura attenta per l’ambiente e rispetto delle persone”. Non Greta Thumberg, non papa Francesco, nemmeno Legambiente. Ma il vicepresidente della Confindustria lombarda, Antonio Calabrò, su Buonenotizie del Corriere della Sera di martedì 8 ottobre. È partita la grande rincorsa agli adolescenti di Fridey For Future. Come è sempre accaduto, il sistema dominante prima nega, poi reprime, infine tenta di sussumere le contraddizioni che genera.
Guardate le paginate di pubblicità dell’Eni: volti di ragazze sorridenti e “Bioeconomia ai primi posti”. Non c’è banca che non proponga ai risparmiatori fondi etici garantiti. La Nestlè ha da tempo una linea di cioccolato e caffè equo e solidale. Il bio è diventato industriale e lo trovate sugli scaffali dei peggiori supermercati. Lo storico marchio Fair Trade è distribuito da Amazon. La Amministratrice Delegata di Coop Italia, Maura Latini, racconta ad Affari e Finanza di Repubblica il “rinnovato posizionamento del modello comunicativo” della sua azienda. Scrive il giornale (titolo a pag.39: “Dialoghiamo con i giovani su valori, etica e ambiente”, lunedì 7 ottobre): “Una sfida ambiziosa: perché si rivolge principalmente ai consumatori di domani, la Generazione Z. Un target di persone che vanno dai dieci ai venti anni che, oltre a chiedere cose importanti – in questo senso il messaggio di Greta è stato dirompente – ha già attuato dei cambiamenti radicali nei comportamenti”. La risposta della Coop è una serie di spot con lo slogan: “Una buona spesa può cambiare il mondo”. Se trovate qualche affinità con lo slogan “Vota con il portafoglio”, lanciato dall’economista Leonardo Becchetti della NeXt (Nuova economia per tutti), avete visto giusto.
In queste nuove grandi conglomerate che si battono per la green economy, l’economia circolare, il Green New Deal, ecc. (penso alla Alleanza per lo sviluppo sostenibile dell’ex ministro Enrico Giovannini, alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile di un altro ex ministro, Edo Ronchi, alla Symbola di Ermete Realacci che ministro non è riuscito a diventare) c’è di tutto: dalle associazioni ambientaliste, alla grande distribuzione organizzata, dalle grandi imprese alle Fondazioni bancarie. Nulla in comune con i vecchi movimenti del consumo critico e consapevole degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, protagonisti di campagne di boicottaggio, denuncia delle sofisticazioni alimentari, richiesta di etichette trasparenti, giornata del non acquisto, ecc.
Ma temo che la presunta “svolta etica del capitalismo” – come l’ha chiamata The Wall Street Journal – non sia solo una operazione di marketing. Pensano di poter cambiare cavallo in corsa. Scendere da quello “estrattivista” e salire su quello “immateriale”, etereo ed angelico, pulito e compassionevole, tecnologico e intelligente. Ovviamente: “senza rinunciare al benessere acquisito”, come ha detto Eddo Ronchi, presidente della Federazione per lo sviluppo sostenibile” (Cosera 27 settembre) illustrando un piano di trasferimento di investimenti in rinnovabili ed efficienza per 240 miliardi di nuovo valore aggiunto. Il green – insomma – conviene.
L’unica speranza è che le nuove generazioni non ci caschino. Tutte le versioni di “sviluppo sostenibile” fin qui conosciute (da quelle più soft della “crescita verde”, dell’“economia circolare” ed altre, a quelle più socialmente caratterizzate che oggi prendono il nome del Green New Deal) si basano sull’ipotesi di fondo del “decoupling” – la separazione della curva dell’aumento del Pil dalla curva delle pressioni ambientali. Vale a dire, sulla possibilità di continuare a perseguire un aumento della crescita economica e, contestualmente, ottenere una diminuzione degli impatti antropogenici sui cicli naturali, sul “consumo di natura”. Peccato che tale ipotesi, in un contesto economico di tipo capitalistico, non abbia mai funzionato e non possa mai funzionare. Ad affermarlo – da ultimo – è una fonte non sospetta, l’European Environmental Bureau (composto da 143 organizzazioni di trenta paesi) con il rapporto Decoupling Debunked. Evidence and arguments against green growth as sole strategy for sustainability, luglio 2019. Vale la pena leggerlo.

Nessun commento:

Posta un commento