mercoledì 9 ottobre 2019

Bioplastiche, packaging sostenibile, carta: tutte le FALSE alternative alla plastica - Elvira Jiménez




L’inquinamento da plastica è una delle minacce ambientali più gravi dei nostri tempi e non è solo la crescente quantità di plastica che finisce in mare a preoccupare, ma anche il legame tra la produzione di plastica e i cambiamenti climatici. La plastica d’altra parte deriva da fonti fossili come il petrolio e gli impatti ambientali collegati alla sua produzione e smaltimento sono rilevanti: le stime indicano che entro la fine del 2019 la produzione e l’incenerimento dei rifiuti in plastica sarà responsabile di una quantità di emissioni di anidride carbonica pari a quello di 189 centrali elettriche a carbone. In un simile scenario le preoccupazioni crescenti da parte dei consumatori in tutto il mondo hanno iniziato a produrre i primi effetti: sempre più produttori e rivenditori di beni di largo consumo promuovono i propri prodotti come sostenibili, e non è raro trovare sulle etichette frasi come “Packaging sostenibile in carta”, “Plastica biodegradabile”, “100% riciclabile”. Ma cosa significano veramente questi slogan? Sono davvero la soluzione efficace alla crisi dell’inquinamento da plastica?

Guardiamo nel dettaglio quali sono le soluzioni proposte finora dalle grandi multinazionali:

  1. LA CARTA. La carta sembra una soluzione eco-friendly e nella nostra percezione è vista come un materiale con minor impatto ambientale, oltre ad essere una “soluzione” piuttosto semplice da adottare per le multinazionali. Eppure, se consideriamo che la carta deriva dal legno e le foreste sono ecosistemi con un’elevata biodiversità, di fondamentale importanza nella lotta al cambiamento climatico, non è difficile rendersi conto che una sostituzione degli imballaggi in plastica con quelli in carta finirà per avere un impatto gravissimo sulle foreste, sulla biodiversità e sul clima del Pianeta.
  2. LA PLASTICA BIODEGRADABILE. Il ricorso alla plastica biodegradabile rappresenta un’altra “soluzione” attorno alla quale si è creata molta confusione. Con il termine bioplastiche ci si riferisce alla plastica di origine rinnovabile, che può essere biodegradabile e/o compostabile. I due termini in realtà non sono la stessa cosa, spesso le bioplastiche sono costituite in gran parte plastica tradizionale di origine fossile e sono biodegradabili solo in ambienti controllati con particolari condizioni di temperatura ed umidità che raramente si trovano in natura, mentre sono compostabili solo in specifici impianti industriali. In mancanza di tali impianti (il che è ancora molto comune) la plastica, che sia biodegradabile o compostabile finisce per essere smaltita in discarica, bruciata o dispersa nell’ambiente, provocando gli stessi impatti della plastica tradizionale. Inoltre la maggior parte della plastica a base biologica proviene da colture agricole che, oltre a competere con la produzione di alimenti, cambiano l’uso del suolo e aumentano le emissioni di gas serra.
  3. PLASTICA RICICLABILE AL 100%. Sempre più di frequente, tra gli scaffali dei supermercati, ci imbattiamo in prodotti dagli imballaggi etichettati come riciclabili al 100%. È importante sottolineare che il fatto che un prodotto sia riciclabile non significa che sarà riciclato. Più del 90% di tutta la plastica mai prodotta non è mai stata riciclata. Il problema non è tanto la qualità del materiale usato per realizzare l’imballaggio, quanto la quantità che ne viene prodotta. I sistemi di riciclo non sono in grado di far fronte alla crescente massa di rifiuti che vengono prodotti. Perciò è più facile che la plastica finisca in discarica, bruciata o dispersa nell’ambiente che riciclata. Inoltre, la plastica non può essere riciclata all’infinito, questo a causa del fenomeno di downcycling: invece di essere utilizzata per nuovi imballaggi, viene riprocessata per prodotti di qualità inferiore non riciclabili. Inoltre, negli ultimi anni è cresciuta la quantità di packaging composto da diversi materiali (poliaccoppiati) difficili, se non impossibili, da riciclare. Se consideriamo poi che produrre plastica vergine spesso costa meno rispetto a quella riciclata, è facile rendersi conto che, anche se delle tipologie di plastiche sono tecnicamente riciclabili, non significa che saranno riciclate perché trovano difficile collocazione sul mercato. Anche per questo l’industria si sta muovendo verso nuove tecnologie come il riciclo chimico, i cui impatti sono preoccupanti perché impiegano sostanze chimiche pericolose, richiedono un uso intensivo di energia e infrastrutture costose e ancora poco efficienti.
Le aziende con queste strategie continuano a non risolvere il problema e si ostinano a non voler abbandonare un modello di business basato sull’usa e getta che fa guadagnare molto e costa poco (ma tanto al Pianeta). Si limitano a sostituire un materiale con un altro e ad investire in sistemi di riciclo sperimentali, potenzialmente pericolosi ed inquinanti, nonostante il riciclo si sia dimostrato finora una soluzione indubbiamente inadeguata.
Vi starete domandando “quale può essere allora la soluzione“?
Produrre meno rifiuti, specialmente rifiuti in plastica. Le previsioni ci dicono che la produzione di plastica aumenterà in maniera esponenziale nei prossimi anni, è quindi urgente che le aziende produttrici di beni di largo consumo (cibi, bevande, prodotti per la cura della persona e della casa) investano in modelli di consegna basati sul riuso, lo sfuso e la ricarica che non prevedano il ricorso ad imballaggi monouso. È necessario che le multinazionali si prendano un impegno con i consumatori, dichiarino obiettivi di riduzione chiari e piani concreti per raggiungerli, smettendo di sprecare le risorse limitate del nostro Pianeta.
da qui

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