sabato 10 agosto 2019

Acqua indiana - Miguel Martínez




Il mondo funziona così. Tutte le economie devono crescere sempre più velocemente e per sempre. Il modo migliore per crescere è avere ogni parte del mondo che si dedica a produrre qualcosa, e trasporti sempre più veloci ed efficienti che facciano girare le merci da un capo all’altro del pianeta.
Ebenezer Elliott, anno 1833:
Free trade and no favour is all that we ask!
Fair play, and the world for a stage!
Il risultato sarà sempre più benessere per tutti, cioè la possibilità di acquistare più merci:
“Then, hey, mechanics, for free trade,
And cheaper ale”
Adesso passiamo in India, che sta subendo in questo periodo una situazione che su La Stampa viene descritta così (su Comune ne avevamo parlato qui, Chennai senza acqua):
“CHENNAI. A rischiare la vita sono sempre i più poveri. Che si prendono gastrite o diarrea, costretti a bere acqua inquinata per non morire disidratati. Perché, quando non piove da 200 giorni, quando i salvifici acquazzoni monsonici non arrivano e i pozzi si svuotano, mentre laghi e paludi si prosciugano, se non hai i soldi per pagare l’autocisterna come fai?”
Il resto dell’articolo, come l’autocisterna, è a pagamento, per cui non so se l’autore abbia colto l’essenziale. Il problema non è semplicemente il fatto che non piove da duecento giorni. Per mettere al negativo un vecchio detto, il problema è che non piove, sull’asciutto.
Come sapete, l’India è un paese felice, che esporta in tutto il mondo, ed esporta soprattutto prodotti agricoli: dal 2000 al 2014, il PIL agricolo indiano è salito da 101 miliardi di dollari a 367, trasformandolo nel secondo paese produttore del mondo. L’India esporta soprattutto riso e cotone, che sono prodotti che consumano quantità immense di acqua.
L’agricoltura in India consuma il 90% dell’acqua disponibile; e una parte sempre crescente del prodotto agricolo viene esportata. Così, l’anno scorso, l’India ha esportato 95,4 miliardi di litri di acqua incorporati nei prodotti agricoli. Tutte le famiglie e le industrie dell’India hanno consumato appena un quarto di questa cifra, 25 miliardi di litri. Di conseguenza – ma si sapeva già da anni – la falda acquifera è scesa drammaticamente in tutta l’India, restando accessibile solo a quelle imprese che avevano i mezzi per scavare pozzi molto profondi con pompe a motore.
Vandana Shiva ci raccontava dei contadini senz’acqua del Punjab, che si lamentavano che il nome stesso della loro regione – panc âb – significa “cinque fiumi”. I piccoli contadini si sono trovati a gareggiare con i grandi latifondisti e con le multinazionali e quindi hanno contratto debiti che sono tra le principali cause della famosa ondata di suicidi tra gli agricoltori.
Una buona occasione per riflettere sulla solita differenza tra prezzi e costi. Aurangabad è una cittadina nel Maharashtra, che nel 2010 ha segnato un record mondiale: la consegna, in un unico blocco, di ben 150 Mercedes di lusso a un gruppo di imprenditori. Noi europei gli prendiamo l’acqua, agli indiani, ma almeno condividiamo con loro un po’ del nostro NOx. Ora, apprendiamo dal Hindustan Times, che lo stesso distrettoAurangabad ha vinto un altro record: quello nazionale per l’acquisto di autocisterne per portare acqua nei villaggi assetati. Almeno ai ricchi.

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