venerdì 16 agosto 2019

La povertà della povertà - Gustavo Esteva




Prima di tutto i poveri è lo slogan più popolare del nuovo governo (messicano, ndr). Rispecchia una posizione etica e politica molto apprezzata e riconosciuta, valida specialmente in circostanze come quelle attuali. Perfino il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, la fabbrica dei poveri che anche l’attuale presidente aveva denunziato, ha sottolineato da poco l’importanza di correggere il percorso del capitalismo, date le disuguaglianze sempre eccessive, anche se le percentuali della povertà si sono ridotte in tutto il mondo a partire dal 1980.
La povertà si presenta come una condizione che esiste realmente. Vi sono istituzioni che la misurano, accademici che dedicano la loro vita a studiarla e governi e istituzioni che si prefiggono di porvi termine, o almeno di ridurla. Viene associata a una serie di carenze: si definiscono poveri coloro a cui mancano certi beni o servizi.
La povertà, pertanto, è un puro confronto soggettivo che squalifica coloro che vivono al di sotto di un livello di vita definito arbitrariamente.
Per un certo tempo si è impiegato il livello delle entrate come modello:erano povere quelle persone e quelle nazioni  che non possedevano quello che veniva considerato il minimo accettabile. Il livello di riferimento è andato cambiando e oggi è collegato a un pacchetto di beni e servizi che si presume definisca la condizione minima di un cittadino normale. Chi non ha accesso ad essi verrà considerato povero.
Con le guerre contro la povertà, i governi hanno cercato di attenuare l’instabilità sociale e consolidare lo sviluppo capitalista.
Nell’epoca neoliberista, la Banca Mondiale progettò programmi che ‘individualizzarono’ i poveri, frammentando le loro comunità e le loro aggregazioni e trascinandoli nel consumo grazie a trasferimenti finanziari diretti che ampliarono i mercati interni. Questi programmi vennero adottati con entusiasmo sia da governi progressisti, come quello di Luiz Inácio Lulada Silva, sia da governi conservatori. Ma mai operarono contro i ricchi né contro la struttura della disuguaglianza.
In Messico vennero adottati fin dai tempi di Carlos Salinas [presidente del paese dal 1988/1994 – ndt], che usò parte delle risorse derivate dalle privatizzazioni in modo clientelare. Così vengono usate ancora oggi.
I cambiamenti introdotti dalla nuova amministrazione cercano di eliminare la corruzione nella concessione degli aiuti e promuovono ulteriormente il principio dell’individualizzazione dei trasferimenti,come nel noto caso dei locali di ritrovo. Questo può provocare, come ho già denunciato in queste pagine, “la repentina prosperità di bar e locali notturni dove si pratica la table dance
[letteralmente il ‘ballo sul tavolo’, esibizione spesso associata allo sfruttamento sessuale, ndt]
e la vendita massiccia di cellulari” [si veda l’articolo pubblicato dall’autore su La Jornada lo scorso 20 maggio – ndt].
Le guerre contro la povertà non hanno mai affrontato le radici di quello che promettono di fare e aggravano il problema invece di risolverlo. La situazione di miseria a cui condannano molte e molti, la povertà modernizzata in cui si trovano coloro che sono stati privati delle loro capacità di sostentamento autonomo, come molte altre situazioni insopportabili della nostra società, non sono castighi divini o disgrazie accidentali. Sono conseguenze inevitabili di un regime ingiusto e devastante.
La guerra deve essere condotta contro queste cose, non contro le vittime. Si deve inoltre combattere la complicità di coloro che si trovano sopra il livello di povertà e adottano un modello consumista insensato e di rapina, in cui si vogliono inserire anche i poveri.
Può avere un qualche senso trasformare alcuni miserabili in poveri; la loro situazione disperata non può continuare fino a quando si realizzino le trasformazioni necessarie. Però solo se fare questo è parte di una guerra contro il regime che genera tutti questi problemi, con piena coscienza delle sue deleterie implicazioni ecologiche e sociali.
Il nuovo governo tuttavia è ancora in tempo per correggere l’atroce dispositivo che ha ereditato e ha ampliato, perché stabilizza in forma individualizzata e dipendente una condizione umiliante e intollerabile che acuisce le disuguaglianze e le ingiustizie. Non può e non vuole schierarsi contro il capitalismo, come molti di noi vorrebbero. Però potrebbe almeno ascoltare la gente che gli sta urlando che non vuole  i suoi megaprogetti sviluppisti e che esige servizi pubblici migliori e aiuti, a livello di comunità e aggregazioni sociali, che tutelino la sussistenza autonoma.  L’eliminazione di appoggi clientelari e corrotti quali le intermediazioni manipolatrici non deve cancellare la relazione con soggetti collettivi reali.

Vi è saggezza e compassione nella ricchezza del linguaggio popolare che descrive la situazione di persone che si trovano di fronte a difficoltà particolari.
Nella lingua persiana, più di 30 parole definiscono coloro che oggi si trovano nella categoria oscurata dei poveri.
Per secoli, in Europa, essere poveri era una virtù; era l’opposto di “potenti”, più che di ricchi. Forse, di fronte all’attuale crisi del clima, della società e della cultura, la principale speranza è il recupero di questa virtù.
Mentre lottiamo per contrastare e dissolvere la distruzione continua che ci sovrasta, dobbiamo rinunciare radicalmente al consumismo atroce che ci fa complici di essa, combattendo coloro che la producono, siano governi o corporation.

(traduzione a cura di camminardomandando
Link all’originale su La Jornada  La pobreza de la pobreza)


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