martedì 3 luglio 2018

Il calciatore rimosso (e la merda scoperchiata) - Marco Acciari



La storia di Maurizio Montesi campione d’Italia primavera nel 1975-1976 e militante dell’estrema sinistra romana

Quello del calcio è un mondo chiuso e vendicativo, che se può te la fa pagare. Alcuni pagano più di altri, non solo con la damnatio memoriae, ma anche a causa delle pieghe che poi prende la vita. Maurizio Montesi è un centrocampista di quantità, minuto, ma con una resistenza fisica e atletica fuori dal comune. Cresce nelle giovanili della Lazio e nella stagione 1975/76 è campione d’Italia primavera, insieme ad Agostinelli, Di Chiara, Giordano, Manfredonia. Intanto, assoluta pecora nera, milita nell’estrema sinistra romana. Va ad Avellino, dove contribuisce da titolare alla promozione in A del 1978 e viene confermato per il campionato maggiore nella stagione successiva. Durante il campionato però esce una sua intervista a Lotta Continua, la prima di altre interviste ai giornali, in tutto saranno tre, che ne segneranno la carriera calcistica e la vita. In questa da una parte definisce la dirigenza collusa con la malavita e la accusa di gestire la società per ragioni clientelari, dall’altra chiama i tifosi “stronzi” perché soggiacciono a questo ed in più mentre sono pronti a mobilitarsi per la squadra non si curano per esempio dell’ospedale cittadino con pochi posti letto e popolato da scarafaggi.
Termina in qualche modo la stagione (ci sarà anche chi in curva proverà a portare uno striscione rosso con scritto “hasta Montesi siempre”) ma il rinnovo è fuori discussione. Lo riaccoglie la Lazio, in cui trova vecchi reduci dagli anni d’oro come Garlaschelli e il capitano e camerata Pino Wilson e suoi ex compagni di giovanili come l’altro camerata Manfredonia, Mauro Tassotti e Bruno Giordano. Sarà una stagione cruciale quella 1979/80, per Montesi, per la Lazio e per il calcio italiano. Intanto è fra i titolari, maglia numero otto nel derby del 28 ottobre 1979, quello della morte di Vincenzo Paparelli. Non ne vuole sapere di giocare la partita, i compagni alla fine lo convincono che il suo gesto isolato avrebbe poco valore e lo costringono a scendere in campo. Ma pochi giorni dopo ecco la seconda intervista pesante di Maurizio Montesi, questa volta a Panorama. Stavolta in un clima nervoso e in un momento in cui forse per la prima volta in Italia si puntano i riflettori (alla maniera della stampa italiana, of course) sul mondo delle curve, è il primo a rivelare i rapporti tra società e ultras, i pacchetti di biglietti gratuiti, i soldi per le trasferte, i favori. Alcune società e alcuni gruppi ultras, sappiamo ormai, ma al tempo la distinzione non viene fatta. In più torna a colpire i presidenti, colpevoli per lui di avere snaturato lo sport popolare per eccellenza, corrompendolo con lo show business, e sfruttandolo come macchina crea consenso. L’aria intorno a Montesi comincia a farsi pesante e arriviamo alla notte tra il cinque e il sei gennaio ottanta, a raccontarla le sue parole:
La sera del 5-1-1980, all’hotel Jolly di Milano, ci eravamo già ritirati in camera. Il mio compagno Avagliano dormiva o comunque sonnecchiava, e io guardavo un film alla televisione, quando si affacciò alla porta della camera Wilson e mi fece cenno di uscire fuori. Si svolse un breve colloquio in corridoio; Wilson innanzitutto fece un discorso generico sulla difficoltà della partita dell’indomani, sull’arbitraggio che si prevedeva favorevole al Milan e poi propose, poiché la nostra sconfitta era probabile, che la si favorisse e parlò di un compenso in denaro che per me doveva essere intorno ai 6-7.000.000 di lire. lo rimasi sconvolto. Era la prima volta che mi veniva fatta una proposta del genere. Dissi che non ci stavo e me ne tornai in camera; Wilson da parte sua disse che non se ne faceva niente. La mattina dopo, da cenni, sguardi e mezze parole di Wilson ebbi la sensazione che la decisione di falsare l’incontro non era stata affatto revocata. E decisi allora di non giocare.

Il suo non starci non è piaciuto agli altri, capitano in testa, forse si pensa di fargliela pagare. Fatto sta che si arriva a Cagliari-Lazio del 24 febbraio e un intervento di Bellini gli procura la frattura di tibia e perone. Nei giorni e nelle settimane successive in ospedale non si vedono compagni di squadra o dirigenti. Il 4 marzo Montesi riceve la visita di un giovane giornalista di un giovane giornale, Oliviero Beha della Repubblica, e a lui concede la terza intervista chiave della sua vita. Scoperchierà quello che mai si era visto in Italia e che passa alla storia come Calcioscommesse. Giocatori verranno arrestati in campo al termine delle partite, si arriverà a radiazioni, tra queste quella di Albertosi, retrocessioni, la Lazio ed il Milan, penalizzazioni, squalifiche. Nella squadra di Montesi Cacciatori, Wilson, Zucchini, Manfredonia e Giordano. Lui stesso sconterà quattro mesi di squalifica per omessa denuncia. Ripresosi dall’infortunio Montesi prova a rientrare e per descrivere questo tragitto di fine carriera prendiamo in prestito le parole di una pagina tra quelle che si occupano di Lazio:
Maurizio riceve continue minacce, va in giro scortato dai “compagni” del quartiere e da qualche amico che lo protegge quando gira per la città, ma quando scende in campo per gli allenamenti a Tor di Quinto è solo e dalle tribune gli piove addosso di tutto, con i tifosi che lo insultano attaccati alle reti urlandogli “infame, spia comunista”. Nella stagione 1980-1981, Montesi non mette mai piede in campo. Nelle due successive, colleziona solo 11 spezzoni di partita, poi si infortuna sempre alla gamba destra e quell’incidente mette la parola fine al suo matrimonio con la Lazio e alla sua carriera, perché il suo nome è finito sulla lista nera e nessuno in Italia gli fa più un contratto da calciatore.
Maurizio Montesi sparisce dal mondo del calcio, seppure ancora per un po’ figura nell’organico della S.S. Lazio come osservatore. Ricompare in realtà nel 1984 a Londra ma per tutt’altri motivi, lo arrestano per detenzione di stupefacenti. E poi dieci anni dopo a seguito di una vicenda del 1992, quando a largo di Fiumicino affonda una barca con a bordo tre tonnellate e mezza di hashish viene condannato per traffico internazionale di stupefacenti a quattro anni. Scontati i quali sparisce per davvero e la chiusa la affidiamo ancora a un pagina biancoceleste: “Scontata la pena, Maurizio Montesi esce dal carcere e di lui si perde ogni traccia. L’unica cosa certa è che ha lasciato l’Italia: secondo molti per trasferirsi in Francia, mentre altri sostengono che si sia trasferito in Asia e che ora viva in India. L’altra cosa altrettanto certa è che, nel mondo Lazio, nessuno o quasi in questi anni ha mai sofferto per l’uscita di scena del “compagno Montesi”.

(articolo tratto da Minuto Settantotto)

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