Come è noto
in questi tempi quasi ogni giorno si ha notizia di violenza nella scuola. La
cronaca ne è piena, con una particolare sottolineatura per quanto riguarda la
violenza di ragazzi nei confronti di altri ragazzi ma anche di ragazzi verso i
professori e di genitori verso i professori. Meno si ha notizia di violenza da
parte di professori nei confronti dei ragazzi e meno ancora di violenze di
professori verso i genitori.
Cerchiamo, senza retorica, senza scorciatoie, senza
l’enfasi che la voglia di schierarsi imprime al dibattito, dividendo tra
assoluzioni facili e altrettanto colpevolizzazioni facili e talora miopi. La questione è molto complessa e
richiede di tenere conto di un grande insieme di variabili, in assenza delle
quali il giudizio è semplificatorio e inutile.
Anzitutto
chiediamoci. A che tipo di violenze assistiamo nella scuola e, in secondo
luogo, è la scuola un luogo violento? Io credo che le violenze nella scuola e della scuola sono
molteplici anche se molte di esse risultano spesso poco visibilie ignorate, mentre di fatto vanno chiamate in causa per capirci
qualcosa.
La scuola è un’istituzione normativa e, in parte,
violenta. Lo è anzitutto in quanto “obbliga” bambini e ragazzi a trasferirsi
massicciamente dai loro ambienti propri in ambienti fortemente regolati e
estranei che non hanno scelto e all’interno dei quali sono tenuti a osservare
moltissime norme che limitano pesantemente la loro libertà di muoversi, di
essere soggetti a pieno titolo e di esprimersi spontaneamente.
Questo non
dobbiamo mai dimenticarlo. La nostra società ha scelto, con piena
corresponsabilità di tutti, genitori compresi, di rinchiudere bambini e ragazzi
all'interno di una struttura che loro non hanno scelto e riguardo alla quale
hanno una possibilità molto limitata di incidere e di far valere il proprio
punto di vista. Questo vale anche per i genitori e per alcuni insegnanti più
sensibili a questo ordine di obblighi non sempre sensati per quanto attiene i
processi di apprendimento che dovrebbero verificarsi al suo interno.
Noi
chiediamo ai nostri bambini e ragazzi (e mi scuso se ogni volta non aggiungo, come
sarebbe giusto, bambine e ragazze ma è per semplicità) di alzarsi molto presto
la mattina (cosa che in molti casi è una vera e propria violenza ai loro ritmi
biologici) e di trasferirsi dai loro luoghi famigliari in luoghi non proprio
esaltanti sotto il profilo estetico, del clima umano e dell’ospitalità, che noi
chiamiamo scuole.
All'interno
di questi luoghi poi vengono concentrati in gruppi che non scelgono, di fatto
al comando di adulti, gli insegnanti, che hanno il compito di far
rispettare una disciplina piuttosto esigente (silenzio,
ordine, riduzione radicale del libero movimento e della libera espressione
ecc.) per effettuare attività
principalmente cognitive non sempre gradite sotto la minaccia di valutazioni,
sanzioni, procedure punitive ecc. I corpi e le menti dei bambini e
dei ragazzi trattati in questo modo soffrono di una
palese repressione e di una
costante vigilanza che spesso travalica anche il
buon senso, arrivando a censurare abbigliamenti, linguaggi, gesti che
appartengono di fatto alla pienezza di espressione dei piccoli in crescita.
Ciò che si
fa nella scuola è spesso fratturato in piccole unità difficili da ricomporre e
delle quali comprendere il senso, è appesantito da compiti e prove continue o
comunque molto frequenti non sempre rispettose delle esigenze individuali di tempi di apprendimento non
standardizzabili specie su grandi numeri.
A tutto
questo e altro che ora non posso, per esigenze di spazio, mettere in luce
(organizzazione del tempo libero e delle uscite dalla classe, tempi fisiologici
di riposo e “ricreazione”, tempo di libera espansione corporale ed espressiva
ecc. ecc.), si aggiunge talora l’atteggiamento
autoritario e minaccioso di alcuni adulti insegnanti, il che non fa che
aumentare il carico di umiliazioni, soggiogamento e minaccia talora gratuita
che i piccoli devono sopportare sempre in assenza di un loro spontaneo e attivo
consenso.
Noi non possiamo mai dimenticare tutto questo, in
special modo se teniamo conto, come dimostrano innumerevoli studi, del ruolo
che la libertà relativa, il clima affettivo e supportivo e soprattutto il
coinvolgimento appassionato ha sul processo di apprendimento, su qualsiasi processo di
apprendimento.
Intendiamoci,
non che queste norme non valgano in parte anche per gli
insegnanti, che si trovano a dover regolare gruppi troppo grandi per le loro
risorse, a dover impartire insegnamenti che appunto impattano nel disinteresse
dei soggetti in carico e di dover, sempre
in ragione della strutturazione disciplinare e ricattatoria dell’insegnamento,
trattare una popolazione sofferente e poco propensa a seguirli.
E tuttavia è
chiaro che le punizioni, le sanzioni e la minaccia aumentano in proporzione
diretta con il grado di sofferenze, di mancato coinvolgimento e di libertà che
i soggetti in apprendimento sperimentano all’interno della struttura
“concentrazionaria” nella quale sono obbligati a restare per una parte
preponderante del loro tempo di vita.
In un
contesto di tale genere io credo che si debba parlare di violenza diffusa, con
gradazioni e sfumature anche molto diverse ma intrinseca al funzionamento
dell’istituzione stessa.
I bambini e i ragazzi sono molto diversi gli uni
dagli altri, come è normale che sia, e reagiscono a questo trattamento in
maniera molto diversa. Ci sono
alunni che, per ragioni anche di ordine psicologico, beneficiano di una
strutturazione anche rigida, cioè trovano nella “funzione quadro” garantita dal
contesto, come spiega René Kaes in un testo ormai vecchio ma sempre verde,
L’istituzione le istituzioni, un ancoraggio rassicurante e funzionale. Per
altri invece una tale strutturazione, spesso imbastardita dall'eccesso di
controllo e di sanzioni, è insopportabile. In mezzo ci sono molte sfumature.
Fino a qualche decennio fa tutto questo sembrava
pacifico. Secondo
una visione piuttosto ottusa, mi si conceda, della psicologia dei
bambini, si riteneva che l’obbligo, la
frustrazione, il sacrificio, fossero in sé cosa buona e giusta per farli
crescere. Un’idea antica e profondamente legata a una formazione
adattiva per contesti di vita molto difficili e conflittuali che teneva in
considerazione l’individualità e la soggettività dei bambini ben poco.
Nel giro di
alcuni decenni, a partire dagli anni Sessanta ma anche molto prima in modo meno
massiccio, si è allargata la nostra visione (anche grazie ai molti studi di
pedagogia nuova e attiva che apparivano via via e alle sperimentazioni ad essi
legate) a una comprensione più ampia del bambino e della necessità di tenere
più conto di un processo che dobbiamo chiamare di soggettivazione individuale,
di scoperta e coltivazione dei suoi talenti specifici e di autonomia.
Pedagogisti, educatori e molti genitori si sono andati via via sensibilizzando
intorno questa diversa comprensione e non hanno più colluso con un trattamento
educativo fondato sulla sofferenza, sul rigore e sulla frustrazione.
Nel contempo tuttavia la società ha continuato ad
essere un luogo di conflitti, di vera e propria guerra sempre più
individualizzata e disorganizzata per il lavoro, per il successo e per il
denaro. Teniamo
conto anche di questo perché è questo che vedono, manifesto in ogni luogo, i
nostri cuccioli intorno a loro, spesso nei loro genitori o nei ragazzi più
grandi o, in mole davvero pervasiva, attraverso i media.
Tutto ciò non può che fare cortocircuito. Oggi molte famiglie sono sensibili
alla salute psichica, fisica e affettiva dei propri figli (quello che viene
chiamato il fenomeno della “famiglia affettiva” nei confronti della quale
francamente non riesco a trovare nessun elemento di recriminazione perché
finalmente è una famiglia che “vede” i propri bambini, o almeno ci prova e non
è più disposta a delegarne completamente l’educazione a una struttura così poco
comprensiva come quella scolastica). Gli insegnanti stessi, in una misura
notevole, hanno cominciato a rendersi conto che occorre cambiare registro,
anche se l’organizzazione scolastica ha fatto ben poco per venire loro incontro
e, di fatto, il funzionamento dell’istituzione è cambiato, specie sotto il
profilo disciplinare, ben poco. Come poco è cambiato sul piano dei saperi da
apprendere, del modo di trattarli e delle prove di valutazione, che semmai sono
diventate ancora più invasive e persecutorie.
Noi non possiamo dare la colpa ai ragazzi se
talvolta si ribellano. Possiamo non assolverli se assumono comportamenti
chiaramente violenti ma dobbiamo aprire gli occhi su quello che accade nel
mondo scolastico, a parte qualche felice eccezione. La scuola è un luogo violento,
dove si consuma violenza quotidiana, dove le libertà essenziali dei bambini e
dei ragazzi sono ridotte al minimo vitale.
È chiaro che
oggi nel mondo c’è un clima che tende anche a incoraggiare questa ribellione,
c’è più comprensione, c’è più contraddizione. Ma intendiamoci, e qui mi
permetto di prendere posizione, questa
ribellione è sostanzialmente giusta. Almeno fintanto che le nostre strutture
educative non decideranno di cambiare drasticamente modalità di accoglienza, di
ospitalità, di attenzione, di proposta, di ritmi, di coinvolgimento, di
partecipazione.
I bambini e
i ragazzi sono soggetti a pieno titolo che hanno il diritto di essere accolti
nel migliore dei modi possibile, di essere incoraggiati a trovare e
intraprendere le “loro” strade, che devono essere valorizzati nelle loro
differenze e ascoltati, che devono avere tempi di riposo, di libertà, di
scatenamento come è consono con le esigenze dei loro corpi e della loro età.
Finiamola con il moralismo becero del tipo che
occorre frustrarli perché altrimenti se ne occuperà la società. Un bambino
frustrato non sarà per questo più capace di affrontare le frustrazioni della
vita. Si abituerà solo a sopportarle e a non criticarle, a non cercare di
cambiarle, avendo introiettato gli schemi della sottomissione e
dell’accettazione.
Perché
mettiamo i nostri figli al mondo se davvero crediamo che la realtà faccia
schifo e che loro devono imparare da subito a essere sanzionati, normati,
privati delle loro libertà? Stiamo scherzando? Con questo non voglio
giustificare nessuno. Ognuno deve assumersi le sue responsabilità ma non dobbiamo dimenticarci mai quale sia
l’origine del problema, dove si annidi, chi siano i suoi attori primari.
Il resto sono conseguenze, più o meno folli. Ma il punto di scaturigine sta in
un meccanismo sbagliato ab initio.
Occorre
cambiare, se vogliamo che domani cambi anche una società che non ha di meglio
da dire ai suoi cuccioli se non imparate oggi a soffrire perché domani sarà
peggio.
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