giovedì 31 dicembre 2015

La “colpa” della crisi idrica in Sardegna è dello stato delle condotte dell’acqua.

L’abbiamo denunciato pubblicamente in mille occasioni: in Sardegna la crisi idrica non dipende da piogge e invasi non certo di scarso rilievo, sono altri i reali motivi della crisi idrica: il disastroso tasso di perdita delle reti e la perdurante assenza di connessioni fra gli invasi.
Per non parlare del ricorrente razionamento idrico a Sassari o dell’acqua gialla che esce spesso dai rubinetti a Olbia.
Agenia Consulting è una società di consulenza aziendale e ha condotto una due diligence su Abbanoa s.p.a., il gestore unico dell’acqua sarda, per conto dei cinque Istituti bancari che la sostengono sul piano finanziario.
Nel 2014 il 55% dell’acqua immessa in rete da Abbanoa s.p.a. è andata persa.   Ecco il vero motivo della crisi idrica in Sardegna.
Negli ultimi due anni la situazione non è cambiata significativamente.
Spesso si usano armi di distrazione di massa per distogliere l’attenzione da informazioni scomode.
Quando qualsiasi amministratore pubblico o mezzo di informazione o chissà chi vi dice che la colpa è della siccità sappiate che vi sta mentendo, sta raccontando balle.
Altro che indipendenza, qui non si sanno nemmeno tenere in efficienza le condotte idriche…
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

ecco Genuino Clandestino

Genuino Clandestino nasce nel 2010 come una campagna di comunicazione per denunciare un insieme di norme ingiuste che, equiparando i cibi contadini trasformati a quelli delle grandi industrie alimentari, li ha resi fuorilegge. Per questo rivendica fin dalle sue origini la libera trasformazione dei cibi contadini, restituendo un diritto espropriato dal sistema neoliberista.
Ora questa campagna si è trasformata in una rete dalle maglie mobili di comunità in divenire che, oltre alle sue iniziali rivendicazioni, propone alternative concrete al sistema capitalista vigente attraverso diverse azioni:
  • Costruire comunità territoriali che praticano una democrazia assembleare e che definiscono le proprie regole attraverso scelte partecipate e condivise, i sistemi di garanzia partecipata sono lo strumento fondamentale per tessere relazioni fra città e campagna e sperimentare reti economiche alternative;
  • Sostenere e diffondere le agricolture contadine che tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi di sintesi, diserbanti e organismi geneticamente modificati; che riducono al minimo l’emissione di gas serra, lo spreco d’acqua e la produzione di rifiuti, e che eliminano lo sfruttamento della manodopera;
  • Praticare, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo attraverso l’autocontrollo partecipato, che svincoli i contadini dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione, e che renda localmente visibili le loro responsabilità ambientali e di costruzione del prezzo;
  • sostenere attraverso pratiche politiche (come i mercatini di vendita diretta ed i gruppi di acquisto) il principio di autodeterminazione alimentare ovvero il diritto ad un cibo genuino, economicamente accessibile e che provenga dalle terre che ci ospitano;
  • salvaguardare il patrimonio agro alimentare arrestando il processo di estinzione della biodiversità e di appiattimento monoculturale;
  • sostenere percorsi pratici di “accesso alla terra” che rivendichino la terra “bene comune” come diritto a coltivare e produrre cibo;  sostenere esperienze di ritorno alla terra come scelta di vita e strumento di azione politica;
  • sostenere e diffondere scelte e pratiche cittadine di resistenza al sistema dominante;
  • costruire un’alleanza fra movimenti urbani, singoli cittadini e movimenti rurali, che sappia riconnettere città e campagna superando le categorie di produttore e consumatore. Un’alleanza finalizzata a riconvertire l’uso degli spazi urbani e rurali sulla base di pratiche quali l’autorganizzazione, la solidarietà, la cooperazione e la cura del territorio;
  • sostenere le comunità locali in lotta contro la distruzione del loro ambiente di vita.
Genuino Clandestino è un movimento con un’identità volutamente indefinita. Al suo interno convivono singoli e comunità in costruzione, è aperto a tutt*, diffida di gerarchie e portavoce e non richiede nessun permesso di soggiorno o diritto di cittadinanza; è fiero di essere Clandestino e porterà avanti le sue lotte e la sua esistenza con o senza il consenso della Legge.
Chiunque si riconosca nei principi di questo manifesto potrà divulgare e usare lo stesso per rivendicare le proprie azioni.
Genuino Clandestino è un movimento antirazzista, antifascista e antisessista

mercoledì 30 dicembre 2015

Israele ammette: spruzzati erbicidi su Gaza - Michela Sechi

Aerei israeliani hanno spruzzato erbicidi sui campi di Gaza, lungo il confine con Israele. Lo ha ammesso un portavoce dell’esercito israeliano interpellato dal sito di informazione israeliano +972mag. “L’irrorazione con erbicidi e con inibitori della germinazione è stata condotta in un’area vicino al confine la settimana scorsa, per agevolare le operazioni di sicurezzadell’esercito”, ha spiegato il militare.
Da anni le guardie di frontiera israeliane sparano a chiunque si avvicini al muro che separa Gaza e Israele. L’IDF ha instaurato unilateralmente unano-go zone larga diverse centinaia di metri dalla parte palestinese della barriera. Ora sembra che l’Esercito israeliano abbia deciso di instaurare anche una no-grow zone, un’area dove non cresce vegetazione e che sia dunque più controllabile.
Peccato che i veleni spruzzati in quell’area lungo il muro siano finiti anche sui campi coltivati, distruggendo raccolti di spinaci, piselli, fagioli e prezzemolo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Ma’an, l’irrorazione sarebbe avvenuta dalle 6 alle 9 del mattino per 3 giorni consecutivi. Risultato: la distruzione di 1500 dunams (371 acri) di coltivazioni nella parte centro-orientale della Striscia e di 200 dunams (50 acri) di coltivazioni nella zona di Khan Younis. Senza contare che gli erbicidi sonosostanze dannose per la salute delle persone e contaminano la terra e l’acqua.
Durante la guerra del Vietnam gli stati Uniti spruzzarono erbicidi e sostanze defolianti (l’Agente Arancio) sulla giungla che dava riparo ai Vietcong. Ma quando la tossicità di queste sostanze divenne evidente, la comunità internazionale le mise al bando tramite la Convenzione ENMOD, il trattato internazionale che proibisce l’uso militare delle tecniche di modifica ambientale. La Convenzione è entrata in vigore nel 1978 e oggi conta 77 paesi aderenti, maIsraele non l’ha firmata.
Le terre più fertili di Gaza, le uniche coltivabili, si trovano proprio a ridosso del confine con Israele. La no-go zone non è mai stata delimitata e i civili palestinesi non sanno fin dove possono spingersi, per coltivare i loro campi o per raccogliere macerie o pezzi di metallo che vengono poi riciclati. I soldati sparano a chi supera quel confine invisibile, ma nessuno sa dove sia.
L’associazione israeliana Gisha (Centro legale per la libertà di movimento) ha inviato una richiesta scritta all’esercito israeliano per sapere quali siano le regole. La risposta è arrivata diversi mesi dopo, ma non ha fatto molta chiarezza. Secondo l’esercito, i civili palestinesi possono avvicinarsi fino a 300 metri dal confine, mentre i contadini possono avvicinarsi maggiormente, fino a 100 metri dal confine. Ma come fanno i soldati a distinguere – dalle loro torrette – se chi si avvicina al muro è un semplice abitante di Gaza o un contadino?
Eppure negli scorsi mesi la Croce Rossa Internazionale aveva profuso gli sforzi per permettere a 500 contadini di Gaza di ritornare a coltivare i loro campi lungo il confine, gravemente danneggiati dall’attacco israeliano del 2014. Si tratta proprio della striscia di terra che si trova fra i 100 e i 300 metri dal reticolato, scrive l’OCHA(Agenzia Onu per gli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati).
Erano stati stanziati i fondi per aiutare gli agricoltori a ricostruire gli impianti di irrigazione, a rimettere in uso i pozzi, i serbatoi e le serre, ad acquistare i semi, a riempire le buche causate dalle bombe, a rendere di nuovo agibili le strade. Un lavoro di mesi, terminato proprio i tempo per le semina d’autunno e le piogge di novembre. E’ stata proprio la Croce Rossa Internazionale – scrive Ma’an – a constatare i danni causati dagli aerei israeliani, che nei giorni scorsi hanno gettato i pesticidi sulle nuove coltivazioni.

martedì 29 dicembre 2015

Cosa pensano e sentono gli animali? - Carl Safina

Dalla parte del cielo - Francesco Martone


Provare a leggere i risultati della COP21 di Parigi inforcando un paio di lenti bifocali potrebbe essere esercizio utile e necessario, piuttosto che fermarsi al contingente, alla buccia esterna di un processo negoziale che si trascina da anni, e che è andato via via aggregando altri processi, ed altre iniziative. Un paio di lenti bifocali che permettano di decodificare quello che è successo a Parigi, e quel che ci aspetta nel futuro. Queste lenti però sono fatte di altro materiale, non sono quelle che trovi nei libri di scienza, di climatologia, nelle migliaia di elaborazioni sulla capacità di assorbimento della Terra o delle foreste incontaminate, non sono quelle riposte nei cassetti di governanti, o uomini d’affari, o condivise con solerti esperti, professionisti d’impresa o del mondo non-governativo.
Sono lenti costruite alla buona, che si tengono con un pezzo di scotch e l’elastico, e che permettono di vedere tutto da un’altra prospettiva. E’ giunto quindi il momento di sforzarsi di mettersi dall’altra parte. Dalla parte dell’aria e del cielo. Dalla parte della Terra e di chi la abita, non per una sorta di slancio mistico o ecocentrico. Forse in parte c’entra l’urgenza di ammettere che noi umani siamo ben poco rispetto agli enormi stravolgimenti che provochiamo, rispetto alla complessità e delicatezza degli equilibri del vivente e che quindi sarebbe buona cosa alleggerire il nostro zaino e la nostra impronta ecologica. Mettersi dalla parte dell’aria e del cielo, oggi offuscati da una densa nube di smog, soffocante, attraversati da perturbazioni anomale, ondate di pioggia e calore e freddo, cicli migratori impazziti, nuvole che non si lasciano più leggere da saperi ancestrali, significa provare ad assumere una prospettiva altra, decolonizzata, femminile, di una Madre che la furia produttivista e l’ossessione della crescita stanno rapidamente decomponendo. Ricordo uno studio molto bello di una ricercatrice della CUNY di New York sull’Antartide, simbolo plastico del tragico impatto del climate change, Elena Glasberg si chiama. Studiando la storia “ufficiale” della conquista dell’Antartide, scritta e fatta essenzialmente da maschi, da uomini desiderosi di conquistare anche quell’ultimo lembo di terra ignota, la Glasberg proponeva un punto di vista altro, ispirato all’approccio post-coloniale e “queer”, ossia quello di mettersi dalla parte del ghiaccio, e rileggere quel mito della conquista attraverso una lente di genere.

Ossia “Antarctica as a cultural critique: the gendered politics od scientific exploration and climate change” . Chissà forse non è un caso che la Terra sia madre, e come una Madre è legata indissolubilmente alla nostra esistenza, ad ogni nostra cellula primordiale. Parigi, quindi, un appuntamento atteso, un punto di arrivo importante pieno di aspettative e realistiche disillusioni. Forse mai come nella capitale francese è risultato evidente lo iato tra la narrazione “mainstream” dei cambiamenti climatici e quella che prendeva forma e sostanza all’esterno, tra le strade, nei quartieri marginali, nella partecipazione di persone d’ogni dove, che non solo hanno avuto la briga di sfidare divieti e proibizioni, ma hanno costruito una prospettiva altra di giustizia ecologica e sociale. Le carte approvate a Parigi vanno analizzate e bene. Ci dicono che i governi di ogni parte del mondo non ritengono che i cambiamenti climatici siano una questione che riguarda i diritti umani, non pensano che siano soggetti di diritto quelle migliaia e migliaia di persone, uomini e donne che rischiano la loro stessa sopravvivenza, che abitano terre sempre immaginate come paradisi incontaminati, che siano quelli dipinti da Paul Gauguin o quelli declamati in brochure di agenzie di tour all-inclusive. Quelle Maldive, o quelle migliaia di schegge di terra e roccia, sabbia e corallo del Pacifico.
Ci dicono che le migliaia e migliaia di persone che sono costrette a migrare, senza terra ed acqua e senza cibo restano solo nella contabilità della carità privata o delle agenzie di cooperazione e aiuto umanitario. E che l’interesse sovrano dei paesi e delle nazioni sarà quello di poter avere carta bianca nell’escogitare l’ennesimo stratagemma per rinviare a data da definire il momento nel quale si dovrà cessare di pompare petrolio dalle viscere della terra. Ai tavoli del negoziato questa partita si giocava su una tastiera di computer, tagliando e cucendo parole, aggiungendo e rimuovendo parentesi. Al di fuori , nella realtà in carne ed ossa, questo giochino di editing significa dolore e sofferenza ed a Parigi già si sapeva come sarebbe andata a finire. Si dice in inglese “self-fulfilling prophecy”.

La stragrande maggioranza di paesi avevano fatto le loro offerte sul tavolo, messo la loro posta, scritto nero su bianco quel che avrebbero inteso fare per contribuire al contenimento dell’aumento della temperatura. Cifre che fanno la differenza: 2 gradi o 1,5 oppure 3? Insomma un gioco d’azzardo, che gli abili negoziatori hanno risolto con un testo che mette insieme un po’ tutto, una meta o “aspirazione” (abituiamoci fin d’ora a questo nuovo gergo, “aspirational” “transformational”, e non più obiettivi vincolanti o ben definiti) verso il contenimento dell’aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Senza lacci e lacciuoli, senza vincoli, che ancora una volta ci penserà il mercato con la sua capacità taumaturgica. Una mano invisibile che però diventa assai visibile quando conficca nuove torri di prospezione e trivellazione, nei ghiacci, nei mari e nelle foreste, quando abbatte foreste primarie per sostituirle con piantagioni di agrocombustibili, o espelle comunità ree di gestire quegli ecosistemi da millenni, con il pretesto di tenerli integri e assicurare che possano assorbire quei gas tossici che i vecchi e nuovi Nord del mondo continueranno a produrre. O che pompano sottosuolo l’anidride carbonica. Lo chiamano “net negative emissions” in gergo, altro escamotage per far capire che a parte qualche correzione, la rotta è sempre quella, tracciata e segnata dall’ideologia del capitalismo estrattivista. Ecco mettersi dalla parte del cielo oggi significa decidere di decodificare e svelare l’inganno, che si insinua in ogni piega.

Far saltare vecchie retoriche che vedevano un Nord geograficamente delimitato sfruttare ed abbrutire un Sud colonizzato. Da tempo ormai quel Sud e quel Nord non esistono se non nei manuali di geopolitica o del politicamente corretto. Oggi esistono comunità umane ed ecosistemi che a Nord come a Sud soffrono dei cambiamenti climatici, vengono violati per cercare altro combustibile, comunita’ che resistono e praticano alternative. Non è un caso che nessuno a Parigi si sia messo d’accordo nel riconoscere che l’unica via possibile è quella di uno shock petrolifero, sia ben chiaro non quello dei mercati, ma una terapia shock che preveda la fine delle attività di prospezione ed esplorazione ed un progressivo ma rapido restringimento del volume di combustibili fossili estratti nel mondo. I numeri parlano chiaro: a fronte di circa 800 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle imprese petrolifere per andare a cercare altro petrolio o gas poco più di 100 miliardi vengono stanziati ogni anno per sostenere i paesi in via di sviluppo nella loro transizione ecologica.
E di questi la gran parte sono prestiti, o fondi privati di imprese o istituzioni finanziarie che andranno a riaccendere la nefasta spirale del debito, un debito doppio, ecologico e finanziario. Se ci mettessimo dalla parte del cielo, per evitare di continuare ad essere soffocati lentamente ed inesorabilmente, dovremmo decidere di lasciare sottoterra l’80 percento delle riserve conosciute.E’ la scienza che lo dice, ma la politica fa un uso selettivo e di comodo della scienza, e così a Parigi nulla fu deciso al riguardo. Né all’obbligo morale di risarcire coloro che hanno sofferto perdite e danni a causa dei cambiamenti climatici. Eppure la vulgata ufficiale, quella delle Nazioni Unite, dei governi, delle grandi ONG spesso affette da una sorta di sindrome di Stoccolma, ci dice che Parigi è un iniziale successo. Ci invitano a vedere il bicchiere mezzo pieno, quando il bicchiere ormai è pieno di crepe e slabbrature. E sembrano sordi riguardo l’urgenza appunto di cambiare occhiali. Le nostre lenti bifocali ci aiutano quindi a decodificare e disvelare, ed allo stesso tempo mettere bene a fuoco.

E così dall’altra parte del cielo si materializza un cantiere in corso, donne, contadini, lavoratori, cittadini e cittadine, attivisti, pacifisti, ecologisti, comunisti o post-comunisti, leader indigeni, piccoli imprenditori che praticano altraeconomia, filosofi ed artisti, catene umane, e linee rosse. Un cantiere che si avvale di una nutrita cassetta degli attrezzi: concetti quali debito ecologico e giustizia climatica, decarbonizzazione, “keep the oil underground”, stop alla De CO2lonizzazione, riconoscimento dei diritti della natura e delle comunità, ecocidio, resistenza nonviolenta.Quest’altra metà del cielo a Parigi ha dichiarato uno stato di emergenza climatica e costruito la propria agenda quella dei popoli e della Terra. Lo ha fatto appunto intrecciando la critica al modello di sviluppo alla critica alla fase attuale del capitalismo estrattivista, a strutture di potere patriarcale dove l’umano è sempre solo sinonimo maschile, alla costruzione di linguaggi e pratiche autenticamente “decolonizzate”. La lente bifocale aiuta anche a guardare oltre allora. E l’oltre, la prospettiva, sarà quella di riprendersi in mano il proprio destino, dal basso, continuando a costruire reti e relazioni, scambiando conoscenze e pratiche, tessendo una trama di resistenza piuttosto che accontentarsi della resilienza, e mettendo le nostre menti e i nostri corpi tra il cielo e la terra, trivelle e bulldozer.

mercoledì 23 dicembre 2015

La depressione non è un’epidemia - Duccio Facchini

Paroxetina, escitalopram, sertralina e citalopram sono i primi quattro principi attivi alla base dei farmaci antidepressivi più prescritti nel nostro Paese nel 2014.Che è stato l’anno del “picco” per il numero medio (39,3) di dosi di farmaco di quel tipo consumate giornalmente da mille abitanti. Incrociando i dati contenuti nel rapporto sull’uso dei farmaci in Italia curato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), emerge che l’apice del 2014 segna una crescita del 30% in meno di dieci anni, dal 2006. “Per policy e tradizione -fa sapere però l’ufficio stampa di Aifa- la denominazione commerciale dei farmaci non viene comunicata, per non orientare il mercato”.
Limitiamoci quindi ai quattro principi attivi citati: fanno tutti parte del “gruppo”SSRI -che sta per “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina”-, il preponderante della categoria, che è ricompreso nella lista di fascia A dei farmaci rimborsati dal Servizio sanitario nazionale (Ssn). Questi prodotti, da soli, rappresentano l’1,3% della spesa a carico del Ssn: 249,9 milioni di euro su oltre 19 miliardi complessivi.
Sommati agli “antidepressivi altri” e ai cosiddetti “triciclici”, la percentuale sale al 2,4%. Sono i segni di quella che Piero Cipriano, medico, psichiatra, psicoterapeuta oggi al lavoro al “San Filippo Neri” di Roma, uno degli oltre 320 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC) d’Italia chiama la “società dei depressi”. Che non è solo italiana. Per l’Organizzazione mondiale della Sanità, la depressione colpisce oltre 350 milioni di persone (i dati sono del 2012, le stime di oggi parlano di almeno mezzo miliardo di individui). “Depressione maggiore e distimia colpiscono, nell’arco della vita, l’11,2% della popolazione (il 14,9% è donna, il 7,2% è uomo, ndr)”, si legge al capitolo “disturbi psichici” del portale del ministero della Salute. Una “pseudo-pandemia” per Cipriano, che nel 2015 ha pubblicato il libro “Il manicomio chimico” -edito da elèuthera- e ha impiegato parte del suo libro per una restituzione fruibile dell’inchiesta “Indagine su un’epidemia”, curata nel 2013 dal giornalista Robert Whitaker. Cipriano guarda con attenzione agli effetti sociali del “terzo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM-III), del 1980, per il quale può essere “classificata come affetta da depressione” quella persona che dovesse avere cinque di questi nove sintomi: “stato d’animo di tristezza,  abbattimento”, “perdita di piacere e interesse”, “cambiamenti nell’appetito”, “disturbi del sonno”, “agitazione, irrequietezza o al contrario rallentamento”, “riduzione dell’energia, facile stanchezza e spossatezza”, “senso di valere poco, senso di colpa eccessivo”, “difficoltà di concentrazione, incapacità di pensare lucidamente”, “pensieri ricorrenti che non vale la pena di vivere o pensieri di morte e di suicidio”. “I manuali diagnostici americani, proprio a partire dal DSM-III del 1980, hanno cambiato la narrazione e la descrizione della depressione -ragiona Cipriano-. Per 2.500 anni, da Ippocrate in poi, hanno resistito due forme di tristezza: una endogena (senza causa, molto rara), e una esogena (con causa, reattiva, non patologica). Ecco, questa duplice visione della tristezza non esiste più, sono state equiparate…

martedì 22 dicembre 2015

McDonald’s, la dittatura del cibo che fa male al mondo – Fabio Marcelli

Un nuovo crimine delle multinazionali! Di ritorno in questo bellissimo Paese dopo oltre diciotto anni di assenza, mi rendo conto di un fatto purtroppo incontrovertibile: la stazza media dei cilenie, peggio ancora, delle cilene, è incontrovertibilmente aumentata.
Secondo una tesi, cui mi sento di aderire, tale deplorevole fenomeno sarebbe dovuto più che altro alla diffusione del junk food in stile yankee, qui noto come comida chatarra, peraltro attestato dal profluvio di McDonald’s & C. che spuntano come funghi ovunque arrecando anche un danno estetico ed olfattivo all’ambiente circostante.
Tanto più deplorevole, tale fenomeno, se pensiamo che ci troviamo in un Paese di grandi tradizioni gastronomiche, attestate fra l’altro dall’ottimo padiglione allestito in sede Expo che ebbi occasione di visitare in ottobre: dal leggendario curanto di Chiloé all’incantevole empanada de pino, dal classico pastel de choclo agli strepitosi frutti di mare a tanti altri piatti e specialità. Per non parlare della frutta e della verdura di grande qualità e varietà che vengono esportate in tutto il mondo. Niente da fare, pare che buona parte dei Cileni preferisca ingozzarsi di hamburger e patatine fritte. Ed ecco i risultati: la stazza media aumenta incontrovertibilmente e ciò non è affatto segno di buona salute. Tanto più che, come avevo segnalato oltre tre anni fa, l’obesità sta diventando un problema globale.
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Visto da qui, dagli antipodi, in effetti, quello della diffusione incontrastata del junk food appare certamente unfenomeno mondiale, che non risparmia neanche gli Stati apparentemente più lontani dall’american way  of life. Ovviamente da quello dei poveracci visto che i ricchi, anche e soprattutto negli Usa, sono oggi più che mai salutisti e al tempo stesso raffinati. Del resto se lo possono permettere.
Non bisogna tuttavia ritenere che una dieta diversa, più ricca e meno nociva, debba necessariamente costare molto. A condizione beninteso dell’esistenza di politiche pubbliche volte a garantire insieme il diritto all’alimentazione sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo, la biodiversità, la diversità culturale e la sovranità alimentare, tutti peraltro elementi fra loro indissolubilmente legati.
Proprio quello che, ahinoi, manca un po’ dappertutto e in mancanza di tali politiche si erge incontrastata la dittatura del mercato, sub specie di grandi imprese multinazionali operanti nel settore dell’alimentazione, quali per l’appunto McDonald’s e simili, la gente ingrassa e si ammala, l’effetto serra indotto dai grandi allevamenti aumenta e l’ambiente deperisce.
Non mancano analisi dettagliate del modo in cui tutto ciò avviene. Quello che manca è la volontà politica di cambiare strada.Un po’ come avviene per le famiglie assuefatte ai cibi pronti. Nel caso dell’industria alimentare tuttavia non si tratta di mera pigrizia. C’è un dato culturale e politico di cui tener conto: la malsana credenza secondo la quale il sistema economico va lasciato in pace dato che ad ogni modo è l’unico possibile o comunque il migliore e che ogni tentativo di percorrere una strada diversa è destinato al fallimento e a provocare problemi ancora più gravi. Quello che si potrebbe definire il “fatalismo neoliberale”.
E che risulta irrimediabilmente sbagliato specie in un settore strategico come quello dell’alimentazione in cui si incrociano molteplici considerazioni relative alla tutela della salute e a quella dell’ambiente, ma anche altri fattori quali l’identità culturale e la stessa autonomia politica (un popolo che non possa disporre pienamente delle sue fonti di nutrimento è ben più suscettibile di essere asservito o indotto a votare in un certo modo, basta rallentare adeguatamente il flusso degli alimenti o magari quello del dentifricio e della carta igienica, non mancano esempi anche molto recenti di evenienze del genere, e a quanto pare funziona).
E’ quindi necessario ed urgente, in tutto il mondo, ripensare attentamente e ricostruire dalle fondamenta le politiche pubbliche relative all’alimentazione anche per renderle coerenti con i principi e le norme del diritto internazionale relativi ai settori menzionati, i quali fra l’altro richiedono che il cibo presenti determinati requisiti qualitativi oltre che quantitativi.
Per cominciare, si potrebbero requisire i locali che ospitano i fast food delle multinazionali, per destinarli a piccole e medie aziende autogestite che pratichino agricoltura, allevamento e gastronomia sostenibili. Ai prevedibili reclami opposti dai giganti dell’alimentazione si potrebbe replicare sostenendo, a ragione, il valore incomparabilmente superiore dei beni ed interessi che esse ledono quotidianamente con la loro azione devastatrice.
Ma è solo uno di tanti possibili esempi. In attesa di possibili articolazioni occorre confermare il seguente assunto di carattere generale: in mancanza di nuovi soggetti pubblici in grado di praticare nuove politiche pubbliche in grado di tutelare efficacemente valori e interessi globali, questa umanità sarà inevitabilmente destinata alla fame e/o alla sovralimentazione, due facce della stessa ormai logora ma pur sempre dominante medaglia, peraltro in un medesimo contesto di degrado ambientale ed umano.

domenica 20 dicembre 2015

Finanziare ancora gli inquinatori? - Alberto Castagnola

Cap and Trade, il finanziamento e la compensazione delle emissioni inquinanti negli ultimi anni ha rivelato tutta la sua dannosità ed è sicuramente uno dei meccanismi che rivelerà se si è veramente deciso di cambiare strategia o se i poteri forti sono riusciti ancora una volta a imporre la logica del profitto ad ogni costo.
Per ricostruire la storia di questo errore drammatico seguiamo l’approfondita analisi contenuta nell’ultimo libro di Naomi Klein, uscito in Italia a gennaio di quest’anno. Procediamo per punti, tralasciando tutti gli esempi e i casi paese contenuti in questo testo, al quale però rimandiamo per una ricostruzione approfondita e documentata, che sostiene tutta l’analisi della nota ricercatrice.L’origine della scelta può essere fatta risalire all’amministrazione Clinton, intervenuta nei negoziati per il Trattato internazionale sul clima che sarebbe poi diventato il Protocollo di Kyoto. L’idea iniziale, relativa alla ricostituzione della fascia dell’ozono, pesantemente intaccata da clorofluorocarbonio, i gas liberati dalle bombolette di aerosol e dai refrigeranti contenuti nei frigoriferi, era che i paesi industrializzati avrebbero prima ridotto la produzione entro un tetto prefissato e poi li avrebbero sistematicamente eliminati anno dopo anno. “Paesi in via di sviluppo” e Unione Europea presumevano che i vari governi dei paesi industriali avrebbero varato severe normative nazionali per ridurre le emissioni, tassando il carbonio e incentivando il passaggio all’energia da fonti rinnovabili. Ma la nuova amministrazione propose una strategia alternativa, cioè di creare un sistema del commercio internazionale del carbonio che imitava il mercato del cap and trade che era stato utilizzato in passato contro le piogge acide. Ciò comportava che venissero concessi dei permessi per continuare ad inquinare, che potevano essere utilizzati o venduti, o addirittura comprati in modo da poter inquinare di più. Tutti i progetti finalizzati a tenere il carbonio lontano dall’atmosfera, magari piantando alberi che lo assorbissero o producendo energie a bassa emissione di carbonio, oppure modernizzando una fabbrica per ridurne le emissioni, potevano ottenere dei “crediti di carbonio” .
Il governo statunitense si mostrò entusiasta da tale approccio, mentre l’ex ministro dell’ambiente francese, Voynet, lo descriveva come un “conflitto radicalmente antagonistico” tra Usa ed Europa, che dal canto suo considerava la creazione di un mercato globale del carbonio equivalente ad abbandonare la crisi climatica alla “legge della giungla”, e la Merkel, all’epoca ministro dell’ambiente tedesco, insisteva nel dire che “lo scopo delle nazioni industrializzate non può essere quello di rispettare i propri obblighi solo tramite il profitto e il mercato delle emissioni”.
In una seconda fase, tuttavia, gli Stati Uniti non ratificarono l’accordo di Kyoto, mentre l’Europa divenne il più importante mercato delle emissioni, adottando nel 2005 il Sistema europeo di scambio quote di emissioni.
All’inizio i mercati parvero decollare: tra il 2005 e il 2010 la banca Mondiale stimo che i vari mercati del carbonio creassero oltre 500 miliardi di dollari di fatturato, mentre i progetti per generare crediti di carbonio nel 2014 erano oltre 7000. Poi cominciarono ad emergere gli effetti negativi del sistema. In primo luogo, qualunque progetto industriale, anche strampalato, poteva generare crediti lucrativi, e qui la Klein ricorda che le imprese petrolifere della Nigeria hanno chiesto di essere ricompensate per aver interrotto la pratica di incendiare il gas naturale che accompagnava la fuoriuscita del petrolio, pur essendo questa pratica illegale nel paese dal 1984. Ricorda anche le fabbriche cinesi di refrigeranti, che emettono come sottoprodotto il trifluorometano, potentissimo gas serra. In pratica il sistema è talmente lucrativo che ha dato luogo a degli incentivi perversi, cioè diventava più profittevole distruggere un sottoprodotto che continuare a fabbricate il prodotto principale, peraltro fortemente inquinante! In sostanza, la possibilità di ricevere soldi presentando progetti che regolano la quantità di una sostanza invisibile tende ad essere una sorta di calamita per truffe.

D’altro canto, molti paesi agricoli sono rimasti vittime di rapine e truffe, spesso giocando sull’isolamento degli indigeni, i cui territori, specie se coperti di foreste, possono essere classificati come “opere di compensazione”, purché li cedano a imprese (talvolta inesistenti) che li fanno riconoscere come oggetti di “crediti di carbonio”. Purtroppo gli esempi riportati dalla Klein sono molto numerosi, e comprendono anche esempi di organizzazioni che si presentano come ambientaliste e che invece talvolta arrivano perfino ad espropriare o a sfruttare le popolazioni locali e quindi il meccanismo ha di fatto creato una nuova categoria di violazioni dei diritti umani. Scrive Naomi Klein:
“È molto più facile strappare una zona di foresta a gente politicamente debole in un paese povero, che fermare i potenti inquinatori dei paesi ricchi”.
E aggiunge:
“Un’ulteriore ironia è rappresentata dal fatto che molte delle persone sacrificate in nome del mercato del carbonio conducono le esistenze più sostenibili del pianeta. Hanno un legame forte e reciproco con la natura, attingono agli ecosistemi locali su scala ridotta, e curano e rigenerano la terra, in modo che continui a fornire sostentamento a loro e ai loro discendenti”.
E conclude:
“Il problema è che, adottando questo modello di finanziamento, anche i progetti verdi migliori sono resi inefficaci in risposta al problema del clima, perché per ogni tonnellata di anidride carbonica che viene tenuta lontana dall’atmosfera, un’azienda del mondo industrializzato è libera di pomparvene un’altra tonnellata, utilizzando una di queste aree di compensazione come pretesto per affermare di aver neutralizzato l’inquinamento.Un passo avanti, uno indietro. Nel migliore dei casi si finisce per correre sul posto. E, come vedremo, ci sono altri modi, molto più efficaci del mercato del carbonio, per finanziare lo sviluppo ambientale”.
Del resto secondo Oscar Reyes, esperto di finanza del clima dell’Institute for Policy Studies, “Le deboli regolazioni delle emissioni e la regressione economica delle nazioni ricche hanno causato il crollo del 99 per cento dei crediti di carbonio tra il 2008 e il 2013”. Il testo della Klein si spinge ancora più avanti:
“Ma se il cambiamento climatico comporta rischi pari a quelli di una guerra nucleare, allora perché non reagiamo con la serietà che un tale paragone implicherebbe? Perché non ordiniamo alle aziende di smetterla di mettere a rischio il nostro futuro, invece di corromperle e cercare di convincerle?”.
Nel 2013, una rete di 130 gruppi di giustizia ambientale ed economica hanno affermato che il sistema europeo, l’Ets,“non ha ridotto le emissioni di gas serra…I peggiori inquinatori non hanno dovuto sottostare a quasi nessun obbligo di ridurre l’inquinamento. Anzi, le opere di compensazione sono sfociate in un aumento delle emissioni in tutto il mondo: perfino le fonti più conservative stimano che tra un terzo e due terzi dei crediti di carbonio acquistati nell’ambito dell’Ets non rappresentino reali riduzioni delle emissioni di carbonio”.
Dopo questa rapida sintesi dell’analisi della Klein, che merita di essere studiata nella sua interezza, possiamo richiamare le valutazioni di altri esperti…

Fatti che generano speranza - Leonardo Boff

Dappertutto si va a caccia di alternative alla produzione industrial/mercantilistico/consumistica, visto che gli effetti sulle società e sulla natura si dimostrano sempre più disastrosi. Il caos climatico, l’erosione della biodiversità, la scarsità di acqua potabile, la penetrazione dei pesticidi negli alimenti e il riscaldamento globale sono i sintomi più rivelatori. Questo modo di produzione è ancora dominante, ma non è indenne da serie critiche.
In compenso, appaiono dappertutto forme alternative di produzione ecologica, come l’agricoltura organica, cooperative di alimenti biologici, agricoltura familiare, eco-cittadine e altre affini. La visione di un’economia della sufficienza ossia del “ben vivere e convivere” dà spessore al bioregionalismo. L’economia bioregionale si propone di soddisfare i bisogni umani (in contrasto con la soddisfazione dei desideri) e realizzare il ben vivere e convivere, rispettando le possibilità e i limiti di ogni eco-sistema locale.
Innanzitutto dobbiamo interrogarci sul senso della ricchezza e del suo uso. Invece di avere come obiettivo l’accumulazione materiale al di là di ciò che è necessario e decente, dobbiamo cercare un altro tipo di ricchezza, questa sì umana veramente, come il tempo per la famiglia e i figli, per gli amici, per sviluppare la creatività, per godersi incantati lo splendore della natura, per dedicarsi alla meditazione e al tempo libero. Il senso originario dell’economia non è l’accumulazione di capitale ma creazione e ri-creazione della vita. Essa è ordinata a soddisfare le nostre necessità materiali e a creare le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali (non materiali) che non si trovano sul mercato, ma provengono dal cuore e da corretti rapporti con gli altri e con la natura, tipo la convivenza pacifica, il senso di giustizia, di solidarietà, di compassione, di amorizzazione e di cura per tutto quello che vive.
Mettendo a fuoco la produzione bioregionale, abbiamo minimizzato le distanze che i prodotti devono affrontare, abbiamo economizzato energia e diminuito l’inquinamento. Quel che occorre per i nostri bisogni può essere fornito da industrie di piccola scala e con tecnologie sociali facilmente assorbite dalla comunità. I rifiuti possono essere maneggiati o trasformati in bio-energia. Gli operai si sentono legati a ciò che la natura locale produce e siccome operano in piccole fabbriche, considerano il loro lavoro più significativo. Qui risiede la singolarità dell’economia regionale, invece di adattare l’ambiente alle necessità umane, sono queste ultime che si adattano e si armonizzano con la natura e perciò assicurano l’equilibrio biologico. L’economia usa in grado minimo le risorse non rinnovabili e usa razionalmente le rinnovabili, dando alla Terra il tempo per il riposo e la rigenerazione. I cittadini si abituano a sentirsi parte della natura e suoi curatori.
Invece di creare posti di lavoro, si cerca di creare, come afferma la Carta della Terra, “modi sostenibili di vita” che siano produttivi e diano soddisfazione alle persone.
I computer e le moderne tecnologie di comunicazione permetteranno di lavorare in casa, come si faceva nell’era pre-industriale. La tecnologia serve non per aumentare la ricchezza, ma per liberarci e garantirci più tempo – come sempre enfatizza il leader nativo Ailton KrenaK – per la convivenza, per il riposo creativo, per il rilassamento, per la restaurazione della natura e per la celebrazione delle feste tribali.
L’economia bioregionale facilita l’abolizione della divisione del lavoro fondata sul sesso. Uomini e donne assumono insieme i lavori domestici e l’educazione dei figli e hanno cura della bellezza ambientale.
Questo rinnovamento economico favorisce anche un rinnovamento culturale. Lacooperazione e la solidarietà diventano più realizzabili e le persone si abituano a un comportamento corretto tra di loro e con la natura perché è più evidente che questo fa parte dei suoi interessi come di quelli della comunità. La connessione con la Madre Terra e i suoi cicli suscita una coscienza di reciproca appartenenza e di un’etica della cura.
Il modello bioregionale, a partire dalla piccola città inglese Totnes è assunto oggi da circa 8.000 città, chiamate Transition Towns: passaggio verso il nuovo.Questi fatti generano speranza per il futuro.

sabato 19 dicembre 2015

Marocco, la centrale solare più grande al mondo - Fabio Noviello

Sarà inaugurato il mese prossimo il mega impianto solare di Ouarzazate. Il più grande impianto solare al mondo, grande come 35 campi di calcio e fornirà energia elettrica pulita a circa un milione di persone. Lo sfruttamento del calore non avverrà attraverso pannelli solari fotovoltaici, ma grazie a un impianto solare termico, la resa sarà possibile grazie a questi nuovi specchi puntati perennemente verso il sole, una costante del deserto marocchino, il conseguente accumulo di radiazioni solari sotto forma di calore, nel corso della notte viene convertito in elettricità mediante l'ausilio di una turbina a vapore. Con questo impianto il Marocco punta a svincolarsi dagli acquisti di fossili per l'energia elettrica per ottenere il 42 per cento dell'energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2020, avendo di conseguenza migliaia di megawatt in eccesso da esportare in Europa che presto inizierà ad averne bisogno. 

venerdì 18 dicembre 2015

Nord Este del Brasile e Sulcis, storie comuni - Gruppo d’Intervento Giuridico

Sono ben vive le immagini del gravissimo disastro ambientale accaduto nel Nord Este del Brasile, a Bento Rodrigues,  dove il Rio Doce e le coste oceaniche sono stati inquinati da oltre 62 milioni di metri cubi di fanghi tossici (mercurio, arsenico, piombo, altri metalli pesanti) a causa del crollo di due dighe di contenimento in una miniera di ferro nello Stato del Minais Gerais.
Una ventina di morti e danni ambientali non ancora stimabili. Sotto accusa la società mineraria Samarco, titolare della miniera.


Grazie alle foto del prof. Raniero Massoli Novelli, appassionato ambientalista, possiamo vedere come le cose non andassero diversamente nella Sardegna a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Masua i bacini stracolmi di fanghi con elevati tenòri di metalli pesanti provenienti dalle locali miniere venivano spesso e volentieri scaricati in mare durante la stagione invernale, quando non c’erano occhi indiscreti.



Masua, scarico di fanghi tossici in mare (1978)


Le fotografie sono del 1978.
In quegli anni venivano scaricati in mare i fanghi rossi, al largo di Carloforte. In quegli anni la Corte dei conti provava a inventare il risarcimento per danno ambientale causato dallo scarico in mare dei fanghi rossi al largo della costa toscana di Scarlino (Corte dei conti, Sez. I 8 ottobre 1979 n. 61).
Veri e propri delitti contro l’ambiente e la salute, perpetrati per lunghi anni, i cui effetti proseguono silenziosi ancora oggi.
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus



Masua, bacino contenimento fanghi (1978)

(foto Raniero Massoli Novelli, archivio GrIG)

Brutto clima per la finanza - Ugo Biggeri e Andrea Baranes

La ventunesima conferenza delle parti di Parigi aveva l’obiettivo di arrivare a un accordo universale e legalmente vincolante per mantenere il riscaldamento globale entro i due gradi. La concentrazione di gas climalteranti, e di CO2 in particolare, è già ben oltre i limiti che il pianeta può sopportare senza subire effetti irreversibili. Anche se un accordo ambizioso fosse raggiunto, bisognerebbe comunque considerare l’inerzia del processo e i tempi per arrivare a una effettiva diminuzione di tali gas in atmosfera.
Per questo sempre più scienziati e osservatori insistono sul fatto che l’unica strada possibile sia quella non estrarre, ma tenere all’interno della crosta terrestre buona parte delle riserve di combustibili fossili già scoperte. Semplicemente, la Terra non può sostenere la combustione di tutto il gas, il petrolio e il carbone esistenti. Secondo alcune ricerche, tra il 60 e l’80 per cento delle riserve note e teoricamente disponibili non vanno bruciate se vogliamo avere una possibilità di mantenere il riscaldamento globale entro il limite dei 2°C.
C’è però un problema: la finanza. La finanza governa sempre più l’economia ma non pare proprio in grado di gestire positivamente temi che hanno effetti sul medio lungo periodo. Non può farlo strutturalmente, continuando a ragionare su quotazioni di brevissimo periodo, e perché prospera anticipando ricavi futuri.La quotazione in Borsa delle aziende attive nel settore dei combustibili fossili è legata al livello di scorte che queste hanno a disposizione.L’impresa segnala al mercato che controlla una data scorta di barili di petrolio, quindi che potrà assicurare l’estrazione e la commercializzazione per un determinato periodo. Le scorte hanno un valore economico che si riflette direttamente su quello dell’impresa e sulla sua quotazione in Borsa.

Nel momento in cui si dovesse decidere che buona parte di tali scorte non saranno estratte ma dovranno rimanere nel terreno, rischierebbe di crollare il valore delle imprese del settore, ovvero la loro quotazione in Borsa. In inglese si parla di stranded assets, traducibile come “attivi non recuperabili”. A cascata gli impatti ricadrebbero su fondi pensione, fondi di investimento e altri risparmiatori che hanno investito in tali società.
Il settore petrolifero in media capitalizza il 10 per cento circa delle borse, senza considerare i settori strettamente correlati, dai trasporti all’energia. Nel complesso, parliamo di una porzione più che rilevante delle borse mondiali. Uno studio segnala che le perdite potenziali – per mantenere il riscaldamento globale entro i 2°C – sono stimabili in 20.000 miliardi di dollari. Una cifra pari alla capitalizzazione della più grande Borsa del mondo, quella di New York o, volendo rimanere da noi, circa 40 volte la capitalizzazione di tutte le imprese quotate alla Borsa di Milano. Sul clima, nel silenzio dei media, si sta giocando una partita delle dimensioni di Wall Street. Ci possiamo permettere un’altra crisi finanziaria? Si per il futuro del pianeta ma forse no per l’immediato…
Non a caso alcune delle più grandi compagnie petrolifere del pianeta, tra cui l’italiana Eni, hanno proposto una loro soluzione per Parigi. Quale? “To introduce carbon pricing systems” ovvero fissare un sistema di prezzi per il carbonio. Un certo quantitativo di emissioni corrisponderebbe così a un determinato costo, il che costituirebbe un incentivo a emettere meno e a cercare soluzioni pulite.

Senza entrare nel merito delle enormi critiche agli attuali meccanismi di compravendita di emissioni e di quanto siano stati inefficaci nel porre un qualsivoglia limite, la presunta soluzione delle big del petrolio non può essere considerata tale. Non solo non si rimettono in discussione le riserve, ma si passa dal principio secondo il quale chi inquina paga a quello per cui chi paga può inquinare. Ci vuole davvero uno sforzo di fantasia per sostenere che l’attuale sistema finanziario, uno dei principali problemi anche nel raggiungimento di un accordo vincolante sul clima, possa al contrario rappresentare una soluzione.
Come è possibile pensare che il mercato possa sostituirsi alle responsabilità politiche e istituzionali nella gestione di un bene pubblico globale quale il clima? Spingendo al parossismo l’ideologia secondo la quale qualsiasi attività, bene o servizio deve essere valutato unicamente in termini di prezzo, ci sarà una domanda e un’offerta di CO2, e la mano invisibile del mercato farà il resto. In una lettera ai media, le imprese petrolifere segnalano che “saranno le forze del mercato a operare” per una riduzione del carbonio. È semplicemente inammissibile pensare che un compito essenziale delle istituzioni, della politica e dell’insieme della società, ovvero la necessità di un accordo ambizioso e vincolante, venga svenduto al mercato;pensare che gli Stati si ritirino per lasciare mano libera alla finanza persino parlando di ambiente e clima.
Per ora il mercato finanziario ha fatto di tutto per ignorare il cambiamento climatico, per negarlo, per sottovalutarlo. Salvo ammettere repentinamente che esiste e che … è troppo tardi. Siamo alla 21esima conferenza sul clima! Come possiamo credere che il mercato ci possa riuscire in futuro? La strada da seguire deve essere diametralmente opposta. Non solo abbandonare meccanismi finanziari tanto iniqui quanto pericolosi, ma ridimensionare il ruolo complessivo della finanza e non lasciare che questa minacci il nostro futuro e i nostri diritti. Come singoli possiamo fare qualcosa.Prima di tutto assicurarci che i nostri risparmi non siano investiti in titoli finanziari il cui valore dipende da quanti combustibili fossili verranno bruciati nei prossimi anni. Campagne per disinvestire da tali imprese sono già attive in molti Paesi, come la campagna Divest Italy.
È poi necessario fare sentire la nostra voce (molte organizzazioni della società civile italiana si sono unite in vista di Parigi nella Coalizione Clima). Una finanza che ha già previsto e prezzato tutte le scorte esistenti sul pianeta e le ha già quotate e vendute in Borsa pretende di imporre la propria “soluzione” ai governi e ai cittadini di tutto il mondo. Una finanza che in pratica ha già messo un prezzo e venduto il nostro futuro. O meglio un nostro futuro. Che non solo non vogliamo, ma prima ancora non possiamo permetterci. Per questo, se non vogliamo che Parigi si risolva in un fallimento, dobbiamo fare una scelta. La questione è se siano più importanti le quotazioni di Borsa o la nostra stessa sulla Terra. O la borsa o la vita.


giovedì 17 dicembre 2015

Gat (Gruppo acquisto terreni)

Come già segnalato alcuni giorni fa su Comune-info (leggi Se i risparmiatori acquistano un’azienda bio), a Scansano (cinquemila abitanti, provincia di Grosseto), da un paio di anni c’è un’azienda agricola di sessanta ettari (frutta, verdura, olio e miele) con sei lavoratori e più di ottanta proprietari. Si tratta di uno dei progetti Gat, Gruppo acquisto terreni, un nuovo modello di gestione economica che prevede l’acquisto condiviso di una tenuta agricola da parte di piccoli imprenditori. Una risposta alla «finanza casinò» ma anche uno strumento efficace che sta aiutando i piccoli proprietari agricoli a resistere alla crisi.
Al Gat di Scansano  è dedicato uno degli approfondimenti di Terranave, radiotrasmissione curata da Marzia Coronati di Amisnet (ospiti della puntata:  Emanuele Carissimi del Gat Scansano, Rosanna Montecchi e Gianluca Marocci di Progetto Gat e Paolo Ermani di Paea).
Tra le motivazioni che hanno spinto i soci a fare questa scelta, oltre alla possibilità di guadagno, vi è sicuramente la volontà di fare qualcosa di utile per l’ambiente e la salute. L’agricoltura che si fa nei Gat infatti è rigorosamente biologica. Oggi in Italia esistono due Gat già costituiti, uno a Quistello, vicino Mantova, e l’altro a Scansano, ci sono poi diversi progetti in fieri (a Ferrara, nel mantovano, in Toscana).
La forma societaria individuata dai promotori del Gat per queste aziende è quella della Srl agricola, che permette di godere di alcuni vantaggi fiscali per l’acquisto del terreno. Le società sono divise in cento quote e ogni investitore ne può acquistare un massimo di quattro. Un investimento che prevede la partecipazione fisica degli investitori stessi, che possono verificare personalmente l’andamento dei lavori dell’impresa in cui hanno investito. Ma il Gat è anche una soluzione per agricoltori in difficoltà, che potranno attraverso questo modello risollevare le sorti della propria azienda.
Scrive Andrea Baranes, economista, presidente della Fondazione culturale di Banca etica e collaboratore di Comune-info, in «Finanza per indignati»: «Comprendere i meccanismi della finanza e della speculazione e delle cause della crisi è un primo passo per il cambiamento, quello successivo è iniziare dal basso a modificare radicalmente i nostri consumi ed il nostro stile di vita, anche riguardo al risparmio e alla finanza».

lunedì 14 dicembre 2015

dopo Parigi, come cambia il clima?

La magia di Parigi - Alberto Zoratti

L’Accordo di Parigi ha salvato la Francia e la sua Grandeur. A quasi un mese dagli attentati parigini, il risultato della Conferenza Onu sul clima (Cop21) è stato inevitabile per la credibilità internazionale del governo Hollande. L’Accordo di Parigi ha salvato la COP21, che non avrebbe retto il fallimento della trattativa dopo la debacle di Copenhagen del 2009 e gli stop-and-go degli ultimi anni. Chi ci guadagnerà poco, in termini concreti e immediati è la lotta al cambiamento climatico, sono le risposte politiche agli appelli dell’Ipcc, il Panel di centinaia di scienziati Onu che da anni chiedono una chiara inversione di rotta per evitare il caos climatico. La loro autorevolezza rimane, viene persino richiesto loro un nuovo report sugli impatti della lotta al climate change. Ma essere conseguenti alle loro richieste diventa secondario.
Bisognerebbe essere prestigiatori, come spesso i governi sanno essere, per tenere insieme le ambizioni inserite nei vari preamboli con l’efficacia delle misure messe in atto. L’obiettivo generale è “cercare di perseguire” un aumento di temperatura media di 1.5°C rispetto all’epoca preindustriale, un passo avanti diplomatico non da poco che non ha alcuna correlazione con la realtà se non grazie a una vera inversione di rotta. Gli impegni volontari che i singoli Paesi membri della Convenzione hanno comunicato al segretariato porterebbero, ad oggi, a un aumento della temperatura media tra i 2.9°C e i 3.5°C e sono il primo vero passo del nuovo regime di lotta al cambiamento climatico che dal primo gennaio 2021 vedrà la luce sul nostro pianeta: “pledge and review“, “prometti e verifica”, dopotutto i piani di azione si chiamano INDCs (Intended Nationally Determined Contributions) dove la “C” sta per “contributi (contributions) e non per “impegni (commitments)”. Ogni proposta verrà verificata ogni cinque anni a partire dalla messa in operatività dell’accordo, ciò significa che il primo momento di possibile reale aggiornamento sarà al 2025.
In questo sistema, l’unica cosa a essere realmente vincolante è l’accordo e i suoi dispositivi, ma non lo sono gli obiettivi quantitativi, ad esempio di taglio delle emissioni. I grandi Paesi emergenti non avrebbero accettato di dover essere messi sullo stesso piano degli inquinatori storici, e d’altro canto il Congresso americano non avrebbe mai fatto passare un accordo dove la comunità internazionale avrebbe dettato il passo agli Stati Uniti.
Ma la realtà vera parla di 401 parti per milione di concentrazione di CO2 in atmosfera, con un incremento annuo di oltre 2 ppm in crescita e in rischioso avvicinamento con quei 450 ppm definiti dalla comunità scientifica un pericoloso punto di non ritorno. Per fare questo la ricetta è la più generica possibile perché dovrà trovare un “equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra”, lasciando spazio a sistemi tecnologici e molto discutibili come il CCS (Carbon Capture and Storage), rassicurando tutti che si dovrà raggiungere il picco di emissioni “il più presto possibile” cercando di trovare un equilibrio nella “seconda metà di questo secolo”.
Ma per lottare contro il cambiamento climatico c’è bisogno di risorse economiche. Da Copenhagen nel 2009 e soprattutto da Cancun nel 2010 quel denaro è stato quantificato in 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020, un modo per riequilibrare il debito ecologico dei Paesi inquinatori nei confronti del resto del mondo. Di quel denaro, ad oggi, è stato raccolto solo il 10 per cento ma nonostante questo l’Accordo rilancia, definendo quei 100 miliardi non più un obiettivo, ma un punto di partenza per mobilizzare (non stanziare) finanziamenti nuovi e aggiuntivi. Peccato che ad oggi una parte di quel denaro derivi dallo storno di risorse dall’aiuto pubblico allo sviluppo. Ma non c’è solo la necessità di finanziare l’adattamento al cambiamento del clima, ma anche di sostenere quei Paesi che stanno già subendo gli effetti degli eventi estremi, si tratta dell’ormai famoso “Loss and Damage”, che si è meritato un posto tra i paragrafi del testo, senza però dare nessuna garanzia economica a nessuno.
L’accordo di Parigi è storico, perché è l’ennesima occasione persa. Perché mette le basi per un sistema post-Kyoto, con impegni non più vincolanti, in un processo che è più attento agli interessi economici delle grandi imprese e a quelli politico-tattici dei governi che non all’esigenza di invertire la rotta. Se il Paris Agreement dà ossigeno a una Francia sotto attacco e a una Cop in crisi di identità, non dà strumenti veramente efficaci per contrastare il caos climatico, anche se, nei fatti, rimette al centro il ruolo dei governi e dei loro piani di azione. La palla torna sui territori e in questo, i movimenti sociali, dovranno saper giocare all’attacco.
La risposta immediata all’inefficacia della politica dovrà essere la mobilitazione dal basso, se la governance globale è incapace della sfida che si trova di fronte il passo necessario sarà articolare i movimenti in modo che siano capaci contemporaneamente di conflitto e di proposta.
Ogni titubanza è un passo in più verso il punto di non ritorno.


Menzogne - Silvia Ribeiro

 

Uno dei temi più critici nella riunione globale della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è conclusa a Parigi il 12 dicembre (Cop21), è stata la definizione di un nuovo limite al riscaldamento globaleche non andrebbe superato.
Paesi insulari e altri paesi del terzo mondo, è da anni che rimarcano che non sopravviveranno a un riscaldamento globale superiore a 1,5 gradi centigradi poiché il loro territorio scomparirebbe per l’innalzamento del livello del mare e per altri catastrofi. Argomenti più che degni di considerazione che si sommano al fatto che non sono questi i paesi che hanno causato il cambiamento climatico.
La temperatura media globale è aumentata di 0,85 gradi centigradi nell’ultimo secolo,per la maggior parte negli ultimi quarant’anni, a causa delle emissioni di gas serra (Gei), di diossido di carbonio (CO2) e di altri gas, dovute all’uso di combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), soprattutto per la produzione di energia, per il sistema alimentare agro-industriale, l’urbanizzazione e i trasporti. Se continua in questo modo, la temperatura aumenterà fino a 6 gradi centigradi alla fine del XXI° secolo, con conseguenze talmente catastrofiche che non è possibile prevedere.
Nel cammino verso la Cop21 e fino al suo inizio, la bozza di negoziazione prevedeva di fissare l’obiettivo di 2°C di aumento globale fino all’anno 2100, una cifra che comunque era osteggiata dai principali responsabili di emissioni.
Sorprendentemente, paesi del Nord, che sono i principali responsabili del caos climatico, tra i quali gli Stati Uniti e il Canada, nonché l’Unione europea, hanno annuciato alla Cop21 che avrebbero sostenuto l’obiettivo di [un aumento] globale massimo di 1,5 gradi centigradi. In base alle stime scientifiche, questo implicherebbe la riduzione delle loro emissioni di più dell’80 per cento entro il 2030, fatto che i governi del Nord rifiutano categoricamente. Perché allora dicono di accettare l’ obiettivo di 1,5 gradi centigradi?
Com’è prevedibile, le loro ragioni non sono limpide e nascondono scenari che aggraveranno il caos climatico: si tratta di legittimare il sostegno e le sovvenzioni pubbliche alle tecnologie di geoingegneria ed altre ad alto rischio, come quella nucleare, così come l’incremento del mercato di carbonio e altre false “soluzioni“.
Qualunque sia l’obiettivo fissato nel cosiddetto Accordo di Parigi (qui un commento di Alberto Zoratti sull’accordo raggiunto, La magia di Parigi), non comporterà dei costi per quelli che continuano ad inquinare. La Convenzione ha accettato ancora prima della Cop21, che i piani di riduzione dei gas non sono vincolanti. Sono “contributi previsti e determinati a livello nazionale”, per i quali ogni paese dichiara intenzioni, non impegni obbligatori.
La somma dei “contributi” che ogni paese ha dichiarato fino al mese di ottobre 2015, implicano già un aumento della temperatura dai 3 ai 3,5 gradi centigradi entro il 2100. E questo non è neanche quello che realmente faranno – che può essere molto peggio – bensì quello che dichiarano. Pertanto, sebbene l’aumento globale sia “basso”, i piani reali sono evidenti e la catastrofe continua la sua marcia.
Associarsi nell’orientamento per un obiettivo apparentemente basso, non cambia i piani presentati, ma offre a questi governi delle“ragioni” per argomentare il sostegno alle tecniche di geoingegneria, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio(CCS nella sua sigla inglese), tecnica che proviene dall’industria petrolifera e che viene presentata come in grado di assorbire CO2 dall’atmosfera e, sottoponendola a pressione, iniettarla in grande profondità nei fondali marini o terrestri dove, secondo quanto afferma l’industria, rimarrebbe “per sempre”.
La tecnica esisteva sotto il nome di “recupero assistito del petrolio” o, in inglese,Enhanced Oil Recovery. È [una tecnica] finalizzata al recupero delle riserve di petrolio situate in profondità, ma non è stata sviluppata perché non è fattibile né economicamente né tecnicamente. Ribattezzata come CCS, la medesima tecnologia viene adesso venduta come soluzione al cambiamento climatico. Così, i governi dovranno ora sovvenzionare le installazioni (per realizzare gli “obiettivi” della Convenzione), le imprese potranno estrarre e bruciare più petrolio e soprattutto guadagnare i crediti di carbonio per aver teoricamente “catturato e immagazzinato” gas serra.
In realtà il CCS non funziona: nel mondo ci sono solo tre impianti operativi, fortemente sovvenzionati con fondi pubblici, oltre ad alcuni pianificati ed altri chiusi per fuoriuscite di gas o guasti. Malgrado ciò, i governi e le industrie che lo promuovono, assicurano che con queste tecniche potranno “compensare” l’aumento delle emissioni, per arrivare a “emissioni nette zero”: non per ridurre le emissioni, ma per compensarle con il CCS. In questo modo la somma sarebbe zero.
Assicurano inoltre che se a questo si aggiunge lo sviluppo di bioenergia su grande scala, con immense monocolture di alberi e altre piante per produrre “bioenergia”, e poi seppelliscono il carbonio prodotto (lo chiamano BECCS, bioenergia con CCS), si arriverà a “emissioni negative”, con le quali potranno anche vendere la differenza ad altri. Un affare molto redditizio con il quale coloro che hanno provocato il cambiamento climatico continueranno ad emettere gas, con maggiori sovvenzioni di denaro pubblico. David Hone, della Shell, nel suo blog sulla Cop21, sostiene apertamente la necessità di raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi, per sostenere lo sviluppo di CCS, BECCS e altre tecniche di geoingegneria. (http://tinyurl.com/nkaqbcv).
Poiché queste tecnologie non funzioneranno, bensì aumenteranno il cambiamento climatico, tra qualche anno ci proporranno altre tecniche di geoingegneria ancora più rischiose, come la manipolazione della radiazione solare. Già da adesso, dobbiamo smantellare le loro argomentazioni.
Non si tratta di ridurre, non si tratta di obiettivi bassi, non si tratta di affrontare il cambiamento climatico. Non sono false “soluzioni”.
Sono menzogne.


Conflitto d’interesse sul clima – Marina Forti

Chiamiamolo conflitto d’interesse. La Conferenza delle Nazioni unite sul clima in corso a Parigi è un affare costoso, come tutti i consessi dell’Onu: e almeno il 20 per cento di questo costo è finanziato da alcune grandi aziende, per lo più del settore dell’energia. Niente male: la conferenza che discute come frenare il cambiamento del clima ed evitare che diventi una catastrofe irreversibile per l’umanità è sponsorizzata dall’industria che più di tutte è direttamente coinvolta nel cambiamento del clima, cioè l’industria energetica; sappiamo tutti ormai che bruciare combustibili fossili è la prima fonte dei gas di serra che riscaldano l’atmosfera terrestre.
Anche le aziende sono corresponsabili della ricerca di soluzioni sul clima, si dirà. Il punto però è quali aziende, e cosa ne ottengono in cambio (in fondo, un vertice dell’Onu non è esattamente come una partita di calcio). Tra gli sponsor di Parigi ad esempio troviamo Engie (già Gaz de France-Suez), Suez Environment, il gruppo bancario Bnp Paribas, Energie de France. Si da il caso che Engie sia proprietaria di 30 centrali a carbone sparse per il mondo (tra cuiquella di Vado Ligure, oggi chiusa per ordine della magistratura); in generale produce buona parte della sua energia con nucleare e combustibili fossili (solo il 5% con fonti rinnovabili). Bnp Paribas investe in Canada nelle sabbie bituminose, una delle fonti più controverse per il suo impatto ambientale. Anche Edf possiede una quindicina di centrali a carbone – sto citando l’analisi pubblicata da un gruppo di Ong ambientaliste francesi.
Sponsorizzare la Conferenza sul clima, da parte di grandi inquinatori, è quello che gli ambientalisti chiamano greenwashing, darsi una facciata “verde”? Sì, certo, ma non solo: è anche lotta ideologica, interessi privati nelle politiche pubbliche. Vediamo perché.

Sapevamo dell’impatto dei combustibili fossili ma l’abbiamo pubblicamente negato”: false pubblicità affisse a Parigi
L’organizzazione non governativa Corporate Accountability International (Cai), che si batte per la trasparenza delle grandi aziende multinazionali, ha analizzato i nessi tra le aziende sponsor, i decisori politici e le istituzioni internazionali e sostiene che la Conferenza di Parigi è diventata sede di un discreto lavoro di lobby: attraverso i negoziati informali che si tengono fuori dalle sedi plenarie per «facilitare» gli accordi, o attraverso le decine di «eventi collaterali» in cui le aziende presentano «innovazioni di mercato» ai problemi ambientali, e cose simili. Così il mondo delle imprese influenza i negoziati a proprio favore.
La vulgata è che le industrie devono contribuire alla soluzione del problema, impegnarsi nella transizione energetica, eccetera eccetera. Spesso gli eventi collaterali sono presentati come «forum pubblici di indirizzo politico», anche se presenziano aziende e governi mentre hanno ben poco spazio le reti della società civile organizzata presenti a Parigi: proprio quelle che rappresentano chi sta già pagando il prezzo di inquinamento e cambiamento del clima.
Insomma: industrie embedded nei negoziati – mentre organizzazioni ambientaliste e reti sociali ne sono escluse, a quanto denuncia un’organizzazione come Friends of the Earth International (a dire la verità, anche i negoziatori dei Paesi meno potenti e più vulnerabili lamentano di essere esclusi dai negoziati veri). Tenute a distanza anche fisica: non è la prima conferenza Onu in cui ciò accade, anche se questa volta ad appesantire la tensione ci sono le misure anti-terrorismo adottate a Parigi dopo la strage di novembre.
La presenza delle imprese nei corridoi dei negoziati del resto non è una novità, e riflette una tendenza ormai affermata: è almeno un decennio che conferenze Onu affidano a «partnership pubblico-privato» le politiche per il clima (ma questo vale anche per altri campi di intervento che dovrebbe essere pubblico, dagli aiuti internazionali per lo sviluppo alla sanità o l’istruzione). È un progetto ideologico e politico: gli Stati delegano le politiche pubbliche all’intervento (e ai finanziamenti) privati; il principio di coinvolgere le «parti sociali» è diventata ricerca di «soluzioni di mercato», di collaborazione tra«mercato e ambiente».
In una nota da Parigi, il magazine americano The Nation commenta: «Chi inquina paga, ma non dovrebbe anche governare».