mercoledì 31 dicembre 2025

Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale - Victor Serri

Negli ultimi quindici anni la questione della casa in Spagna è passata da problema di alcuni settori sociali a vera e propria emergenza strutturale. Un tema che oggi occupa stabilmente il centro del dibattito pubblico, ma che affonda le sue radici nella trasformazione profonda del modello economico e urbano del paese. La Spagna che negli anni Sessanta si promuoveva al mondo con lo slogan “Spain is different” e che nei primi anni Duemila si raccontava come una storia di successo europeo durante l’era Zapatero, è diventata nel giro di poco tempo uno dei paesi con la crisi abitativa più acute del continente.

Per capire l’origine del problema bisogna tornare alla grande crisi del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare, alimentata per anni da credito facile, speculazione e mutui subprime, ha avuto in Spagna effetti devastanti. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa, mentre il prezzo degli immobili crollava e le banche si ritrovavano proprietarie di enormi stock di abitazioni svalutate. A questa crisi economica si accompagnò una risposta politica segnata dall’austerità. Con i governi a maggioranza assoluta del Partido Popular iniziarono i tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro che precarizzò ulteriormente l’occupazione e un giro di vite repressivo contro i movimenti sociali, culminato nella Ley Mordaza.

 

La crisi della casa non fu quindi solo un problema di mercato, ma divenne rapidamente una questione sociale e democratica. Non a caso, proprio in quegli anni esplosero movimenti di protesta che misero in discussione l’intero assetto politico del paese. Il movimento degli Indignados, il 15M, nel 2011, individuò nel bipartitismo PSOE-PP una delle cause strutturali della crisi.

Dalle piazze nacquero reti di solidarietà, piattaforme contro gli sfratti e nuove forme di organizzazione politica che cercarono di portare il conflitto nelle istituzioni.

Mentre l’attenzione pubblica era concentrata sugli sfratti per insolvenza ipotecaria, il mercato immobiliare stava cambiando pelle. Con il crollo del credito e la difficoltà di accesso ai mutui, la casa smise di essere un bene da acquistare e divenne sempre più un bene da affittare. Ma anche il mercato degli affitti si trasformò rapidamente. Investitori immobiliari e fondi iniziarono a vedere nella locazione una nuova opportunità di profitto, soprattutto nel momento in cui i prezzi delle case erano ai minimi storici. L’espansione delle piattaforme digitali di affitti brevi – Airbnb, Booking e simili – accelerò un processo già in corso: acquistare appartamenti non per affittarli a lungo termine, ma per destinarli al turismo, garantiva rendimenti molto più elevati.

 

Questo fenomeno ridusse drasticamente l’offerta di alloggi per i residenti e fece esplodere i prezzi degli affitti. Gli sfratti non scomparvero: cambiarono forma. Sempre meno famiglie perdevano la casa per mancato pagamento del mutuo, sempre più persone venivano espulse perché non riuscivano a sostenere i nuovi canoni d’affitto.

Il centro storico si è progressivamente svuotato di residenti ed è diventato un’enclave di stranieri, turisti, expat e residenti temporanei. Nei quartieri come il Barri Gòtic, El Born o la Barceloneta, la riduzione della popolazione stabile è avvenuta in pochi anni, in parallelo a un aumento vertiginoso dei prezzi e dei flussi turistici. Il processo è stato rapidissimo: il movimento degli Indignados nasce nel 2011, le prime proteste contro gli appartamenti turistici esplodono già nell’estate del 2014. In meno di cinque anni il volto della città era profondamente cambiato.

In questo contesto si inserisce l’ascesa politica di Ada Colau, ex attivista contro gli sfratti, eletta sindaca di Barcellona nel 2015. La sua figura ha incarnato la speranza che il conflitto sociale potesse tradursi in politiche pubbliche radicali. Durante la campagna elettorale Colau affermò che bloccare gli sfratti fosse una questione di volontà politica. Una promessa che, una volta al governo, si è scontrata con i limiti strutturali del potere municipale.

 

Il suo mandato è stato caratterizzato da tentativi di regolazione degli affitti turistici: multe alle piattaforme, controlli sulle licenze e l’introduzione del PEUAT, il piano urbanistico che limitava la concentrazione degli appartamenti ad uso turístico. Misure che hanno avuto un impatto parziale, ma che non sono riuscite a invertire la tendenza generale.

Gli affitti illegali hanno continuato a proliferare, le piattaforme hanno spesso ignorato le sanzioni e il Comune si è trovato a gestire una macchina di controllo complessa e poco efficace. Nel frattempo, i prezzi continuavano a salire e per molti abitanti Barcellona diventava una città inaccessibile. La tensione sociale non si è placata.

Nel 2017 alcuni appartamenti turistici illegali vennero occupati come atto simbolico per denunciare la sottrazione di alloggi al mercato residenziale. Nello stesso anno nacque il Sindacato degli Inquilini di Barcellona, che in breve tempo divenne uno degli attori centrali del conflitto abitativo.

Il sindacato ha denunciato pratiche sempre più diffuse: contratti non rinnovati, aumenti del 30 o 40 per cento, riconversione degli appartamenti in alloggi di lusso per expat, nomadi digitali e residenti temporanei. Le conseguenze si sono estese oltre la questione abitativa, colpendo il commercio di prossimità e il tessuto sociale dei quartieri. La pressione dei movimenti portò nel 2020 all’approvazione di una legge catalana sul controllo degli affitti, che introduceva un primo meccanismo di equo canone. Una norma considerata pionieristica, ma rapidamente smantellata dal Tribunale Costituzionale, che ne annullò le parti centrali sostenendo che la competenza fosse statale.

Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza contribuì a una nuova impennata dei prezzi. Solo nel marzo 2024 il governo centrale approvò una legge statale che fissava limiti agli affitti nelle aree di mercato teso. Ma la norma escludeva affitti temporanei e stanze, aprendo la strada a un aggiramento sistematico: contratti di 11 mesi al posto di affitti stabili. Nel frattempo, il nuovo sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha annunciato l’intenzione di non rinnovare le licenze degli affitti turistici, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2028. Una promessa forte sul piano simbolico, ma lontana nel tempo e politicamente incerta: il 2028 sarà dopo la fine del mandato del sindaco.

Tra il 2024 e il 2025 lo Stato ha introdotto anche un Registro Unico degli Affitti a Breve Termine, per contrastare l’illegalità e aumentare la trasparenza.

Ma la mossa più significativa è arrivata ancora una volta dalla Catalogna, che ha approvato una nuova legge estendendo il controllo dei prezzi agli affitti temporanei e alle stanze. La norma equipara queste tipologie agli affitti residenziali ordinari, impone l’equo canone, rafforza i controlli e introduce sanzioni più severe. È una risposta diretta a un fenomeno che aveva svuotato di efficacia le leggi precedenti.

Il Partito Popolare ha già annunciato un nuovo ricorso al Tribunale Costituzionale, parlando di espropriazione mascherata. Lo scontro si ripropone, come nel 2020, e il destino della legge resta incerto. Ma il significato politico del conflitto va oltre l’esito giuridico.

In Catalogna, e sempre più nel resto della Spagna, la questione abitativa ha superato la dimensione tecnica per diventare un terreno di scontro tra due modelli: da un lato la casa come bene finanziario, dall’altro la casa come diritto fondamentale. Il laboratorio catalano mostra che il conflitto non è risolto, ma anche che il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di garantire l’accesso all’abitazione. Ed è su questa linea di frattura che si giocherà una parte decisiva delle politiche urbane dei prossimi anni.

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martedì 30 dicembre 2025

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così le imprese devono accogliere i lavoratori con autismo

di Giuseppe Leocata – medico del lavoro, esperto in disabilità e lavoro

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così come la biodiversità garantisce la stabilità di un ecosistema, la diversità nei modi di pensare, di agire e di percepire il mondo può rendere più forti e resilienti le società e le organizzazioni. Riconoscere e valorizzare i lavoratori “neurodivergenti” – in particolare quelli con disturbo dello spettro autistico – significa costruire ambienti di lavoro più sani, accoglienti e produttivi per tutti.

Il punto di partenza è il superamento del concetto tradizionale di disabilità. Non si tratta solo di una condizione individuale, ma del risultato dell’interazione tra una caratteristica personale e le barriere sociali e ambientali che ne ostacolano la piena partecipazione. In questo senso, è la società che deve adattarsi alla diversità, non il contrario.

Lavoro mirato e ruolo delle aziende

Ogni persona autistica è unica. Le loro caratteristiche possono riguardare difficoltà nella comunicazione sociale e l’interazione sociale, interessi e comportamenti ristretti e ripetitivi, difficoltà nella gestione dei cambiamenti, la diversa reattività a stimoli sensoriali e/o la difficoltà nella coordinazione motoria. Ma non esiste “un tipo” di autismo: le differenze tra due persone autistiche possono essere maggiori di quelle tra una persona autistica e una cosiddetta “neurotipica”. Accanto alle fragilità anche nel luogo di lavoro, ci possono essere pure dei punti di forza: puntualità e frequenza, precisione nello svolgere i compiti, attenzione per i dettagli, buona memoria e, talvolta, loro propositività.

Per l’inserimento lavorativo è previsto l’avviamento mirato ai sensi della Legge 68/99, che richiede una valutazione clinico-funzionale e la redazione di una relazione sulle “potenziali capacità lavorative”. Ma la vera sfida arriva dopo, nel momento in cui il lavoratore entra in azienda. L’inserimento non può ridursi a un adempimento burocratico: serve un dialogo reale tra persona e organizzazione. Le imprese devono essere coinvolte sin dall’inizio, chiarendo le proprie esigenze e valorizzando le competenze che il lavoratore può offrire. Solo così si può passare da un’ottica di “obbligo” a una di opportunità reciproca.

Adattare i luoghi e i ritmi

Per i lavoratori con autismo, l’ambiente fisico e organizzativo può fare la differenza. Necessitano ambienti confortevoli, calmi, con pochi elementi di disturbo, arredamenti sobri, numero ridotto di oggetti ‘a vista’ intorno a loro, poco rumorosi e senza odori particolari; luci non aggressive; segnali di allarme ‘non disturbanti’; spazi non ridotti e non troppe persone intorno a loro né in transito; i trasporti per raggiungere il posto di lavoro dovrebbero essere di facile fruibilità. Dal punto di vista organizzativo sono opportuni: orari flessibili e pause in luoghi tranquilli; comunicazioni chiare, istruzioni semplici e tempi rispettosi delle modalità di elaborazione individuali. Anche piccoli accorgimenti – come l’uso di agende visive o la possibilità di anticipare i cambiamenti di routine – possono ridurre ansia e stress.

 

La normativa europea sulla sicurezza (direttiva 89/391/CEE) impone al datore di lavoro pubblico e privato di adattare il lavoro alla persona, mettendo in atto le misure di protezione particolari per i gruppi di lavoratori più vulnerabili, quelli che potrebbero essere esposti a rischi maggiori nello svolgimento di un compito a causa di fattori specifici. L’obiettivo non è solo prevenire i rischi, ma creare condizioni di benessere per tutti i lavoratori e valorizzazione delle competenze anche dei ‘neurodiversi’.

Gli “accomodamenti ragionevoli” previsti dalla Direttiva 2000/78/CE e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità non sono un costo, ma un investimento: permettono di trattenere i talenti e migliorare il clima aziendale. La loro attuazione deve essere proporzionata, ma non può essere elusa.

Il ruolo del Disability Manager

Nelle imprese pubbliche e private, la figura del Disability Manager – prevista dal D.Lgs. 151/2015 – è fondamentale. È il punto di raccordo tra lavoratore con disabilità, le diverse figure aziendali e gli enti esterni che si occupano di disabilità e la sua attività è rivolta a conseguire i livelli più elevati raggiungibili in termini di igiene e sicurezza del lavoro e di benessere complessivo dei singoli e della stessa organizzazione, collaborando alla progettazione e attuazione di soluzioni personalizzate, intervenendo sia sugli aspetti strutturali del luogo di lavoro sia sugli aspetti organizzativi.

Accogliere la neurodiversità significa ripensare il rapporto tra persona e lavoro. In una società sempre più multietnica, multilingue, multiculturale, anche più longeva e che può presentare tipologie diverse di disabilità, le aziende sono sempre più lo specchio di queste pluralità. Le teorie organizzative aziendali si orientano, quindi, sempre più al Diversity e al Disability Management, ossia alla gestione di tutte le forme di diversità quali le differenze di genere, età, provenienza geografica, abilità fisica-sensoriale-psichica che, se affrontate in modo consapevole e costruttivo, possono diventare leve strategiche per il bene dell’azienda e del benessere di chi vi contribuisce con il lavoro quotidiano.

Gestire la diversità non è solo una questione etica, ma di innovazione e sostenibilità. Un ambiente di lavoro che sa riconoscere e valorizzare la pluralità delle menti è un ambiente più equo, più produttivo e – semplicemente – più umano per tutti.

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lunedì 29 dicembre 2025

Il doppio gioco della politica sarda - Mario Guerrini

 

Nel caos Sanità. Con una mano opera, istituzionalmente e di facciata, per la Sanità Pubblica. Dall'altro lavora e trae benefici dalla Sanità Privata. È il caso di Silvio Bachisio Lai, deputato sassarese del Pd, rieletto all'unanimità, tre mesi fa, Segretario regionale del Partito Democratico sardo. Lai è un politico di sicura esperienza. Già senatore (2013), oggi guida il Pd nel braccio di ferro che ha con la Presidente 5Stelle della Sardegna, Alessandra Todde, soprattutto in materia di politica sanitaria. In ballo, in queste ore, c'è la nomina dei 12 Dg delle Asl e delle altre strutture sanitarie. In cui regna uno stato di grande confusione, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la riforma sanitaria votata dallo stesso Pd in Consiglio Regionale con la maggioranza di Campo Largo. Silvio Lai sta "discutendo" con la Todde sulle caselle dei nuovi Dg della Sanità Pubblica. Ma lui è un dirigente della Sanità privata, che ha rapporti commerciali con la stessa Regione. Infatti Silvio Lai è Direttore Generale del Centro di Cura e Salute di Platamona, località turistica sul mare alle porte di Sassari. La struttura fa capo alla società Servizi Salute Benessere S.r.l. Nel 2024 la Regione ha firmato con questa azienda privata una convenzione per 1 milione e 288 mila 331 euro di prestazioni. Silvio Lai ha rapporti costanti con i servizi sanitari pubblici, tant'è che in epoca Covid, come rappresentante legale del Centro di Cura e Salute di Platamona, ha firmato anche una convenzione con l'azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari, in cui è ovviamente forte l'influenza del Magnifico Gavino Mariotti (balzato agli onori della cronaca perché inquisito per Associazione mafiosa).

La posizione di Silvio Lai è verosimilmente corretta sul piano formale. Ma non può non lasciare perplessi, sul piano etico, il fatto che da dirigente di una struttura sanitaria privata tratti politicamente, da segretario regionale Pd, le nomine dei DG della Sanità pubblica. Anche di quelli che avranno la pertinenza dei rapporti commerciali con il Centro di Cura e Salute di cui lui è Direttore Generale. Una situazione che presta obiettivamente il fianco, a dir poco, a qualche confusione di ruoli.

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sabato 27 dicembre 2025

E adesso dove andiamo? Ancora uno sgombero di migranti a Trieste - Alessandro Stoppoloni

 

«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30 del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone in movimento provenienti soprattutto da PakistanAfghanistanNepal e Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle persone che camminano, ci sono dei panni stesi.

Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni abitative alternative ai vecchi magazzini.

Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici: una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni. Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil durante la scorsa estate.

Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa. L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.

Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio nell’accoglienza alle persone in movimento.

Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento. Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza nessun tipo di servizio.

Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso 3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal, un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.

Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre tre morti di migranti in Friuli Venezia GiuliaShirzai Farhdullah, venticinque anni, a PordenoneNabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio, avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.

Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?».

https://napolimonitor.it/trieste-gli-sgomberi-di-migranti-nel-porto-vecchio/

venerdì 26 dicembre 2025

Il governo Meloni blocca il gemellaggio Riace-Gaza. “Pregiudizio per politica estera”. Lucano: “Senza parole” - Lucio Musolino

 

Il governo Meloni si oppone al gemellaggio tra il Comune di Riace e la Città di Gaza, in Palestina. A comunicarlo al sindaco Mimmo Lucano è stato il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli che, martedì, ha scritto una lettera al primo cittadino (ed eurodeputato di Verdi-Sinistra) in risposta allo schema del gemellaggio trasmesso a fine novembre al ministero e sottoscritto, lo scorso agosto, dallo stesso Lucano in collegamento video con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj.

Nella lettera ricevuta da Lucano, su carta intestata della Presidenza del Consiglio, l’esponente del governo scrive che “a conclusione dell’istruttoria esperita presso le amministrazioni interessate, si rappresenta che il Mministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha espresso parere negativo alla sottoscrizione del gemellaggio”.

Calderoli riporta anche il parere del ministero guidato da Antonio Tajani, secondo cui “sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas, sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro politico e securitario nella Striscia”. “Ciò posto, – conclude il ministro per gli Affari regionali e le autonomie – tenuto conto delle considerazioni sopra riportate, non si ravvisano le condizioni necessarie al rilascio del prescritto assenso finalizzato alla sottoscrizione delgemellaggio in questione”.

Lucano dal canto suo ribatte: “Rimango senza parole alla Vigilia di queste festività. Anche se il periodo storico che il mondo sta vivendo ci porta a trascorrere il Natale 2025 come uno dei più drammatici della storia dell’umanità, normalmente un sindaco, in questi giorni, si aspetta gli auguri dalle altre istituzioni. A Riace, invece, arriva una lettera con la quale il governo Meloni, per bocca del ministro leghista Calderoli, ci dice che non abbiamo il suo assenso al gemellaggio del mio Comune con la città di Gaza, per oltre due anni assediata da un vero e proprio genocidio messo in atto da Israele”.

Per il primo cittadino di Riace, “è una lettera gravissima perché senza alcuna spiegazione nel merito, il ministero degli Esteri accusa il sindaco di Gaza di essere legato ad Hamas. Come la nostra iniziativa possa arrecare danno alla politica estera italiana dovrebbe chiarirlo il ministro Antonio Tajani che, assieme a tutto il governo, sembra più interessato a capire cosa accade a Riace, piuttosto che impegnarsi in un reale percorso di pace in Palestina. Aver voluto a tutti i costi fare il gemellaggio tra Riace e Gaza è stato un atto di fraternità umana con il quale abbiamo, nel nostro piccolo, voluto riconoscere un popolo martoriato dalla guerra. Volevamo trasformare il dolore in speranza e unirci al messaggio di un mondo che nei palestinesi vede esseri umani e non terroristi, come fa invece il nostro ministero degli Esteri”. Lucano si dice, in sostanza, “esterrefatto perché quello che ho letto non è altro che un tentativo di azzerare una decisione di un Comune che non si occupa solo di buche nelle strade e che, a differenza del governo Meloni, non si gira dall’altra parte davanti ai bambini uccisi a Gaza”.

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giovedì 25 dicembre 2025

Merito o diritti? Bologna riscrive le regole per gli alloggi pubblici - Mauro Boarelli

 

SELEZIONARE I “BUONI”

A Bologna è stata adottata una nuova modalità di assegnazione di alloggi pubblici densa di implicazioni, la cui portata va ben al di là del modesto patrimonio immobiliare messo a disposizione in questa occasione specifica (dieci alloggi classificati nella categoria dell’Edilizia residenziale sociale). Si tratta del Cohousing Fioravanti 14, situato nel quartiere popolare della Bolognina, a poca distanza dalla stazione ferroviaria. Sulla collocazione (che ha un preciso significato politico) mi soffermerò alla fine. L’attenzione va posta innanzitutto sul bando per l’assegnazione degli alloggi: non si tratta solo di un documento amministrativo, ma del segno di un mutamento culturale nell’amministrazione pubblica.

Il bando (il cui slogan è “collegare vite/coltivare idee”) parte dal presupposto che per concorrere a un posto nel “cohousing” occorra possedere una predisposizione verso questa specifica tipologia abitativa. Chi abiterà in quel luogo dovrà essere parte di una comunità, gestire le zone comuni (lo spazio verde e la lavanderia), “avere una spiccata sensibilità alla riduzione dei consumi” e la capacità di promuovere “un nuovo modo di vivere la città, il quartiere, la casa”. Di conseguenza, secondo l’amministrazione comunale, i candidati devono dimostrare di possedere determinate caratteristiche, a ciascuna delle quali corrisponde un punteggio attribuito dalla commissione di valutazione, come stabilito nella sezione intitolata “requisiti di affinità al progetto”. I requisiti previsti sono: esperienze documentate di volontariato o attivismo in campo sociale o ambientale; esperienze lavorative in ambito sociale o ambientale; titolo o percorso di studio attinente a materie sociali, educative, del mondo cooperativo e simili o in campo energetico e ambientale.

Salta agli occhi l’assenza di un nesso logico. Per quale ragione una persona che ha fatto del volontariato, o lavora in campo ambientale, o ha studiato “materie sociali” possiede, solo per questo, in modo automatico, una particolare “predisposizione” ad abitare in un cohousing? E per quale misterioso motivo si esclude a priori che persone prive delle esperienze elencate possano avere ugualmente tale “predisposizione”?

E soprattutto: su quali criteri la commissione attribuirà il punteggio? In base a cosa verrà stabilito che un’esperienza di “attivismo” merita un punteggio più elevato rispetto a un’altra? Come verrà valutato l’“attivismo” svolto in contesti informali, dal momento che non potrà essere documentato?

Gli interrogativi non si fermano qui. La commissione, infatti, dovrà valutare anche la “rispondenza” al “Profilo di Comunità”, sulla base di un questionario compilato dai candidati. Queste sono alcune delle domande cui saranno chiamati a rispondere:

Perché sei interessato/a a partecipare alla selezione dei candidati per il Progetto?
In base a quanto hai potuto comprendere sull’iniziativa, quali sono gli aspetti che maggiormente ti attraggono? E quelli che più ti preoccupano?
Prova a immaginare alcuni aspetti della tua vita una volta entrato/a a far parte del progetto. In cosa vorresti che si differenziasse rispetto alla tua situazione attuale?

In base a cosa la commissione attribuirà un punteggio a queste risposte? Non è dato saperlo, nessun criterio specifico è indicato (anche perché sarebbe impossibile stabilire parametri rigorosi). In pratica, la commissione avrà carta bianca.

Questa arbitrarietà non rappresenta solo una evidente carenza nell’impianto del bando.
Si tratta piuttosto di un elemento funzionale alla sua logica. Il nucleo centrale della questione, infatti, è lo spostamento del punto di osservazione: dall’esame delle condizioni oggettive dei richiedenti (reddito, età, composizione familiare, figli minorenni a carico, disabilità, disoccupazione, etc.) si passa al giudizio sui comportamenti. Sono i comportamenti il vero oggetto della valutazione. La “costruzione della comunità” è il quadro retorico che legittima questa inquietante innovazione.

Qualche tempo fa, in un articolo sul credito sociale, avevo messo a confronto decisioni politiche di varia natura in campi diversi della sfera pubblica che hanno in comune l’adozione di forme molteplici (ma in definitiva convergenti) di valutazione dei comportamenti, mostrandone l’espansione ed evidenziandone i pericoli.
L’analisi prendeva le mosse proprio da Bologna, dove l’amministrazione comunale aveva immaginato l’istituzione di un “portafoglio del cittadino virtuoso” (che sembra, fortunatamente, caduto nel dimenticatoio) e aveva introdotto negli anni scorsi una sorta di “patente a punti” per gli abitanti degli alloggi popolari finalizzata, di nuovo, a classificare e sanzionare comportamenti. I meritevoli e i non meritevoli, insomma. Quando un’autorità politica – o chi per essa svolge una specifica funzione pubblica (per esempio un’agenzia di valutazione) – decide chi sta da una parte e chi sta dall’altra, bisognerebbe iniziare a preoccuparsi.

D’altra parte, le indicazioni contenute nel bando di cui ci stiamo occupando non sono una novità assoluta. Il testo, infatti, ricalca quello adottato nel 2016 per il cohousing Porto 15, a dimostrazione della continuità tra questa amministrazione e le precedenti. Ma con il nuovo bando il comune di Bologna fa un passo ulteriore, attribuendo punteggi a comportamenti individuali, e questo è un fatto inedito.
In sostanza, determinati elementi culturali sono in circolazione già da tempo, ma stavolta si sono combinati in una formulazione più insidiosa. Quale sarà il passo successivo? In quale ambito verranno applicati criteri analoghi, o appartenenti alla stessa famiglia? Sono interrogativi legittimi, che spingono a non sottovalutare la portata di quello che, a prima vista, si presenta come un esperimento su scala ridotta.


CHI INSEGNA A CHI?

Torniamo al bando. Dopo la prima scrematura fin qui descritta, basata sull’ambiguo e intrinsecamente discriminatorio concetto di “merito” (mai esplicitamente nominato ma di cui si percepisce la minacciosa presenza), la procedura prevede una seconda fase, denominata “Progettazione partecipata del cohousing”.
Si tratta di una serie di otto incontri a frequenza obbligatoria, i cui obiettivi sono spiegati in un paragrafo illuminante: “Avviare un cohousing presuppone di mettere in comune una serie di interessi, opinioni, stili di vita, disponibilità economiche, regole di comportamento. Al fine di costituire un gruppo affiatato è importante avviare una riflessione che coinvolga questi temi in maniera efficace, partendo dal modo d’intendere l’abitare comune: come deve essere, su quali principi deve essere basato e quali aspettative deve soddisfare.
Dal tema dell’abitare si passerà poi alla riflessione sulla solidarietà, la sostenibilità ambientale e la collaborazione reciproca. Per misurarsi su queste tematiche è necessario imparare a comunicare e apprendere una corretta gestione delle riunioni: come prendere la parola, costruire un ordine del giorno, fare sintesi, fare in modo che le riunioni siano efficaci e partecipate”.

Otto incontri per imparare a vivere, in sostanza. Con il presupposto che qualcuno lo deve insegnare (a vivere, si intende). Il verbo “fornire” utilizzato per introdurre gli scopi di questa fase è indicativo: “fornire ai/alle partecipanti gli strumenti per diventare protagonisti/e del proprio progetto”. In poche righe è sintetizzata l’idea di città che gli amministratori hanno in mente, una città in cui i modi di abitare non nascono dalle relazioni quotidiane e dagli scambi nei luoghi di vita e di lavoro – come è sempre avvenuto nella storia – ma vengono “insegnati” a partire da un modello normativo.

Questa “pedagogia dall’alto” si coniuga perfettamente con il modello di partecipazione perseguito dalle amministrazioni che si sono susseguite al governo di Bologna da almeno quindici anni a questa parte, fortemente centralizzato e “dirigista” anche se imbevuto di una retorica che lo promuove come diffuso e spontaneo. Anche il percorso “formativo” previsto dal bando per il cohousing rientra in questo schema. Gli incontri, infatti, saranno guidati da professionisti, secondo un copione che si ripete invariabilmente. Stuoli di “facilitatori” hanno attraversato negli ultimi anni decine e decine di “percorsi partecipativi” intorno ai temi della “rigenerazione urbana”, senza che ne sia mai risultato davvero accresciuto il potere decisionale delle cittadine e dei cittadini, senza il quale la partecipazione si riduce a pura operazione di marketing.

C’è un altro aspetto da cogliere nella procedura prevista dal bando: la sua contraddittorietà. Agli incontri saranno chiamati a partecipare i richiedenti che abbiano superato la prima fase della selezione (quella dei punteggi attribuiti ai comportamenti) in numero doppio rispetto alla disponibilità degli alloggi. Al termine del “processo partecipativo” undici nuclei familiari rimarranno esclusi dall’assegnazione.
In pratica, all’interno di un processo finalizzato a promuovere la solidarietà, viene insediato un meccanismo di concorrenza e competizione. Mentre siederanno intorno allo stesso tavolo per discutere come “costruire la comunità”, i candidati dovranno sgomitare per prevalere l’uno sull’altro e aggiudicarsi una casa in affitto, un bene oggi rarissimo. Una contraddizione stridente, fulcro dell’ideologia del merito che pervade il bando.

Chi deciderà quali saranno gli esclusi? E con quali criteri? Nell’impossibilità di individuare parametri “oggettivi” per governare questa fase così delicata, il bando prevede due passaggi. Il primo si chiama  “autoselezione”: “Dopo i primi otto incontri, l’individuazione dei futuri dieci nuclei di coabitanti sarà basata sull’autoselezione da parte degli stessi partecipanti che decideranno se Fioravanti 24 è il progetto di cohousing che fa per loro”.

Sostanzialmente, il Comune spera che la metà dei partecipanti rinunci perché scoprirà di non essere interessata al progetto. Però gli incontri non sono informativi, ma formativi. Perché formare sperando contemporaneamente che per almeno metà dei partecipanti la formazione non serva a nulla, anzi sia addirittura dissuasiva?
E cosa succede se, invece, i rinunciatari non sono sufficienti? Se, folgorati dalla maestria dei “facilitatori”, oppure – in modo strumentale ma non per questo meno legittimo – spinti
La risposta è semplice, per certi aspetti disarmante: “si procederà per sorteggio”. Può sembrare una soluzione brutale, vista la posta in gioco: non si tratta di una partita di calcio terminata in parità dopo i rigori, ma del soddisfacimento del diritto alla casa. Ma nella logica del bando si tratta di una scelta perfettamente coerente: se si prevedono meccanismi di valutazione arbitrari, come quelli basati sul comportamento, non ci si deve stupire se all’arbitrarietà viene affidata anche la scelta finale.


LUOGHI REALI, LUOGHI ARTIFICIALI

Il cohousing Fioravanti 24 sorge sulle ceneri di XM24, uno spazio sociale autogestito, attivo per diciassette anni fino al 6 agosto 2019. Quel giorno un massiccio spiegamento di polizia eseguì uno sgombero violento, con tanto di ruspa al seguito, su richiesta del comune di Bologna.

XM24 non poteva più stare lì, in quei locali dismessi del vecchio mercato ortofrutticolo, perché – sosteneva il Comune – proprio lì era assolutamente necessario e urgente costruire un cohousing. La bugia era patetica, allora come oggi (e infatti ha avuto varie versioni, nel corso del tempo: all’inizio l’urgenza derivava dalla necessità di realizzare in quel luogo una caserma dei carabinieri). Si trattava, in realtà, di portare a termine l’opera di “normalizzazione” in atto da tempo.
Di sgomberi il Comune ne aveva realizzati molti altri, mostrando un’avversione profonda per tutti gli spazi autogestiti. Ne rimaneva solo uno, bisognava completare l’opera. E poi quel luogo disturbava il progetto di “rigenerazione urbana” noto come Trilogia Navile, un insediamento abitativo di grandi dimensioni, proprio lì accanto, rimasto incompiuto per anni a seguito del fallimento di una delle imprese edili. I lavori stavano per ripartire, meglio sarebbe stato non avere vicini “scomodi”. È il mercato, e il Comune ha mostrato in molte occasioni di essere assai sensibile alle sue regole.

Ora il cohousing c’è. Nel giorno dello sgombero, una formazione politica in quel momento all’opposizione – e che ora, invece, fa parte della maggioranza di governo e siede in giunta con l’assessora alla casa artefice del bando – aveva scritto un comunicato di critica all’amministrazione comunale, che si concludeva in questo modo: “Non sarà certo la sostituzione di uno spazio di creatività e socialità con dieci appartamenti in co-housing a risollevare le sorti del deserto urbanistico creato in quell’area […]”.

Giuste parole, alle quali si potrebbe aggiungere che non sarà l’abito nuovo confezionato intorno all’opera a cambiare a posteriori la sua natura strumentale. Un abito alla moda, ma di pessimo gusto.

(*) Tratto da Napoli Monitor.

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mercoledì 24 dicembre 2025

Il furto dei gioielli della corona come specchio del saccheggio coloniale - Rokhaya Diallo

Il furto al Louvre suscita indignazione ma Mediapart ricorda che i musei francesi vengono dal saccheggio dei territori conquistati

Il clamoroso furto di parte dei gioielli della corona di Francia al museo del Louvre ha avuto il merito di riunire la classe politica in un coro di deplorazione per un grave misfatto contro l’integrità di un bene che sarebbe comune a tutti i francesi. Emmanuel Macron si è affrettato a denunciare «un attacco a un patrimonio che amiamo perché è la nostra Storia». Una storia molto più oscura di quanto sembri.

Mentre il mondo intero era rattristato dalla perdita di gioielli sontuosi, l’attenzione si è concentrata maggiormente sui dettagli della composizione di questi gioielli costituiti da pietre preziose appartenute a personaggi del Primo e del Secondo Impero: Maria Amalia di Borbone-Sicilia, Hortense de Beauharnais, Maria Luisa d’Austria (moglie di Napoleone I) e l’imperatrice Eugenia di Montijo (moglie di Napoleone III).

Gli account Instagram Everything is Political e Slow Factory hanno condotto una rapida indagine, ipotizzando l’origine dei gioielli rubati. Gli smeraldi provengono senza dubbio dalla Colombia, dove la miniera di Muzo era all’epoca la sola miniera conosciuta che fornisse gemme di questo tipo attorno all’inizio del secolo XIX; i diamanti proverrebbero da India e Brasie les diamants viendraient d’Inde et du Brésil (altre fonti indicano il Sudafrica, dove i primi giacimenti di Kimberley furono sfruttati già negli anni 1850-1860); le perle naturali del Golfo Persico o dell’Oceano Indiano; gli zaffiri di Ceylon (l’attuale Sri Lanka), principale fonte mondiale di zaffiri blu all’inizio del XIX secolo. Solo i granati provenienti dalle miniere degli Urali venivano trasportati nell’ambito del libero commercio europeo.

Nei territori sotto il dominio britannico, portoghese o spagnolo, era il lavoro coatto delle popolazioni indigene colonizzate a consentire l’estrazione di questi preziosi minerali. Che la manodopera fosse schiavizzata o a contratto, l’ottenimento di questi beni avveniva a vantaggio delle potenze imperialiste, che si arricchivano grazie all’estrattivismo praticato sui territori conquistati con la violenza e il lavoro delle popolazioni inferiorizzate.

Se oggi si deplora la perdita dei beni simbolici del regno di Napoleone Bonaparte, il cui nome è indebitamente venerato nella politica francese, ricordiamo che la sua fortuna è stata ampiamente costruita sulla violenza e la spoliazione di altre popolazioni.

Sotto il Consolato e l’Impero, l’arricchimento di Napoleone e dello Stato francese si basava in parte su un sistema di spoliazioni organizzate, indissociabile dalla logica dell’espansione coloniale e militare. Le grandi «campagne» (termine che difficilmente rende l’idea del livello di violenza impiegato), in particolare in Italia, Spagna ed Egitto, permisero il saccheggio massivo di opere d’arte, di tesori archeologici e risorse naturali, legittimandolo con il pretesto del “progresso scientifico” oppure con la pretesa della “civilizzazione” di popolazioni che non l’hanno richiesto.

La campagna d’Egitto è allo stesso tempo una spedizione militare e un saccheggio economico e culturale, volto a controllare le rotte commerciali orientali e a riportare in Francia antichità, manoscritti e oggetti d’oro. Questi bottini, registrati nei rapporti della Commissione delle scienze e delle arti e successivamente esposti al Louvre, hanno alimentato il prestigio imperiale, radicando al contempo l’economia francese nelle nascenti reti coloniali.

Così, la costruzione del potere napoleonico si inserisce nella continuità di un modello europeo di accumulazione basato sulla conquista, il dominio e l’appropriazione violenta delle ricchezze materiali e simboliche dei territori conquistati.

La Francia si vanta dei beni acquisiti con la brutalità

Alla luce di queste considerazioni, cosa significa la grande desolazione che ha accompagnato la scomparsa di questi oggetti rubati dal Museo del Louvre? Quale significato attribuisce il nostro presidente al concetto di “patrimonio francese”, considerando le origini immorali della costituzione di questi gioielli?

Il fatto che la Francia possa ancora oggi vantarsi del possesso di beni acquisiti con la brutalità e l’ingiustizia la dice lunga sul rispetto per la vita delle vittime della colonizzazione.

La maggior parte dei grandi musei europei ha costruito il proprio prestigio esponendo opere acquisite tra la fine del XIX e la metà del XX secolo – periodo segnato da un’espansione coloniale costellata di massacri e coercizioni – e provenienti da presunte spedizioni etnografiche che in realtà erano solo un pretesto per la predazione.

In Francia, secondo un rapporto redatto da Felwine Sarr e Bénédicte Savoye nel 2018, oltre il 90% delle opere d’arte più emblematiche dell’Africa subsahariana si trova al di fuori del continente. Ad esempio, il famoso museo Quai Branly-Jacques-Chirac, che raccoglie arte indigena proveniente da Asia, Africa, Oceania e Americhe, è ricco di oggetti arrivati in Francia all’epoca in cui il nostro Paese aveva un ascendente su questi territori: è il caso del 66% della collezione dell’unità “Africa”.

Per conservare queste opere sul proprio territorio, la Francia ha elaborato un espediente giuridico: integrarle nel demanio pubblico dello Stato, rendendole così insequestrabili e inalienabili.

Un vero e proprio museo degli orrori

Peggio ancora, i nostri musei conservano ancora importanti collezioni di resti umani, in primo luogo il Museo Nazionale di Storia Naturale e il Museo dell’Uomo, la cui “collezione moderna” comprende più di 1.000 scheletri e circa 18.000 crani ereditati da raccolte pseudo-scientifiche (in realtà razziste), coloniali e di polizia del XIX e XX secolo.

Un vero e proprio museo degli orrori che raccoglie resti umani provenienti da tutto il mondo (Algeria, Senegal, Madagascar, Guyana…), tra cui quelli di numerosi resistenti alla colonizzazione francese, ma anche di bambini. È quanto racconta Xavier Leclerc nel suo ultimo romanzo Le Pain des Français (Gallimard), dando voce a «Zohra», una bambina kabyle di 7 anni il cui cranio è conservato in una scatola da scarpe tra i circa 9.000 crani conservati nel Museo dell’Uomo.

La storia di Saartjie (Sawtche), detta “Sarah Baartman”, donna di origine ottentotta nata in Sudafrica e morta a Parigi dopo essere stata vittima di ripetuti abusi sessuali e fisici ed essere stata esibita nelle fiere, è emblematica di questa spoliazione. Dopo la sua morte, calchi in gesso del suo corpo, dei suoi organi genitali e del suo cervello furono esposti al Musée de l’Homme alla vista di tutti fino al 1974, prima di essere relegati nel seminterrato. Dopo un’aspra battaglia legale, promossa da Nelson Mandela, il Sudafrica ha finalmente potuto recuperare il suo corpo nel 2002.

Nel luglio 2020, Parigi ha restituito all’Algeria 24 teschi di resistenti anticolonialisti, tra cui Cheikh Bouziane, Cherif Boubaghla e Si Mokhtar ben Kouider al-Titraoui, conservati dal XIX secolo al Musée de l’Homme. Da allora, la Francia si è dotata di un quadro giuridico specifico: una legge del 2023 autorizza, in deroga all’inalienabilità, la restituzione di resti umani a uno Stato straniero a fini funerari.

In precedenza, nel 2012, erano state restituite le teste di alcune persone māori (originari di Aotearoa, nome māori della Nuova Zelanda).

Nel 2024, i corpi di sei Kali’na – Pékapé, Couani, Emo-Marita, Mibipi, Makéré e Miacapo -, rapiti in Guyana per essere esposti in una mostra coloniale, vengono celebrati al Musée de l’Homme nell’ambito di una cerimonia sciamanica, alla presenza di di capi tradizionali provenienti dal Suriname e dalla Guyana. Tuttavia, i loro resti non sono stati restituiti. Diversi altri casi sono ancora in corso e, di conseguenza, molti corpi rimangono ancora lontani dai loro territori d’origine.

Sotto la pressione del rapporto Sarr-Savoy, che esortava lo Stato francese a restituire le opere ai loro paesi d’origine e ai paesi africani, la Francia ha dovuto riconoscere l’ingiustizia. Nel dicembre 2020 è stata quindi approvata una legge per restituire alcuni beni culturali al Benin e al Senegal.

Il primo oggetto restituito è stata una sciabola attribuita al capo politico El Hadj Omar Tall. Anche il Madagascar ha recuperato la corona della regina Ranavalona III, considerata dal ministro della Cultura Lalatiana Andriatongarivo Rakotondrazafy uno dei simboli più preziosi dell’«orgoglio nazionale malgascio».

Inoltre, ventisei opere d’arte note come “Tesoro di Béhanzin”, donate allo Stato dal generale Alfred Dodds dopo essere state saccheggiate durante una guerra e conservate al museo del Quai Branly-Jacques-Chirac, sono state restituite al popolo beninese. Il loro ritorno è stato oggetto di un magistrale film documentario, Dahomey, realizzato dalla franco-senegalese Mati Diop.

Tuttavia, con ventisei opere, siamo ben lontani da una rivoluzione. Il museo ne conserva almeno 45.000 provenienti dai saccheggi coloniali.

La Francia fatica ancora a riconoscere che gran parte del suo potere e del suo fascino derivano dal suo ruolo violentemente distruttivo nelle ex colonie. Celebrare un patrimonio acquisito con disprezzo per le vite umane testimonia un persistente rifiuto di ammettere il prezzo del proprio prestigio, alimentato dai gravi danni causati in passato e che persistono ancora oggi.

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martedì 23 dicembre 2025

Il territorio sardo può esser in buona parte tutelato dalla speculazione energetica - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

La recentissima sentenza Corte cost. 16 dicembre 2025, n. 184 ha delineato la ripartizione delle competenze riguardo l’ubicazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, dichiarando illegittime varie parti della legge regionale Sardegna 5 dicembre 2024, n. 20 di individuazione delle aree idonee e non idonee per l’installazione di impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, accogliendo in gran parte il ricorso governativo n. 8 del 2025 che ne chiedeva la declaratoria di illegittimità costituzionale (art. 127 Cost.) per contestata violazione delle competenze esclusive statali in tema di energia e ambiente.

E’ ben noto, infatti, che la giurisprudenza costituzionale sia estremamente chiara nell’attribuire allo Stato l’emanazione dei principi fondamentali della materia “energia”, fra cui le disposizioni in materia di individuazione di aree idonee e non idonee per l’ubicazione degli impianti, la predisposizione di un’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio dei medesimi impianti, previa intesa in sede di Conferenza Stato – Regioni – Province autonome (vds. sentenza Corte cost. n. 27/2023sentenza Corte cost. n. 11/2022;  sentenza Corte cost. n. 177/2021sentenza Corte cost. n. 106/2020) e l’abbia in precedenza ribadito con la sentenza Corte cost. n. 28 dell’11 marzo 2025 che aveva dichiarato illegittima la legge regionale Sardegna n. 5/2024, contenente la moratoria temporanea degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili in palese contrasto con l’art. 20, comma 6°, del decreto legislativo n. 199/2021, secondo cui “nelle more dell’individuazione delle aree idonee, non possono essere disposte moratorie ovvero sospensioni dei termini dei procedimenti di autorizzazione”.  

La Corte ha ricordato ancora che la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un automatico divieto di installazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili (vds. Corte cost. n. 134/2025), ma ha l’effetto conseguenziale di negare l’accesso ai procedimenti autorizzatori semplificati previsti dal legislatore statale per velocizzare la diffusione delle fonti rinnovabili nelle aree invece definite idonee.

E basterebbe questo per accantonare la proposta di legge popolare denominata Pratobello ’24, contenente addirittura (art. 3) una moratoria sine die.

Ma allora non vi sarebbero freni al dilagare  alla speculazione energetica in stile Far West che sta ponendo in pericolo i valori ambientali, naturalistici, storico-culturali e identitari dell’Isola senza nemmeno risolvere il problema della decarbonizzazione e consentire il raggiungimento degli obiettivi in materia fissati a livello nazionale ed europeo?

No, non è così.

Rimarrebbero, in ogni caso, applicabili le altre discipline di salvaguardia del territorio.

In primo luogo, è bene ricordare che in Sardegna fin dall’entrata in vigore del piano paesaggistico regionale (P.P.R. – 1° stralcio costiero, esecutivo con D.P.RAS n. 82 del 7 settembre 2006), “negli ambiti di paesaggio costieri …  è comunque vietata la realizzazione di centrali eoliche e di trasporto di energia di superficie” (art. 112 delle N.T.A.). E tale divieto è confermato dal decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175 (art. 2, comma 4°, lettera m).

Inoltre, trovano applicazione i vincoli temporanei vigenti fino all’adozione delle norme d’individuazione delle aree idonee e inidonee all’ubicazione di impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili: l’art. 6, comma 1°, del decreto-legge n. 50/2022, convertito con modificazioni e integrazioni nella legge n. 91/2022, in relazione all’installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili ha individuato una “fascia di rispetto … determinata considerando una distanza dal perimetro di beni sottoposti a tutela di sette chilometri per gli impianti eolici e di un chilometro per gli impianti fotovoltaici”. Successivamente, con l’art. 47, comma 1°, del decreto-legge n. 13/2023, convertito con modificazioni e integrazioni nella legge n. 41/2023, la fascia di tutela è stata ridotta a “tre chilometri” per gli impianti eolici e a “cinquecento metri” per gli impianti fotovoltaici. 

Tali fasce di rispetto sono state confermate dal decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175 (art. 2, comma 4°, lettera m).

Si tratta di fasce di rispetto dal limite delle zone tutelate con vincolo culturale (artt. 10 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e/o con vincolo paesaggistico/ambientale (artt. 136 e ss. e 142 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), per cui è fondamentale, per esempio, l’incremento dei provvedimenti di vincolo culturale da parte del Ministero della Cultura in presenza di beni di proprietà privata (vds. T.A.R. Sardegna, Sez. I, 29 maggio 2024, n. 414).

Inoltre, non possono esser destinati legittimamente a sede di impianti energetici le aree appartenenti ai demani civici (legge n. 1766/1927 e s.m.i.legge n. 168/2017 e s.m.i.regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.), perchè il regime giuridico delle terre collettive “resta quello dell’inalienabilità, dell’indivisibilità, dell’inusucapibilità e della perpetua destinazione agro-silvo-pastorale” (art. 3, comma 3°, della legge n. 168/2017 e s.m.i.).

Infine, la stessa Corte costituzionale (sentenza Corte cost. 16 dicembre 2025, n. 184) ha affermato che “il regolamento n. 2024/1991/UE si preoccupa di chiarire che gli Stati membri possono stabilire che la realizzazione di determinati impianti incidenti su specifiche parti del loro territorio sia esclusa dalla presunzione di interesse pubblico prevalente, facendo quindi venir meno il relativo favor” verso l’incremento di produzione elettrica da fonti rinnovabili.  Il medesimo Regolamento UE 2024/1991 (il c.d. Nature Restoration Law) prevede, quindi, la possibilità per gli Stati membri di individuare aree di valore naturalistico assolutamente non idonee all’ubicazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili.

Riguardo gli impianti energetici offshore, se è vero che la Corte costituzionale ha confermato sia esclusiva competenza statale “mediante l’approvazione dei piani di gestione dello spazio marittimo” (attualmente art. 2, comma 1°, lettera h, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175), finora si son fatti i conti senza l’oste, perchè i piani approvati con decreto ministeriale n. 237 del 25 settembre 2024 non hanno e non possono avere prescrizioni vincolanti oltre il limite delle acque territoriali (12 miglia marine dalla battigia) in quanto non è stata istituita la Zona Economica Esclusiva (ZEE) italiana, lo strumento giuridico necessario per l’istituzione di limiti e prescrizioni oltre le 12 miglia marine.

E in assenza di una definita Zona Economica Esclusiva (ZEE) concordata a livello internazionale con gli altri Stati rivieraschi del Mediterraneo occidentale (Spagna, Algeria, Tunisia), come richiesto dalla Convenzione internazionale dell’O.N.U. sul diritto del Mare (UNCLOS), qualsiasi decisione in proposito vale meno della carta su cui è scritta.

La speculazione energetica.

Il ricorso all’energia prodotta da fonti rinnovabili è fondamentale per il contrasto ai cambiamenti climatici, tuttavia non versiamo il cervello all’ammasso dell’ideologia dell’ambientalmente corretto che scivola troppo spesso nell’oggettivo favore verso un’ipocrita speculazione energetica, che danneggia ambiente e soldi dei cittadini. 

La Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023 e nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Ma questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultano complessivamente ben 6.133, pari a 336,11 GW di potenza, suddivisi in 3.912 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 155,40 GW (44,90%), 2.063 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 110,18 GW (31,83%), 117 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 77,72 GW (22,46%), 24 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,49 GW (0,72%), 11 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,24 GW (0,07%) e 6 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,08 GW (0,02%).

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Terna invia specifici ordini per ridurre aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata.  I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

 

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

Che cosa si potrebbe fare.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/2023), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo in più di 22 mila ad averlo già fatto.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.

da qui