E meno male che il cliente è al centro dell’azienda. Parola loro, non nostra. “Mettiamo il consumatore al centro di tutto quello che facciamo. È così che abbiamo costruito fiducia per quasi 150 anni”, scriveva orgogliosa la Campbell qualche anno fa, spiegando perché appoggiava le etichette sugli OGM e come difendeva il diritto delle persone a sapere cosa c’è nel piatto.
Poi, molti comunicati dopo e parecchie lattine vendute
in più, salta fuori un audio. In quella registrazione, allegata a una causa
civile in Michigan, la voce che l’azienda stessa riconoscerà come quella di
Martin Bally, vicepresidente dell’area IT, non sembra esattamente ossessionata
dall’idea di “mettere il consumatore al centro”.
Le zuppe Campbell diventano “highly processed food for
poor people”, cibo altamente processato per poveri, e soprattutto “shit for
fucking poor people. Who buys our shit? I don’t buy Campbell’s products
anymore”. Merda per poveri del cazzo. Chi compra la nostra merda? Io i prodotti
Campbell non li compro più.
È lo stesso marchio che, nei documenti ufficiali,
racconta di voler portare “qualità, valore e sicurezza alle masse”, di avere da
sempre il consumatore come stella polare, di lavorare per “make food people
love”, fare cibo che le persone amano. Nel file audio, però, l’amore per il
consumatore si traduce in un’altra lingua: quella che si usa quando si parla
dei poveri convinti a cucinarsi una cena in 5 minuti col microonde.
La scena, a raccontarla, sembra scritta da uno
sceneggiatore con un dente avvelenato contro gli uffici del personale di mezzo
mondo. Novembre 2024, riunione in remoto. Da una parte del monitor c’è Martin
Bally, vicepresidente e capo della sicurezza informatica di Campbell’s: non un
cuoco, non un nutrizionista, ma uno che dovrebbe occuparsi di hacker e firewall.
Dall’altra un analista di sicurezza, Robert Garza,
assunto da poco, che crede di dover discutere di lavoro e prospettive. E invece
si ritrova a fare da pubblico a una lunga tirata del capo sui prodotti
dell’azienda, sui poveri che li comprano, sui colleghi indiani, sugli edibles
alla marijuana che lui stesso, sostiene Garza, consumerebbe con una certa
disinvoltura.
A un certo punto, racconta Garza, scatta l’istinto di
sopravvivenza del sottoposto moderno: il dito va sul tasto “rec”. Da quel
momento tutto viene registrato. Nella registrazione, finita poi nella causa
civile in Michigan e nelle mani di vari media statunitensi, si sente il
dirigente ripetere le stesse frasi sulle “highly processed food for poor
people” e sulla “shit for fucking poor people” già citate, in un crescendo che
sembra fatto apposta per titoli e meme.
È un raro momento di sincerità: il manager che prende
le distanze dal cibo che gli paga lo stipendio, dichiarando di non toccarlo
nemmeno con la forchetta dei poveri. Non contento, secondo la denuncia,
aggiunge che quel pollo sarebbe “bioengineered meat”, roba uscita da una
stampante 3D. Il tutto in mezzo a commenti razzisti sui colleghi di origine
indiana, considerati incapaci di pensare con la loro testa. Cibo di merda per
poveri, colleghi di merda per pregiudizio, e al centro lui, la coscienza
critica del capitalismo da lattina.
La storia salta fuori solo mesi dopo. Garza sostiene di
aver segnalato internamente quelle frasi a gennaio 2025. Dopo circa tre
settimane, il licenziamento. Lui parla di ritorsione per aver denunciato un
ambiente razzista e un dirigente fuori controllo. L’azienda contesta, parla di
altre ragioni. La verità giuridica la stabilirà un tribunale, nel frattempo
Garza resta senza lavoro e porta in causa Campbell’s, Bally e il suo diretto
superiore. E il file audio, nato per autodifesa, diventa prova centrale del
caso e detonatore mediatico.
Quando la registrazione arriva a una tv locale di
Detroit e poi ai giornali nazionali, Campbell’s reagisce secondo protocollo.
Prima mette Bally “in congedo”, in quella zona grigia dove i manager
problematici vengono parcheggiati mentre gli avvocati contano fino a dieci.
Poi, vista la tempesta, riconosce che la voce nel file è proprio la sua, lo
scarica, annuncia che “non è più dipendente dell’azienda” e definisce quelle
parole “volgari, offensive e false”, soprattutto quando parla di pollo
ingegnerizzato e stampanti 3D.
Su questo, l’azienda si affanna a precisare: il pollo
è vero, al cento per cento, viene da fornitori approvati dal Dipartimento
dell’Agricoltura, nessuna carne coltivata in laboratorio, nessuna tecnologia
fantascientifica nel barattolo. Il messaggio è semplice: il problema non è il
contenuto della lattina, è il contenuto del dirigente.
È la grande religione della mela marcia. Quando un
manager apre bocca e fa uscire quello che doveva restare confinato ai cinici
pensieri di corridoio, l’azienda lo isola come un virus. Non è il sistema che
tratta i poveri come un mercato di serie B a cui rifilare cibo ultra-processato
a poco prezzo. È lui, il singolo cretino, che a differenza degli altri ha
dimenticato la prima regola: non dirlo mai così, non dirlo in una registrazione.
Intanto la politica, che non perde mai l’occasione di
fare campagna su ogni pezzo di carne, reale o immaginaria, sente l’odore del
sangue. In Florida, dove è stata vietata la carne coltivata in laboratorio, il
procuratore generale annuncia un’indagine sulla Campbell’s, citando proprio le
frasi del dirigente sulla “bioengineered meat” e il pollo da stampante 3D, come
se in quell’ora di sproloquio di un responsabile IT ci fosse la verità rivelata
sulle filiere alimentari.
Campbell’s si ritrova così stritolata fra due
narrative ugualmente tossiche: quella del manager che esagera e quella della
politica che sfrutta l’esagerazione per confermare la propria crociata. In
mezzo, di nuovo, i poveri veri, che continueranno a mangiare quello che trovano
sugli scaffali del discount, con o senza etichetta “bioengineered”.
Perché è di questo che si parla, sotto i comunicati
stampa e le querele minacciate. Di un’intera architettura economica che
considera i poveri un target e non un’emergenza. Chi ha poche decine di dollari
a settimana per mangiare non sceglie tra bistrò e cucina molecolare: sceglie
tra scaffali di prodotti a lunga conservazione, offerte, promozioni, coupon. Le
periferie sono piene di supermercati dove il fresco costa più del tempo che non
hai, e il cibo in lattina è la soluzione logica per orari impossibili, doppio
lavoro, salari insufficienti. In quel segmento di mercato, il confine fra
“buono” e “accettabile” è dettato dal margine di profitto, non dalla dignità
del piatto.
Il dirigente che parla di “merda per poveri” non
inventa nulla. Mette solo in chiaro la gerarchia non scritta: c’è il cibo per
chi può permettersi di pensare al gusto e alla salute, e c’è il cibo per chi
deve solo sopravvivere a fine mese. La domanda vera non è se quel pollo venga
davvero soffiato da una stampante 3D, come in un incubo techno-trash, ma su chi
si regge questa dieta di massa. Finché esisterà un mercato di “prodotti per
poveri” costruito sull’idea che le loro papille gustative valgono meno, che i
loro stomaci sono destinazione naturale di ciò che il resto del mondo non
mangerebbe, la frase “cibo di merda per poveri” resterà lì, pronta a scappare
dalla bocca del prossimo dirigente in overconfidence.
Piero Manzoni, nel 1961, inscatolava direttamente la
Merda d’artista e almeno sull’etichetta era onesto. Andy Warhol, l’anno dopo,
con le lattine Campbell ci faceva un’icona pop: la zuppa industriale elevata ad
arte, appesa nei musei come simbolo dell’America che mangia in serie. Campbell
invece tiene un piede in ogni barattolo: nelle gallerie è la lattina glamour di
Warhol, nelle riunioni interne il suo dirigente parla di “merda per poveri”, ma
sulle etichette continua a chiamarla “food people love”. Alla fine, tra
Manzoni, Warhol e Campbell, l’unico che non prende in giro il pubblico è quello
che la merda l’ha scritta davvero sulla scatola.
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