Si riuscirà a discutere dei risultati della Conferenza sul clima conclusasi a Belem senza limitarsi ad addossarne il fallimento ai soliti noti?
Gli
argomenti per farlo, a mio modo di vedere, non mancano e spero che
nell’elencarli non vado ad urtare la suscettibilità di qualcuno.
E’
opinione corrente che la crisi climatica sia la conseguenza più evidente, anche
se non la sola, di un modello di sviluppo. Questo modello, basato su produzione
e consumo di merci senza limiti, è entrato in crisi già da molti anni anche
perché i pilastri su cui si regge sono a loro volta pericolanti: liberismo e
democrazia.
Il
sistema mondo dominante, uscito dalla seconda guerra mondiale e consolidatosi
dopo il crollo dell’Unione sovietica, è fondamentalmente basato su di una
conclamata superiorità occidentale, ma questa peculiarità, di cui si sono fatte
vanto le classi dirigenti, gli intellettuali e gli scienziati dell’Occidente
tutto, è entrata a sua volta in crisi e non credo ci siano dubbi nel ritenere
che l’universalismo dei valori occidentali è definitivamente sepolto sotto le
macerie di Gaza.
E’
possibile dunque, riflettere sui risultati della Cop 30, senza tener conto
delle diverse e convergenti crisi che attraversano questa fase storica,
chiamandole per quello che sono?
Crisi
di un modello di sviluppo come crisi del capitalismo.
Crisi
della democrazia tout court, in quanto alveo naturale del capitalismo più
moderno e cassa di compensazione di quel liberismo che non è più in grado di
funzionare senza violare le sue stesse regole, dato che nonostante abbia
coniugato “la mano invisibile del mercato” con le regole del WTO
(organizzazione mondiale del commercio), oggi è tornato a praticare il più
vieto protezionismo (i dazi applicati da Stati Uniti ed Europa), rispolverando
perfino la “politica delle cannoniere” (Venezuela, Iran). Di qui il conflitto
tra liberismo e democrazia, da cui non si esce se non con una ulteriore
scadimento di quest’ultima, cosa peraltro avvertibile con le politiche
securitarie statunitensi ed europee oltre che dall’attacco al welfare che sta
investendo l’Unione europea.
Crisi
di identità dell’Occidente, che essendo liberista e capitalista è trascinato
dalle loro rispettive criticità, verso scenari di guerra contro nemici
inesistenti che attenterebbero alla sua presunta superiorità.
Basta
tutto ciò ad illustrare il nesso con l’ennesimo fallimento della conferenza sul
clima? Col rischio di risultare pedante, lo ripropongo da un’altra angolatura.
Sono
anni ormai che la transizione energetica è stata individuata come unica
risposta alla crisi climatica essendo essa entrata a far parte dell’agenda
politica, sia degli stati partecipanti alle conferenze sul clima, sia dei
movimenti ambientalisti, con la differenza che questi ultimi ne sostenevano e
ne sostengono una versione più radicale che sinteticamente rivendica più
rinnovabili, messa al bando dei combustibili fossili, giustizia climatica.
Pur
volendo trascurare la contraddizione rappresentata dall’aumento esponenziale
dell’estrattivismo che essa porta con sé, la transizione energetica – tanto più
nella sua versione radicale – non potrà realizzarsi perché i presupposti su cui
si è basata fin dall’inizio si stanno rivelando infondati.
L’abbandono
dei fossili presuppone uno sviluppo enorme delle rinnovabili che a loro volta
presuppongono una quantità di materiali strategici (terre rare e non solo) che
– come ho ripetutamente scritto – non è nelle disponibilità di quei paesi e di
quei settori industriali che più di altri hanno puntato sulla transizione
energetica, comparto politico industriale europeo in primis.
Questo
aspetto altro non è che l’ennesima crisi, precisamente crisi da materie prime,
che va ad integrarsi con le altre sopra descritte, da cui l’occidente capitalista
non riesce a venir fuori a meno di andarsi a prendere queste risorse con la
forza.
E’
questo che vogliono i movimenti ambientalisti? Certamente no, ma allora
facciamola una riflessione sulla consistenza di questa rivendicazione, di come
concettualmente è stata presentata all’opinione pubblica mondiale questa
transizione energetica.
In
principio fu il verbo degli scienziati, con in testa l’IPCC, a dirci che se non
si abbattevano le emissioni il nostro futuro e quello del pianeta sarebbe stato
compromesso, al punto che l’IPCC fornì addirittura una condizione limite al
riscaldamento globale, peraltro risultata impraticabile (non superare 1,5°C
rispetto ai livelli pre industriali). Di qui la scelta di agire esclusivamente
sulle emissioni in atmosfera legate al ciclo di produzione e consumo di merci e
servizi, senza prendere in alcuna considerazione qualsiasi ipotesi che potesse
incidere sul volume e/o quantità di queste attività.
A parte
isolate voci, che qualche domanda in proposito se la ponevano, c’è stato tra i
movimenti ambientalisti chi abbia messo in discussione l’automobile elettrica?
Qualcuno che abbia sollevato il problema del trasporto su gomma (oltre il 90%
del totale), che abbia posto l’accento sulla sovrapproduzione di merci in
genere o che abbia adombrato -per esempio- l’idea di eliminare/ridimensionare
l’uso della plastica? Per carità non metto in dubbio che qualcuno si sia speso
in tal senso o che singole prese di posizione siano avvenute, ma il messaggio
globale dei movimenti di massa è stato ed è ristretto alla fuoriuscita dal
fossile, cioè a dire che con l’esclusione dei combustibili fossili, tutte le
altre pratiche che caratterizzano questo modello di sviluppo non venivano messe
in discussione.
A
compimento della Cop 30 capita di leggere sulla stampa di sinistra o anche
ambientalista che le petromonarchie avrebbero imposto il loro punto di vista e
di conseguenza se la transizione è abortita (perché poi di questo si tratta) è
colpa dei soliti noti. Come dire che una parte del capitalismo tiene in
ostaggio il mondo intero vanificando le buone intenzioni di un’altra parte del
capitalismo (quello che ha scommesso sulla transizione).
Ma la
crisi delle materie prime c’è o non c’è? E quella dell’auto elettrica? La
lievitazione dei costi di costruzione/installazione delle rinnovabili in Europa
e la concorrenza cinese in questi settori esiste oppure no, e in che misura
incide?
Non ci
si può esimere dal prendersi carico di questi aspetti se fin dall’inizio si è
avanzata una richiesta che tacitamente li comprendeva tutti, perché questo è
successo: si è chiesto al capitalismo di fare una scelta senza mettere in
discussione il suo modo di essere, dato che, in fin dei conti, la transizione
energetica – persistendo determinate condizioni di mercato – si presentava come
una grande opportunità economica ed ora che queste condizioni sono saltate,
nonostante i cospicui contributi statali, pretenderemmo che i padroni
continuino ad investire nella transizione energetica anche a costo di
rimetterci? Vero è che i padroni tendono a mentire sui bilanci delle loro
imprese, ma questo era vero anche quando ci si è limitati a chiedere che per
risolvere la crisi climatica cambiassero solo il modo di sfruttamento
dell’energia, lasciando inalterato il modo di produzione capitalista
Le
crisi di cui ho accennato sopra non sono di quelle che consentono una lettura
in chiaro scuro della fase attuale, essendo che i margini di manovra per
uscirne senza ricorrere alla guerra, si fanno sempre più ristretti per tutti,
capitale compreso. Questo è particolarmente vero per quell’ambientalismo che ha
sempre preteso di rigettare certi frutti del capitalismo senza metterne in
discussione l’esistenza.
Sarebbe
tempo di prenderne atto e di chiamare le cose con il loro nome senza aver paura
delle parole. La crisi climatica va denunciata senza mezzi termini come
conseguenza del sistema capitalista e non addebitata al comportamento di un
indistinto “uomo” come fa l’Antropocene o ad un’altra altrettanto indefinita
industrializzazione. Quanto alla sopravvivenza del pianeta e dell’umanità,
questa non si persegue con la fuoriuscita dal fossile, ma convincendo la gente
che ciò da cui bisogna uscire è il capitalismo e nello stesso tempo impegnarsi
non per un’altro generico “mondo possibile”, ma per una società che senza
troppi giri di parole, non può che chiamarsi socialista.
Se poi
c’è ancora qualcuno che ha paura di questa parola o che la ritiene desueta o
fuori luogo, si chieda come mai nella città che per antonomasia è simbolo del
capitalismo, ha vinto il candidato che si è dichiarato socialista e con un
programma che prevede il salario minimo a 30 dollari/ora; trasporti gratis e
affitti calmierati per le classi meno abbienti e tasse maggiorate per i ricchi.
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