lunedì 19 marzo 2018

Senza migranti i campi italiani marcirebbero - Luigi Mastrodonato


Lo scorso gennaio, nel bel mezzo della campagna elettorale, Emma Bonino ha pronunciato una frase che ha fatto arrabbiare molti. “Se non ci fossero immigrati in Italia, nessuno raccoglierebbe pomodori e olive,” ha detto la leader di +Europa durante un incontro. Un’uscita che è stata bollata come offensiva, perché relegherebbe i migranti in una posizione degradante, di lavoratori puramente a basso reddito. “Queste affermazioni, da figlia di immigrati, sembrano svilirmi. Non mi vanno proprio giù,” ha scritto su Twitter Ilham Mounssif, ventitreenne sarda di origini marocchine molto impegnata nel dibattito sullo Ius Soli. Un pensiero, questo, condiviso da tanti altri.
La frase di Emma Bonino, così diretta e semplicistica, è stata in effetti infelice. Ma dà un’idea di quella che è la reale situazione lavorativa degli stranieri in Italia. Come sottolinea il Dossier 2017 sull’immigrazione di Coldiretti, i lavoratori agricoli stranieri in Italia sono 345mila, provenienti da 157 Paesi diversi. Negli ultimi anni, è quello dei senegalesi il gruppo cresciuto maggiormente: +17,6% nel 2016 rispetto all’anno precedente, per un totale di 9.526 lavoratori. Nel complesso, gli operatori agricoli non italiani nel 2015 costituivano oltre il 15% della manodopera totale del settore, una percentuale in costante crescita. “Si conferma l’importanza dei lavoratori stranieri per la filiera del made in Italy a tavola, con interi distretti chiave che possono sopravvivere solo grazie all’impiego degli immigrati,” conclude il Dossier. Emma Bonino
A questi numeri, già di per sé importanti, bisogna aggiungere tutto il sommerso dovuto alle attività delle agro-mafie e al caporalato. Turni di lavoro di dodici ore, retribuzioni di pochi spiccioli, condizioni disumane: è questa la situazione in molti campi secondo i rilevamenti della Flai Cgil, che parla di un esercito italiano di 430mila schiavi, per un giro di affari che va dai 14 ai 17 miliardi di euro. Tante storie di sfruttamento, che si aggiungono a quelle di svilimento personale. Nei campi si trovano ingegneri, medici, infermieri, profili per i quali l’accesso a professioni in linea con i propri curriculum è impedito in Italia. I “lavori per stranieri” si riducono infatti quelli come braccianti, badanti, addetti pulizie.
Come sottolinea l’International Migration Outlook 2017 dell’Ocse, l’Italia è il Paese membro in cui si riscontra un distacco più marcato in termini numerici tra immigrati sovra-qualificati e italiani sovra-qualificati – vale a dire che si contano troppi stranieri che fanno un lavoro modesto, al di sotto di quello a cui potrebbero aspirare con il titolo di studio ottenuto in patria. Il fatto che l’Italia sia il Paese Ocse con la più bassa percentuale di residenti stranieri in possesso di una laurea o di un diploma di scuola superiore è anche conseguenza del loro confinamento a determinati impieghi – quella raccolta di pomodori e olive di cui parlava Emma Bonino.
Tra storie di sfruttamento e avvilimento personale, la manodopera straniera costituisce dunque un pilastro fondamentale su cui si regge l’agricoltura italiana. Uno scenario di violazioni sistematiche dei diritti umani spesso ignorato dalle istituzioni. In molti casi si verifica quel cortocircuito per cui chi grida #stopinvasione ai megafoni e minaccia di cacciare dall’Italia mezzo milione di immigrati, è anche chi fa della tutela dell’agricoltura italiana e del made in Italy alimentare uno dei propri cavalli di battaglia. Dimenticando, quindi, le basi su cui poggia questo settore dell’economia.
In questo contesto, la scomparsa improvvisa della manodopera straniera dai campi avrebbe un impatto violento sulla produzione. In California alcune contee stanno facendo i conti con una penuria di manodopera agricola, che si è tradotta in una perdita di 13 milioni di dollari poichè molte colture sono marcite prima di essere raccolte. Tra le cause di questa situazione c’è anche la crociata di Donald Trump contro gli immigrati: “La stragrande maggioranza dei lavoratori agricoli della California sono nati all’estero, con molti provenienti dal Messico,” scrive Fortune, “tuttavia, il PEW Research Center riferisce che sono più i messicani che stanno lasciando gli Stati Uniti rispetto a quelli che stanno arrivando”. Situazioni simili stanno caratterizzando anche altre aree del Paese, come l’Oregon. Il Guardian ha invece raccontato la storia di Brian Cash, fattore dell’Alabama, che con l’introduzione della nuova legge sull’immigrazione si è ritrovato senza i suoi 65 dipendenti ispanici, per una perdita in termini di produzione di 100 mila dollari. In Inghilterra, la carenza di lavoratori agricoli dall’Europa dell’Est ha messo in crisi la coltura delle patate, mentre alcune contee della Cornovaglia hanno visto marcire i loro campi dopo che il voto sulla Brexit ha allontanato i lavoratori stranieri: oggi la manodopera agricola nell’area è il 65% di quella che servirebbe.
 Gli stessi scenari potrebbero ripetersi in Italia, dove la produzione agricola di alcune aree si regge quasi esclusivamente sul lavoro degli stranieri. Un caso emblematico è quello della provincia di Cremona, dove i Sikh del Punjab hanno preso il posto degli allevatori italiani nelle aziende lattiero-casearie per la produzione del Grana Padano. “Il prodotto tipico della val padana avrebbe serie difficoltà ad arrivare alle catene di distribuzione e sulle tavole degli italiani (e del resto del mondo) se non fosse per la manodopera immigrata, quella proveniente dall’India in particolare,” scriveva il New York Times qualche anno fa. Una situazione simile è quella dell’Agro Pontino, dove, tra sfruttamento e violazioni dei diritti umani, migliaia di indiani lavorano alla produzione della frutta e della verdura che finisce poi sui banchi dei mercati romani. “La comunità indiana della provincia di Latina, che sfiora le tredicimila unità, in alcune aree rappresenta il 90 per cento della forza lavoro,” racconta L’Espresso. Altre centinaia di stranieri, provenienti perlopiù dal Pakistan e dall’Africa Sub-Sahariana, trascorrono invece le loro giornate nei vigneti per assicurare la produzione di uno dei vini più apprezzati al mondo, il Chianti.
Storie di questo tipo si ripetono da un capo all’altro del Paese, svelando i retroscena di un made in Italy alimentare difeso a spada tratta dalle contaminazioni straniere, ma che paradossalmente poggia sulle spalle di centinaia di migliaia di impiegati non italiani. Le parole pronunciate da Dino Scanavino, Presidente di Cia-Agricoltori Italiani, riassumono al meglio questo scenario: “Senza il lavoro degli immigrati l’agricoltura italiana andrebbe in difficoltà, perché alcune produzioni non possono essere meccanizzate. Se non ci fossero i lavoratori stranieri probabilmente non saremmo in grado di produrre, trasformare, e vendere il nostro prodotto”.
Davanti a questa situazione, chi chiede lo #stopinvasione potrebbe risolverla in modo superficiale dicendo che gli stranieri “rubano il lavoro nei campi agli italiani”. Ovviamente le cose non stanno così. Lo sfruttamento sistematico, le paghe da miseria, la precarietà dell’impiego, sono gli indicatori di un sistema produttivo marcio dalle fondamenta, dove non si interviene perchè non si vuole intervenire. Anche lì dove il lavoro offerto è dignitoso e sono previsti contratti che garantiscano tutte le tutele del caso, la manodopera italiana scarseggia. “Sono anni che cerco manodopera locale per raccogliere meloni e cocomeri nella mia azienda. Sembra incredibile ma non riesco a trovarla e così già da diverso tempo sono costretto a ricorrere a manodopera straniera,” racconta il titolare di un’azienda agricola in provincia di Ferrara.
La questione della produzione agricola in Italia è un mix di contraddizioni e paradossi. Chi difende la piccola imprenditoria, che spesso sopravvive grazie al lavoro di stranieri, è anche chi prende il 17% dei voti per un programma fondato sul “prima gli italiani”. Quegli stessi italiani che rifiutano sempre più frequentemente certi lavori come quello nei campi, spesso a ragione vista l’assenza di tutele e garanzie di ogni tipo. A questo punto non restano che gli stranieri, respinti dai lavori più qualificati a causa di un mercato del lavoro intrinsecamente xenofobo, e imbrigliati così in impieghi a basso reddito, in molti casi degradanti e non in linea con i loro curriculum. È un circolo vizioso, fatto di vittime e carnefici, che rivela l’ipocrisia di alcuni, e il sacrificio quotidiano di altri.
Il problema non sono gli stranieri che rubano il lavoro agli italiani, bensì il fatto che un settore che genera oltre 30 miliardi di euro di valore aggiunto annuo, come l’agricoltura, abbia posto le sue fondamenta sulla manodopera straniera, spesso sfruttandola e dequalificandola. Davanti a questo e allo scenario nazionale uscito dalle elezioni del 4 marzo, è lecito chiedersi che ne sarebbe dell’agricoltura italiana e, più in generale, dell’economia, se molte delle proposte urlate in campagna elettorale dovessero concretizzarsi.
“I 2,3 milioni di stranieri che lavorano in Italia hanno prodotto nel 2015 ben 127 miliardi di ricchezza, l’8,8% del valore aggiunto nazionale,” scrive il Sole 24 Ore. “Il contributo all’economia di questi lavoratori immigrati si traduce in quasi 11 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 7 miliardi di Irpef versata, in oltre 550 mila imprese straniere che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa pubblica italiana destinata agli immigrati è pari all’1,75% del totale, appena 15 miliardi.” Ecco, quando Matteo Salvini ripete incessantemente il suo mantra ironico delle “risorse straniere che ci pagano le pensioni”, non si accorge che, nella realtà dei fatti, sta dicendo la verità.

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