giovedì 11 agosto 2016

Paraplegici ritrovano sensibilità e controllo parziale delle gambe 'seguendo' un avatar

L'annuncio è stato dato da Miguel Nicolelis, specialista in neuroscienze della Duke University del North Carolina (Usa): alcuni paraplegici, costretti in carrozzina da anni, hanno recuperato la sensibilità e il controllo parziali delle gambe grazie a quello che viene annunciato come un trattamento innovativo di "rieducazione cerebrale e fisica". L'esito senza precedenti dello studio, condotto dall'equipe di ricercatori guidata da Nicolelis, è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports e ricorda più le geniali anticipazioni di Philip Dick che gli usuali contesti della ricerca medica.

Gli otto pazienti - sei uomini e due donne - sottoposti al trattamento, paralizzati da tanti anni dalla vita in giù, hanno recuperato parzialmente il senso del tatto, la sensazione del dolore, in alcuni casi il controllo della vescica e qualche movimento dopo un anno di riabilitazione 'hi-tech' con quello che Nicolelis ha definito un "interfaccia cervello-macchina" con un collegamento tra loro e un avatar realizzato senza il ricorso a chip, elettrodi o altri stimolatori nel corpo. In sostanza, è come se il loro sistema nervoso sia stato riprogrammato da questa riabilitazione ultratecnologica e i pochi nervi rimasti intatti dopo l'incidente siano riusciti a risvegliarsi e a ricevere gli stimoli del cervello, consentendo il ripristino parziale di funzioni motorie e tattili...

continua qui

lunedì 8 agosto 2016

l'8 agosto è l'Earth Overshoot Day

L’ Earth Overshoot Day  segna la data in cui l’umanità ha esaurito il suo budget ecologico per un anno. Questo significherà che stiamo vivendo oltre il limite. Dopo questa data manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.
Durante i secoli l’umanità ha usato le risorse naturali per costruire città e strade, per produrre il cibo e creare prodotti per assorbire la nostra anidride carbonica ad un tasso che fosse all’interno del budget della Terra. Ma a partire dalla metà degli anni settanta, abbiamo superato una soglia critica: il consumo umano ha cominciato a superare quello che il pianeta poteva produrre.
Secondo i calcoli del Global Footprint Network, la nostra domanda di risorse rinnovabili e di servizi ecologici che questi possono produrre è al momento equivalente a quella di 1,5 Pianeti Terra. I dati ci mostrano che siamo sulla buona strada per aver bisogno di più di due pianteti per la metà del secolo.
Il fatto che noi stiamo usando o “spendendo” il nostro capitale naturale più velocemente della sua capacità rigenerativa equivale a dire che i nostri costi sono superiori ai ricavi. In termini planetari, il costo dell’eccesso di spesa ecologica sta diventando più evidente di giorno in giorno. Il cambiamento climatico—il risultato dell’emissione di gas climalteranti sempre più veloce della capacità di assorbire di foreste ed oceani—né è il risultato più evidente e probabilmente il più preoccupante. Ma ne esistono altri—la riduzione delle foreste, la perdita delle specie viventi, il collasso della pesca, i prezzi sempre più alti delle materie prime, i disordini civili, solo per citarne alcuni. La crisi ambientale ed economica che stiamo vivendo è il sintomo di una imminente catastrofe. L’umanità sta utilizzando risorse più di quanto il pianeta sia in grado di produrne.


ecco tre link per calcolare l’impronta ecologica (per ciascuno di noi):

qui lo stato delle nazioni:

Dai semi la vita. In ricordo di Pia Pera

Tempo fa un’amica mi accompagnò su una collina dove pareva sarebbero potuti nascere degli orti sociali, per adulti come per ragazzi. Raccontò candidamente al proprietario dei terreni di conoscere bene il posto: quando preparava la tesi di laurea c’era stata spesso, insieme al cane Palle, e aveva raccolto semi di piante spontanee, poi in parte donati alla banca del seme del locale orto botanico. Forse c’era qualcosa di strano nell’aria, fatto sta che per alcuni giorni si vide minacciata di denuncia per furto.

Quei liberi semi, che già si erano ingegnati di andarsene per il mondo - vuoi trasportati dalle pellicce degli animali, vuoi dal vento o dagli uccelli ghiotti di frutti e bacche - non avrebbero forse dovuto, per trovare un’altra tra le tante possibili vie per arrivare a discendenza, approfittare della premura di una giovane botanica. La faccenda non ebbe seguito, mi colpì tuttavia come una forma bizzarra, e quanto mai miope, di appropriazione del mondo. Non diversamente da un pensiero, un seme può restarsene tranquillo e pressoché invisibile anche per molti anni, fino a che, non appena le condizioni sono favorevoli, si dispiega in tutta la sua segreta grandezza. Seminare è una delle attività più emozionanti, anche perché non è poi così semplice, non sempre almeno. Prendiamo il prezzemolo: non basta indovinare il momento e spargere i semi rasoterra: occorre poi stendere un pezzo di canapa o un qualche altro tessuto leggero a protezione dalle innaffiature dirette. Altrimenti, niente.

La felicità davanti ai semi appena germogliati ha qualcosa di lieve come un sollevarsi leggero del respiro. Che soddisfazione, quando attraverso la stoffa trasparente e bagnata si scorgono le chiazze delle prime foglioline di un bel colorito verde squillante contro il nero del terriccio fertile.

Le piantine appena spuntate inteneriscono come i cuccioli della gatta di casa. Vorrebbero tutti vivere. Non c’è nulla di strano nel provare affetto per una pianta, prendersene a cuore le sorti e volerla aiutare a non sparire dalla faccia della terra. Specie se questa pianta sarà un certo tipo di fagiolo la cui fragranza ha il sapore della casa dove siamo nati, una mela un po’ strana, di quelle che al supermercato non si vedono, però familiare e cara come un’espressione del dialetto natio. Ancora oggi, in questo mondo sempre più incline all’uniformità, si incontrano - e con quanta gioia - angoli dove è rimasto qualcosa di diverso, una pesca magari che alle altre non somiglia tanto, però ha una sua bellezza - e che sensazione forte al palato! Queste, che non sono piante spontanee ma varietà agricole, ognuna con la sua genealogia locale, sopravvivono a volte per caso, più spesso perché qualcuno si prende la briga di riconoscerle, riprodurle, adoperarsi perché non vadano smarriti frutti ortaggi e sementi che generazioni di donne e di uomini hanno faticato tanto prima per selezionare, poi per tramandare. Tanto lavoro nella consapevolezza che si trattava di qualcosa di buono ed essenziale alla vita: la sopravvivenza di certe varietà era intrecciata alla loro.

Ma non viviamo di solo pane. Per esempio: per secoli nella vallata di Hin-Shin, in Estremo Oriente, ha prosperato una foresta di camelie incantevoli dalle foglie sottili e il fiore minuscolo a forma di anemone, cinque petali rossi intorno a un cuscino serrato di petaloidi e stami dorati. L’effetto era quello di un ricamo prezioso. In quella valle viveva un certo signor Nguyen. Quando seppe dell’attacco imminente dei B52 - correvano infatti gli anni della guerra in Vietnam - il suo primo pensiero fu mettere da parte almeno una manciata di semi dell’amata camelia. Fece appena in tempo: un attimo dopo l’intera vallata, incendiata dal napalm, era in preda ad altissime fiamme. Nguyen riuscì a fuggire, dopo innumerevoli peripezie approdò al porto di Livorno. Aveva sentito parlare di una valle simile per certi versi a quella dove era nato, collinosa, ricca di corsi d’acqua e di ville dove le camelie crescevano bene. 

Raggiunse Pieve di Compito e consegnò i semi, dieci, al proprietario del più bel camelieto. Dopo più di tre mesi comparvero le prime due foglioline. Alla comparsa della terza, quella che indica il passaggio dalla delicata prima radice fittonante a un apparato radicale fascicolato, si passò al trapianto: operazione cui sopravvisse una sola piantina, adesso uno splendido albero in fiore nel tardo autunno. Forse l’unico esemplare sopravvissuto al mondo di quella particolare varietà di camelie, e che sarebbe andato perduto per sempre se il signor Nguyen non avesse capito che gli era toccato un compito: sottrarre all’estinzione qualcosa di unico, e anche di molto amato.

Ogni varietà, che si tratti di alberi, fiori, ortaggi, riso o cereali, oppure di una lingua, un dialetto, rappresenta qualcosa di irripetibile, qualcosa che, una volta perduto o dimenticato, nessuno potrà più riportare in vita. Si tratta dei frutti di un’evoluzione - naturale oppure culturale - che rischia di spegnersi a meno di trovare chi, per un motivo o per l’altro, ne prenda a cuore la sopravvivenza.

Senza il signor Nguyen, che l’aveva cara, quella particolare camelia sarebbe scomparsa per sempre. Senza le donne e gli uomini che rifiutano di accettare che sopravviva solo il più forte - ovvero le poche varietà adottate dalle forze economiche dominanti - andrebbe perduto per sempre il lavoro di chi ha selezionato, generazione dopo generazione, varietà agricole preferibili ad altre, vuoi per il gusto, vuoi per la migliore compatibilità con un particolare territorio, vuoi per l’aspetto.

Specie e varietà compaiono e scompaiono di continuo, nella lunga storia della terra. Se ne può prendere atto con indifferenza, oppure lasciare che vincano le ragioni dell’amore, accettando di farsi protettori, chissà perché, di una certo patata e non di un’altra.

Non ha senso imporre regole e divieti al sentimento spontaneo con cui contadini, agricoltori, giardinieri si preoccupano di preservare le varietà a loro più care. Volere arginare la voglia di scambiare semi, regalarli, condividerli, darli in cambio di un giusto compenso, è attentare a una libertà non meno fondamentale di quella di esprimersi, pubblicare, dare voce al proprio pensiero.

Se il seme può dirsi a ragione di chi lo raccoglie in natura, di chi lo riproduce dalle piante che coltiva, di chi lo riceve in dono o lo compra, di chi lo mette in una bustina e lo vende, questa pretesa di proprietà non può certo estendersi dai singoli semi al loro codice genetico.

Questo non può appartenere a nessuno in particolare: è frutto di una storia infinita che ha visto agire insieme le forze della natura e la sagacia dell’uomo, in un concorrere di azioni dove è davvero impossibile, oltre che insensato, tracciare confini precisi di proprietà. Non abbiamo forse tutti il diritto di adoperarci per la continuazione della vita?

da qui

domenica 7 agosto 2016

Spesa sociale e salute - Giacomo Galletti

Gli studi mostrano chiaramente che all’aumentare della spesa sociale (istruzione, supporto al reddito, assistenza nutrizionale, servizi abitativi, etc) diminuiscono gli obesi, gli asmatici, gli affetti da disagio mentale, le persone con limitazioni funzionali. Diminuisce anche la mortalità per infarto miocardico acuto, tumore al polmone e diabete.     

Per i pendolari dell’Interstate 95, la mega-Motorway che percorre tutta l’East Coast, e che in particolare collega New York a Boston attraversando 4 stati, la parola “Yale” sicuramente rimanderà al Pearl Harbor Memorial Bridge, il super-ponte che attraversa il fiume Quinnipiac sorvolando le (brutte) propaggini portuali della città di New Haven, Connecticut, e che dopo 4 anni di cantieri sarà definitivamente completato quest’anno con l’apertura della carreggiata autostradale nord.
Per tutti gli altri, Yale rimanda alla nota Università, che annovera tra i propri (molti) alunni celebri il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, George W. Bush, l’affannata candidata alle primarie presidenziali democratiche Hillary Diane Rodham Clinton, il consorte Bill, a sua volta candidato ad essere il primo First Husband (o First Man… c’è un dibattito in corso) alla casa Bianca, nonché l’attrice pluripremiata agli Oscar™ Meryl Streep.
Per chi si occupa di politiche e statistiche sanitarie, da oggi, Yale potrebbe associarsi al nome di sette degli otto ricercatori (uno viene da Harvard) dello staff della professoressa di “Grand Strategy” e di Public Health Elisabeth H. Bradley, perché il lavoro che hanno pubblicato recentemente su Health Affairs dovrebbe essere oggetto di studio di molti.
L’articolo si chiama: “Variazioni negli esiti di salute: il ruolo della spesa in servizi sociali, salute pubblica e servizi sanitari, 2000-2009”[1], e dice, nella sostanza, che, nel periodo considerato, ad un maggiore rapporto tra la spesa sostenuta per interventi nei servizi sociali e per la sanità pubblica rispetto alla spesa sanitaria totale corrispondono migliori esiti di salute in termini di obesità, asma, salute mentale, assenza di limitazione funzionale, mortalità per tumore ai polmoni, per infarto miocardico acuto e diabete di tipo B.
Detta così, il risultato sembra interessante ma non rivoluzionario.
Eppure lo studio non è da sottovalutare, soprattutto in relazione al contesto in cui appare. Esiste infatti un’evidenza piuttosto estesa della relazione tra i determinanti sociali e gli esiti di salute, e diversi studi hanno messo in risalto i guadagni di salute associati agli interventi sui servizi sociali. A livello internazionale è stato evidenziato come i paesi con una maggiore spesa per servizi sociali in relazione a quella sanitaria avessero migliori esiti di salute. Ma tutte queste considerazioni escludevano gli Stati Uniti, dove solo tre indagini hanno affrontato il tema senza però considerare altri esiti che non la mortalità per tutte le cause.
Il motivo è di facile intuizione: già raccogliere dati finanziari e sanitari in 50 stati è complicato, figuriamoci quelli relativi ai servizi sociali!
Per come i sette di Yale (più uno di Harvard) hanno risolto il problema rimando alla lettura dell’articolo, dove vale la pena approfondire anche il tema della costruzione dei due modelli di analisi e la scelta delle variabili.
In sintesi, l’architettura del sistema si regge sulla pietra di volta costituita dal “rapporto di spesa tra sociale e sanitario”, ovvero, semplificando, il numero di dollari che ogni Stato ritiene di dover spendere nel sociale ogni 100 dollari di spesa sanitaria. Gli investimenti in servizi sociali selezionati dal modello sono quelli che riguardano l’istruzione (primaria, secondaria inferiore e superiore), il supporto al reddito, programmi di assistenza nutrizionale, i trasporti, l’ambiente, la pubblica sicurezza, i servizi abitativi e lo sviluppo delle comunità. Più che indicatori della spesa sociale quelli proposti sembrano indicatori di benessere di una comunità; in effetti alla base di queste scelte, oltre cha una solida letteratura scientifica c’è l’idea che se una comunità vive meglio, adotterà uno stile di vita più salutare.
Lo studio fa centro.
I risultati mostrano abbastanza chiaramente che, all’aumentare del rapporto di spesa tra sociale e sanitario, diminuiscono, tra gli adulti: gli obesi, gli asmatici, gli affetti da disagio mentale, le persone con limitazione funzionale.
In più, diminuisce la mortalità per: infarto miocardico acuto, tumore al polmone, diabete di tipo due e postneonatale.,,

lunedì 1 agosto 2016

Pomodori Sfrutta Zero - Alessandra Magliaro


Questa è la storia di un pomodoro, ma potrebbe essere anche un’anguria di quelle belle rosse, come pure si trovano da queste parti, magari ‘baby’ senza semi che sono di gran moda. Un pomodoro piccolo, rotondo, che in Puglia e in tutto il meridione è un oro rosso che arriva in tavola o viene lavorato, messo in scatole di latta o vasi di vetro, a pezzi o passato, buono per tutte le stagioni. Il pomodoro di cui vogliamo raccontare la storia non è come gli altri, è sfuggito al ‘cartello’, si proprio come quelli famigerati della coca colombiana, dei non più di 7-8 latifondisti che nelle terre ricche di queste parti coltivano piantagioni che non vedi l’orizzonte per quanto sono immense e fanno il bello e il cattivo tempo con la complicità di molti anche nell’anno 2016 proprio come secoli fa. È un pomodoro buono e etico, chi l’ha staccato dalla sua piantina ha avuto il dovuto, il sugo che ci si fa, è chiaro sarà suggestione, sembra persino più buono.È un pomodoro senza sopraffazioni, è una salsa Sfrutta Zero.
Fa caldo da queste parti, quando ti vengono a prendere sul camion è mattina presto e già quasi non si respira. Piegati sul campo, su quelle piantine verdi con i frutti rossi così belle da vedere, ore e ore fino a sera che si riparte. 3 euro e mezzo per ogni cassone da 3 quintali, alla fine delle dodici ore, a volte anche sedici, una trentina di euro per la giornata si riescono a tirare su, tolto il pranzo, l’alloggio e altri ‘pedaggi’, se va bene sono 25 euro, neppure due euro l’ora, ma il conto preciso nessuno lo vuole fare mai.
Il caporale non fa quasi differenza, se non per tipi di coltivazione chissà perché poi, preferisce gli stranieri certo ma a trattare da animali pure gli italiani non si tira indietro basta che lavorino a testa bassa, pazienza se non respirano pure loro, come la povera Paola Clemente, anni 49, italiana, bracciante agricola morta di afa sotto il sole a picco il 13 luglio 2015 mentre lavorava all’acinellatura dell’uva nelle campagne di Andria. Un anno dopo leggere quella storia ci fa piangere ancora forse perché ci illudiamo che lo sfruttamento – contributi e fatture per un certo numero di giorni, nella realtà molti di più – questo così bestiale sotto il sole di 42 gradi che non lascia scampo, a noi italiani non ci riguardi più. Ci riguarda eccome ma a sera gli italiani tornano nelle loro case, nei loro paesi bianchi di calce. Gli stranieri invece diventano invisibili, inghiottiti dai ghetti, senza servizi igienici, senza acqua, in baracche costruite con pezzi di legno e di discarica, riciclo più che creativo di sopravvivenza. Oppure dormono buttati a terra con la chioma dell’ulivo a separarli dal cielo.
Angelo, uno dei ragazzi dell’associazione Diritti a Sud che ci accompagna in questo viaggio tra angurie e pomodori, ci racconta che nel 2012 ben 750 migranti dormivano sotto gli ulivi prima che proprio di fronte alla contrada Arene Serrazze, ai margini di Nardò, Salento, venisse su quello che tutti in paese chiamano ‘il ghetto’. Prima andavano alla masseria Boncuri, c’era un presidio medico e qualche servizio, ne poteva contenere una cinquantina, erano arrivati a superare i 500, troppi, specie se poi si mettono in testa di scioperare come accadde nel 2011, un caso storico in Italia, protesta dei migranti contro i caporali. La masseria infatti l’anno dopo, sarà per il sovraffollamento o altro, chiude i battenti e i migranti dormono a terra. Adesso hanno una zona, baracche in fila, divise per etnie, autogerarchizzate pure quelle. Entriamo dentro, con i ragazzi dell’associazione che li salutano uno ad uno, le prostitute che aspettano, il ragazzo che gestisce il ‘bar’ degli africani, il tunisino che si è fatto male al campo, i sudanesi che giocano a carte, gli altri sono a lavoro, non è ancora sera. Bisogna stare attenti, sono stufi di vedere curiosi guardarli come animali allo zoo, vorrebbero che arrivasse l’acqua piuttosto, promessa dal nuovo sindaco ma intanto, è il 13 luglio, con una bottiglia di minerale presa al market si deve far tutto.
I suv sfrecciano qui fuori, sono persone legate ai latifondisti, con il rombo del motore avvertono e ricordano che qui i padroni sono loro, meglio non dare troppa confidenza a questi pazzi di italiani che si sono messi in testa di cambiare un minimo le cose magari approfittando che i 6-7 del cartello sono sotto processo per sfruttamento, riduzione in schiavitù, violenza privata dal 2012, il Sabr, ancora senza sentenza nonostante il coraggio di denuncia degli schiavi e le intimidazioni e che la moglie di uno di loro è imputata in quanto titolare nel processo per la morte del sudanese Mohamed, schiattato di caldo pure lui a luglio 2015, stesso destino della Clemente. Aveva 47 anni, era il suo primo raccolto, era arrivato con un barcone qualche giorno prima in Sicilia, con la moglie e la figlia neonata. Non ha retto al sole e forse neppure al suo nuovo infame destino.
Il sindaco di Nardò Pippi Mellone (formazione An) ha 31 anni, è stato eletto da poche settimane e sul caporalato vorrebbe dare una svolta. È il 16 luglio quando ad Arene Serrazze, proprio accanto al ghetto, arrivano i camion, questa volta non per prendere i braccianti ma per montare le tende, far arrivare l’acqua e persino il presidio medico sanitario. Quest’anno i migranti, almeno 160 di loro, faranno le docce. I fondi sono stati raccolti dalla Coldiretti e dalla Focsiv e così il ‘villaggio solidale’ di Nardò ha 6 docce e 12 moduli igienici. Il tentativo di contrastare il caporalato comincia dalla dignità di un bagno. Il 2016 sarà l’ultimo anno dell’emergenza, dice convinto il neo sindaco che nel frattempo con un’ordinanaza ha inibito il lavoro nei campi in ore particolarmente proibitive e già a settembre  ”daremo vita ad un tavolo tecnico che dovrà definire, punto per punto, diritti e doveri di tutti del caporalato con un regolare contratto di lavoro per la raccolta stagionale”.
I ragazzi di Diritti a Sud, studenti, precari, lavoratori, migranti stessi, una quindicina in tutto, non si lasciano intimidire. È ora del raccolto, il secondo in quel pezzo di terra avuto in affitto per dieci anni. Passano al ghetto, danno appuntamento per il giorno dopo, saranno in 17: si prendono i pomodorini, la paga è giusta, mani bianche e mani nere li coglieranno, obiettivo 60 quintali, ”lavoriamo per una nuova comunità dei diritti, la passata sfrutta zero è il simbolo del nostro progetto, una testimonianza concreta del nostro lavoro, anche se piccola, potremmo fare ben di più”.
A fine luglio sarà in distribuzione, i Gas (gruppi di acquisto solidale) in tutta Italia che conoscono il loro lavoro, cosi come quello di Solidaria Bari e di Omb in Basilicata, associazioni ‘gemelle’, l’hanno prenotata e anche quelli di Emergency che sono diventati buoni amici e hanno dato pure il patrocinio la compreranno. Non arriveranno lontano, nella grande distribuzione ad esempio, ma la società civile impegnata nel consumo critico a praticare il buycottaggio, a comprare cioè dando valore politico all’acquisto, sapendo che è una forma di lotta in sostegno dei lavoratori che si ribellano alla legge antica del caporalato, è con loro.

domenica 31 luglio 2016

Mahasweta Devi, o il diritto al sogno – Marina Forti


Mahasweta Devi non c’è più. Scrittrice, una delle più grandi figure letterarie dell’India contemporanea, è morta il 28 luglio a Calcutta, la sua città, dopo un attacco di cuore. Aveva 90 anni. Ha speso gran parte della sua vita e della sua scrittura alla difesa dei diritti degli oppressi, e in particolare degli adivasi, i nativi dell’India. Nata nel 1926 a Dhaka (allora Bengala orientale, oggi Bangladesh) in una famiglia di letterati e artisti, Devi si è trasferita nel Bengala occidentale dopo la Spartizione dell’India nel 1947; ha frequentato l’università fondata da Rabrindanath Tagore a Shantiniketan, in seguito si è stabilita a Calcutta. (Alcune notizie bio e bibliografiche sono qui e qui).
Difficile riassumere la sua opera in poche righe: significa parlare di letteratura, di come ha usato la tradizione orale e le lingue viventi dell’India (lei ha sempre scritto in bengalese, solo in un secondo tempo le sue opere sono state tradotte in inglese), e anche di militanza politica.
Il suo primo libro è del 1956, The Queen of Jhansi, la storia della giovane donna che guidò la prima rivolta contro il potere coloniale a metà del XIX secolo. Da allora ha pubblicato decine di romanzi e numerosi racconti, ora raccolti in 42 volumi dalla casa editrice Seagull di Calcutta. Storie raccontate con grande maestria letteraria («le donne dei suoi racconti sembrano balzare fuori dalle pagine e assumere tre dimensioni», notava durante una presentazione a Roma Anna Nadotti, curatrice di una raccolta dei racconti di Mahasweta Devi pubblicata presso Einaudi: La preda e altri racconti, 2004: una tra le pochissime traduzioni in italiano). Da alcune sue opere sono stati tratti dei film: in particolare  Madre del 1084, di Govind Nihalani (1998), dal romanzo omonimo, e più tardi Gangor, di Italo Spinelli (2011), ispirato al racconto Choli Ke Peeche(“Sotto il corsetto”). Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Magsaypay Award che è considerato un equivalente indiano del Nobel per la pace. Bisogna ricordare anche, in Italia, il Premio Nonino per “un maestro del nostro tempo”, 2005.
Ho incontrato diverse volte questa straordinaria scrittrice a Roma e poi a Calcutta: persona affascinante, Mahasweta didi ha sempre trovato il tempo per parlare delle sue battaglie. Nel testo che segue avevo cercato di rendere conto di questi incontri (lo riprendo da Il cuore di tenebra dell’India, ottobre 2012, mia ricerca sul conflitto sociale che percorre l’India profonda).  (ma.fo.)
Il diritto al sogno

«Io affermo che un diritto umano fondamentale è il diritto a sognare. Tutti hanno i propri sogni. Ad esempio un mondo senza polizia e sfruttatori, o il sogno dell’eguaglianza sociale. Grandi cose sono nate dai sogni.» Ritrovo queste frasi di Mahasweta Devi, forse la più grande scrittrice vivente in lingua bengalese, in una conversazione di qualche anno fa. Diritto a sognare, diceva, significa che «tutti hanno il diritto a rivoltarsi».
Mahasweta Devi ha speso gran parte della sua vita, e della sua scrittura, per sostenere il «diritto al sogno» degli oppressi – donne, contadini, operai, e in particolare degli adivasi, o «tribali», i nativi dell’India rurale. Nelle sue pagine si agita un mondo di oppressi, donne e uomini dell’India rurale profonda, storie di ingiustizie cocenti ma anche di rivolta, raccontate con umanità e passione. Il risultato è una produzione letteraria straordinaria, e insieme una vita dedicata alla militanza politica. («Dicono che unisco la scrittura all’attivismo sociale? Per me la scrittura è attivismo sociale», mi diceva ancora in quella vecchia intervista: «Le parole hanno un potere enorme. Le grandi armi non durano, hanno il potere di distruggere ma non di creare. le parole creano, e le parole durano. … La scrittura è uno strumento di battaglia»).
Torno a cercare Mahashweta didi al termine del mio ultimo viaggio in Jharkhand, nel dicembre 2011. La trovo seduta sulla sua sedia piena di cuscini nel minuscolo terrazzino di casa sua, un condominio popolare nella Calcutta sud, davanti a un tavolo ingombro di libri e carte. Questa faccenda delle terre tolte ai contadini per darla alle industrie è l’ultima ingiustizia, mi dice quasi spazientita, perché lei queste cose le dice e le scrive da anni. E ormai lei è stanca, borbotta. Ma poi torna a infervorarsi: a 86 anni compiuti Mahasweta Devi continua a scrivere, a mobilitarsi per sostenere i movimenti popolari, formare comitati, raccogliere aiuti, spendere la sua autorevolezza per sostenere cause di giustizia – e scrivere racconti, con quel suo linguaggio che cattura i lettori.
«L’ingiustizia sociale è ovunque», ripete nel mite inverno di Calcutta: «La giustizia del resto non è cosa che ti può essere consegnata: va conquistata, e una persona sola non ce la farà mai, ci vuole una volontà collettiva».
Sui tribali, insiste Devi, resta lo stigma sociale della colonizzazione: anche nella “nuova” India indipendente gli è rimasta addosso l’etichetta di vagabondi e criminali appioppata loro dai colonizzatori britannici. «Vivono nelle foreste, esclusi dalle modernità come l’istruzione, l’acqua potabile o le strade. Ci sono 90 milioni di tribali in India: usati, linciati, uccisi dalla polizia nella totale impunità. E cacciati dalle loro terre. Per me, lavorare per ristabilire i loro diritti umani e di cittadini è la cosa più importante. Eppure, la società adivasi è per molti aspetti la più civile in India. Pensa: non c’è disparità di genere, le donne non hanno un ruolo subalterno. Donne e uomini hanno pari diritto all’eredità. Non esiste il sistema della dote, divorzio e nuovo matrimonio sono ammessi per uomini e donne. È una società egualitaria».
Eppure non c’è idealizzazione in ciò che dice Mahasweta Devi. Cresciuta in una famiglia di poeti e scrittori, formata all’università di Shantiniketan nel 1936, quando era ancora vivo Rabindranath Tagore, Mahasweta Devi è convinta che la tradizione orale sia una fonte importante della storia: «Il mio primo libro è stato The Rani of Janshir. Questa rani [regina] era stata una leader della prima guerra di indipendenza contro i britannici, nel 1857-’58. Aveva combattuto con un esercito di donne. Io volevo capire perché una donna che era stata maritata a 8 anni, all’età di 18 decide di andare a combattere, si mette alla testa di un’armata, cavalca, combatte, fino a essere uccisa a 22 anni. Cosa l’ha spinta? Così ho lavorato alla sua biografia. Mio figlio aveva 4 anni, l’ho lasciato a mio marito e ho viaggiato nelle zone remote dove la rani aveva vissuto, a raccogliere la memoria di quegli eventi: per me la tradizione orale è una fonte importante della storia».
Parla anche della cultura e della lingua, anzi le numerose lingue tribali. «C’è molto da scoprire in ciò che le persone magari analfabete raccolgono nella loro memoria», mi diceva. «In tutti questi anni ho cercato di scoprire l’India, la vita delle persone comuni, le ingiustizie, le enormi potenzialità di tante persone forti, coraggiose, che soffrono e combattono. La natura dello sfruttamento va scoperta. Anche la lingua: se scrivi delle comunità di pescatori, o contadini, o tribali, devi rispettare il loro linguaggio così diverso da quello di una persone istruita urbana. Siamo circondati di lingue viventi: dobbiamo ascoltarle con rispetto e usarle».
Parla delle donne: «Io scrivo di una società in cui donne, uomini, bambini, tutti sono vulnerabili. La donna però è più vulnerabile, e proprio per il suo corpo: è stato così attraverso la storia. È così nella vicenda di Draupadi, uno dei miei racconti: al centro c’è lei che subisce uno stupro di gruppo. E perché? perché dava sostegno ai giovani ribelli della sua comunità tribale. Suo marito è stato ucciso. Per “punirla” della sua ribellione sarebbe bastata anche per lei una pallottola, ma invece decidono per lo stupro. La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli: questa è l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione fai violenza al suo corpo. Io parlo dell’India ma questo è vero ovunque, donne punite perché si sono ribellate al sistema». Già, non ricorda forse una nuova versione di Draupadi la terribile violenza inflitta a Soni Sori, “punita” per aver continuato a vivere e battersi per la sua gente nelle foreste della regione Bastar?
Mahasweta Devi dice che i conflitti nascono da «gap di comunicazione». Un gap comunicativo, diceva, «è che stai seduto nella tua comoda casa di Calcutta e non hai neppure idea della vita in un villaggio senza acqua potabile, strada, scuola, ambulatorio. Magari vai a vedere ma non sai come leggere ciò che vedi perché ti è lontano. Ci sono molti gap di comunicazione. Se parli e dici che una popolazione è rimasta senza casa, terra e diritti, e che non vogliono quattro soldi di risarcimenti ma terra, ti dicono che stai facendo political disturbance. E’ un altro gap di comunicazione».
Prima di congedarmi, nel suo terrazzino assolato, Mahasweta Devi tiene a ripetere che lei ha ancora molto da scrivere: e la scrittura, ripete, esiste se ha uno scopo.

venerdì 29 luglio 2016

Milioni di tonnellate di plastica minacciano i nostri mari - Marina Forti

L’acqua è cristallina, in trasparenza si vede il fondale. Tuffarsi è delizioso. Poi magari cambia la corrente. Oppure il mare è agitato. È una medusa quella? No, un sacchetto di plastica bianchiccio. Poi un altro, poi un altro. In acqua ora galleggiano pezzi di plastica, frammenti di sacchetti, un sandalo rotto. Arrivano dalla spiaggia, dalle barche di passaggio? Sì, anche, ma perfino davanti alla spiaggia più pulita può capitare di trovare plastiche e altri rifiuti galleggianti. Sono prodotti umani e arrivano da terra, questo è certo, ma magari da lontano: poi viaggiano trasportati da venti e correnti.
Sacchetti, bottiglie, posate, teli lacerati, pezzi di giocattoli, gli infiniti oggetti della vita quotidiana. Oppure imballaggi, pezzi di reti da pesca. Una enorme massa di rifiuti, soprattutto di plastica. Uno studio pubblicato l’anno scorso su Science stima che tra 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica finisca negli oceani ogni anno, 8 milioni di tonnellate nell’ipotesi media (lo studio ha preso a riferimento l’anno 2010, considerando i 275 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica prodotti entro 50 chilometri dalle coste dei 192 paesi affacciati sul mare).

Un pericolo per il mare
Insomma, milioni di tonnellate di detriti plasticosi galleggiano alla deriva. La letteratura scientifica ne parla fin dagli anni settanta, ma allora pochi ci facevano caso: la consapevolezza generale sta arrivando, a fatica, solo ora.
Eppure ormai sappiamo che la plastica è un pericolo mortale per la vita marina. È destinata a restare in mare per decenni, anzi secoli; ogni nuovo oggetto si aggiunge a quelli che ci sono già, perché la plastica non si degrada. Si frantuma, invece, in pezzi sempre più piccoli, e questo è parte del problema. I pezzetti verranno ingeriti da pesci e molluschi, perfino da invertebrati microscopici, per accidente o perché li scambiano per cibo: così i pezzetti entrano anche nella catena alimentare. Molte specie marine rischiano di mangiare plastica, specialmente le tartarughe e i cetacei, che scambiano quei frammenti per le piccole meduse o i molluschi di cui si nutrono. Spesso l’effetto è letale.
La deriva della plastica negli oceani segue dinamiche affascinanti, che gli scienziati studiano ormai da tempo. Sappiamo che i rifiuti arrivano dalle coste più abitate o con grande concentrazione di attività industriali. Alcuni si depositano sui fondali, ma la gran parte resta a galla. Portati da venti e correnti tendono a raccogliersi in “banchi”, o “macchie”, aggregazioni così grandi che a volte si sente parlare di “isole” di rifiuti: si dice che la Great Pacific garbage patch, nel Pacifico settentrionale, sia fino a due volte il Texas, che è tre volte l’Italia. Questa però è leggenda. Quanto siano grandi queste aggregazioni è difficile da dire, anzi impossibile.
Non esistono stime scientificamente ragionevoli, leggiamo sul sito della National oceanic and atmospheric administration (Noaa), l’agenzia statunitense che si occupa di ricerca oceanografica e dell’atmosfera, perché non si tratta di “isole” ma di masse che si muovono, si disperdono, si riaggregano. E poi, quella del Pacifico settentrionale è la maggiore, ma non l’unica.

I rifiuti galleggianti in una mappa
Un gruppo di climatologi e matematici dell’università di South Wales, in Australia, ha studiato l’evoluzione dei sei “banchi” di rifiuti corrispondenti alle grandi zone subtropicali degli oceani, osservando come i nuovi rifiuti rilasciati dalle coste finiscono in quei grandi agglomerati. La dinamica è illustrata in questa mappa. Secondo questi studiosi, alcuni “banchi” tendono a disperdersi e riformarsi (per esempio quelli dell’oceano Indiano e dell’Atlantico meridionale), mentre il “banco” del Pacifico settentrionale tende ad attrarre detriti dagli altri bacini.
Intanto quella mappa dice che un rifiuto buttato in mare in qualunque punto del Mediterraneo resterà nel Mediterraneo. Siamo in un sistema chiuso: una plastica gettata presso le coste della Spagna o dell’Egitto può arrivare nell’Egeo, nel Tirreno, davanti alle coste marocchine o siciliane. In Italia, tra l’estate del 2014 e quella del 2015, la Goletta Verde di Legambiente ha monitorato 2.600 chilometri di coste e ha avvistato oltre 2.700 rifiuti galleggianti più grandi di 2,5 centimetri: il 95 per cento è plastica. Risulta che il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale, con 51 rifiuti per chilometro quadrato; seguono l’Adriatico meridionale (34) e lo Ionio (33).
Così torniamo alla nostra baietta con l’acqua cristallina. Ovunque sia, rischieremo sempre di trovare un po’ (o tanta) plastica alla deriva: almeno finché non riusciremo a evitare che la plastica finisca in mare. Questo significa usarne di meno e poi raccogliere, riciclare, smaltire in modo appropriato. Ma serviranno azioni globali: come molti dei problemi del nostro tempo, anche l’inquinamento dei mari non conosce frontiere.