martedì 13 settembre 2016

Fertility Day. Il giorno del “fragà” - Ascanio Celestini

Il Fertility Day è la giornata della sorca e dell’uccello. Si tratta di una citazione dal Belli, ovviamente. Ma per spiegare questa immagine parto dal passato nel quale il grande poeta ha vissuto.
Aveva poco più di quarant’anni Robert-François Damiens quando piantò un coltellino nel fianco del re di Francia Luigi XV il “Beneamato”. Poi quel re non morì perché l’arma di Damiens era mortale come un coltellino svizzero. Ma mortale fu per lo stesso Damiens «condotto e posto dentro una carretta a due ruote, nudo, in camicia, tenendo una torcia di cera ardente del peso di due libbre»; poi «nella detta carretta, alla piazza di Grêve, e su un patibolo che ivi sarà innalzato, tanagliato alle mammelle, braccia, cosce e grasso delle gambe, la mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento».
Insomma venne squartato e bruciato e non senza alcuni impedimenti visto che ai quattro cavalli che si usarono per lo squartamento pare che se ne dovettero aggiungere altri due e i boia di Stato aiutarono lo smembramento incidendo coi coltelli i quattro arti. Ce lo ricorda Michel Foucault nelle prime pagine di un suo famosissimo testo. Quello era il tempo delle aristocrazie. Un tempo nel quale il potere era potere sui corpi. Le galere erano spesso un luogo di transito. Non ci buttavano i detenuti per anni e anni come facciamo noi. Per i monarchi le pene dovevano essere visibili sulla carne dei sudditi. Visibili nelle strade. Ti tagliavano una mano, la lingua, ti impiccavano e tagliavano la testa, ti smembravano e ti davano fuoco e tutti vedevano il potere del re!
Poi la borghesia ci ha detto che siamo tutti uguali. Che gli aristocratici non hanno il sangue blu e il loro potere non deriva da alcun dio. Allora è stato lo Stato a occuparsi dei cittadini. I corpi dei delinquenti non sono più stati segnati e ributtati nella società per ribadire il potere dei monarchi, ma nascosti nelle prigioni. Il potere sugli uomini è diventato un potere che vuole dimenticarsi dei corpi e degli uomini, non li vuole considerare. Ultimamente è arrivato il mondo nuovo, quello presente, che torna a occuparsi dei corpi come merce. Tipo quella pubblicità che per far vendere un silicone per muratori, invece di far vedere un cantiere con manovali rumeni sudati e grassi, spoglia una bella donna e le fa fare una doccia.
E ci siamo ricordati del corpo: questo magnifico campo da gioco della comunicazione politico-pubblicitaria! “Come si è pensato di ritrarre la donna come corpo-cosa con in mano una clessidra?” si chiede il primo agosto Vanna Iori sull’Huffington Post. Perché il “corpo-cosa” ha funzionato per secoli e possiamo tirarlo fuori dalla cantina per utilizzarlo ancora. Niente idee e ideologie, niente cuore e sentimenti: solo pisellino e passerina.
La donna può essere, come da sineddoche, semplicemente una fica e in quanto tale un oggetto di piacere e un bambinificio. E la ministra Lorenzin (o qualcuno che gli ha scritto le parole che dice) lo ha capito. Da ciò deriva il Fertility Day, cioè il giorno del “fragà”come scrive Giuseppe Gioacchino Belli in una poesia onomatopeica nella quale tra “scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!” tra sonagliere “d’inzeppate a secco!  Igni botta, peccrisse, annava ar lecco” e tutt’e due soffiano come gatti “sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco”. E la Gertruda della poesia, per godersela “più a ciccio” diventerebbe “tutta sorca” e il suo partner “tutt’uccello”.
L’inciciature
Che scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!
Che sonajera d’inzeppate a secco!
Igni botta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e dua come du’ gatti.
L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco.
Viè e nun vienì, fà epija, ecco e nun ecco;
e daje, e spigne, e incarca, e strigni e sbatti.
Un po’ più che durava stamio grassi!
Ché doppo avè finito er giucarello
restassimo intontiti come sassi.
E’ un gran gusto er fragà! ma pe godello
più a ciccio, ce vorìa che diventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’ucello.

sabato 10 settembre 2016

Bosnia, la meta di vacanza preferita dagli arabi ha paura del wahabismo

I turisti piacciono all’economia: portano soldi e danno lavoro. A volte, però, non piacciono agli abitanti che li ospitano. Capita spesso, e non solo a Formentera contro le cafonate degli italiani. A causa delle guerre nel Mediterraneo, a quanto pare, si è aggiunto un nuovo fronte: quello in Bosnia, che vede opporsi cittadini locali e turisti provenienti dai Paesi del Golfo.
Lo racconta la Reuters: gli abitanti di Emirati, Arabia Saudita e Qatar che non vogliono fare le vacanze in terre di infedeli, hanno una scelta ridotta: escludendo Turchia ed Egitto (troppi disordini), Siria e Libia (è fuori discussione), e anche la Tunisia (c’è qualche problema anche lì), l’unica possibilità è la piccola Bosnia, nel cuore dell’ex Jugoslavia, con le sue montagne. Ci sono più voli, nuovi resort e le procedure per il visto sono diventate più semplici.
Il problema è che, mentre gli albergatori sono più che contenti di vedersi scivolare nelle tasche i petrodollari, la popolazione locale è un po’ preoccupata. Certo, la Bosnia è un Paese per metà musulmano, ma gli abitanti mantengono abitudini occidentali: bevono alcol, si vestono all’Europea, non hanno un particolare interesse per hijab e burqa. Anzi, l’arrivo dei wahabiti li spaventa.
Per dare qualche numero, si può dire che nel 2010 i turisti dell’EAU non toccavano quota settanta. Nel 2015 erano 7.265 e nei primi sette mesi del 2016 erano già 13.000. Equilibri che cambiano. La totalità degli arabi, compresi gli altri Paesi, è di 60mila, e molti di questi comprano terre e proprietà (e sono quelli più temuti). Naturale che la loro presenza cominci a pesare: i locali, dice la Reuters, sono rimasti impressionati nel vederli pregare all’aperto (i bosniaci, per abitudine, pregano in casa o in moschea) e nel veder sorgere ristoranti e supermercati che non servono né vendono carne di maiale e alcolici. La paura è che possano cominciare a far sentire sempre di più la loro voce.
Non sono timori infondati. Già in passato il Paese, durante la guerra civile dell’inizio degli anni ’90, è stato attraversato da combattenti arabi. Questi soldati erano portatori di una visione dell’islam molto rigida, che ha messo radici in alcune aree del Paese – quelle da cui, guarda caso, provengono i foreign fighters bosniaci che si sono uniti all’Isis – e che potrebbe tornare in voga. “Non vogliamo vivere nel Muslimstan”, dicono alcuni, spaventati dagli acquisti di case e terreni.
Altri, però, sono contenti. L’arrivo degli arabi significa soldi in più, e con quei fondi l’economia del Paese può cominciare a girare. “Qui è difficile vivere – dice un venditore di frutti di bosco e di miele – Se si possono migliorare le condizioni di vita, ben vengano anche loro”. E loro, appunto, vengono.

venerdì 9 settembre 2016

Facundo Huala ritorna in libertà - Patrizia Larese

Facundo Huala, autorità politica del Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu, è stato rimesso in libertà e non sarà estradato in Cile, dove avrebbe rischiato una condanna esemplare (18 anni) per “terrorismo”, secondo la legge pinochettista ancora in vigore oltre la cordigliera andina. Lo ha deciso un giudice argentino nell’udienza tenuta a fine agosto a Esquel, cittadina della Patagonia dove erano stati concentrati ben 400 agenti, preoccupati dalla presenza delle tante persone convenute da tutta la regione, ma anche dalla capitale, (come nel caso del Premio Nobel Adolfo Perez Esquivel) per manifestare solidarietà a Facundo. Il giovane “lonko” mapuche era stato arrestato, con una violenta operazione di polizia, dopo la partecipazione a un presidio per il recupero delle terre ancestrali nella Estancia Leleque illegalmente occupata da Benetton

Alle prime luci dell’alba del 27 maggio scorso, la polizia argentina e il Grupo Especial de Operaciones Provinciales (GEOP), le Forze Speciali della Provincia, erano intervenuti con violenza al Lof di Resistenza di Cushamen, comunità rurale della provincia patagonica del Chubut. Lo sgombero era stato deciso perché i Mapuche, al fine di recuperare le loro terre ancestrali, stavano presidiando un territorio all’interno dell’estancia Leleque (proprietà Benetton) sulla Ruta 40 a circa 100 km. da Esquel.
Secondo la radio comunitaria FM Kalewche, l’azione violenta della polizia era stata motivata dall’ordine di cattura internazionale che pendeva nei confronti di Facundo Jones Huala, uno dei giovani mapuche che viveva al Lof e che è accusato di terrorismo. A causa di ciò l’intervento delle forze dell’ordine si è svolto con gas lacrimogeni e grosse armi: dall’anno scorso per la giustizia argentina i giovani sono terroristi. Al termine dell’azione della polizia, erano state condotte in carcere sette persone. Dopo alcuni giorni, sei erano state rilasciate, mentre per Facundo Jones Huala era stata richiesta l’estradizione in Cile. Una condizione enormemente più grave dal momento che la legge antiterrorismo in Cile, quella voluta da Pinochet negli anni ’70 e ancora in vigore, è ancora più dura e repressiva di quella argentina. “Al Lof sono rimaste due donne con quattro bambini circondate dalla polizia – aveva detto Martiniano Huala, il referente della Comunità mapuche di Esquel – per questo motivo abbiamo bisogno che questi fatti vengano diffusi il più possibile.”

Facundo Jones Huala, lonko (leader politico e religioso della comunità mapuche), è un attivista del Movimento Mapuche Autonomo di Puelmapu e della Resistenza Ancestrale Mapuche, una organizzazione impegnata in azioni dirette verso le multinazionali ed i governi cileno ed argentino. In un’intervista rilasciata all’agenzia ANRED, Facundo sostiene che il potere e la responsabilità del ruolo che ricopre fanno sì che egli debba impegnarsi in una militanza attiva per le terre e le famiglie mapuche. Dichiara di essere un perseguitato politico: “Il nostro Movimento – afferma – lotta per il recupero delle terre ancestrali in diversi luoghi tra cui le zone di Villa la Angostura (Argentina)contro il latifondista statunitense William Fisher che pretende di installare un impianto per il prelievo dell’acqua”.
Nel gennaio del 2013, insieme con altre cinque persone. Facundo era stato arrestato a Pilmaiquén, in Cile, con l’accusa di incendio, un’accusa pretestuosa ma assai comune nella repressione della lotta della comunità mapuche di quelle terre che si oppone alla costruzione di una diga sul fiume Pilmaiquén. Nel 2009, infatti, era stato approvato l’ennesimo progetto idroelettrico su un territorio che apparteneva ai Mapuche. Si tratta del progetto Central Hidroeléctrica Osorno, dell’impresa multinazionale Pilmaiquén S.A, prevede l’inondazione del Ngen Mapu Kintuante, situato a Pilmaiquén, nella comunità mapuche di El Roble Carimallin, un luogo dove sorge un complesso cerimoniale sacro per i mapuche-williche (cioè i Mapuche del sud), motivo per cui nel 2004 è nato un movimento di protesta. Tra gli arrestati del 2013 c’erano anche due machi. La/il machi è la guida spirituale dei Mapuche, la persona che cura il popolo secondo le tradizioni, un ruolo molto rispettato e di fondamentale importanza nella cultura.
E’ dalla fine del 2012 che lo Stato cileno ha varato una nuova tattica volta a indebolire la lotta dei Mapuche: la detenzione arbitraria delle sue autorità ancestrali politiche e religiose, siano esse machi, werken (portavoce) o lonko (capo politico). “Mentre mi trovavo in Cile a Pilmaiquén – ha raccontato Facundo nell’intervista ad Anred – ammalato e in cura presso la machi, portavoce delle comunità che resistono all’invasione delle centrali idroelettriche, sono stato arrestato e detenuto in prigione per un anno. Sono accusato di essere un terrorista perché lotto per il recupero delle terre ancestrali e nei miei confronti viene applicata la Legge Antiterrorista. Nel processo di recupero delle terre, per i Mapuche non esistono recinti, non c’è uno Stato. Non esiste lo Stato argentino, né quello cileno. Non esiste neppure la logica della proprietà winka (bianca). Potremmo dire che c’è una “zona mapuche liberata”, dove si ricostruisce la nostra vita. Questo è il nostro progetto politico. Stiamo lottando per cacciare le multinazionali dal nostro territorio, per espellere le miniere, le industrie petrolifere, i Benetton, i Lewis e tutta l’imprenditorialità nazionale”.
 “Lo Stato ha generato questo conflitto politico storico e non ha saputo risolverlo. Per questo motivo – continua Facundo – noi ci impegniamo nel “recupero delle terre”, è un processo rivoluzionario, perché stiamo ricostruendo il nostro mondo. Occorre ricordare che i popoli nativi vivono nelle terre peggiori: pietrose, sabbiose, sono spazi ridotti e senza acqua. Mentre i capitalisti, i proprietari terrieri posseggono le terre migliori, le terre produttive (…) Noi Mapuche siamo stati torturati e perseguitati per molti, molti anni. Molte morti per il recupero delle terre cnon sono mai state denunciate. Chiediamo, come popolo mapuche, un cammino di liberazione nazionale, come nelle altre nazioni oppresse impegnate in un cammino di emancipazione”.
Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace 1980, sempre vicino alle lotte dei popoli nativi, è giunto ad Esquel per partecipare all’udienza del 31 agosto, quella in cui è stata chiesta l’estradizione di Facundo Jones Huala in Cile. Pérez Esquivel è ancora presidente della Commissione per la Memoria della Provincia (CPM Comisión Provincial por la Memoria) di Buenos Aires. La cittadina di Esquel per questo evento è stata invasa da più di 400 poliziotti, sono arrivati elicotteri, data la presenza dei numerosi Mapuche venuti per testimoniare il loro sostegno a Facundo. Pérez Esquivel ha dichiarato: ”Ė necessario porre fine a questa contraddizione che criminalizza i popoli nativi per le loro lotte ed i loro diritti ancestrali, mentre si continua a beneficiare i grandi latifondisti nelle terre che non appartengono loro. In questo contesto, Facundo Jones Huala è un detenuto politico. Saremo presenti all’udienza per esprimere la nostra posizione nella difesa dei diritti dei Mapuche nella regione, perché ci preoccupa il fatto che i popoli nativi siano rappresentati come assassini quando, in realtà, sono vittime. Si sta violando la Costituzione Nazionale, l’accordo dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) la dichiarazione dei diritti delle Nazioni Unite sui popoli nativi.
Huala è incriminato in due cause penali: una per supposta usurpazione ed abigeato denunciato dalla Compañia de Tierras del Sur Argentino, di proprietà Benetton, e l’altra, per i presunti delitti di incendio, detenzione illegale di armi di fabbricazione artigianale ed entrata clandestina in territorio cileno, per la quale la giustizia del paese confinante sollecita l’estradizione del leader mapuche. La comunità ha respinto reiteratamente le accuse di incendio di boschi o praterie, riaffermando la propria visione che dà assoluta priorità alla difesa ed alla protezione della natura e dell’ecosistema.”
Il 2 settembre è finalmente arrivato il verdetto, la CPM ha pubblicato sulla sua pagina FB un comunicato in cui “celebra la sentenza del giudice federale Guido Otranto che ha pronunciato la nullità del processo di estradizione in Cile del lonko mapuche Facondo Jones Huala. La giustizia ha riconosciuto l’esistenza di pressioni e violenze contro i testimoni presenti nella causa. A questo si somma lo spionaggio illegale utilizzato durante il processo di procedimento giudiziario provinciale.
Nella cornice del tavolo di dialogo convocato dal giudice, la Commissione provinciale per la memoria (CPM) reclama ora una soluzione del conflitto che rispetti i diritti ancestrali dei paesi originari. La libertà concessa a Huala per questa causa rappresenta un passo importante nella ricerca di giustizia ed obbliga ad approfondire le istanze di dialogo con l’INAI (Instituto Nacional de Asuntos Indígenas) e le autorità provinciali e nazionali per trovare una soluzione consensuale del conflitto con le comunità mapuche del Chubut. La CPM esige però la sospensione delle persecuzioni da parte della polizia e giudiziarie contro i militanti mapuche e le organizzazioni sociali e dei diritti umani che fanno parte della Rete di Appoggio al Lof in Resistenza e sottolinea che la risoluzione di questo conflitto deve rispettare i principi costituzionali di riconoscimento della preesistenza dei popoli originari.”

giovedì 8 settembre 2016

Lettera a mia madre, Berta Cáceres - Bertha Zúniga Cáceres



Sei mesi fa stavo viaggiando dal Messico all’Honduras con una gran fretta, il tempo si era quasi fermato. Dovevo trovarmi con Laura e Salva per poter dire addio alle tue mani e ai tuoi occhi. La notizia del tuo assassinio aveva un senso, giorni prima infatti stavamo scrivendo insieme il comunicato che denunciava la riattivazione, sull’altra riva del fiume Gualcarque, del progetto Agua Zarca. Puntavamo a fermarlo mediante la denuncia del ruolo complice delle banche finanziatrici, nonostante fosse chiaro che DESA non avesse nessuna intenzione di farlo e conoscessimo bene la sua aggressività.
Non potevo credere che non c’eri più, ma non ho mai pianto sfiancata dal dolore. Ho pianto indignata perché il mondo aveva permesso la tua morte, perché esseri perversi avevano flagellato il tuo corpo con dei proiettili, perché sapevo che non avrei più sentito la tua voce. E mi fece paura rendermi conto di come ci avevi ben preparato a quella notizia, fidandoti che, quando non ci fosse stata più la tua voce, ci sarebbero state le nostre, le migliaia che avrebbero parlato in tuo nome, per continuare a gridare quello che hai sempre gridato: Giustizia.
Cercare la giustizia è un percorso tortuoso, fatto anche di silenzio, e di braccia, mani, cuori che non lasceranno che Berta muoia così, impunemente. Sei mesi dopo, ci indigna che il governo golpista e dittatoriale di Juan Orlando Hernández continui a ignorare la nostra richiesta di un gruppo indipendente di investigatori che ci permetta di conoscere la verità sul crimine.
Ci indigna sapere che DESA-Agua Zarca non ha intenzione di fermare il progetto, che manda la sua tecnica, Elsia Paz, nei canali di comunicazione più grandi d’Honduras per ripulire il nome dell’impresa. Ci indigna il fatto che banche come FMO non abbiano intenzione di sospendere il finanziamento a questo progetto di morte, ci indigna sapere che siano sempre stati a conoscenza di quanto stesse succedendo, e che a loro non sia mai importato niente di quello che soffriamo per colpa del loro atteggiamento colonialista e del loro denaro sporco di sangue.
Ci indigna vedere la inettitudine delle istituzioni honduregne in un caso considerato “di priorità nazionale”. Ora ascolto una delle tue canzoni preferite e mi entra dentro al cuore questo verso: “e anche se scende la notte, torna la luna, torna l’amore”, era uno dei tuoi principi. Hai vissuto tutte le avversità possibili, non ti sei mai fermata e hai sempre sorriso, ti sei riempita di orgoglio e soddisfazione per lottare spalla a spalla con il tuo popolo, facendo rivoluzioni, dentro casa e nelle strade.

E  ora è quello che facciamo noi: sorridere e lottare come guerriere, senza mai perdere la speranza. Sei mesi fa ho saputo che le mie braccia, le mie mani ed anche la mia voce erano le tue. Sei mesi fa ho dichiarato guerra alla morte. Per sei mesi migliaia di voci hanno gridato: “Giustizia per Berta”. Quel 3 marzo ti ho persa, ma ho guadagnato un sacco di zii, zie, fratelli e sorelle.
Continueremo a lottare per te, con i tuoi valori, con la tua forza e la tua allegria, senza paura: nessuno ammazza Berta Cáceres. Mia mamma non è stata uccisa, egli assassini che volevano ucciderla si sono fregati da soli, perché lei è qui, perché vivrà in ognuno e ognuna di noi, fino a quando resteremo in piedi a lottare contro questa impresa assassina, contro le dighe, contro la privatizzazione dei boschi e dell’ossigeno.
Qui con noi vivrai mamma, in noi vivrà Berta Cáceres.
Con l’amore complice di sempre:
Ce la faremo, è una promessa.
¡Hasta la Victoria Siempre, Mami!

Articolo originale in spagnolo qui, traduzione a cura di Mario Zuppiroli
Fonte: www.puchica.org
da qui

lunedì 5 settembre 2016

Viaggio nella foresta amazzonica dove il silenzio non esiste - Marina Forti


I puntini sulla mappa hanno nomi come Nueva Esperanza, Nuevo Destino, Nueva Patria. Oppure El Porvenir (“l’avvenire”) o ancora nomi di santi, perfino un ottimista Nuevo Paris. Sono villaggi sparsi intorno alla cittadina di Pucallpa, nell’Amazzonia peruviana, tra canali e lagune formati dal fiume Ucayali – che poi è il Rio delle Amazzoni, che per una buona metà scorre in Perù. Qui però è indicato con altri nomi: Urubamba quando scende dalle Ande sotto a Cuzco, Ucayali quando ha raggiunto la pianura, infine Amazonas ma solo centinaia di chilometri più a valle, dopo la fusione con il fiume Marañon.
Insomma: siamo nella parte più occidentale e remota del bacino amazzonico; da qui il fiume percorrerà ancora più di cinquemila chilometri prima di raggiungere l’oceano Atlantico.
Alla fine dell’ottocento Pucallpa era solo una missione francescana sperduta nella selva. Poi sono arrivati i caucheros, avventurieri che hanno accumulato fortune mandando i nativi a estrarre il caucciù (sì, come Fitzcarraldo, ma la realtà era meno romantica e più violenta): è stato il primo sfruttamento “industriale” dell’Amazzonia. Poi sono arrivati imprenditori in cerca di legno pregiato.

Il fiume della speranza
Nel 1945 è arrivata anche la strada, l’unica che collega Lima all’Amazzonia scavalcando le Ande. Così Pucallpa è diventata una piccola città: oggi conta 220mila abitanti, alcune vie asfaltate, il mercato, le scuole, ed è il primo porto fluviale con un regolare servizio di traghetti per navigare a valle (cioè verso nord). Un crocevia di commercio, passaggio di tagliatori di legname (spesso di frodo), imprenditori, avventurieri, missionari, nativi. E poverissimi contadini meticci arrivati dalle Ande o dalla costa in cerca di fortuna: per questo i villaggi dell’Amazzonia si chiamano destino, speranza, avvenire.

All’alba di un giorno di luglio partiamo in direzione di quei puntini. Eccoci a Puerto Callao, sul lago di Yarinacocha che in realtà è una laguna dell’Ucayali appena a nord di Pucallpa. Voltiamo le spalle a un “lungolago” di ristorantini popolari, piccoli negozi di generi vari, e alcuni bar con verande e nomi esotici.
Nella stagione delle piogge il lago sale fin qui, ma ora è in secca e bisogna scendere una lunga scarpata fino all’imbarcadero, cioè le barche tirate in secca e qualche passerella di legno per non scivolare sulla sponda argillosa. Ci facciamo largo tra il vociare dei venditori di pesce e i richiami dei barcaioli che fanno la spola tra le località del lago. Infine eccoci sulla Normita, barca dalla sagoma allungata, con una tettoia a dare ombra e un motore peki-peki, con l’elica retta da un’asta che permette di sollevarla quando il fondale è troppo basso. Abbiamo l’attrezzatura essenziale: tenda-zanzariera, acqua potabile, vettovaglie, carburante, fornellino, lampada a petrolio e qualche torcia. E una guida esperta, buon conoscitore della natura e degli umani della zona. 
Attraversato il lago passiamo il villaggio San Francesco, fondato da un padre francescano con nativi shipibo “riscattati” dai caucheros. Imbocchiamo un canale che taglia verso il rio Ucayali. È solo un fiumiciattolo fangoso, ma c’è un intenso traffico, barche collettive, chiatte cariche di merci, canoe. Sulle sponde si intravede a volte una coltivazione di banani, un orto, magari una canoa, segno che dietro c’è un villaggio. Passiamo accampamenti temporanei di pescatori, semplici amache sotto piccole tettoie: pescano un paio di giorni poi vanno a vendere il pescato a Pucallpa.
Attraversato l’Ucayali imbocchiamo il rio Blanco, un piccolo affluente sul lato orientale. Qui la vegetazione è più vecchia, grandi ficus con radici a lamine, liane che diventano tronchi, mangrovie con le radici in acqua: ma è una foresta rada perché gli alberi più pregiati sono scomparsi, tagliati da tempo.

Il fiume si stringe. La nostra guida descrive in modo variopinto gli animali della foresta, uccelli, serpenti. Promette di mostrarci i caimani, che si acquattano nella riva fangosa lasciando fuori solo gli occhi che di notte brillano come catarifrangenti, e scattano appena vedono una preda. Parla dell’anaconda, che quando ha fame esce dall’acqua ed è capace di portarsi via una pecora o un bue da cento chili: “Lo rispetto molto, l’anaconda”. Nei passaggi difficili si siede a prua per segnalare gli ostacoli al figlio, che guida la barca tra secche e correnti.
Imbocchiamo il rio Calleria, passiamo il villaggio Patria Nueva. Giunti a un ampio approdo lasciamo la Normita e risaliamo un sentiero fino al villaggio Calleria, abitato da nativi shipibo. Bel villaggio, solide case di legno costruite su palafitta, tetti di foglie di palma rifatti con cura ogni anno. Ogni casa ha il suo pannello solare, grazie a un progetto sovvenzionato dal governo. Strano però, di solito nei villaggi nativi le case sono sparse tra gli alberi. Qui invece sono tutte in vista, ben allineate ai due lati di un lungo prato che funge da spazio comune, piazza, viale. Poi capisco: era una pista d’atterraggio per i piccoli aeroplani usati dai missionari mandati dalla chiesa battista degli Stati Uniti, con il progetto di evangelizzare i nativi traducendo la Bibbia nelle loro lingue (quella del Summer institute of linguistics è una delle storie più straordinarie e ambigue dell’Amazzonia moderna).

La teoria e la realtà della foresta protetta
Oggi non vedo più missionari americani a Calleria; invece sento parlare il linguaggio dello sviluppo sostenibile, le risorse naturali, i “saperi ancestrali”. Il villaggio ha 315 abitanti, una settantina di famiglie. Luis, il capovillaggio, spiega che molti giovani della comunità sono andati a studiare a Pucallpa o fuori, a Lima, perfino all’estero, e “sono tornati con grandi idee di sviluppo”. Ora i dirigenti della comunità sono eletti “con il metodo democratico”, spiega. 
“La comunità è molto cambiata negli ultimi anni”. Luis mostra con orgoglio l’antenna parabolica, la radio e il telefono pubblico; la scuola e la casa comune. Parla di forestazione sostenibile, che significa tagliare solo alberi adulti, non a tappeto ma a “sfoltimento”, su un ciclo ventennale per lasciar crescere la foresta; ci lavorano 12 persone, “appena avremo la certificazione forestale potremo vendere il nostro legname”. Infine ci porta giù verso il fiume a vedere l’immancabile allevamento di pesce (ogni villaggio nativo ne progetta uno) e le vasche con i girini di paiche, il più pregiato tra i grandi pesci dell’Amazzonia, che si sta estinguendo per eccesso di pesca (di frodo, perché è una specie protetta: ma ceviche e zuppe di paiche sono servite in tutte le osterie dell’Amazzonia peruviana).
Il progetto qui è ripopolare il fiume con giovani paiche e anche venderne sul mercato, perché resta un pesce ricercato.

Il rio Calleria si addentra serpeggiando nella zona “intangibile”, secondo la definizione burocratica. In parte è riserva indigena: ogni comunità ha il suo territorio e ha il diritto di estrarne le risorse (incluso il legname), per questo a Calleria aspettavano la certificazione.
Altrimenti, tagliare alberi o estrarre qualunque risorsa è vietato ai non nativi – “intangibile” – almeno in teoria. Nei fatti, la regione alla frontiera tra il Perù e il Brasile è terra di conquista per tagliatori di frodo. La deforestazione illegale è così massiccia che, secondo uno studio della Banca mondiale, l’80 per cento del legname esportato dal Perù è tagliato illegalmente.
I tagliatori di frodo sono bande armate che invadono il territorio dei nativi, si accampano nella foresta profonda con le loro motoseghe, tagliano il possibile – mogano, cedro, caoba, specie protette dal legno pregiato – e poi caricano il bottino su chiatte e barche. Proprio da queste parti qualche tempo fa la forestale ha fatto irruzione in un campo illegale, arrestato 15 abusivi e recuperato 12 metri cubi di buon legno. Spesso gli abusivi ingaggiano piccole guerre per difendere la loro economia illegale, anche se poi loro stessi sono solo l’ultima pedina. Due anni fa alcuni dirigenti nativi ashaninka sono stati assassinati, dopo aver denunciato un traffico illegale con complicità di spicco.
Ridiscendiamo verso la laguna. Due ragazzi su una canoa si avvicinano per venderci dei pesci. Saranno la cena, fritti sulla nostra barca insieme a fette di platano, la banana verde. Butto in acqua lische e teste di pesce, ma faccio appena in tempo a vederle scomparire in un guizzo: divorate all’istante da piccoli piranha, voracissimi, poco più grandi del palmo di una mano (piccola ecologia quotidiana: gli scarti organici rientrano subito nel ciclo naturale).

Suoni inaspettati
Prima del tramonto troviamo una radura dove sistemare il campo per la notte, prima che il crepuscolo porti i terribili sancudos, grossi tafani. Ripuliamo il terreno, stendiamo una spessa tela cerata. Non abbiamo una vera e propria tenda ma un’ampia zanzariera che fissiamo da una parte agli alberi vicini, dall’altra a pali conficcati ben a fondo nel terreno. Stendiamo i materassini, fissiamo un telo impermeabile a tettoia. Infine la nostra guida traccia un piccolo solco intorno alla tenda-zanzariera e lo cosparge di petrolio: “È infallibile, tiene lontano i serpenti”.
Otto di sera: due ore dopo il tramonto è buio pesto. Acrobazie per scivolare sotto la zanzariera senza portarci dietro la nuvola di insetti che ci segue (nonostante i repellenti di cui siamo cosparsi).
La notte si riempie di suoni inaspettati. Scricchiolii, sgocciolii. Versi di animali notturni a noi sconosciuti. Cigolio di rami. Fruscio di passi? Passi, non c’è dubbio, qualcuno cammina nel sottobosco, si avvicina. Sotto la zanzariera però nessuno reagisce. Mi rassegno a dormire, un sonno popolato di passi furtivi nella foresta.
La mattina dopo, mentre scaldiamo l’acqua per il tè (e per lavarsi i denti o fare la barba), la nostra guida ride: passi, fruscii? Saranno stati animaletti che andavano a bere al fiume, o serpenti che strisciavano sulle foglie: “Nella foresta non siamo mai soli”.
(*) Ripreso dal settimanale «Internazionale». Marina Forti ha un suo blog:www.terraterraonline.org/blog/ ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». (db)

giovedì 1 settembre 2016

La bambina con la bicicletta e la pace - Saverio Tommasi



Ho visto un video in cui un soldato israeliano strappa la bici a una bambina palestinese, e lei piange. Lui continua a tenere i piedi sopra la bici e costringe la bambina ad andare via. La bambina, ancora, piange.
Il soldato aspetta che la bambina se ne vada, correndo e piangendo, e poi getta la bici fra i cespugli.
Questo non c’entra niente con il bisogno di sicurezza di un popolo. Come il bisogno di sicurezza non c’entra niente con il costringere un altro popolo a vivere in un fazzoletto di terra, fermare le ambulanze con i nonni che stanno morendo ai posti di blocco, privarli dell’acqua, privarli della libertà, privarli dei campi da coltivare, chiuderli con un muro, privarli del riconoscimento di uno Stato.

Io sto con le biciclette, e con le bambine che le guidano, perché sono l’unica possibilità, per tutti, di arrivare alla pace.