lunedì 27 luglio 2026

24 luglio: la giornata delle risorse naturali esaurite (ma per l’Italia è stata il 3 maggio…)

 

Il 24 luglio, è l’Overshoot Day del pianeta. In parole povere: i nostri consumi hanno superato ciò che il pianeta è in grado di fornire per tutto l’anno in corso. Dal 25 luglio in poi stiamo (sempre noi!) consumando con largo anticipo (più di cinque mesi) quello che la Terra mette a disposizione della vita delle specie: dalle coltivazioni alla fauna, dalle foreste all’energia.

Il calcolo con cui viene effettuata questa misurazione si ottiene con una semplice formula: la biocapacità della Terra diviso l’impronta ecologica, il tutto diviso i 365 giorni dell’anno. I due termini della divisione non fanno parte del linguaggio comune per cui spendiamo qualche parola di spiegazione perché si tratta di termini spesso ricorrenti nelle ricerche scientifiche sull’ambiente.

La biocapacità è la capacità totale del pianeta di ricostruire le risorse naturali – acque, legnami, prodotti agricoli e cibo in generale. A questo totale – costituito da una marea di dati – va sottratto il quantitativo di rifiuti prodotto dalla attività umana, comprese le emissioni di CO2 dato che questi fattori diminuiscono la capacità rigenerativa totale.

L’impronta ecologica indica il consumo di quelle risorse da parte dell’umanità. Moltiplicando per i giorni dell’anno sapremo in quale data il consumo supera la rigenerazione. Questo dato riguarda, però, la media del pianeta ma la data dell’overshoot varia da paese a paese e commenteremo nel seguito alcune di queste differenze. Per ora ci interessa capire se la ricerca effettuata ci può fornire un indicatore del rapporto tra la crisi delle risorse, il modo di produzione capitalistico e le conseguenze sull’ambiente: questi sono i fatti per noi rilevanti.

La prima cosa che rileviamo è che gli appelli ad un consumo consapevole si rivolgono sempre ad un indefinito “noi” in quanto singoli consumatori e mai al sistema produttivo – quell’innominabile capitalismo – che governa la vita del pianeta e che non è in mano a singoli individui ma è proprietà di una classe sociale – altro termine innominabile – che sperpera in consumi di lusso, che distrugge merci per mantenere alti i prezzi ed i profitti, che organizza guerre dove, sempre di più, il consumo di risorse e la distruzione dell’ambiente raggiungono livelli parossistici. E’ essenzialmente per questo che dal 25 luglio in poi le specie del pianeta vivranno a credito ecologico ipotecando pericolosamente ogni tipo di risorsa che la natura mette a disposizione.

Altra osservazione che ci suggerisce dovute considerazioni è il fatto che i dati di quel consumo – di cui non vi sommergeremo – variano da paese a paese. L’Italia, per esempio, si dà sempre un gran bel da fare e la sua data fatale è caduta il 3 maggioin soli 122 giorni il paese ha consumato ciò che la natura è capace di metterle da parte per tutto l’anno! L’Italia è in linea con la media europea ma alcuni paesi fanno molto peggio: il Qatar batte tutti e in 35 giorni brucia tutto. Seguono Lussemburgo, Singapore, Kuwait, Mongolia (?), Canada, Emirati, Bahrain, Usa, Australia, Danimarca, insomma tutti i paesi con un modello economico di “avanzato” capitalismo. I paesi virtuosi giungono, invece, vicino al mese di novembre come Tunisia, Nicaragua, Ecuador, Cambogia, Honduras. Ai campisti potrà interessare che il giorno di “soglia” è il 28 marzo per la Russia mentre in Cina sono più virtuosi e si fermano al 27 maggio. La data fatidica del 24 luglio rappresenta, quindi, una media di consumi medi dei paesi oggetto dello studio di Global Footprint Network, e non ci consente – dobbiamo riconoscere che sarebbe difficilissimo – di misurare il contributo delle diverse classi sociali alla distruzione delle risorse planetarie, la quale comunque non può essere fatta risalire a modelli di consumo individuale.

Altra considerazione ci viene dai grafici che mostrano dal 1972 al 2026 un incremento pressocché lineare del debito – o credito – ecologico. Assumendo come punto di partenza – o di parità tra consumi e riproduzione naturale – il mese di dicembre del 1972, si vede che di anno in anno il mese in cui si va a debito (media mondiale) arriva gradualmente e inesorabilmente all’agosto del 2026. L’andamento di questo dato coincide strettamente con tutte le osservazioni metereologiche sul riscaldamento ambientale, sulla crisi climatica generale, sul sovra-consumo dei combustibili fossili, sulla sovrapproduzione di CO2.

Un’ulteriore verifica della nostra tesi ci viene dai dati del periodo del Covid. In quei giorni le rilevazioni dell’Overshoot Day portarono i dati in avanti di ben tre settimane e non si può fare a meno di considerare che questa anomalia sia stata frutto dell’abbattimento della produzione di merci, del calo dei consumi dei combustibili fossili, del calo brusco del traffico automobilistico. E non basta! Alcuni Paesi non compaiono nelle statistiche di questa ricerca perché non raggiungono mai il punto di sovrasfruttamento delle risorse naturali nell’arco dell’anno. E’ il caso di diversi Stati africani come l’Angola e l’Eritrea, o asiatici come il Pakistan e il Nepal. Questo accade perchè l’impronta ecologica media di quei Paesi è inferiore alla biocapacità globale disponibile e anche in questi casi il modello di “sviluppo” capitalistico e di consumo è dissimile da quello dei cosiddetti paesi occidentali tipici.

La stretta correlazione tra gli andamenti di questi fenomeni mostra che essi non sono separatiindipendenti, tutt’altro! Gli studi e le rilevazioni dell’Overshoot Day partono dai primi anni ’70 mentre il dibattito scientifico – con le conseguenti ricerche – ha individuato la questione ecologica ben prima datandone l’inizio agli anni della ricostruzione postbellica che segnò un balzo in avanti di tutti i fattori della crisi climatica. Gli scienziati più avanzati hanno subito individuato la natura della variazione degli elementi climatici nelle attività dell’uomo spingendosi fino al punto di indicare l’attuale fase come un’epoca geologica del tutto nuova: l’era dell’Anthropocene. Noi, incontentabili critici puntigliosi, indichiamo la fase climatica in maniera più specifica sostenendo che essa è generata direttamente dal modo di produzione capitalistico essendo confortati dalle ripetute osservazioni della stretta correlazione tra le due accelerazioni: quella del mdp e quella del cambiamento climatico. Gli studi sull’Overshoot Day sono un’altra prova di questa correlazione e della sua negativa evoluzione.

Questa giornata sull’esaurimento delle risorse fa il paio con un’altra ricorrenza: quella contro lo spreco alimentare, ma anche qui la prima cosa che notiamo è l’omissione nell’indicare le vere cause e i conseguenti rimedi ricorrendo ad un modo di porre anche questo problema come dipendente dalle abitudini individuali. Siamo solo noi, quelli che buttano cibo nella spazzatura (a proposito, molto di quello in produzione è veramente da buttare!) i responsabili dello spreco alimentare? Per Waste Watcher Observatory il problema è nel: “… comportamento del consumatore [che genera] impatti economici, ambientali e sociali [adottando] diverse diete e diversi stili di vita”. Sarebbe interessante, a questo punto, sottoporre il questionario – perno di questa ricerca – ai palestinesi di Gaza ed agli altri 730 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame; non è una provocazione! Con gli scarti dei supermercati davanti agli occhi non possiamo fare a meno di commentare che l’obiettivo “… di generare conoscenze utili ad indirizzare scelte individuali e politiche pubbliche relative all’uso sostenibile delle risorse naturali, alla riduzione e prevenzione dello spreco alimentare e alla promozione di diete sane” è davvero come prosciugare il mare col cucchiaino della buona volontà di qualche persona, mal che vada, con le consuete raccomandazioni di qualche spot ministeriale.

Lo sforzo compiuto dall’Osservatorio è senz’altro generoso. Partito nel 2013 (invece le rilevazioni dell’Overshoot partono dal ’’70) come fatto circoscritto a livello italiano, si è gradualmente esteso coinvolgendo altri paesi, ma non è mai uscito dall’ambito di un approccio fondato su modello della microeconomia marginalista. Interessanti i dati che mostrano il divario tra zone “ricche” e zone “povere” del paese e tra generazioni. Ma anche con questi presupposti di ricerca non vediamo nel report la dichiarazione di un minimo legame tra condizioni di vita (lavoro, reddito, salute,…) e abitudini alimentari. E’ solo modello culturale quello di imbottire i bambini di cibo spazzatura? A nessuno dei ricercatori è venuto in mente che la causa prevalente potrebbe essere il minor costo del cibo industriale, il tempo di lavoro che non consente più di praticare il modello di cucina casalinga? Eppure, secondo noi, anche nell’alimentazione si ripropone il ruolo del modo di produzione che condiziona il modo di vita e che regola anche il bisogno essenziale, l’alimento, allo stesso modo di una merce che non deve soddisfare i bisogni dell’organismo umano – e meno che mai si rivolge alla sua salute – ma deve realizzare profitto.

Qualche studioso sostiene perfino che le attuali modalità alimentari abbiano influenza sulla fertilità delle coppie. Non abbiamo la possibilità di verificare se questa ipotesi prevalga su quelle più strettamente socioeconomiche – quali, ad esempio, quelle legate al reddito familiare in costante diminuzione – ma certamente fenomeni quali l’obesità infantile non sono slegati dal reddito, dalle condizioni di lavoro, dalla produzione di cibo “spazzatura”. E’ davvero sorprendente, però, che studiosi di rango e ricercatori preparati ignorino che tutte le società sono divise in classi, e questo già da molti millenni e con effetti notevoli e spesso dirompenti, tra cui qualche rivoluzione.

Tornando sullo spreco generale dei consumi umani, abbiamo solo accennato a quello di portata collettiva che avviene ad opera dei supermercati, come del mondo della ristorazione, che potrebbe avere un suo seppur labile fondamento. Non vogliamo ripetere quello che più volte abbiamo affermato, ma come non considerare la distruzione che avviene soprattutto in agricoltura (e negli allevamenti di animali a terra e in mare? Non troverete alcun dato che parli di queste stragi, ma non c’è inchiesta giornalistica o osservazione personale che non ci dica che si distrugge anzitutto per mantenere alti i prezzi, poi per regolare l’eccesso di produzione, poi per portare ai mercati merce “bella”, frutta, ortaggi e verdura di buon calibro, poi per l’abbandono del prodotto perché il costo della raccolta non è coperto dall’utile alla vendita. Dunque sostenere – come si legge tra le pagine del report di Sprecozero – che lo spreco alimentare è più diffuso tra i ceti popolari e al sud perché il “senso di insicurezza, di incertezza psicologica, spinge” costoro – i poveri – a comprare più del necessario per timore di restarne senza, è veramente un ossimoro, una contraddizione in termini, ma è soprattutto insultante.

da qui

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