Non sono molti i capi che riescono a sopravvivere agli imperativi della moda, diventando dei “classici”. Da una stagione all’altra (e nel caso della fast fashion anche da una settimana all’altra) i jeans diventano più larghi o più stretti, le gonne più lunghe o più corte, la vita dei pantaloni si alza o si abbassa. Le t-shirt resistono, tutto sommato uguali a se stesse, da decenni. Persino nel prezzo. Prendiamo, per esempio, una t-shirt bianca di cotone. Costa 9,90 euro. Più o meno la stessa cifra che pagavi dieci, forse addirittura quindici anni fa. Nel frattempo i prezzi di praticamente tutto sono aumentati, ma non quella maglietta.
Non è solo
un’impressione, lo dicono i dati. Tra il 2001 e il 2025 il prezzo che
gli importatori europei pagano per una t-shirt di cotone è cresciuto,
in termini nominali, di appena lo 0,9% l’anno. Nello stesso periodo il costo
della vita a livello globale è più che raddoppiato. Aggiustato per l’inflazione
europea, significa che oggi una maglietta importata costa, in valore reale,
circa il 30% in meno di venticinque anni fa.
Come fa una
maglietta a costare meno di prima?
La domanda
che è lecito porsi è: come fa un prodotto a costare meno di prima, mentre tutto
il resto costa di più? La risposta sta nel fatto che qualcuno, lungo la strada
che separa il campo di cotone dallo scaffale del negozio, ha assorbito quel
rincaro al posto nostro. E qui arriva la domanda più scomoda: di quei 9,90
euro, quanto arriva davvero a chi ha cucito la maglietta?
Una ricerca del 2020 stima che per una
t-shirt base prodotta in Bangladesh solo circa il 2% del prezzo finale finisce
nei salari di chi la confeziona. Il resto – ovvero la quasi totalità – si
distribuisce tra tutti gli altri anelli della catena. Ripercorrendola a ritroso
possiamo capire qual è il punto in cui si decide davvero il
prezzo di una maglietta. E non è dove pensiamo.
A
ricostruirlo è Squeezed Dry, un
rapporto pubblicato a maggio 2026 da Public Eye e Clean
Clothes Campaign. Per spiegare un meccanismo che riguarda l’intera
industria dell’abbigliamento, gli autori scelgono il prodotto più elementare
che esista, la t-shirt di cotone. E mettono a fuoco due luoghi: da un lato il
Bangladesh, diventato il principale laboratorio di cucitura a basso costo,
dall’altro l’Unione europea, il più grande mercato di sbocco.
Come si
forma il prezzo di una maglietta
La fabbrica
calcola quanto le costa produrre una maglietta, ci aggiunge un margine e
propone un prezzo al brand, che può accettarlo o negoziarlo. È lecito
immaginare che il prezzo si definisca così. Nella realtà, le cose vanno al
contrario. Nel modello che domina il settore – quello che il rapporto
chiama top-down, dall’alto verso il basso – è il compratore
ad arrivare al tavolo con un prezzo già fissato. Quel numero non nasce dalla
considerazione dei costi di produzione: viene calcolato a ritroso, partendo dal
prezzo di vendita previsto in negozio e dal margine che il marchio vuole
portare a casa. Quello che resta, in fondo a questa sottrazione, è ciò che il
fornitore può incassare. Al fornitore arriva, di fatto, un’offerta da prendere
o lasciare.
Secondo nove
specialisti bengalesi di pricing intervistati per il rapporto,
quel numero arriva quasi sempre già schiacciato verso il basso. Le parole di
uno di loro fotografano la dinamica: «Il compratore dice sempre che il suo
prezzo-obiettivo è più basso del nostro. In realtà nessuno vuole
perdere un ordine, soprattutto quando ha un buon volume. I compratori
chiedono preventivi a quattro o cinque fornitori alla volta».
Perché i
fornitori del Bangladesh accettano prezzi bassi
Perché i
fornitori accettano? La
risposta breve sta nella struttura del mercato. In Bangladesh ci sono oltre
4mila fabbriche e la gran parte produce capi semplici e intercambiabili, come
le magliette. Questo consegna ai compratori un esercito di fornitori potenziali
e ai fornitori la certezza che, se rifiutano un ordine, ci sarà sempre qualcun
altro pronto ad accettarlo. «La sfida più grande, quando si tratta di negoziare
prezzi più alti, è che questo prodotto è diventato completamente una commodity».
Una merce indifferenziata, cioè, su cui l’unica variabile che conta
è il prezzo. Da qui la normalizzazione dei prezzi bassi: i compratori se li
aspettano e, per paura di perdere l’ordine, i fornitori rinunciano a
contrattare sul serio.
In mezzo, ad
alimentare la pressione, ci sono le buying house:
intermediari che fanno da ponte tra i marchi e le fabbriche. Gestiscono
campionature, controlli di qualità, audit, logistica. E in cambio
trattengono una commissione. Ma soprattutto mettono le fabbriche le une contro
le altre, raccogliendo preventivi da più stabilimenti per
spuntare il prezzo più basso possibile e fare contenti i marchi. Lo spiega
un product manager intervistato dagli autori del rapporto:
«Facciamo un esempio: una sourcing house riceve un ordine da
un marchio a 10 dollari. Lo passa a una buying house a 8.
La buying house tratta con le fabbriche locali a 5 o 6
dollari, a volte anche meno. La buying house e la sourcing
house guadagnano, ma le fabbriche faticano, prendono prestiti o non
riescono a pagare gli stipendi».
Quando il
prezzo sale. E quando scende
Il prezzo di
una t-shirt non è del tutto immobile. Si muove, ma in modo selettivo.
Sale quando aumentano i costi delle materie prime, come il cotone soprattutto,
e l’energia. È successo nel 2011, quando i raccolti rovinati dalle alluvioni in
Pakistan e la speculazione fecero più che raddoppiare il prezzo del cotone in
pochi mesi. Ed è successo nel 2022, quando la coda della pandemia e la guerra
in Ucraina spinsero in alto cotone, coloranti e gas. In quei momenti i
fornitori riescono a trasferire parte dei rincari e i compratori li assorbono.
Ma si tratta di rialzi temporanei. Appena la crisi rientra e i
mercati delle materie prime si normalizzano, il prezzo torna a scendere
altrettanto rapidamente.
Ma c’è un
costo che, quando aumenta, non lascia quasi traccia sul prezzo della
maglietta: il salario. Il rapporto mostra che gli aumenti del
salario minimo in Bangladesh – anche consistenti, come il +51% del 2018 (da
5.300 a 8mila taka) e il +56% del 2023 (da
8mila a 12.500 taka) – non hanno prodotto alcun effetto rilevabile sui prezzi
all’export. Come se il lavoro non fosse un costo da coprire, ma una variabile
da assorbire altrove.
Dove, se non
sul prezzo? Una parte viene letteralmente cancellata dal cambio: il taka si è
svalutato pesantemente sul dollaro – la valuta utilizzata dai marchi che
acquistano – al punto che, secondo il Worker Rights Consortium,
in termini reali il costo della manodopera bengalese per i
compratori è diminuito di circa il 38% dal 2019, nonostante gli aumenti in
taka. Il resto viene assorbito dentro la fabbrica, in termini di pressione nei
ritmi di lavoro. «Prima il nostro obiettivo era 200 magliette l’ora», racconta
un intervistato, «ora spingiamo gli stessi operai a produrne 250, solo per
restare in attivo».
Quanto resta
a chi cuce: tre centesimi a maglietta
I margini
per i capi base sono ridotti all’osso, quando ci sono. Un merchandiser intervistato
nel rapporto descrive con precisione la situazione: «I proprietari di fabbrica
sono disperati e accettano qualsiasi prezzo. Solo negli ultimi sei mesi almeno
182 fabbriche hanno chiuso. Per tenere aperta la nostra accettiamo
qualunque prezzo offra il compratore. Prima il nostro margine era di circa
10 taka a pezzo (circa 0,08 dollari, ndr); ora, anche se sono 3
taka (circa 0,03 dollari ndr), siamo contenti».
Tre
centesimi di dollaro a maglietta. E spesso nemmeno quelli: le fabbriche accettano
ordini sottocosto pur di non fermare le linee, perché uno stabilimento fermo
continua a divorare costi fissi. Tenere viva la produzione serve, prima di
tutto, a poter pagare gli operai a fine mese. Pur se con salari da fame: il minimo legale in Bangladesh è di circa
105 dollari al mese, mentre il costo della vita stimato per una famiglia di
Dhaka è quasi quattro volte tanto. Un divario che, lo abbiamo scritto più volte su Prêt-à-changer,
non è un effetto collaterale del sistema dei prezzi, ne è il prodotto diretto.
E se il prezzo si costruisse al contrario?
Il problema,
quindi, non è un’azienda cattiva o un compratore cinico. È il sistema stesso
con cui si determina il prezzo di un capo. La domanda su cui si basa la seconda
parte del rapporto cerca di ribaltare questo sistema: e se costruissimo il
prezzo al contrario? È la proposta del bottom-up pricing.
L’idea è
semplice da spiegare, ma complicata da realizzare. Nel modello top-down si
parte dal prezzo in negozio e si scende, sottraendo margini. Nel bottom-up si
fa l’inverso: si parte da quanto costa davvero produrre una maglietta in modo
sicuro, dignitoso e ambientalmente sostenibile, e si sale costruendo il prezzo
voce per voce. Il presupposto – e qui sta la parte difficile – è che il
rapporto tra marchio e fornitore smetta di essere gerarchico e diventi cooperativo.
Come
funzionerebbe il bottom-up pricing, passo per passo
In pratica,
il calcolo procederebbe per fasi. Il compratore definisce il prodotto e i
parametri dell’ordine, come la composizione del tessuto e la quantità. Poi la
parola passa al fornitore che costruisce l’offerta. Il costo del lavoro viene
fissato a partire da un salario dignitoso – un living wage, o un
livello negoziato con i sindacati – con gli straordinari pagati secondo legge.
In questo schema il lavoro diventa un input non negoziabile, messo
al riparo dalla trattativa: non più il residuo che si comprime per quadrare i
conti, ma un costo dato, come il cotone.
Solo a quel
punto si aggiungono le spese di fabbrica (energia,
manutenzione, sicurezza, conformità, adattamento climatico) e un margine
di profitto adeguato, capace di lasciare riserve e spazio per
reinvestire. Il fornitore presenta infine un’offerta e il marchio costruisce su
quella base il proprio prezzo finale, aggiungendo logistica, marketing e il suo
margine.
Il vantaggio
non è solo etico. Spostando il fulcro della trattativa, il bottom-up sposta
anche l’oggetto della negoziazione: non più quanto si può limare
sul prezzo, ma quali leve reali – stabilità degli ordini, dimensione dei lotti,
tempi di consegna, varianti di qualità – possono migliorare l’efficienza senza
scaricarsi sulle spalle di chi cuce. E dà alle fabbriche la prevedibilità
necessaria per investire in competenze e tecnologia, invece di rincorrere la
sopravvivenza ordine per ordine.
Cosa
cambierebbe nel cartellino
Quanto
costerebbe tutto questo? Il rapporto prova a metterci dei numeri, partendo da una t-shirt di
cotone da 165 grammi che oggi esce dalla fabbrica a 2,00 dollari. E disegna due
scenari. Nel primo, di aggiustamenti prioritari, si garantisce il salario dignitoso
mantenendo l’attuale intensità di lavoro e si aumentano del 20% i costi dei
materiali: il prezzo sale a 3,01 dollari (+50%). Nel secondo,
di trasformazione completa, si va molto oltre: costo del lavoro più che
triplicato per arrivare a salari davvero dignitosi, ore settimanali ridotte del
40%, materiali raddoppiati per passare al cotone agroecologico, fabbriche più
sicure. Il prezzo in questo secondo scenario arriva a 5,00 dollari (+150%).
E parliamo
dei costi di produzione, non del prezzo che leggiamo sul
cartellino. Come abbiamo visto, il lavoro è una frazione minima del prezzo
finale – ricordiamo quel 2% – quindi anche un suo forte aumento incide poco sul
totale. E una parte di quell’aumento, suggerisce il rapporto, potrebbe essere
assorbita dai marchi ribilanciando i propri margini, invece di scaricarla per
intero sul consumatore.
Ad
oggi nessun grande marchio applica questo sistema di
composizione del prezzo. Esistono rare eccezioni nel mercato di nicchia della
sostenibilità, ma il rapporto non ne fa i nomi. E strumenti di supporto come
quelli messi a punto dall’organizzazione Fair
Wear non sono certo pratica diffusa. I grandi gruppi analizzati
nel rapporto – Inditex, H&M, Fast Retailing (Uniqlo), Primark, Bestseller e
LPP – restano tutti dentro la logica top-down. Interpellati
prima della pubblicazione, hanno contestato la metodologia o ribadito impegni generici. Nessuno ha condiviso i propri dati per
smentire le cifre.
Perché
prezzi più alti non bastano per salari più alti
Ma
attenzione: alzare il prezzo, da solo, non basta. Prezzi più alti non
si traducono automaticamente in salari più alti. Il bottom-up risolve
il problema alla radice perché costruisce il prezzo a partire dal salario. Ma
se ci si limita a fissare una soglia di prezzo minima più alta, senza il metodo
e senza vincoli, il sovrapprezzo può fermarsi nei profitti della fabbrica o
dell’intermediario senza mai raggiungere chi cuce.
Per questo
il rapporto insiste che i prezzi minimi vadano agganciati a impegni
verificabili sui salari e al coinvolgimento dei sindacati. E avverte di un
altro rischio: se ad alzare i prezzi sono solo in pochi, i compratori meno
scrupolosi possono semplicemente spostarsi altrove, o si può innescare una
nuova delocalizzazione verso i Paesi dove i prezzi ultra-bassi restano la
norma. Perché il meccanismo funzioni servono accordi di settore e,
soprattutto, regole: a cominciare dal divieto di acquistare sotto
il costo di produzione e da una due diligence sui diritti umani che includa le
pratiche di prezzo.
Il bottom-up pricing,
oggi, è solo una proposta. Ma ha il merito di mettere a fuoco le
responsabilità. Per anni il dibattito sulla sostenibilità della moda si
è concentrato sul consumatore: cosa comprare, come riconoscere il greenwashing,
quante volte rimettere la stessa maglietta… Questo rapporto ci ricorda che la
leva più potente sta molto prima dello scaffale: nel numero che un ufficio
acquisti, da qualche parte in Europa, decide di scrivere su un foglio di
calcolo prima ancora di chiamare Dhaka.
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