L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.
I poli
africani di sviluppo dell’industria farmaceutica
Secondo
i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie
ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i
farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece
importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è
soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa
dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più
importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo
complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il
Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo
è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono
però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro
volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire
dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota
delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi
aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre
attuare significative riforme in tutto il continente.
Lo stesso
discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo
rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di
una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso
l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal
canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini.
Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi
il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di
Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto.
L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è
di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa
scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti
farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.
I Paesi
emergenti
La buona
notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli
limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri
investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di
mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di
meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono
i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al
settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare
un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana.
Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi
anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita
come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere
l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello
Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del
sistema africano dipendente dalle importazioni.
Rimanendo
nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha
intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove
industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare
dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione
da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione
decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano,
compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia
2015-2025, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di
recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto
Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da
Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e
propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali
di farmaci.
Particolarmente
interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il
primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al
proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata
all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani
finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota
di farmaci prodotti localmente. In
Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la
crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio
bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il
Paese quasi senza farmaci.
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