Certo, di socialità social è pieno il mondo. Che ci vuole, basta un telefonino, un posto dove poggiare le terga e si dipinge la vita in rapporto con gli altri attraverso uno schermo piatto. Che poi anche in piedi, camminando, funziona bene. Le strade sono piene di automi che procedono guardando un piccolo schermo come fosse un frammento di coscienza di sé. Mi chiedo: duecento metri da casa alla piazza, che bisogno c’è di controllare se in quei due minuti ti ha scritto qualcuno…
Sei vecchio,
sibila il barbiere anarchico con la barba bianca e la fedina penale che
esibisce come spirito del tempo, senza giudizio: né sporca, né immacolata, solo
testimone di vita. Già,
l’età conta. Me ne accorgo quando mi capita di raccontare che i nostri social
erano il muretto davanti a casa dove ci si vedeva a chiacchierare, organizzare
girate o giocare a carte, senza appuntamento. E spesso la girata ci portava
alle scalette in piazza, occupando uno spazio pubblico per progettare la vita,
o anche al bar della Sora Assunta, luogo mitico di incontro tra generazioni,
senza mai l’obbligo di consumare per sedersi.
Vabbè, chiosa il barbiere, anche da me venite, vi sedete, leggete il
Manifesto e Internazionale aggratisse, dialogando di filosofia e di politica
perché siete anziani e pure irriducibili. E senza musica, senza radio che
propaganda sciocchezze intervallate con pubblicità. Senza rumore di
fondo.
Per fortuna esistono ancora posti, non tanti a dire il vero, dove la
convivialità è spontanea. Piazze, giardini pubblici, cortili, barbieri, dove la
vita non è trasformata in merce e per parlare in compagnia non serve pagare.
Luoghi dove sopravvive un’ecologia dell’abitare civile che si oppone per sua
stessa modalità alla furia di un sistema economico che crea ansia e infelicità,
ma che sembra un dogma, soprattutto per quelli che ci sono nati dentro nel
momento del crollo di ogni ideale, di ogni speranza di un altro mondo
possibile. Non dico per i più giovani. Perché loro qualche speranza ce l’hanno
ancora, per l’età che rende più sovversivi, per non aver avuto cattivi maestri
del conformismo come hanno avuto i loro padri.
Il barbiere continua a tagliare basette col rasoio filosofico, la porta è
aperta. Fuori fa caldo. Gli interlocutori cercano riparo all’ombra, ma non
smettono di pensare che con l’aiuto di tutti le cose cambieranno. Ostinati nel
pensare e sperare che ci siano ancora giovani non sopraffatti dal rumore del
tempo che omologa e sconfigge ogni sogno. Che altre speranze possiamo mettere
in campo?
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