domenica 13 novembre 2016

La grande abbuffata dei veleni - Silvia Ribeiro


Il sistema alimentare industriale, dalle sementi ai supermercati, è una macchina che fa ammalare le persone e il pianeta. È strettamente collegato alle principali malattie delle persone e degli animali da allevamento; è il singolo più importante fattore del cambiamento climatico e una delle principali cause del collasso ambientale globale, con la contaminazione chimica e l’erosione del suolo, dell’acqua e della biodiversità, l’interruzione dei cicli dell’azoto e del fosforo, vitali per la sopravvivenza di tutti gli essere viventi.
Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 68 per cento delle cause di morte nel mondo, sono dovute a malattie non trasmissibili. Le principali malattie di questo tipo, come quelle cardiovascolari, l’ipertensione, il diabete, l’obesità e il cancro dell’apparato digestivo e degli organi correlati, sono legate al consumo di cibo industriale. La produzione agricola industriale e l’uso di agrotossici che comporta (erbicidi, pesticidi e altri biocidi) è inoltre la causa delle malattie più frequenti tra i lavoratori rurali, le loro famiglie e gli abitanti dei villaggi vicini alle zone di coltura industriale: tra esse, insufficienza renale cronica, intossicazione a avvelenamento per sostanze chimiche e residui chimici nell’acqua, malattie della pelle, dell’apparato respiratorio e diversi tipi di cancro.
Secondo un rapporto del 2016 del Gruppo Internazionale di Esperti sui Sistemi Alimentari Sostenibili (International Panel of Experts on Sustainable Food Systems IPES Food), dei 7 miliardi di abitanti del mondo, 795 milioni soffrono la fame, 1 miliardo e 900 milioni sono obesi e 2 miliardi soffrono di deficienze nutrizionali (mancanza di vitamine, minerali e altri nutrienti). Anche se il rapporto chiarisce che in alcuni casi le cifre si sovrappongono, in ogni caso significa che circa il 60 per cento degli abitanti pianeta soffre la fame o sono malnutriti.
Una cifra assurda e inaccettabile, che rimanda all’ingiustizia globale, ancor più per il fatto che l’obesità, che un tempo era simbolo di ricchezza, è ormai un’epidemia tra i poveri. Siamo invasi da “cibo” che ha perso significative percentuali di contenuto alimentare a seguito della raffinazione e della lavorazione; di verdure che a causa della coltivazione industriale hanno diminuito il loro contenuto nutrizionale per l’ “effetto diluizione” poiché un maggior volume di raccolto sulla medesima superficie comporta una diluizione dei nutrienti; di alimenti con sempre più residui di agrotossici e che contengono molte altre sostanze chimiche, come conservanti, aromatizzanti, esiti di testurizzazione, coloranti e altri additivi. Sostanze che, così come è successo con i cosiddetti “ acidi grassi trans” che alcuni decenni fa erano presentati come salutari e che adesso si sa che sono altamente nocivi, a poco a poco si sta rivelando che queste sostanze hanno impatti negativi sulla salute.
Al contrario del mito generato dall’industria e dai suoi alleati -al quale molte persone credono per mancanza di informazione- non abbiamo motivi per tollerare questa situazione: il sistema industriale non è necessario per alimentarci, né ora né in futuro. Attualmente raggiunge solo l’equivalente del 30 per cento della popolazione mondiale, ma utilizza più del 70 per cento della terra, dell’acqua e dei combustibili che si usano in agricoltura (Vedi Gruppo ETC ).
Il mito si basa sui grandi volumi di produzione per ettaro di grano prodotto industrialmente. Tuttavia, sebbene ne risultino grandi quantità, la catena dell’industria alimentare spreca dal 33 al 40 per cento di ciò che produce.Secondo la FAO, si sprecano ogni anno 223 chilogrammi di cibo a persona, equivalenti a mille e 400 milioni di ettari di terra, il 28 per cento della terra agricola del pianeta. Allo spreco che avviene nel campo, si aggiunge quello della lavorazione, del confezionamento, dei trasporti, della vendita nei supermercati e, infine, il cibo che si butta a casa, soprattutto nei luoghi urbani e del nord globale.
Questo processo di industrializzazione, di standardizzazione e di chimicalizzazione dell’agricoltura ha pochi decenni. Il suo principale impulso è stata la cosiddetta “Rivoluzione Verde” -l’uso di sementi ibride, fertilizzanti sintetici, agrotossici e macchinari- , promossa dalla statunitense Fondazione Rockefeller, iniziando con l’ibridazione del mais in Messico e del riso nelle Filippine, attraverso i centri che sarebbero poi diventati il Centro Internazionale di Miglioramento del Mais e del Grano ( CIMMYT International Maize and Wheat Improvement Center) e l’Istituto Internazionale di Ricerca sul Riso (IRRI International Rice Research Institute ). Questo paradigma trova la sua massima espressione nei transgenici.
Non si è trattato solo di un cambiamento tecnologico; è stato lo strumento chiave per passare dai campi decentralizzati e diversificati, basati fondamentalmente sul lavoro contadino e familiare, sulla ricerca agronoma pubblica e senza brevetti, su imprese piccole, medie e nazionali, a un immenso mercato industriale mondiale -dal 2009 il più grande mercato mondiale- dominato da multinazionali che devastano i terreni e i fiumi, contaminano le sementi e trasportano cibo, fuori stagione, attraverso tutto il pianeta e che, per tutto questo, non possono prescindere dai prodotti chimici e dai combustibili fossili.

L’aggressione non è solamente per il controllo dei mercati e per l’imposizione delle tecnologie, contro la salute delle persone e dell’ambiente. All’industrializzazione dà fastidio ogni diversità e peculiarità locali e c’è quindi un attacco continuo verso l’essere e il fare collettivo e comunitario, verso le identità che comprendono in sé le sementi e i cibi locali e diversi, verso l’atto profondamente radicato nella storia dell’umanità che consiste nel decidere cosa e come mangiare.
Malgrado ciò, continuano ad essere le e i contadini, pastori e pescatori artigianali, gli orti urbani, quelli che nutrono la maggioranza della popolazione mondiale. Difenderli e affermare la diversità, la produzione e l’alimentazione locale contadina e biologica vuol dire anche difendere la salute e la vita di tutti e di tutto.

Pubblicato su La Jornada con il titolo ¿Comida o basura? La máquina de generar enfermedad
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

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