lunedì 22 dicembre 2025

Il rispetto di ogni vita passa anche dalla tavola: a Natale facciamo scelte consapevoli - Roberta Marchi


(Rete dei Santuari

Network di rifugi per animali scampati all'industria zootecnica)


Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia ma un atto di coerenza

 

Il Natale è da sempre associato a parole come amore, famiglia, condivisione, pace. È un tempo dell’anno in cui si celebra la nascita, la speranza, la possibilità di un mondo migliore. Eppure, proprio durante le feste natalizie, milioni di animali vengono uccisi per diventare “tradizione”, “piatto tipico”, “consuetudine”. Durante le feste la richiesta di carne cresce e di conseguenza cresce il numero degli animali uccisi. Come Rete dei Santuari di Animali Liberi sentiamo la necessità di fermarci, ancora una volta, a riflettere sul significato profondo di questo periodo e su quanto sia urgente estendere il messaggio del Natale a ogni forma di vita.

L’antispecismo ci invita a mettere in discussione un’idea radicata: quella secondo cui alcune vite valgano più di altre solo in base alla specie di appartenenza. È una prospettiva che ribalta completamente il modo in cui siamo stati educati a guardare il mondo e che ci chiede di riconoscere gli animali non umani come individui senzienti, capaci di provare paura, gioia, dolore, desiderio di libertà. Nei santuari, ogni giorno, viviamo questa esperienza: incontriamo sguardi, conosciamo storie e scopriamo personalità che rendono impossibile continuare a pensare agli animali come a risorse o prodotti.

Il Natale, se davvero vuole essere una festa di amore universale, non può escludere proprio chi paga il prezzo più alto della nostra incoerenza. Celebrare la vita mentre altre vite vengono sacrificate per imbandire le tavole è una contraddizione che non possiamo più ignorare. Il veganismo, in questo senso, non è una rinuncia, ma un atto di coerenza e responsabilità. È una scelta che trasforma il Natale in un momento di rispetto reale e concreto, in una giornata dal vero sapore di pace e amore.

Mangiare veg durante le feste non significa rinunciare alla convivialità o alla tradizione, ma riscriverle in chiave etica. Significa scegliere piatti che non portano con sé sofferenza, che non implicano la separazione forzata di madri e figli, che non sono il risultato di allevamenti intensivi e violenza sistemica, che non prevedono la prigionia e l’agonia di altri individui. Oggi esistono infinite alternative vegetali capaci di raccontare nuovi sapori e nuove storie, senza tradire lo spirito di condivisione che dovrebbe caratterizzare il Natale: condividere una ricetta veg natalizia, sperimentarla e provarla con le persone con cui si condivide il pranzo di Natale. E’ così che si compie un gesto politico e affettivo allo stesso tempo.


Nei santuari, il giorno di Natale è spesso un momento silenzioso ma potentissimo. È il tempo in cui guardiamo animali che hanno conosciuto lo sfruttamento finalmente al sicuro, liberi di esprimere se stessi. E’ un giorno dove si celebra la vita ma dove c’è una grande sofferenza pensando a tutti coloro che non ce l’hanno fatta. Ogni animale salvato è la dimostrazione vivente che un altro mondo è possibile, che la compassione non è utopia ma pratica quotidiana e nei Santuari si lavora e si lotta ogni giorno per realizzare questo mondo. Visitare un santuario, soprattutto durante le feste, significa incontrare da vicino queste storie, dare un volto e un nome a chi solitamente resta invisibile, trasformare l’empatia in consapevolezza.

Per questo il nostro invito è semplice ma profondo: venite a conoscere i santuari dove gli animali sono finalmente liberi. Guardateli negli occhi. Ascoltate le loro storie. Sosteneteli con una donazione, fondamentale per garantire cure, cibo e protezione durante tutto l’anno. Valutate l’adozione a distanza di un animale libero: un gesto simbolico che crea un legame e rende concreta la responsabilità verso chi dipende interamente dalla solidarietà umana. E portate il cambiamento anche nelle vostre case, condividendo ricette vegane natalizie, sperimentando nuovi piatti, dimostrando che un Natale senza sfruttamento non solo è possibile, ma è anche più giusto.

Vivere un Natale antispecista significa allargare il cerchio dell’empatia, riconoscere che la pace non può essere selettiva e che l’amore non può fermarsi davanti al piatto. Significa accettare che le tradizioni non sono immutabili, ma evolvono insieme alla nostra coscienza. Se il Natale è davvero il momento in cui celebriamo la vita, allora è il momento perfetto per scegliere di non toglierla a nessuno. Come Rete dei Santuari, continueremo a ricordarlo: il Natale può essere davvero di tutti solo se non esclude nessuno.

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domenica 21 dicembre 2025

Il problema della Sardegna non è Alessandra Todde ma sistemico. Presto non voterà più nessuno - Enrico Lobina

Una legislatura regionale consta di 60 mesi. Quella sarda è cominciata 20 mesi fa. Tenendo presente che l’ultimo anno è di campagna elettorale, e che i cambiamenti importanti hanno bisogno di tempo per essere realizzati, altrimenti rimangono sulla carta, la situazione è grigia. Sempre più elettori disertano le urne. La Sardegna vive un inverno demografico tra i più gravi d’Europa, con cause multifattoriali che agiscono sul breve, medio e lungo periodo. Lo Statuto sardo, a seguito della riforma del Titolo V, sostanzialmente non esiste, ed alla riforma del Titolo V si è aggiunto il processo di attuazione dell’autonomia differenziata (art. 116 Costituzione).

Questa legislatura, in lieve peggioramento rispetto alle precedenti, si caratterizza per una serie di leggi regionali – pur non numerose nel complesso – sulle quali il governo statale solleva rilievi di costituzionalità (ad esempio sul suicidio assistito). Da ultimo, con la sentenza 184/2025, sulla legge sarda sulle aree idonee atte ad ospitare impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, la Corte costituzionale ha smantellato l’unica vera legge importante approvata dal Consiglio regionale nel 2024. Un consiglio regionale che mi pare lavorare poco.

Solo per rimanere alla strettissima attualità, è di questi giorni la scadenza dei 60 giorni (sessanta) entro i quali la Regione si doveva esprimere in relazione all’ampliamento dello stabilimento di bombe e droni della RWM di Domusnovas, attualmente bloccato in quanto irregolare. Si tratta di una scelta di campo: o stai col piano di riarmo, o stai con la pace. La Giunta, divisa al suo interno, ha deciso di non decidere, e di lasciare che il Tar nomini un commissario. Intanto il governo nazionale sta tentando il colpo di mano con un emendamento ad hoc alla manovra.

Ma allora la Regione a che serve, verrebbe da chiedersi.

Qualche giorno prima l’Assessore più importante della Giunta, l’Assessore alla Sanità, espressione dei Cinque Stelle, è stato defenestrato e lo stesso assessore ha accusato il suo (ex) partito di avere ceduto al clientelismo, ed ha anche affermato che fosse per lui avrebbe chiamato solamente manager dal continente, in quanto in Sardegna non c’è nessuno capace. Se volete sapere come sta la sanità, vi basti chiedere ad un qualunque sardo, o basti il dato che i sardi che non si curano sono 1 su 6, nel resto d’Italia 1 su 10.

Da ultimo, per mesi ci hanno detto che bisognava dare priorità alla sessione di bilancio per approvarlo per tempo (ma quante leggi importanti si sono fatte prima?), e poi come se niente fosse, senza un minimo di autocritica o senza chiedere scusa, ci si prepara ad (almeno) un mese di esercizio provvisorio. Nel frattempo, si spaccia per grande vittoria il fatto che lo Stato ci ha reso una parte dei soldi che doveva ai sardi, dato che gliene abbiamo abbuonato moltissimi.

Il problema non è Alessandra Todde. Può esserci lei o chiunque altra o altro. Il problema è sistemico.

Il rischio concreto, come peraltro stiamo vedendo da 15 anni a questa parte, è che ogni singola giunta sia peggiore di quella precedente, e che sempre meno persone vadano a votare. D’altra parte, perché lo dovrebbero fare?

Una volta passate le elezioni, prima delle quali si sentono slogan roboanti (“è il tempo del noi” lo dovrebbero dire ai 211.000 sardi, una enormità, che nell’estate 2024 hanno firmato una proposta di legge sull’energia), Consiglio e giunta diventano dei passacarte, molto attenti al piccolo orto elettorale, comprensivo di consulenti, che alla Sardegna del XXI secolo.
Eventuali dimissioni, o elezioni, non risolveranno nulla.

La Sardegna ha perso la bussola, la può ritrovare con un sardismo democratico diffuso, coraggioso e impegnato. Chi è sceso in piazza per la Palestina, e l’anno scorso contro la speculazione energetica, è una speranza su cui innestare un processo inclusivo che sparigli.

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sabato 20 dicembre 2025

Non un eroe. Non perché musulmano. Non perché siriano - Mimmo Cortese

 

Ahmed Al Ahmed, con un gesto rischioso ma che istintivamente qualsiasi essere umano potrebbe comprendere, sentire e mettere in atto nella stessa maniera, ha bloccato, a mani nude, uno dei terroristi armato di fucile che ha ucciso decine di persone durante la festa ebraica dell’Hanukkah, a Bondi Beach e, senza torcergli un capello, ha poi atteso che intervenisse la polizia australiana, non prima di essere stato egli stesso ferito, forse dal secondo terrorista.

Che errore giustapporre a un gesto dettato dal sentimento universale di umanità – sottolineato anche dai genitori di Ahmed – gli aggettivi musulmano, siriano, mediorientale e via dicendo. Se Al Ahmed fosse stato un non credente, oppure, che so, un animista nessuno lo avrebbe sottolineato. E nemmeno avrebbe messo in rilievo, in primo piano, la sua origine se fosse stato di pelle bianca. In questo modo non solo si distorce la spinta autentica che ha dato luogo al suo agire ma si da legittimità al modo di pensare, razzista e discriminatorio, di chi è convinto che il credo religioso o l’appartenenza a un popolo, il colore della pelle, possano essere di per sé origine di abiezioni, fucine di “male” oppure di privilegi, di qualità e virtù superiori.

Infine un coro pressoché unanime lo ha definito eroe. Non verrà mai abbastanza presto il giorno in cui la parola eroe avrà senso e significato esclusivamente nell’ambito mitologico e nelle sue derivate simboliche artistico-letterarie.

Al Ahmed ha fatto la cosa giusta, ha scelto di proteggere e difendere persone in pericolo. Un gesto rischioso – certo! – coraggioso. Ma il coraggio, contrariamente a quanto pensava Manzoni, proprio per la radice del suo etimo, quel richiamo al cuore, che infonde vita in ogni essere animato, è prerogativa che appartiene, ed è contenuta, nelle possibilità di ogni essere umano, non solo di qualcuno. Insistere nel denominare eroi persone che si sono comportate come Al Ahmed significa assegnare loro una prerogativa di eccezionalità e, contestualmente e conseguentemente, dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe in grado di agire nella medesima maniera. Un modo di pensare dalle conseguenze politiche ed etiche devastanti, inserito anch’esso nel filone di pensiero biopolitico discriminatorio, essenzialmente razzista, che assegna e gerarchizza capacità e limiti d’azione, rendendole sostanzialmente immutabili, per ogni essere umano.

Ahmed Al Ahmed ha messo in atto un gesto di protezione e difesa nonviolenta com’è accaduto innumerevoli volte nella storia, in ogni parte del globo, quando c’è stato da lottare, da difendere, principi di giustizia, di umanità, di salvaguardia della dignità, della vita e della libertà di ogni uomo e ogni donna.

Faremmo bene a ricordarci sempre, solo per fare un esempio che riguarda la nostra storia, che centinaia di migliaia di partigian3 e resistenti hanno dato un contributo primario e fondamentale, lottando senz’armi, a rischio altissimo e quotidiano per la propria vita, al crollo del regime nazifascista nel nostro paese.

Così come l’azione e la lotta nonviolenta sono state motore di liberazione da fascismi, colonialismi, dittature e regimi repressivi in ogni parte del mondo, soprattutto dal Novecento ad oggi.

Gli eroi non esistono. Esiste chi lotta. Ognunə può farlo.

https://comune-info.net/non-un-eroe-non-perche-musulmano-non-perche-siriano/

venerdì 19 dicembre 2025

Se volete dare un occhio al futuro verde del pianeta, fatevi un giro in Cina - Loretta Napoleoni

Chi avesse voglia di dare un’occhiata al possibile futuro verde del pianeta e alla transizione ecologica prodotta dall’innovazione tecnologica, dovrebbe farsi un giro in Cina.

La Cina, va detto, consuma più energia di qualsiasi altro paese al mondo. Ha un appetito vorace, alimentato per decenni dal carbone, che l’ha resa il più grande emettitore di CO₂ del pianeta. Ma da almeno dieci anni, questo gigante con una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone è impegnato in una svolta epocale. Il motivo? Raggiungere un obiettivo ambiziosissimo, il cosiddetto “doppio carbonio”: arrivare al picco delle emissioni entro il 2030 ed ottenere la neutralità carbonica entro il 2060. A che punto siamo? Nel 2024, per la prima volta, la capacità di energia non fossile installata in Cina ha superato il 60 per cento del totale nazionale, toccando i 2,2 miliardi di kW. Il resto, circa il 40 per cento, proviene ancora da fonti tradizionali, in primis il carbone, che rimane un pilastro per la stabilità della rete elettrica.

Si tratta di una transizione dove le tecnologie avanzate vanno a braccetto con un ripensamento radicale dell’intero sistema, una vera e propria rivoluzione energetica in casa. E per capire come questo futuro stia prendendo forma, bisogna guardare a una provincia lontana dai centri del potere finanziario e politico cinese, lo Xinjiang: 450 miliardi di tonnellate di riserve di carbone (il 40 per cento del totale cinese), un potenziale di energia solare pari al 40 per cento del potenziale tecnico nazionale e uno eolico di 1 miliardo di kW.

 

Siamo ad Urumqi, una cittadina vicina al confine nordoccidentale della Cina, sotto la Mongolia, a pochi kilometri dal deserto del Gobi. In una sala di controllo circondata da schermi olografici dove scorrono flussi di dati in tempo reale, pochi tecnici supervisionano 66 centrali energetiche sparse in una regione grande cinque volte l’Italia. È il Centro Operativo Intelligente di Urumqi, avamposto tecnologico e cervello operativo della più audace transizione energetica del pianeta. È infatti qui, in questa provincia remota battuta dai venti e bruciata dal sole, che si gioca una partita che potrebbe tra qualche decennio ridefinire gli equilibri energetici globali e per ora la Cina ha in mano tutti i jolly.

La Cina, a differenza delle nazioni occidentali, ha infatti capito da tempo una verità semplice ma rivoluzionaria: chi controllerà l’energia del futuro controllerà l’economia del XXI secolo e l’energia del futuro sono le rinnovabili. Xinjiang, con le sue distese assolate dove soffia vento costantemente, è il Texas cinese e le rinnovabili il suo petrolio verde.

Mentre l’Occidente dibatte sul costo della transizione ecologica, la Cina agisce and leads by example producendo una visione sistemica e comprensiva dello sfruttamento di diverse risorse. Il progetto “Energia dallo Xinjiang al resto della Cina” trasforma così l’abbondanza locale in uno strumento di politica nazionale. Corridoi a ultra-alta tensione (UHV) – come Hami-Zhengzhou e Zhundong-Anhui – sono le moderne arterie di un sistema circolatorio che pompa energia pulita verso le fabbriche e le città della costa orientale. Fino al 2024, hanno esportato oltre 800 miliardi di kWh, alimentando 22 province. È una strategia win-win: le regioni orientali ricevono energia a basse emissioni, lo Xinjiang si sviluppa e Pechino consolida il controllo su un’area strategicamente sensibile.

Il Centro di Urumqi è il simbolo di questa regia centralizzata. Non è una semplice sala controllo, è un sistema nervoso digitale che, attraverso un’intelligenza artificiale avanzata, gestisce 170 impianti per una capacità di 11,12 milioni di kW. Trenta di questi funzionano già in modalità “presenza zero” o semiautomatica. Questo modello risponde a un’esigenza duplice: massimizzare l’efficienza e minimizzare l’errore umano in un territorio sterminato. È l’applicazione pratica di un principio di sviluppo: la fusione tra pianificazione statale e tecnologie d’avanguardia che crea un acceleratore di sviluppo senza pari.

 

Perché la Cina ci riesce mentre l’Occidente arranca? La risposta non è solo tecnologica. È politica e sociale. Il vantaggio del ritardatario: la Cina si è industrializzata tardi, saltando fasi inquinanti che per l’Occidente sono state un costo irrecuperabile. La pressione sociale: i cinesi vogliono aria pulita. L’inquinamento non è più un prezzo accettabile per la crescita. Il calcolo economico dello Stato: l’inquinamento ha un costo sanitario enorme. Investire nel verde non è solo una questione ambientale, ma un modo per ridurre la spesa pubblica sanitaria.

L’Occidente, d’altro canto, è intrappolato in un paradosso: ha firmato gli Accordi di Parigi, ma manca la volontà politica di affrontare i costi di una riconversione industriale radicale. Qui, invece, la transizione è una priorità nazionale assoluta.

La lezione di Urumqi non è solo per la Cina. Questo modello è un prodotto esportabile nell’ambito della Belt and Road Initiative e per i partner dei Brics. Immaginate questo sistema applicato ai deserti dell’Arabia Saudita, dell’Iraq o del Nord Africa.

Il centro di Urumqi è il prototipo di una futura rete energetica continentale, una “Via della Seta dell’elettricità” che potrebbe unire l’Eurasia con flussi di energia pulita. In un mondo dove Europa e Asia sono fisicamente un unico continente, questa non è fantascienza. È geopolitica.
Mentre da noi si negozia e si rimanda, qui, nel deserto del Gobi, il futuro energetico del mondo è già in funzione. E dall’Occidente non arriva la concorrenza, ma solo i visitatori, come me, a guardare e a prendere appunti.

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giovedì 18 dicembre 2025

Cisgiordania, la banca dei semi palestinese rischia di perdere tutto dopo il raid di Israele del luglio scorso - Roberta Zunini

 

L'allarme lanciato dalla filiale canadese della National Farmers Union. La sede della UWAC - che lo Stato ebraico nel 2021 ha definito "gruppo terroristico" - resta abbandonata dopo l'operazione militare della scorsa estate: gli uffici custodiscono 70 varietà di semi, molti dei quali non si trovano più altrove in Palestina

Non viene risparmiato alcun tipo di sopruso ai contadini palestinesi. La filiale canadese della National Farmers Union, l’organizzazione formata da migliaia di piccoli e medi agricoltori degli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, ha denunciato la situazione in cui versa tuttora la banca dei semi palestinese dopo l’attacco deliberato dell’esercito israeliano alla fine dello scorso luglio. Da allora la sede, che si trova a Hebron, nella Cisgiordania occupata, è inutilizzabile e gli agronomi che vi lavoravano sono ogni giorno più preoccupati perchè la maggior parte delle sementi autoctone custodita, se non verrà presto curata, sarà irrimediabilmente compromessa.

Il 31 luglio 2025, l’esercito israeliano, utilizzando addirittura i bulldozer aveva devastato l’istituto dei semi tradizionali palestinesi e le infrastrutture appartenenti all’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (UWAC), una associazione di agricoltori palestinesi membro del movimento globale La Via Campesina. La banca ospitava oltre 70 varietà di semi locali, tra cui pomodori, cetrioli, melanzane e zucchine, molti dei quali non si trovano più altrove in Palestina. Questi semi sono resilienti ai cambiamenti climatici grazie al loro adattamento all’ambiente locale.

“Come agricoltori abbiamo una profonda consapevolezza dell’importanza dei semi per la sovranità alimentare e la sopravvivenza di un popolo. Per generazioni, gli agricoltori palestinesi hanno accuratamente selezionato e conservato questi semi per le loro caratteristiche specifiche e la capacità di adattarsi continuamente alle condizioni mutevoli del terreno in generale. I semi conservati dagli agricoltori palestinesi sono il fondamento del loro sistema alimentare e sono stati adattati localmente nel corso del tempo con fatica e dedizione”, ha sottolineato in un documento la National Farmers Union.

La banca è stata istituita nel 2003 per preservare le varietà più resistenti di colture locali, quelle particolarmente resilienti alle malattie e alle intemperie. Al suo interno si trovano alcune varietà di pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine e altri semi raccolti da aziende agricole in Cisgiordania e Gaza. Nel 2021, Israele aveva definito la UAWC un gruppo terroristico, una definizione che né l’ONU né l’UE hanno approvato, e ne aveva chiuso l’ufficio centrale a Ramallah. “La distruzione è stata effettuata senza preavviso, sotto protezione militare”, ha affermato il gruppo in una nota. “Distruggere una banca dei semi nazionale è un atto di cancellazione volto a recidere i legami generazionali tra gli agricoltori e la loro terra”.

L’UWAC conservava semi cruciali per la sopravvivenza non solo fisica ma anche culturale dei palestinesi. La decisione mirata di cancellare l’UWAC è la conseguenza della politica del governo Netanyahu che da mesi permette, o meglio, spinge i coloni, protetti dai soldati, a distruggere gli uliveti e i raccolti, e persino a uccidere i palestinesi – come accaduto ieri con l’assassinio di un ragazzo freddato da un colpo di pistola alla testa- a guardia delle proprie coltivazioni. La società palestinese, di cui gli agricoltori sono una categoria dirimente, è sempre più impotente di fronte a questa strategia mirata ad annientarla.

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mercoledì 17 dicembre 2025

Roma: archiviate centinaia di denunce per la protesta di Extinction Rebellion al Ministero dell’Interno, ma il TAR conferma i fogli di via

di Extinction Rebellion

Il Tribunale di Roma ha archiviato 107 denunce per una protesta di Extinction Rebellion, in cui un centinaio di persone aveva occupato in tenda la piazza del Viminale in segno di protesta contro le politiche del governo su clima e sicurezza. Nonostante la decisione del giudice, oltre trenta persone restano soggette al divieto di rientrare a Roma, e il TAR del Lazio ha confermato un foglio di via di 15 mesi a una delle attiviste espulse, pur risiedendo e lavorando nella capitale.

Dopo un anno di indagini preliminari, il Tribunale di Roma ha archiviato 107 denunce per una manifestazione pacifica di Extinction Rebellion al Ministero dell’Interno. Il 22 novembre 2024, il movimento ecologista aveva dato vita a un’occupazione simbolica in tenda in piazza del Viminale, davanti alla sede del ministero, con la partecipazione di oltre un centinaio di persone per protestare contro le politiche climatiche del governo e l’allora “DDL Sicurezza”, poi convertito in decreto legge l’11 aprile 2025. Nonostante la natura radicalmente pacifica della manifestazione, 107 persone erano state portate con la forza in Questura, dove erano state trattenute per circa 8 ore e denunciate per violazione dell’art. 18 TULPS (“manifestazione non preavvisata”). Inoltre, 33 di loro erano state espulse da Roma con un foglio di via obbligatorio fino a 3 anni. 

Il giudice ha adesso disposto l’archiviazione per insussistenza del reato, precisando nel decreto che non è possibile punire con manifestazione non preavvisata chi semplicemente partecipa a quella manifestazione. Tuttavia, per molte delle persone è ancora valido il foglio di via dalla capitale. “Nonostante il giudice abbia accertato che non è stato commesso alcun reato, 33 persone non possono ancora rientrare a Roma per ordine del Questore”, denuncia Extinction Rebellion. “Una misura di prevenzione che limita gravemente la libertà personale e viene applicata a cittadini senza alcun precedente penale.”

Come se non bastasse, Il TAR del Lazio ha recentemente confermato il foglio di via – per la seconda volta – a una delle persone espulse quel giorno, Sabina, che lavorava e viveva stabilmente a Roma. Alla richiesta della sospensiva del provvedimento, i giudici non hanno riconosciuto la documentazione presentata dai legali che attestava i suoi legami con la città, costringendola a lasciare la capitale. Secondo i legali di Extinction Rebellion, si tratta di un’applicazione illegittima del Codice Antimafia del 2011, che stabilisce chiaramente che il foglio di via non può essere emesso nei confronti di chi vive, lavora o studia nella città interessata.

“È un incubo senza fine” – racconta Sabina – “Ho dovuto lasciare la mia città, i miei affetti e il mio lavoro per un provvedimento illegittimo, mentre l’archiviazione delle denunce dimostra che non abbiamo commesso alcun reato e che questa misura sia solo un modo per punire chi sceglie di protestare pacificamente”. La richiesta di annullamento al Questore era già stata respinta e, dopo una prima conferma del TAR, il Consiglio di Stato aveva chiesto un riesame del caso, che ha tuttavia confermato nuovamente il provvedimento. Sabina ha annunciato che, insieme agli avvocati del movimento, ricorrerà nuovamente al Consiglio di Stato per chiedere l’annullamento definitivo del foglio di via.

  “Attraverso le Questure, il Governo assume sempre più il ruolo sia di inquirente che di giudicante. È la stessa Questura che denuncia chi manifesta a emettere poi il giudizio di pericolosità pubblica, con tanto di provvedimenti restrittivi, senza passare da un giudice e da un regolare processo” afferma Extinction Rebellion. “Una negazione dello stato di diritto contro cui continueremo a batterci” 

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Un musulmano disarmato ferma il massacro di Sydney: forse esiste un Dio delle piccole cose - Jacopo Fo

 

Ancora bambini uccisi. Davanti all’orrore di quello che è successo in Australia con 15 morti, 42 feriti, c’è da chiedersi se questo universo ha un senso. Come si può immaginare che esiste un Dio che permette che accadano ancora, ancora e ancora questi orrori? E per giunta spesso questi orrori sono compiuti nel nome di Dio. Assassini che credono che Dio abbia ordinato loro di uccidere uomini, donne e bambini. Però ci sono dei particolari che ti lasciano interdetto, che ti possono far nascere delle domande.

Durante l’assalto di questi due pazzi criminali un uomo, Ahmed al Ahmed, 43enne, un fruttivendolo un po’ sovrappeso, che non aveva mai toccato un’arma in vita sua, si avvicina alle spalle di uno dei massacratori e lo afferra, riesce a disarmarlo, gli punta addosso la sua arma e non spara. Questo attentatore sembra stupito di non essere ammazzato e lo vedi crollare… non sa se deve scappare, contrattaccare… Ecco, il coraggio di quest’uomo, di affrontare a mani nude un pazzo armato fino ai denti… mentre l’altro attentatore, il padre del primo, gli spara da un ponticello sopraelevato e poi viene colpito alla mano e al braccio.

Ecco, questo eroismo, questo essere umano che non si piega alla logica dell’interesse, a quello che conviene fare, alla logica delle ideologie… “C’è un pazzo che spara, voglio fermarlo”. E quest’uomo non si è chiesto di che gruppo etnico era la persona che stava aggredendo, di quale religione fosse. Non ha visto ebrei, mussulmani… lui ha visto qualcuno che compiva un abominio e lui, musulmano, ha sentito il dovere di fare qualche cosa. E, guarda caso, lì in quel momento non c’era un italiano, un francese, un indio… c’era un musulmano e questa è una casualità incredibile, un particolare che da solo parla di pace ad israeliti e musulmani e a tutte le persone di buona volontà.

Sarà anche un caso ma è un caso grosso, un caso che mi costringe a pormi delle domande anche se non credo in un Dio. Questo universo ogni tanto sembra avere un senso. Viene da sospettare che esista un Dio che non ha la capacità di impedire gli orrori, che non è onnipotente. Un Dio minore, che ha creato l’universo ma non può gestire tutto, anzi, non deve gestire tutto perché il sogno di questo Dio è che questo universo continui a crearsi, a crescere e riesca a produrre amore. E l’amore non può essere imposto dall’alto da un Dio, l’amore per sua natura non può nascere da un comandamento, deve nascere dentro un cuore, spontaneamente, deve essere generato dalle leggi stesse della fisica e della matematica che hanno generato le galassie e la vita e tutto il resto.

Questo Dio minore non è onnipotente, però ha la possibilità di spostare degli atomi, e magari spostare anche un essere umano di cento metri… perché se quell’uomo, Ahmed al Ahmed, non fosse stato esattamente lì, esattamente in quel punto, quando è iniziato questo massacro orribile non avrebbe potuto attaccare quel pazzo assassino alle spalle. Ed era quel tipo di uomo che poi non gli avrebbe sparato… Quanti esseri umani in più avrebbero ucciso se non ci fosse stato Ahmed al Ahmed? Se il terrorista padre non avesse dovuto smettere di sparare sulla gente che fuggiva per difendere il figlio sparandogli contro, quanti altri esseri umani avrebbe ucciso?

Gli ha sparato ma non è riuscito ad ammazzarlo… che caso anche questo… Ahmed al Ahmed era lì, allo scoperto, in piedi e il terrorista sul ponticello non è riuscito ad ammazzarlo… anche se era vicino ed era bravo a sparare, andava a esercitarsi al poligono, era allenato… Ma quando la tua determinazione viene spezzata da un gesto così forte la tua mira vacilla. Ti tremano le mani.

Osservando la dinamica dei fatti si mettono in fila parecchie coincidenze improbabili. Forse sono solo casualità, forse esiste un Dio delle piccole cose, piccole cose che sono immense. E questo mi ricorda mia madre che quando succedeva qualcosa di bello, quando qualche piccolo particolare di questa realtà che sprizza sangue e dolore da tutti i pori, andava a posto, quando c’era stato un piccolo ritocchino e si era visto che ogni tanto i malvagi deragliano per un granello di sabbia… Allora mia madre sorrideva e diceva: “Eh… Dio c’è, ed è comunista”. Possiamo resistere, insistere e continuare a sperare perché c’è un Dio delle piccole cose?

Buona giornata e buona vita.

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