Abbiamo
lasciato Giangiacomo e Sibilla al termine del viaggio da incubo in Bolivia
nell’estate del 1967. Feltrinelli, fin da quando è ragazzo, è un attento
osservatore della politica. Quello che vede in Italia e nel mondo gli piace
sempre di meno. Sono anni difficili. Oggi lo ricordano in pochi ma il
decennio cominciò nel sangue. Nel 1960 il governo Tambroni, monocolore DC
sorretto dai voti del MSI ordina di sparare sulla folla di operai che
protestano per l’annunciato congresso dei neofascisti a Genova. Tra Reggio
Emilia e il resto del Paese in pochi giorni si contano 11 morti. Undici
morti. Un bilancio da massacro di minatori in sciopero in Sudamerica. Ma siamo
parlando dell’Italia a guida democristiana, non della Bolivia di Barrientos.
Undici morti.
Nel 1967 la
catena di eventi che generano apprensione in chi ha a cuore le sorti
democratiche dell’Occidente è allucinante. Una sfida alle leggi della
statistica. In aprile, in Grecia, il regime dei colonnelli sale al potere con
un colpo di Stato e va a fare compagnia a Salazar in Portogallo e a Franco in
Spagna. Tre dittature fasciste in Europa. Come se non bastasse, a maggio
i giornalisti Scalfari e Jannuzzi pubblicano sull’Espresso lo scoop che rivela
il tentato golpe De Lorenzo del 1964 (Il Piano Solo). Altro che “paranoie” di
un ricco editore ansiogeno. La crescita del PCI fa paura. In quegli anni
la destra eversiva, le reti militari clandestine, i servizi (deviati?) mordono
il freno. Scalpitano. Aspettano solo il momento buono, che come noto, arriverà
nella notte dell'8 dicembre di due anni più tardi con il tentato golpe
Borghese. Era tutto pronto. Il contrordine arrivò solo all’ultimo minuto.
Un’operazione, questa, che coinvolgeva nomi che fanno venire i capelli
dritti. Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, ad
esempio. Odore di zolfo nell’aria. Soprattutto dai tombini.
Al rientro
dalla Bolivia, Feltrinelli vede che in Italia il centrosinistra di Aldo
Moro (senza PCI) arranca. Il 9 ottobre Ernesto Guevara,
il “mito” per cui si è tanto speso alcuni mesi prima, viene giustiziato
dall’esercito boliviano eterodiretto dalla CIA. Il suo “amico” Quintanilla, il
capo dei servizi segreti che nelle ultime puntate ritroveremo console ad
Amburgo, mozza le mani al cadavere del Che e le spedisce a Fidel Castro come prova
dell’avvenuta esecuzione. “Così potete confrontare le impronte digitali”, è il
sottinteso. Uno sfregio che manda ai pazzi milioni di militanti della sinistra
in tutto il mondo.
A quel punto
nella testa dell’editore scatta qualcosa. Decide di mollare un po‘ le redini
della casa editrice e di lanciarsi nell’attivismo politico rivoluzionario. La
sua vita entra letteralmente in un turbine. E’ come se sentisse di dover fare
ovunque tutto quello che può per sostenere i gruppi che
lottano contro regimi oppressivi. E grazie all’immensa ricchezza che ha a
disposizione e alla rete di contatti costruita in una ventina d’anni, l’editore
“può” molto. E fa molto. Disordinatamente, spesso in modo avventato, ma fa
molto. Fa più che può. Schizza letteralmente da una parte all’altra
dell’Europa e del pianeta, muovendo montagne di soldi e, pure, carichi di armi
e di esplosivi.
La storia
familiare, i legami personali e l’attualità – la strage di Cima Vallona è del
giugno 1967 - spingono Feltrinelli ad interessarsi con regolarità anche della
questione sudtirolese. Uno dei molti fronti aperti.
·
Prima la Sardegna
Prima di
arrivare al Sudtirolo bisogna, però, fare un tuffo nel cuore del mar
Mediterraneo. Nel 1967, tra un viaggio in Bolivia e l’altro in Algeria,
Feltrinelli comincia a girare la Sardegna in lungo e in largo. Ci torna più
volte tra il 1967 e il 1969. In quegli anni per “Giangi” l’isola ha
un’attrattività a cui è difficile resistere: indipendentismo radicato,
banditismo romantico, poligoni militari americani da contestare, comunità
dedite alla pastorizia che resistono alla modernizzazione capitalista. Nel 1968
la casa editrice Feltrinelli pubblica Sardegna: Rivolta contro la
colonizzazione di Giuliano Cabitza, pseudonimo dello scrittore Eliseo
Spiga. Il titolo dice già tutto.
Feltrinelli
arriva a identificare nel bandito Graziano Mesina - allora
latitante nel Supramonte di Orgosolo il possibile comandante di una
guerriglia sarda. Una sorta di Che Guevara local profumato al mirto. L’editore
è convinto di poter fare dell’isola una “Cuba del mediterraneo”. Ma c‘è un
piccolo problema: a Grazianeddu, de su comunismu, no nd’importat un
carru. Del comunismo, cioè, non gliene frega un
carru-cavallo. Una mazza, insomma.
Secondo i
documenti del Servizio Informazioni Difesa (SID) portati alla luce dalla
Commissione Stragi nel 1996, è un ufficiale dei servizi a convincere
Grazianeddu a desistere dall’alleanza con Feltrinelli (le conversazioni fra i
due furono pubblicate da Epoca in un numero che contiene pure
un’intervista a Sibilla Melega, ndr). Il progetto si arena, ma non scompare.
Resta come schema mentale, come metodo: cercare territori periferici,
marginali, dove la frattura sociale possa trasformarsi in rivolta. Un progetto
naif, senza dubbio, segno anche di un bisogno di protagonismo un po’
superficiale e puerile. Vero. Ma quelli sono anni di fermenti veri, ovunque. Le
lotte di liberazione alternano rovinose sconfitte a qualche successo. Cuba e
Fidel infondono speranza. Feltrinelli ci crede davvero al punto da acquistare due
navi che dovrebbero servire per portare a compimento
l’impresa. Dovrebbero.
Le cose talvolta non accadono perché non devono accadere. Pigrizia del
fato. Altre volte non accadono perché vengono da idee campate in aria. Altre
ancora perché intervengono i servizi segreti. E niente. Il Mediterraneo non ha
una sua Cuba. La Sardegna non farà nessuna lotta per l’indipendenza. Resterà -
placidamente -una regione autonoma.
Poi l’Alto
Adige
Con un
livello di naïveté simile l’editore approccia la
questione sudtirolese. Il tema lo appassiona. La sera del 1966 in cui conosce
per la prima volta la meranese Sibilla Melega l’argomento
viene affrontato in profondità. Lo racconta Sibilla stessa in un pezzo di
memorie pubblicato nel marzo del 2002 sulla rivista svizzera Du.“Die
Gäste assen im Salon und unterhielten sich, GgF und ich waren einen Stock
tiefer in der Küche, sprachen über die Probleme der Minderheiten in
Südtirol”. Mentre gli altri erano nel salone lei era con GG in cucina a
parlare di minoranze in Alto Adige.
Sibilla, di
famiglia mistilingue, era cresciuta nella condizione peculiare di chi finisce
per non appartenere davvero a nessuno dei due gruppi etnici: da bambina, ricorderà,
non giocava né con i bambini tedeschi né con quelli italiani. E Feltrinelli —
che aveva una nonna di Mittewald e aveva imparato il tedesco da bambino a pena
di decurtazioni sulla paghetta — capisce immediatamente. Vede nell’Alto Adige
quello che sta cercando altrove: una regione colonizzata, “tradita” dalla
propria borghesia locale, sfruttata dal capitalismo italiano e
dall’imperialismo americano, nella quale però c'è un movimento indipendentista
passato dalle parole ai fatti, con una lunga catena di attentati. Chissà se
nella sua vita Feltrinelli ha mai incontrato Georg Klotz, il
martellatore della val Passiria, il punto riferimento sudtirolese in un gruppo
terroristico ormai egemonizzato da neonazisti come Norbert Burger e Peter
Kienesberger. Bruttissima gente. Chissà.
Ma quand‘è
che GG inizia a occuparsi di Alto Adige dal punto di vista teorico? La risposta
è: tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968.
In tutti i
testi su Feltrinelli si parla dell’esistenza di un dattiloscritto, Italia
1968: Guerriglia politica. Tesi e proposte per un’avanguardia (comunista) di
sinistra. È un documento raro, assente perfino dal catalogo della
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a quanto mi hanno riferito via email.
Quando
decido che per la mia ricerca sarebbe importante leggere il documento
integralmente non ho idea di quanto sia raro. Imparo presto quanto possa essere
divertente il mondo della ricerca storica per uno che come me non l’ha mai
fatta: un giorno, nei primi mesi del 2023, contatto telefonicamente uno
studioso che cita ampi stralci dello scritto, scambiamo alcune impressioni, e
poi mi sembra normale chiedergliene una copia. Il mio ragionamento, da
giornalista, è: “Tu ce l’hai, lo citi ampiamente, e quindi hai già ”tirato il
buco a tutti“ (espressione gergale che indica le notizie date in anticipo e
in esclusiva, ndr) per cui, che problema c’è a farmelo avere? Niente di più
sbagliato.
Parliamo di ricerca storica, non di attualità. ”Lo devi trovare da solo“, mi
dice. Non ha detto, cazzi tuoi, ma lo ha sicuramente pensato. ”Ok va
bene, grazie lo stesso“, rispondo con il massimo aplomb. Te la farò vedere io,
maledetto.
Riesco ad
occuparmene nei ritagli di tempo, mezzora lì, tre ore là. Trascorrono i mesi.
Alla fine di ogni ”sessione“ borbotto imprecazioni irripetibili. Non lo cerco
tutti i giorni, no, ovvio, ma davvero non saprei dire quante decine di ore,
quante email senza risposta o con risposte elusive, ci sono volute, per trovare
il documento.
Stavo
davvero per desistere finché a dicembre 2025, con il classico colpo di fortuna,
imbrocco il prompt che funziona per la deep research di Chatgpt. Compare
una traccia in un Biblioteca cantonale svizzera. Non credo ai miei occhi.
Andarci sarebbe un casino ma grazie alla gentilezza di un bibliotecario riesco
a riceverne una copia in formato digitale. Bingo, prosecco.
La lettura integrale del dattiloscritto - che renderemo disponibile in questo
articolo se la biblioteca ci concederà l’autorizzazione - è in effetti
molto interessante. Valeva la pena sbattersi così tanto, mi dico. O forse
è la quantità di energia spesa per ottenere il pdf a convincermene? Ad ogni
modo, Italia 1968 è forse il testo più completo che
l’editore abbia scritto sulla strategia rivoluzionaria: cinque capitoli,
quarantatré pagine, un apparato di note. Feltrinelli scrive il documento a
gennaio 1968, quattro mesi prima del Maggio francese. E‘ obiettivamente il
testo che segna la svolta nel Feltrinelli-pensiero. Leggerlo consente di
entrare (o quanto meno di avere la sensazione di poterlo fare) nella testa
dell’editore.
La tesi centrale del lavoro è che la sinistra debba abbandonare sia la strada
riformista-socialdemocratica sia quella insurrezionalista classica e adottare
una ”guerriglia politica" continua — non armata in senso militare, ma
fatta di azioni dimostrative, occupazioni simboliche, interventi sui mezzi di
comunicazione, propaganda diretta — legata alle rivendicazioni concrete di
operai, contadini e studenti. E’ l’embrione teorico di quelli che a breve
saranno i Gap, i gruppi di azione partigiana fondati dallo stesso editore.
Nel capitolo
IV, nella sezione dedicata alla piattaforma rivendicativa, Feltrinelli chiede
l’immediata indipendenza piena e totale per la Sardegna e l’Alto Adige. Chiede
che si possano esprimere a favore della separazione dallo Stato italiano.
Aggiunge una parentesi che è già una soluzione politica: la “rettifica etnica
dei confini” mediante lo stralcio del Trentino. In altre parole, separare
Bolzano da Trento e ridisegnare il confine del Tirolo storico. È la posizione
del BAS, formulata da un comunista milanese. Nel gennaio 1968.
A proposito
di “Italia 1968” scrive nel libro La diplomazia oscura, Gianluca
Falanga, uno dei massimi esperti di servi segreti dell’est:
“Vi è uno
scritto di quelli programmatici composti da Feltrinelli nel 1968-70, che è
rimasto inedito (ne circolarono solo poche copie dattiloscritte) e soprattutto
trascurato dagli analisti, dal titolo: Italia ‘68: guerriglia politica. Tesi e
proposte per un’avanguardia comunista. L’editore vi teorizzava il ”fronte
frantumato“, asserendo che ”la guerriglia c’è già, in Sudtirolo e in Sardegna,
andava solo intensificata per “provocare la reazione dello Stato”.
Nell’opuscolo si chiedevano ‘azioni che facciano concretamente sentire
alle truppe straniere in Italia, ai rappresentanti economici politici e
culturali dell’imperialismo Usa quanto essi siano sgraditi in Italia, azioni
che esprimano il pieno incondizionato appoggio e sostegno alle aspirazioni di
libertà e di indipendenza di minoranze etniche o delle popolazioni di
determinate regioni italiane’. Nel passaggio più interessante dello scritto –
continua Falanga - Feltrinelli incitava la sinistra rivoluzionaria a ‘mettere
da parte giudizi e riserve che, in quanto militanti comunisti, possiamo e
dobbiamo esprimere sulle forze, a volte di destra, che rappresentano
l’avanguardia di queste aspirazioni (e sui mezzi che usano e che rischiano di
colpire indiscriminatamente viaggiatori di un treno, ecc.)’. Sono parole
pesanti, che non possono non rimandare la mente agli attentati dell’estate del
1969, attribuiti agli anarchici, ma commessi dalla cellula ordinovista
padovana, sollevando il sospetto che in quel nodo delle frequentazioni venete
dell’editore vi fosse quella che in un documento della Stasi è chiamata
‘attivazione delle forze neofasciste’ – vale a dire l’estensione del fronte di
destabilizzazione delle democrazie occidentali al radicalismo nazionalista,
sciovinista e antisemita dell’estrema destra – prevista dalle pianificazioni
offensive sovietiche, delle quali l’azione di Feltrinelli fu in tutta la sua
complessità un’articolazione. In altre parole, Feltrinelli non fu un doppio
agente, come è stato insinuato per sciogliere la contraddizione di quei
rapporti, bensì un’agente d’influenza del Piano strategico di lungo
termine".
Secondo
alcuni autori Feltrinelli aveva rapporti non casuali con l’estrema destra
neofascista e una convergenza di interessi addirittura con gli ordinovisti. Su
questo punto, invece, Carlo Feltrinelli, figlio e biografo di Giangiacomo, è in
netto disaccordo. Ai fini del racconto non è per nulla importante che io dica
che idea mi sono fatto. Ma – democristianamente, me ne rendo conto – credo che
i contatti di GGF con la destra eversiva ci siano indubbiamente stati anche se
– azzardo – per puro “cinismo” e utilitarismo rivoluzionario. Con la stessa
logica GGF non condanna ma sostiene il separatismo sudtirolese anche se in quel
momento è trainato da loschi personaggi neonazisti.
Dal punto di
vista documentale la questione altoatesina torna protagonista nell’estate del
1968 quando Giangiacomo scrive una lettera a “Sibillelein” che Aldo
Grandi riporta integralmente nella sua biografia. La causa dei
sudtirolesi, sostiene l’editore, è stata strumentalizzata dalla borghesia
locale e poi abbandonata non appena quella stessa borghesia ha conquistato i
propri privilegi accanto agli italiani. “Quando essi — le sette famiglie —
hanno conquistato i privilegi degli italiani, allora sono pronti ad allearsi
con gli italiani pur di difendere i loro privilegi capitalisti, e fregarsene
dei poveri cristi”. Le sette famiglie. Un concetto che tornerà in una lettera
ad Alexander Langer che vedremo presto e nello stesso volantino del 1969. E poi
arriva una frase di Giangiacomo che riassume le forti motivazioni che lo
spingono ad imboccare la strada rivoluzionaria: “Quello che tu senti per l’Alto
Adige è quello che io sento per l’Italia”. Il nemico è comune: la borghesia
capitalista che intrallazza con gli italiani e sfrutta contadini, operai,
giovani.
C'è
ovviamente una certa ironia nella scelta del bersaglio. I Feltrinelli avevano
possedimenti in Alto Adige fin dall’Ottocento - foreste, segherie, immobili tra
Appiano e Dodiciville - e la Feltrinelli Masonite era
una fabbrica attiva dagli anni Trenta. Secondo il settimanale Epoca, quando
Giangiacomo morì, era questa la sua principale fonte di guadagno. Ma basta
vedere gli archivi della Cgil altoatesina per capire che gli operai bolzanini
non godevano di particolari privilegi rispetto ai colleghi delle altre
fabbriche. Una delle non poche contraddizioni nella vita di Feltrinelli.
Nella sua
lettura della realtà sudtirolese l’editore sembra non tenere in debito conto il
fatto che i contadini sudtirolesi all’epoca erano sì una classe economicamente
in difficoltà ma anche profondamente radicata in un universo cattolico e
iper conservatore. La leva che li muoveva era etnico-identitaria, non di classe
o di giustizia sociale. Il terrorismo sudtirolese era inoltre tutto tranne che
anticapitalista e di sinistra e, a partire dal 1962, tendeva addirittura verso
derive neonaziste pangermaniste. Difficile scaldare il cuore dei contadini, ma,
con questi punti di riferimento, pure quello degli operai in buona parte di
lingua italiana, che allora erano già parecchie decine di migliaia. Difficile
fare la rivoluzione con questi presupposti.
Se il
documento “Italia 1968” è rimasto inedito, la questione sardo-sudtirolese entra
invece anche in uno scritto pubblicato all’inizio del 1969 e facilmente
reperibile sul sito della Fondazione GGF. Si intitola “Contro l’imperialismo
e la coalizione delle destre” e sviluppa molti dei temi che abbiamo visto
nel testo precedente. L’editore propone di lavorare “a una piattaforma politica
che stringa assieme le classi lavoratrici e la maggioranza della popolazione
che vive del proprio lavoro nella lotta rivoluzionaria per il socialismo e il
comunismo. Questa piattaforma dovrà esprimere e collegare, in ogni momento, le
richieste più elementari con gli obiettivi finali della lotta per un concreto
avanzamento della democrazia e della libertà e per un costante, progressivo
miglioramento delle condizioni economiche e politiche delle classi lavoratrici”.
E poi alla lettera I) si legge:
I) Immediata indipendenza piena e totale per regioni, come la Sardegna e il
Sud Tirolo (Alto Adige) (previa rettifica etnica dei confini della regione
mediante stralcio da essa del Trentino), le cui popolazioni si esprimessero in
un referendum a maggioranza assoluta a favore del distacco, della separazione
dallo Stato italiano (anche se riteniamo che i problemi di queste popolazioni
non potranno essere risolti fin tanto che esse non faranno i conti con le
borghesie capitaliste locali). Il popolo italiano non potrà mai essere
indipendente e libero fin tanto che negherà indipendenza e libertà a coloro che
la reclamano.
A cosa si
riferisce Feltrinelli quando parla della borghesia traditrice e delle sette
famiglie? Proviamo a dare una prima risposta. Nel 1961, nel pieno della
tensione post Notte dei fuochi, nasce dentro la SVP la
corrente Aufbau (“ricostruzione” o “progresso”), in aperta critica alla linea
rigida di Silvius Magnago (ne scrivemmo ampiamente qui). Il movimento si manifesta con un
documento pubblicato sul Dolomiten e rappresenta l’ala
moderata ed europeista del partito. Tra i promotori e firmatari spiccano Toni
Ebner, Roland Riz, Karl von Braitenberg, insieme a Erich Amonn, Walter von
Walther e Alois Pupp. Aufbau chiede una svolta: abbandono delle posizioni
estremiste, apertura al dialogo con lo Stato italiano, sviluppo economico e
convivenza interetnica. La pressione di questa corrente costringe Magnago ad
ammorbidire fin da subito la propria linea, contribuendo indirettamente a
creare il clima politico che porterà al percorso della Commissione dei 19 e al
secondo Statuto di autonomia. Questa parte della “lettura” feltrinelliana
della realtà non è per nulla campata in aria: fu la borghesia cittadina a
trainare la Stella alpina verso la strada che porterà al Pacchetto.
Tra il 1968
e il 1969, mentre Feltrinelli medita di intervenire con il proprio proclama, in
Südtirol-Alto Adige imperversa il dibattito Autonomia Sì / Autonomia No,
culminato nel congresso SVP del 22 novembre 1969, in cui la linea autonomista —
ormai incarnata anche dallo stesso Magnago — passa per una manciata di voti.
Due piani che non si incontrano: da una parte la strategia politica concreta,
lenta, negoziale della Stella alpina, dall’altro lo sguardo sempre più
ideologizzato di Feltrinelli.
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