venerdì 14 settembre 2018

Elogio della disomogeneità - Franco Lorenzoni




PER UNA SCUOLA CHE CONTRIBUISCA
ALLA COSTRUZIONE DI UNA SOCIETÀ APERTA
A PARTIRE DAL RICONOSCIMENTO RIGOROSO
DELLA DIGNITÀ DI OGNI ESSERE UMANO.

Nel 70° anniversario, ripartiamo dalla Carta universale dei diritti dell’uomo
Care colleghe e colleghi insegnanti,
come tanti mi domando in questi mesi cosa sia possibile fare per arginare la crescente intolleranza verso chi emigra nel nostro paese. Come educatore, non posso tollerare che una ragazza di Milano che ha il padre africano confessi a sua madre che ha paura a uscire di casa. Il clima nel nostro paese sta mutando a una velocità impressionante e credo che, per contrastare il veleno del razzismo, noi insegnanti siamo chiamati a ripensare in modo radicale il nostro ruolo, perché abbiamo responsabilità ineludibili riguardo alla difficile costruzione di una società aperta.
A scuola ci troviamo in una situazione delicata, ma in qualche modo privilegiata. Ogni giorno, infatti, ci troviamo a lavorare in classi multietniche che rendono necessario il nostro ruolo di mediatori attenti e di costruttori di una cultura della convivenza, dai nidi alle superiori.
La scuola italiana è abitata da spinte divergenti. Da un lato è certamente il luogo pubblico di maggiore accoglienza e integrazione dei figli degli immigrati e, prima in Europa, da quarant’anni anni accoglie alunni portatori di disabilità, dall’altro tollera ancora al suo interno situazioni in cui vengono messe in atto piccole e grandi discriminazioni inaccettabili. 
Non è facile e non sempre siamo all’altezza dei compiti che ci affida la Costituzione, quando invita a “rimuovere gli ostacoli” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Eppure giorno dopo giorno, spesso a fatica, in decine e decine di migliaia cerchiamo di trasformare le nostre classi in piccole comunità aperte, capaci di non escludere nessuno.
Non dobbiamo dimenticare mai che il fascismo, prima di essere movimento politico, crebbe nel diffondersi di una mentalità. E che la mentalità intollerante e razzista stia crescendo intorno a noi è un dato di fatto.
Le scuole sono luoghi in cui sperimentiamo la complessa arte della convivenza
Le nostre scuole sono uno dei pochi spazi in cui in tante e tanti sperimentiamo con continuità e convinzione la costruzione di frammenti significativi di quella complessa arte della convivenza di cui abbiamo assolutamente bisogno.
Gli esiti sono contraddittori e disuguali e non sempre ne abbiamo la consapevolezza necessaria. Per questo dobbiamo moltiplicare le occasioni per incontrarci, cooperare, studiare e progettare una scuola all’altezza dei compiti dell’oggi.
È urgente e importante far conoscere in tutti i modi possibili il lavoro e l’impegno di bambini e ragazzi che, insieme ai loro insegnanti, soprattutto in territori difficili, danno vita a rari e preziosi presidi di democrazia. Luoghi di costruzione culturale capaci di non separare l’apprendimento dell’italiano e di un suo uso consapevole, lo studio approfondito di matematica, scienze, storia, lingue, arti e movimento, con lo sviluppo di una capacità di ascolto tra diversi, con una frequentazione del dialogo e dell’argomentare rigoroso, capace di dare spazio al confronto tra idee diverse.
Per fare tutto ciò c’è bisogno di un tempo lungo e disteso e dunque dobbiamo compiere scelte radicali, diminuendo la quantità di contenuti e aumentando i momenti di ricerca e di approfondimento, verificando e dando peso ai dati e prendendoci cura delle parole che usiamo, all’opposto di ciò che prevalentemente si fa oggi nella società e nei media.
La geografia che oggi abita le nostre classi ci offre una possibilità inedita di riflettere e ricercare intorno allo stato della condizione umana nel pianeta che abitiamo. Se abbiamo la capacità di sostare a lungo attorno a domande cruciali, memorie di lingue diverse e molteplici storie possono intrecciarsi e ravvivare lo studio, aiutandoci a comprendere meglio ciò che si muove nel mondo.
Dobbiamo assumerci la responsabilità di dare un ampio respiro culturale a ciò che sperimentiamo quotidianamente nelle scuole. Dobbiamo coordinare i nostri sforzi perché le tante piccole scoperte che andiamo facendo possano crescere, diffondersi e, soprattutto, dare coraggio a chi subisce le pressioni di una società sempre più chiusa.
Da trent’anni nel nostro paese si insulta e si denigra la cultura. Si tagliano fondi alle biblioteche, alla ricerca, alla scienza e alla preservazione attenta dell’arte e del paesaggio. Le conseguenze le paghiamo ogni giorno, perché prendersi cura del territorio, così come del discorso pubblico, è un processo che richiede tempo, impegno, intelligenza, dedizione e tanto lavoro, mentre per distruggere basta un decreto o un tweet indecente ad effetto.
Il ruolo di chi insegna è oggi sottovalutato e spesso vilipeso. Ma paradossalmente, proprio in questa situazione di estrema difficoltà, possiamo ritrovare le ragioni e il senso del nostro operare, che deve nutrirsi di una visione di ampio respiro eandare necessariamente oltre i muri della scuola.  
Solo la costruzione di una società multietnica capace di ascolto reciproco ci può aprire al futuro
Diversità è bellezza è uno slogan che rischia di essere retorico. Va riconosciuto francamente che diversità è anche fatica, percorso lungo di avvicinamento da affrontare con determinazione e lungimiranza. A partire dalle scuole siamo chiamati oggi a dimostrare che l’inevitabile società multietnica e multiculturale in cui viviamo e sempre più vivremo, può essere più ricca, stimolante e aperta al futuro, dunque più vivibile e sicura, di una società chiusa in se stessa, impaurita e rancorosa.
C’è bisogno di una persuasione convinta e di un impegno straordinario da parte di noi insegnanti perché mai come oggi l’educazione e la sperimentazione sociale vengono prima della politica, largamente screditata, specie tra i più giovani. È una sfida a cui non possiamo sottrarci che può coagulare nuove energie e ravvivare entusiasmi, aiutandoci a ridare senso e respiro al nostro mestiere.
Abbiamo il dovere di preservare, migliorare e ampliare la capacità inclusiva delle nostre scuole sapendo che tutto ciò non è possibile, senza una contemporanea capacità di influenzare il discorso pubblico, senza dare un contributo culturale ampio per affrontare i nodi della convivenza tra diversi.
L’arretramento culturale di cui siamo testimoni mina le fondamenta della nostra convivenza civile, conquistate con la Resistenza e delineate nella nostra Costituzione e nella Dichiarazione universale dei diritti umani.
Ci sono voluti 68 milioni di morti, di cui 43 milioni di vittime civili, perché 192 stati del nostro pianeta arrivassero, al termine della seconda guerra mondiale, a sottoscrivere una dichiarazione universale in cui si afferma solennemente che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. In quella dichiarazione, votata esattamente 70 anni fa, il 10 dicembre del 1948, nell’articolo 7 si afferma che “Tutti sono eguali dinanzi alla legge, tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione, come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”.
Nelle nostre città e in tutta Europa si torna a parlare di confini da presidiare e difendere come non accadeva da decenni. Si alzano muri, steccati e fili spinati e si chiudono porti. La parola invasione viene rilanciata di continuo nei media e nel discorso pubblico a dispetto di numeri e dati. Ma di fronte ad un incitamento alla discriminazione, che non aveva mai avuto sostegno all’interno delle istituzioni repubblicane, non bastano denunce ed appelli, pur necessari. Dobbiamo rendere sempre più le nostre scuole luoghi di costruzione culturale consapevole e cosciente, capaci di testimoniare che è possibile, utile ed efficace non escludere nessuno.
Per un’alfabetizzazione alla compresenza nel nome di Erodoto
Le differenze culturali e di abitudini possono essere profonde, ma non dobbiamo dimenticare i tanti aspetti elementarmente umani che ci accomunano tutti. Il problema è che barriere e pregiudizi si possono attenuare solo se si ha l’occasione di incontrarsi e di fare qualcosa insieme, non limitandosi a guardarsi in cagnesco, da lontano.
In questo processo di avvicinamento la scuola può svolgere un ruolo fondamentale, perché è l’unico luogo dove obbligatoriamente tutti i bambini e i ragazzi convivono e si scambiano esperienze. Ecco allora che anche un nido comunale può essere un luogo di conoscenza e di scambio tra madri di diverse culture, che forse hanno molto da insegnarsi le une con le altre, come alcuni esempi positivi dimostrano.
Dalle scuole dell’infanzia alle superiori, solo intrecciando memorie, vite ed esperienze si può ambire alla costruzione di una società aperta, in cui si riescano ad attenuare le paure guardando oltre.
La scuola non può non essere al centro di questo difficile processo, perché è qui che compiamo la nostra prima alfabetizzazione alla compresenza ed è qui che possiamo elaborare un convinto e convincente elogio della disomogeneità, impegnandoci a dimostrare che tra diversi si impara meglio, anche se all’inizio può apparire più difficile.
Nonostante guerre, scontri e invasioni, il mar Mediterraneo è stato culla di ricche civiltà perché era facilmente navigabile e da sempre ha favorito ogni genere di scambi. Non c’è crescita culturale senza un continuo attraversamento di confini.
Erodoto, il primo storico, era figlio di una greca e di un persiano. Figlio di due popoli in guerra tra loro. È dal suo sangue misto che è nato uno degli ambiti di ricerca più ricchi di futuro, perché capace di far tesoro delle memorie più diverse.
Una proposta concreta per l’anno scolastico che inizia
Il Movimento di Cooperazione Educativa ha promosso il tavolo di lavoro “Bambini, migranti, umanità”, a cui hanno già aderito oltre trenta associazioni (tra cui la redazione di Comune, ndr).
Concretamente si tratta di raccogliere e coordinare più forze ed energie possibili. Invitiamo singoli insegnati, colleghi di classe o di scuola, interi collegi di docenti perché promuovano o aderiscano a iniziative molteplici, che dobbiamo inventare e sviluppare insieme nell’intero anno scolastico a partire dall’autunno costruendo, intorno al 10 dicembre, momenti pubblici e corali capaci di ricordare, rilanciare e festeggiare i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, dentro e fuori le scuole.
Studiare in modo partecipe e approfondito questo fondamentale testo collettivo, così come tornare alle parole della nostra Costituzione, ci può aiutare a ragionare in positivo, costruendo dal basso la capacità di avere uno sguardo attento e critico verso ciò che accade intorno a noi, offrendo a bambine e bambini, a ragazze e ragazzi strumenti per intendere le dinamiche lunghe della storia senza restare intrappolati nelle angustie del presente. La scuola può e deve coltivare la lungimiranza necessaria a immaginare e costruire un futuro di apertura e inedite compresenze e convivenze, se saremo capaci di difenderci dai veleni dell’intolleranza.
Tre date possono scandire momenti di ricerca dentro le scuole e momenti pubblici in cui confrontarci: il 3 ottobre, giornata che il Parlamento italiano, con voto unanime, decise di dedicare alla Memoria delle vittime dell’emigrazione, il 20 novembre, anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e il 10 dicembre, in cui ricordiamo i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Per un primo scambio di informazioni sulle iniziative si può consultare il sito del MCE . Il coordinamento che ha dato vita lo scorso anno alle iniziative a favore dello Ius soli e dello Ius culturae mette a disposizione la pagina del gruppo facebook “Insegnanti per la cittadinanza”.

Nessun commento:

Posta un commento