venerdì 9 gennaio 2026

Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation - Stefano Portelli e Josep Lluis Mateo Dieste

 

Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo.

La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traverse di legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista.

La Israeli Corporation Limited, ICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona.

Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità.

Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici).

L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocare con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molta eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. 

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giovedì 8 gennaio 2026

La Giunta Todde “collabora lealmente” con lo Stato a chiudere le scuole - Cristiano Sabino

 

Doveva essere il “momento del noi” e invece la Giunta Todde si sta sempre di più rilevando come il momento propizio per l’assalto all’arma bianca alla sovranità del popolo sardo.

Dopo RWM, colonizzazione energetica, aeroporti e sanità, scatta l’allarme rosso anche nel settore scuola.

A lanciare l’SOS è il sindacato sardo Cobas Scuola Sardegna che per tramite del suo portavoce Nicola Giua denuncia ( https://www.cobasscuolasardegna.it/su-dimensionamento-scolastico-in-sardegna-a-s-2026-2027-cobas-scuola-sardegna/ ): «come sull’ampliamento dell’RWM la Giunta Regionale della Sardegna decide di non decidere sul prossimo dimensionamento Scolastico 2026/2027 e chiede al Ministero di fare il lavoro sporco al quale però anticipa che collaborerà».

Debolezza politica o fattuale complicità? Lasciamo al lettore l’arduo giudizio, ma per i diritti dei sardi non cambia nulla, perché anche su un tema così strategico e delicato come la scuola la Giunta Regionale ha infatti deciso di non decidere. Sul Dimensionamento Scolastico (Deliberazione n. 65/27 del 12 dicembre 2025) la Regione ha infatti annunciato di attendere le decisioni del Commissario ad Acta che sarà nominato dal Ministero – MIM per tagliare le ulteriori 9 (nove) autonomie previste per l’anno scolastico 2026-2027 che passerebbero dalle attuali 232 alle 223 previste dalle tabelle ministeriali. 

Come rilevato dai Cobas Scuola Sardegna, questa scelta rappresenta non solo una mancanza di coraggio politico, ma anche una chiara manifestazione della colonialità interna che permea strutturalmente la gestione delle politiche regionali in Sardegna. 

In sintesi, invece di procedere verso una crescente assunzione di responsabilità e poteri sovrani la Sardegna viene declassata a provincia marginale da sfruttare e saccheggiare sul piano energetico e militare, mettere a frutto privatizzandone gli asset strategici (vedasi affaire degli aeroporti) e spolpare fino all’osso per quanto riguarda i suoi servizi fondamentali (per esempio le autonomie scolastiche).

Nella delibera n 65/27, dopo alcune formali dichiarazioni di non condivisione, possiamo leggere che pur non condividendo «nel metodo e nel merito» le «modalità di definizione del contingente di organico statale», la RAS si dichiara «comunque disponibile, nell’ottica del principio di leale collaborazione istituzionale sopra citato, nel supportare il Commissario ad acta che verrà nominato, ai sensi dell’articolo 12 del decreto legge 31 maggio 2021, n. 77, nello svolgimento delle sue attività al fine di garantire il corretto avvio dell’anno scolastico».
Ma che eleganza voltairiana! 

Questa modalità pilatesca rappresenta qualcosa di peggio dell’inerzia e dell’incompetenza. Di fatto è la perpetuazione di un modello di gestione che riecheggia le antiche pratiche coloniali: decisioni imposte dall’alto che portano a una continua erosione dei diritti dei sardi.

La Scuola come strumento di colonizzazione culturale

Per comprendere appieno l’impatto del dimensionamento scolastico, è essenziale porre attenzione sul ruolo che la scuola ha rivestito e riveste nel processo di colonizzazione culturale. La Sardegna, come altre regioni storicamente marginalizzate, ha visto la propria identità culturale, linguistica e sociale costantemente minacciata da politiche centraliste che hanno cercato di omogeneizzare la sua realtà con quella del resto dello Stato italiano. Una volta ottenuto questo risultato, l’istituzione scolastica rappresenta solo un costo da tagliare. E tagliare le autonomie scolastiche, a fronte di una  lenta ma inesorabile moria del popolo sardo che altrove ho definito “genocidio bianco” o “sardicidio” ( https://www.sindipendente.com/2025/10/09/il-genocidio-bianco-dei-sardi-cronaca-di-una-colonizzazione-terminale/ ), rappresenta un tassello ulteriore nel processo di svuotamento umano della Sardegna. 

Il convitato di pietra: la legge sulla scuola sarda

Il Dimensionamento Scolastico non può essere separato dal più ampio tema dell’autodeterminazione e dell’emancipazione nazionale dei sardi. La Sardegna ha una storia complessa di lotte per l’autogoverno e la riconquista della propria identità. Tuttavia, questa lotta è costantemente ostacolata dalle politiche statali e regionali che, in nome di un centralismo economico e politico, finiscono per ridurre le possibilità di autogoverno del popolo sardo. La Sardegna ha il diritto di gestire le proprie risorse, educative e non, in modo che rispondano alle necessità reali delle persone che vi abitano, anche in virtù della storia, della lingua e della cultura del luogo. La decentralizzazione scolastica dovrebbe essere una delle battaglie principali da condurre, un’opportunità per creare una scuola più vicina ai territori, che promuova la lingua e la cultura sarda, che valorizzi la storia e le tradizioni locali.

Invece su questo punto, come su altri punti strategici, la destra meloniana e campo largo si danno la mano per disinnescare ogni tentativo che vada nella direzione di una legge regionale sulla scuola sarda a cui fra l’altro i Cobas Scuola Sardegna lavorano da anni, avendo anche presentato agli assessori competenti diverse bozze e linee guida.

Le politiche del Governo centrale e della Regione, nella loro logica di mera razionalizzazione amministrativa, non fanno invece che ripetere, in modo mascherato, le dinamiche coloniali che hanno sempre caratterizzato i rapporti tra lo Stato italiano e la Sardegna.

La Sardegna meriterebbe di essere “governata” con coraggio da una classe politica realmente vicina agli interessi della sua gente, ma viene invece amministrata per delega da una casta che ottiene i propri privilegi in cambio di un atteggiamento di lassismo, di acquiescenza e di una sterile “collaborazione istituzionale”.

Con queste modalità da sdraiati  bisogna rompere il prima possibile, se vogliamo che la nostra terra abbia un futuro! A partire dal diritto allo studio dei nostri giovani.

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mercoledì 7 gennaio 2026

Basta col ‘prendi, consuma e butta’! La responsabilità del produttore nella moda può dare la svolta - Francesca Rulli

Abbiamo visto tutti le immagini del deserto di Atacama, in Cile, sommerso da montagne di capi d’abbigliamento dismessi, rotti, inservibili. Impossibile restare indifferenti di fronte allo spettacolo di tonnellate di rifiuti a perdita d’occhio. Tanto più perché, seppure a migliaia di chilometri di distanza, quelle discariche a cielo aperto sono la logica conseguenza dei nostri modelli di produzione – o meglio, sovrapproduzione – e consumo. Il settore della moda deve cambiare, e farlo nella direzione dell’economia circolare: ciò significa abbandonare il paradigma lineare del “prendi, consuma e butta” e trarre valore il più a lungo possibile dalle risorse che la natura ci offre, evitando che diventino rifiuti.

Varie normative, europee e nazionali, vanno in questa direzione. Il 16 ottobre, infatti, è entrata in vigore la revisione della direttiva quadro sui rifiuti che allarga al settore tessile il regime di responsabilità estesa del produttore (EPR). I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno quindi trenta mesi di tempo per adeguarsi. Ma di cosa si tratta? L’EPR è un principio secondo cui chi immette un prodotto sul mercato deve farsi carico anche della sua gestione a fine vita, cioè di raccolta, selezione, riuso, riciclo o smaltimento. In pratica, il costo ambientale dei prodotti non ricade più solo sulla collettività, ma su chi li produce o li vende. Progettare capi più più durevoli, riparabili e riciclabili diventa quindi economicamente conveniente, perché riduce la quantità di rifiuti e dunque i costi da affrontare successivamente.

Il meccanismo di responsabilità estesa del produttore nasce a livello europeo già negli anni Novanta e oggi in Italia si applica a imballaggi, pneumatici fuori uso, oli esausti, pile e apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee). Per il settore tessile la sua genesi è stata piuttosto complicata. I primi consorzi infatti sono nati già a partire dal 2022 ma a lungo è mancato il decreto attuativo: stando agli ultimi aggiornamenti diffusi dal ministero dell’Ambiente e della transizione ecologica, dovrebbe essere concluso entro il primo trimestre 2026.

 

Cosa cambierà a quel punto? I produttori e i venditori di abiti, scarpe e tessili per la casa (e-commerce compresi) dovranno farsi carico della raccolta dei capi usati o dismessi, del trasporto al centro di smaltimento o riciclo, della selezione, riciclo e preparazione per il riuso. Dovranno inoltre pagare il cosiddetto “contributo ambientale”, proporzionato ai volumi immessi sul mercato, e iscriversi a un registro nazionale, pubblicando i dati e tenendoli aggiornati ogni anno.

Sarà anche uno sprone per dare reale attuazione all’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili, che formalmente è in vigore (anzi, l’Italia ha anticipato di ben tre anni gli obblighi europei, introducendolo il 1° gennaio 2022) ma funziona ancora a macchia di leopardo nel territorio. L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) riferisce che nel 2023 la raccolta differenziata tessile si è attestata sui 2,9 kg per abitante all’anno; ma, sottolinea il consorzio Erion, in un anno i kg di prodotti tessili e calzature immessi sul mercato sono ben 23 pro capite. Considerato il velocissimo ciclo di vita soprattutto dei capi a basso costo, è evidente che i conti non tornano.

 

A questo squilibrio si aggiunge un ulteriore fattore critico: l’aumento dei quantitativi di capi a bassissimo costo e di qualità molto ridotta che entrano nel mercato europeo attraverso piattaforme di ultra fast fashion come Shein e Temu. Prodotti pensati per cicli di vita brevissimi, difficilmente riutilizzabili e spesso complessi da riciclare, che finiscono rapidamente nel flusso dei rifiuti, aumentando il carico sui sistemi di raccolta e trattamento. In questo senso, il collegamento tra EPR e regolamento Ecodesign (ESPR) sarà decisivo: l’auspicio è che il contributo ambientale venga applicato in modo pieno anche a questi prodotti, evitando che i costi della loro gestione ricadano ancora una volta sulla collettività.

In questo quadro, l’EPR non sarà una bacchetta magica, ma un passaggio strutturale: costringerà la filiera a misurarsi con ciò che oggi resta fuori dallo sguardo, cioè la gestione dei rifiuti che la moda genera ogni giorno. Sarà un banco di prova per capire se imprese, consorzi e istituzioni sapranno costruire un sistema capace di intercettare e valorizzare materiali che oggi finiscono dispersi. I consumatori, da parte loro, non avranno più scuse: avranno da un lato gli strumenti per comprendere l’impatto sociale e ambientale di ciò che indossano, col digital product passport, e dall’altro lato una rete più capillare di infrastrutture per il recupero e il riciclo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/03/saldi-responsabilita-estesa-produttore-moda-tessile-notizie/8236871/

martedì 6 gennaio 2026

Sardegna sotto attacco, senza difese - Omar Onnis

Il 2025 si chiude in termini drammatici per la Sardegna. Una serie di partite, alcune di portata strategica, si avviano a conclusione decretando la sottomissione di interessi generali e strutturali a logiche accaparratorie di stampo coloniale. Altre si avvitano su se stesse reiterando dinamiche di subalternità mai così dolorose.

Pochi esempi basteranno per dar conto di una situazione grave e apparentemente senza soluzione. 

La questione dell’aggressione speculativa in materia di produzione energetica non solo non ha trovato sbocchi positivi ma si è anzi ulteriormente approfondita. Il decreto-legge n. 175 di poche settimane fa e la sentenza della Corte Costituzionale sulla L.R. 20/2025 (aree idonee) espongono l’isola alle mire estrattive del governo centrale e dei vari soggetti privati coinvolti nell’operazione. Le oltre 700 domande di realizzazione di impianti industriali di produzione da FER si sommano ai progetti di stoccaggio energetico (leggi, distese di batterie) che minacciano di occupare in modo irrimediabile migliaia di ettari spesso a vocazione agricola o di rilevanza storico-archeologica e/o paesaggistica.

Di pari passo, procedono i lavori del Tyrrhenian Link e degli altri collegamenti tra l’isola e il continente. A dispetto dei tentativi di edulcorare la questione o di negare del tutto il problema, appare evidente, a chiunque non abbia interesse a mentire o a chi non preferisca vivere nella finzione, che non c’è nulla, in tutto questo gigantesco piano, che sia rivolto a portare vantaggio alla popolazione sarda, nemmeno accessoriamente.

La politica tace e acconsente, simulando a volte una blanda contrarietà, almeno per le operazioni più scandalose, ma lavorando in realtà per favorire la realizzazione del piano governativo. Sarà una coincidenza il progetto di un gigantesco data center dalle parti di Milano, che avrà bisogno di un’enorme quantità di energia? Quando i vertici TERNA e gli esponenti del governo Meloni parlavano della necessità di produrre energia in Sardegna a vantaggio delle aree più produttive del Paese (l’Italia settentrionale) avranno avuto in mente anche questo? Domande oziose e sospetti infondati, sicuramente.

Altra partita: il trasferimento di tutti i reclusi italiani in regime di art. 41bis nelle carceri sarde. Il fatto è talmente serio che persino dal Palazzo e dalle amministrazioni locali – troppo spesso silenti e/o complici – si è levata qualche voce critica. Gli esponenti sardi della minoranza in Consiglio regionale, vincolati alla loro fedeltà alla destra italiana al governo a Roma, minimizzano o addirittura respingono le proteste come ingiustificate. È notorio e certificato come in realtà un’operazione del genere porterà automaticamente un trapianto in Sardegna dei clan che ruotano intorno alla detenzione dei capi delle organizzazioni criminali detenuti, con tutte le conseguenze immaginabili.

Non c’è alcuna ragione sensata a sostegno di tale operazione governativa, al di fuori della solita visione coloniale della Sardegna, per cui l’isola per l’Italia è da sempre una “zona di sacrificio”. Spostare tutti i più pericolosi criminali in un territorio a sé stante, col mare a separarlo dal “resto della penisola”, a Roma sembra una soluzione tanto geniale quanto pienamente giustificata. Che a qualcuno, nella negletta “isoletta africana”, non stia bene non conta nulla. La già esigua forza elettorale della cittadinanza sarda, a livello statale, è ulteriormente debilitata dalla pochezza della nostra classe politica, sia quella che staziona nelle istituzioni isolane, sia quella accomodatasi a Roma.

E veniamo al tema dei trasporti, che, come al solito, esplode nei periodi di grandi spostamenti vacanzieri. In attesa che si chiuda la procedura del nuovo bando per la continuità territoriale aerea, si manifestano i disagi per chi deve lasciare l’isola o farvi ritorno, non necessariamente per ragioni di svago. Purtroppo, non c’è niente di nuovo: è come se la politica sarda lavorasse costantemente  a vantaggio di chiunque, fuorché della popolazione che amministra. I diversivi e le distorsioni del discorso pubblico su questo problema servono solo a continuare a non risolverlo. Eppure basterebbe mutare radicalmente la logica degli interventi in materia, per trovare una soluzione più consona alle reali necessità dell’isola, ossia partire da queste e pianificare di conseguenza. Ma, si sa, i bisogni basilari della popolazione sarda non sono mai in cima alle priorità di chi governa la Sardegna e tanto meno di chi governa l’Italia. Con la differenza che in questo secondo caso la noncuranza è comprensibile (benché non giustificabile, in un ordinamento che pretenda di essere democratico).

Al tema trasporti è inevitabilmente legata la questione della privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari-Elmas. Le mire della società F2i, già proprietaria degli aeroporti di Alghero e di Olbia, sullo scalo sono note da tempo. I legami di questa compagine con settori della politica sarda e con la proprietà del giornale La Nuova Sardegna sono noti (senza dimenticare gli interessi conclamati nel campo della produzione energetica). A ciò si aggiunge la rapacità della grande finanza internazionale (stiamo parlando niente meno che del fondo di investimento Black Rock). Insomma, una questione in cui la classe politica sarda dovrebbe agire in nome e per conto della collettività che rappresenta, senza tentennamenti e con una visione strategica chiara. Invece anche in questo caso siamo lasciati in balia del destino. Chi ci guadagna? È lecito chiederselo.

Così come è lecito porsi delle domande sull’acquiescenza ingiustificabile della Giunta Todde riguardo il richiesto ampliamento della fabbrica di armi della RWM a Domusnovas. La postura della politica sarda, anche in questo caso, è quella consueta da podataria, da rappresentante e garante di interessi e obiettivi estranei all’isola, quasi sempre ostili. Il tema ha diversi risvolti, sia etici, sia sociali, sia internazionali, in un periodo in cui il mondo si avvita in una spirale conflittuale mai vista da decenni e l’Europa sembra collassare su se stessa sotto le spinte delle destre oscurantiste, nazionaliste e spesso dichiaratamente fasciste e l’ottusità affaristica delle sue élite.

Se a quanto precede si aggiungono i problemi stratificati e incancreniti del nostro comparto agricolo e zootecnico (pensiamo al nuovo disciplinare del pecorino romano, che penalizza la produzione sarda, tanto per dirne una), della sanità, della scuola, dei trasporti interni, dello spopolamento, del disagio sociale si compone un quadro a dir poco allarmante.

Nonostante tutto, la Giunta Todde e i suoi sostenitori hanno comunque trovato il tempo per inscenare una invero grottesca campagna di auto-gratificazione per aver “risolto la vertenza entrate”. Sarà almeno la quarta volta, in vent’anni, che la vertenza entrate viene dichiarata risolta. Esiti concreti: blande concessioni da parte del governo italiano e qualche spicciolo promesso (da versare in comode rate). Davvero è questo il meglio che dobbiamo aspettarci? Non sarà il caso, per chi ha votato in buona fede e senza secondi fini questa compagine, di farsi qualche domanda e trarre le debite conclusioni? Ma con le maggioranze e le giunte precedenti non è che il discorso cambi in meglio.

Non meno imbarazzante la rievocazione, alquanto improvvisata e decisamente fuori contesto, del Congresso del Popolo sardo tenutosi nel maggio del 1950 con la presidenza di Emilio Lussu. Allora si trattava di porre le basi per attuare il famoso articolo 13 dello Statuto di autonomia, quello in cui si parla di Rinascita. La propensione di quel momento storico era molto propositiva. Si trattava di riempire l’autonomia appena ottenuta di contenuti concreti, strategici, emancipativi. Come si sa, le conclusioni del Congresso vennero radicalmente disattese dal governo italiano, che puntò sull’industria petrolchimica, da impiantare appunto nella sua confortevole “zona di sacrificio” oltremarina. Il parterre di questa celebrazione non lasciava sperare in contenuti particolarmente avanzati, e così è stato. Vacua retorica più o meno autonomista, ma un sostanziale disinnesco di qualsiasi elemento conflittuale e di rottura con lo Stato italiano. La rimozione del nucleo incandescente della questione sarda – l’inevitabile contrasto tra gli interessi e i bisogni generali e strutturali dell’isola e quelli dell’Italia – è sempre in cima alle priorità del nostro ceto politico, custode interessato dello status quo coloniale.

In definitiva, a fronte della mole dei problemi che incombono sull’isola non c’è al momento alcuno strumento disponibile non dico per risolverne qualcuno, ma nemmeno per affrontarli. È difficile trovare nel nostro passato più o meno recente un’altra fase storica in cui siamo stati così deboli davanti alle sfide del momento. Di questo però né la classe politica né lo stuolo dei suoi intellettuali organici (più o meno palesi) sembra darsi pensiero. Il dibattito pubblico è penoso, l’ignoranza è diffusa a tutti i livelli. Siamo esposti come mai prima a narrazioni tossiche e a mitologie tecnicizzate rivolte a perpetuare la nostra subalternità e a renderla definitiva. Antoni Simon Mossa parlava ai suoi tempi di genocidio culturale, termine ripreso di recente da Cristiano Sabino. Le polemiche suscitate non hanno affatto dato alcuna risposta all’allarme che si intendeva lanciare, ma sono state utili per spostare il focus dalla questione in sé, comunque la si voglia chiamare, alla solita disputa lessicale e semantica, con toni polemici e scomuniche varie, a cui troppo spesso si riducono le discussioni importanti sui social (e non solo). Intanto però la situazione rimane grave e in via di peggioramento. Niente lascia pensare che il 2026 porterà novità significative, se non nel senso di confermare la tendenza distruttiva che ci sta conducendo verso un disastro difficilmente rimediabile. Le persone che abbiano conservato un minimo di coscienza civica e di sensibilità democratica dovrebbero fare uno sforzo per superare pregiudizi, posture di comodo e timidezze politiche per portare qualche contributo costruttivo, prima che sia davvero troppo tardi.

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lunedì 5 gennaio 2026

Quando la società e il pubblico ti abbandonano nelle malattie più drammatiche - Roberto Antonio Romano

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Quando il disturbo bipolare raggiunge livelli insostenibili — ed è una malattia che non si augura a nessuno, nemmeno al peggior nemico — sarebbe lecito aspettarsi che la psichiatria pubblica disponesse almeno di soluzioni temporanee per i casi difficilmente governabili. Così non è.

Proviamo a raccontare un caso concreto. Il 25 dicembre, alle sette del mattino, una persona affetta da disturbo bipolare è uscita di casa convinta di doversi recare al lavoro, vagando per le strade di Mariano Comense. Poco dopo, intorno alle 7.30, l’addetta incaricata di verificare l’assunzione della terapia non lo ha trovato in casa e, comprensibilmente, si è allarmata. Tutte le finestre erano aperte, lasciando presagire il peggio. Fortunatamente — esistono ancora persone di buona volontà — qualcuno lo ha rintracciato e ricondotto a casa, con grande sollievo di tutti.

Episodi simili si sono ripetuti. Durante la notte l’uomo chiama il padre e la madre chiedendo aiuto, disturbando inevitabilmente anche i vicini. Peccato che entrambi i genitori siano morti da tempo. Negli ultimi quindici giorni, inoltre, l’ambulanza è intervenuta almeno cinque volte.

La persona a lui più vicina ha tentato più volte la strada del pronto soccorso di San Fermo, nella speranza di un ricovero in psichiatria. L’esito è sempre stato lo stesso: non sussistono condizioni tali da giustificare il ricovero. È stata coinvolta anche una psichiatra di Como, che ha indicato come necessaria una degenza in una clinica specializzata, ad esempio San Benedetto. La risposta è stata disarmante nella sua franchezza: il Cps ha provato, ma non ci sono posti disponibili. La situazione della psichiatria è drammatica.


Smantellamento del sistema sanitario

La sanità pubblica è stata devastata, non solo in Lombardia. Molti servizi vengono dirottati verso il privato, con costi per le famiglie semplicemente insostenibili. Per di più, sembrano essere disponibili quasi esclusivamente le prestazioni più remunerative.

Per essere chiari: la persona cara avrebbe anche individuato una Rsa a Carugo disposta ad accoglierlo, ma al costo di 3.700 euro al mese, più una sorta di cauzione di 1.500 euro è incompatibile con il reddito disponibile, che consiste in una pensione di invalidità lavorativa.

Esistono anche i cosiddetti servizi alla persona: un operatore per quattro ore al giorno costerebbe circa 2.100 euro mensili. Nemmeno da dirigente della Cgil, né come tecnico della Commissione Industria della Camera dei deputati al fianco di Nerio Nesi, mi è mai capitato di maneggiare cifre simili. Applicando lo stesso metro, avrei dovuto percepire almeno 5-6 mila euro al mese.

Nel frattempo, le manifestazioni della “realtà virtuale” dell’ammalato si intensificano, compromettendo profondamente la vita familiare. La famiglia è consapevole che chi soffre di disturbo bipolare vive una condizione soggettiva incomparabilmente più dolorosa rispetto a quella delle persone care, eppure resta un vuoto, una stanchezza profonda che erode anche le poche certezze rimaste. Maturano pensieri pericolosi: non sono giusti, sono sbagliati. Ma emergono.

Per chi ha lottato per tutta la vita in difesa di ciò che di buono la sanità pubblica offriva, tutto questo rappresenta una sconfitta. Sono sempre stato contrario alla riduzione delle tasse anche per il lavoro dipendente, perché il vantaggio garantito dai servizi pubblici era di gran lunga superiore alla mancia di qualche euro in più in busta paga. Col tempo si è affermata un’idea di uomo e di donna svuotata della necessità di un soggetto terzo capace di garantire un “pavimento” comune, senza il quale una società non può più dirsi tale. La società liberale, il cattolicesimo sociale e persino la mia tradizione familiare socialista sono evaporati.

Ogni tanto leggo di uomini e donne che, travolti dal dramma di queste malattie, cedono e compiono atti che non dovrebbero nemmeno affacciarsi nella mente delle persone perbene. Eppure accadono. Subito dopo arrivano le condanne della politica e della cosiddetta società civile: fratelli, mogli, mariti crudeli; persone che “si sapeva” non si prendevano cura dei più deboli. Si invoca il carcere a vita, se non addirittura la pena di morte.

Ma chi è costretto a farsi carico del disturbo bipolare psichiatrico, con il pubblico ormai assente e al netto del business, ha spesso una sola colpa: aver esaurito tutte le energie disponibili, schiacciato dalla devastazione.

Posso sbagliarmi, possiamo sbagliarci, ma non vedo nessuno disposto a raccogliere il loro grido di dolore. Siamo soli, in balia di eventi incontrollabili. Continuerò a difendere il pubblico e a lottare per la sua riqualificazione. L’ho fatto per ragioni economiche e politiche — resto pur sempre un socialista lombardiano — e ora lo faccio anche come vittima di un sistema che ha perso persino la pietà. Mi dichiaro colpevole di qualunque cosa possa accadere, ma non conosco persone innocenti.

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domenica 4 gennaio 2026

“Noi genitori di figli con disabilità invecchiamo e loro diventano invisibili”. “Chi si prenderà cura di loro dopo di noi?” - Renato La Cara

La legge Dopo di noi prevede strumenti importanti, ma è sottofinanziata e diverse criticità a livello locale impediscono addirittura che i fondi vengano spesi in modo corretto. La norma ha come obiettivo quello di garantire alle persone con disabilità grave che necessitano di assistenza continua e permanente la possibilità di vivere in modo indipendente e dignitoso anche dopo la scomparsa dei loro familiari. Tra le varie cose, la legge prevede che le famiglie delle persone disabili possano stipulare accordi di affidamento fiduciario con enti no-profit o cooperative sociali, creare fondazioni che si occuperanno di gestire i beni e le risorse della persona con disabilità e di garantirne l’assistenza e la cura. Alcuni genitori caregiver raccontano a ilfattoquotidiano.it timori, angosce e preoccupazioni.

“Ogni giorno lottiamo per cose basiche”

Jessica Magatti è madre di tre bambini, uno dei quali si chiama Edoardo e ha una grave disabilità. Ha scritto, insieme ad altre mamme, un libro intitolato “Con il sole nella tempesta” per sfatare pregiudizi e creare empatia. “Ogni giorno ci troviamo a lottare per i suoi diritti, a pretendere cose basiche che dovrebbero essere riconosciute senza nemmeno dover chiedere, a impegnare tutte le nostre energie per garantirgli una vita piena e felice. Senza di noi chi lo farebbe al posto nostro? Nessuno, pensavo!”, dice Magatti. E via tutta una serie di preoccupazioni e valutazioni negative che, almeno una volta, hanno coinvolto tutti i genitori caregiver con figli disabili non autosufficienti. “Pensavo”, aggiunge, “che Edoardo finirebbe nell’ipotesi migliore in un centro per persone con disabilità senza un rapporto uno a uno e senza poter avere i giusti stimoli, le cure adeguate e senza poter fare tutte le esperienze possibili che solo una famiglia può garantirgli nel quotidiano”. Poi sono arrivati i fratelli di Edoardo, Samuele e Tommaso. “La mia idea è un po’ cambiata con la nascita degli altri due miei figli che ovviamente non sono stati concepiti per potersi in un futuro sostituire a noi, ma spero di riuscire a insegnar loro l’importanza di esserci sempre l’uno per l’altro”, racconta Magatti. “Sempre con la libertà di decidere in che modo e in che misura esserci”. La famiglia come fulcro ma non solo. Magatti per dare valore a idee e proposte ha fondato l’Associazione Espera e “il pensiero del Dopo di noi è diventato sicuramente meno negativo”, organizzando iniziative e sviluppando progetti condivisi anche con altre famiglie che si trovano in condizioni simili. “Nel 2021 siamo partiti da un’esigenza del qui ed ora, ossia garantire a lui e ad altri bambini quelle ore infermieristiche e riabilitative che il Sistema sanitario nazionale non offre a sufficienza”, afferma la mamma di Edoardo. “Ad oggi Espera è molto di più perché è una rete di famiglie, professionisti e persone che ci e gli vogliono un bene immenso e spero che un domani, tutto questo che stiamo costruendo possa per lui essere una garanzia per continuare ad avere quella vita felice e di qualità che cerchiamo di dar lui ogni giorno. Tutto questo non toglie la paura del “dopo di noi” ma di certo un po’ la allevia”.

“Fondamentale pianificare il prima possibile il Dopo di noi”

Pensare alla vita del proprio figlio con gravi disabilità quando sarà senza entrambi i genitori è qualcosa di molto difficile e durissimo soprattutto per i diretti interessati. Ma farlo sin nei primi anni di vita può fare la differenza, in particolare per la qualità di vita della persona che vive condizioni di estrema fragilità. E farlo confrontandosi con le altre famiglie che magari hanno vissuto dinamiche simili anni prima. Questa è la testimonianza di Gabriele Belloni, il papà di Edoardo, marito di Jessica. Nonostante tutte le difficoltà, sottolinea alcuni spunti ‘meno dolorosi’ della questione Dopo di noi. “La vita di un caregiver è tosta. c’è chi se la vive bene, chi se la vive peggio, ma in ogni caso è tosta”, spiega. “Perchè sai che ti dovrai prendere cura di qualcuno per sempre. E’ questo che lo rende ancora più impegnativo, è un percorso senza fine, per sempre.” La realtà poi è diversa: è che il “per sempre” in realtà è un “finchè sarò vivo”. “Quando te ne rendi conto si apre un nuovo pensiero ancor più tagliente”, dice Gabriele, “chi farà tutto questo al posto mio?” si è chiesto tante volte. “Ma davvero il presente del caregiver è talmente impegnativo e ti assorbe in modo così totale che il pensiero sul “dopo di me” spesso si presenta alla porta nel momento in cui è ormai urgente, inevitabile, ingestibile. Invece – precisa – prendere consapevolezza con largo anticipo è una fortuna, un dono, e ti dà l’opportunità di iniziare a pianificare ed a costruire il “dopo di noi” con largo anticipo”. Come spesso accade la condivisione e la rete associativa di rapporti che si creano è fondamentale. “Si viene a conoscenza di questo tema da altre famiglie, dall’avvocato che ti sta seguendo per altri motivi, da un post sui social. E’ importante parlarne, informare, condividere”, conclude Belloni.

“Per molte famiglie il supporto pubblico è del tutto assente”

Carenza di sostegni, risorse e certezze. È quello che denunciano al Fatto.it Marika Musella e Luca Ruozi, genitori di Alex. “I servizi sono pochi, i percorsi complessi, i tempi incompatibili con la vita reale dei nostri figli. Il Dopo di noi non è solo una questione futura, non riguarda soltanto il giorno in cui non ci saremo più. Il Dopo di noi è ciò che ci permette di vivere il presente”, sottolineano. “È la possibilità di andare a dormire la sera con meno paura. È la speranza che esista un mondo pronto ad accogliere la diversità, a riconoscerla come valore, a garantire dignità, sicurezza e appartenenza. Oggi, invece, quel mondo non è pronto. E mentre si parla, si discute, si annunciano progetti, noi genitori invecchiamo e i nostri figli diventano adulti invisibili”. La paura più grande per i caregiver familiari conviventi è silenziosa e quotidiana: cosa succederà quando non avranno più voce per difenderli, quando non saranno più loro a spiegare chi sono, cosa amano, di cosa hanno bisogno. “Così il Dopo di noi diventa una responsabilità privata, costruita con forza, grinta e sacrificio dalle famiglie”, affermano, “mettiamo insieme risorse economiche, energie emotive, competenze che nessuno ci ha insegnato. Non perché vogliamo sostituirci alle istituzioni (spesso assenti, ndr) ma perché non possiamo permetterci di aspettare. Lo facciamo per amore, ma anche per sopravvivenza”. Non chiedono miracoli ma presenza reale, servizi continuativi, visione. “Chiediamo che il Dopo di noi non sia uno slogan, ma una promessa mantenuta. Perché solo sapendo che esiste un domani giusto possiamo continuare a vivere, oggi, con dignità e speranza”.

“Penso al suo futuro per poter morire serena”

Per molte famiglie il supporto pubblico è fragile, intermittente o del tutto assente. Per questo si rimboccano le mani e portano avanti progetti. “Dal giorno della diagnosi di autismo di mio figlio Matteo, a 2 anni d’età, in cui ho compreso che non avrebbe mai potuto essere autosufficiente, ho avuto solo due obiettivi nella mia vita, costruire attraverso un percorso di riabilitazione scientificamente validato maggiori autonomie possibili per lui e cercare di morire serena”. A dirlo è Mara Navoni, mamma di Matteo. Da qui nasce sul territorio di Cologno Monzese (Mi) l’associazione Mondoabaut, associazione e Centro A.B.A. per vedere garantiti cure e diritti. “Il Dopo di noi si costruisce con il Durante noi e la nostra importante collaborazione con la Fondazione “Il Domani dell’Autismo” lo testimonia perché solo insieme il futuro può fare meno paura”, spiega Navoni. “A oggi l’idea che non potrò spiegargli che non l’ho abbandonato il giorno che non mi vedrà più mi devasta, l’ultima cosa che vorrei è essere per lui causa di dolore. Per questo motivo è di vitale importanza poterlo accompagnare in quello che dovrà essere la sua futura famiglia nel “diventare grande” già da oggi che ha 15 anni, in un reale Progetto di vita che non resti solo una legge virtuosa ma si trasformi in una solida e concreta realtà”.

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sabato 3 gennaio 2026

Figli di immigrati regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale: la FIP inibisce per tre mesi il presidente e penalizza (ancora) la Tam Tam Basketball - Lorenzo Bloise

 

Regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale online dedicato. L’allenatore-presidente fa giocare la prima partita del campionato di basket under 13 a una ragazza e un ragazzo dodicenni, figli di immigrati, e oltre a perdere a tavolino viene inibito dalla FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) per tre mesi. Accusato di irregolarità e inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento, il fondatore della Tam Tam Basketball Massimo Antonelli non ci sta. “Il provvedimento disciplinare che viene dato in caso di questa chiamiamola ‘mancanza’ lo trovo infinitamente sproporzionato e, lasciatemelo dire, umiliante. Ma scusate, non viene meno anche la mission della FIP di agevolare e favorire l’avvicinamento dei ragazzi alla pallacanestro?”. Promuovono l’inclusione sociale e contrastano il degrado in un’area difficile, ma secondo la Federazione sono dei fuorilegge. L’associazione dilettantistica di Castel Volturno – senza scopi di lucro fondata nel 2016 per offrire gratuitamente pallacanestro e supporto a ragazzi di seconda generazione e figli di immigrati – sta vivendo un paradosso senza precedenti.

I provvedimenti disciplinari

Per spiegare nel dettaglio l’accaduto bisogna tornare indietro di qualche settimana. Precisamente al 17 novembre, giorno in cui la FIP emette due provvedimenti disciplinari ai danni della società. Il primo ufficializza la sconfitta a tavolino: “Perdita della gara per infrazioni che comportano la punizione sportiva della perdita della gara e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento [art. 49 RG, art. 52, RE Gare]”. L’altro conferma l’irregolarità del fondatore Massimo Antonelli con relativa sospensione: “Inibizione determinata dal 17/11/2025 al 17/02/2026 per violazione delle disposizioni regolamentari in materia di tesseramento e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento e per tenuto conto dell’aggravante relativa alla carica di capitano della squadra, dirigente di società o addetto agli arbitri rivestita [art. 47 RG,art. 52, RE Gare, art. 21,5a RG]”.

Cos’è MyFip: il procedimento

E qui arriva il vero cavillo. Come funziona il procedimento di iscrizione ai campionati giovanili? Oltre al classico tesseramento alla Federazione, dal 2024 è stata creata la web app MyFIP, una piattaforma online – collegata direttamente alla FIP – che offre ai tesserati (atleti, dirigenti, allenatori) un’identità digitale per accedere e gestire autonomamente la propria carriera, i dati personali e interagire con il sistema informativo. Da quest’anno l’app ha una funzione di doppia verifica: per poter giocare, infatti, non solo devi essere tesserato alla FIP ma è necessario iscriversi anche al portale online per certificare ulteriormente il tesseramento avvenuto. Insomma, una doppia procedura che anziché facilitare il flusso rende tutto più complicato. Per la Tam Tam il primo tesseramento alla Fip ha un costo di 54 euro per i ragazzi stranieri e 61 per le ragazze straniere. Completata la prima fase, gli stessi – se minorenni, come in questo caso, i genitori – devono iscriversi autonomamente a MyFIP e far confermare le loro utenze dal presidente del club. Per una squadra del tutto (o quasi) extracomunitaria come quella di Antonelli diventa tutto più complesso. “E dire che ci avevano provato ma non ci erano riusciti. Il motivo? Per gli stranieri è complicato iscriversi a MyFIP: mi dicono sia complesso anche per gli italiani, perché per gli under 14 occorre il consenso dei genitori che a loro volta devono iscriversi alla piattaforma. Naturalmente le informazioni da seguire sono in italiano e per i genitori stranieri è complesso capire le procedure da seguire”, spiega il fondatore di Tam Tam con una lunga lettera di dissenso sui social. “Per noi di Tam Tam è tripla fatica già star dietro alla prima fase dei tesseramenti dei tanti ragazzi stranieri perché c’è una richiesta infinita di documenti per poterli iscrivere alla federazione (documenti che spesso sono scaduti e quindi in attesa di rinnovi). Una volta mandati alla FIP dobbiamo aspettare diversi mesi per avere il tesseramento definitivamente approvato. Come dicevo ci avevano provato, tutti e due mi avevano scritto più messaggi che non riuscivano: mi riferivano che a un certo punto appariva una finestra con la scritta ‘Possono iscriversi solo i 14enni’. Arrivati alla prima partita non me la sono sentita di bloccarli, si erano allenati come gli altri dai primi di settembre”.

Un provvedimento disciplinare controverso

Massimo Antonelli ritiene il provvedimento disciplinare nei suoi confronti ingiusto e scorretto perché esattamente identico nei confronti delle società che non completano neanche il primo passaggio d’iscrizione. “Mi chiedo poi se è giusto comminare tre mesi di blocco a un allenatore e presidente, un danno enorme all’attività. L’anno scorso, se non vado errato, si davano le stesse inibizioni ai coach e ai presidenti che facevano giocare ragazzi non iscritti alla FIP, in quest’ultimo caso posso giustificare una penalità pesante se non ci sono le attenuanti. Quando uno paga di solito la pratica è chiusa”. Il vero paradosso è proprio questo: perché pagare la stessa pena se il tesseramento alla FIP è stato effettuato? “Avrei capito e accettato il provvedimento disciplinare affibbiatomi se il pagamento avvenisse dopo la doppia procedura sia del tesseramento alla FIP che dell’iscrizione a MyFIP. Che succede se per assurdo un genitore di un nostro ragazzo non vuole iscriversi a MyFIP perché non ama dare la sua mail e/o il suo numero di telefono? Si verrebbe a determinare che la Tam Tam ha un ragazzo regolarmente tesserato, nonostante abbia pagato per il suo tesseramento 61 o 54 €, ed è impossibilitata a fargli giocare le partite”. Antonelli definisce questo trattamento “una mostruosità contraria a tutti i principi e diritti allo sport”. E poi aggiunge: “Da tenere presente che il genitore con la sua firma sul modulo di tesseramento FIP ha dato l’assenso a far giocare le partite al figlio”. Insomma, un provvedimento che penalizza fin troppo per una mancanza “minima” e non irregolare.

Tam Tam (ancora) nel mirino della FIP

In casa Tam Tam la storia si ripete. Perché già nel 2019 la FIP aveva penalizzato la squadra di Castel Volturno per un’eccesiva presenza di stranieri nel roster. A causa dei “troppi stranieri”, infatti, i vincitori del campionato Under 15 non presero parte al campionato di eccellenza Under 16 che si gioca su base nazionale. Per l’ennesima volta Tam Tam Basketball chiede rispetto, ma soprattutto chiarezza. Per un sistema che anziché venire incontro alle necessità, divide e allontana.

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