domenica 7 luglio 2024

Guerra del vento tra Valle d’Aosta e Sardegna - Mauro Pili

 

Dopo la denuncia de L’Unione Sarda nella regione montana si scatenano polemiche: con proteste e scritte sui muri

Soffia il vento della tempesta sulle Alpi d’Aosta. Quando all’alba i quattro mori compaiono “scolpiti” a colpi di vernice sul muro davanti al quartier generale di una sorta di “Enel valdostana”, nell’eremo di Chatillon, si capisce che quel progetto eolico in terra sarda non è andato giù nemmeno tra le cime imbiancate della Valle d’Aosta. L’inchiesta de L’Unione Sarda, «Schiaffo Valle d'Aosta, dalle Alpi al Monte Rughe», sul progetto di una centrale eolica, presentato dalla società elettrica “pubblica” gestita dalla Regione valdostana, ai confini del Montiferru con il Marghine, tra Pozzomaggiore e Sindia, ha dato “fuoco alle polveri”. Proteste e scontro politico, riflettori accesi e nuovi retroscena di una “sottospecie” di affare pubblico con molti risvolti privatissimi.

Carte segrete

In questa storia inverosimile, con una Regione d’altura, autonoma e speciale, che pianifica lo sbarco di una montagna di pale eoliche nell’Isola più periferica d’Europa, anch’essa autonoma e speciale, c’è di tutto e di più. C’è lo sfregio al principio autonomistico, che dovrebbe produrre almeno un minino rispetto reciproco per lo status costituzionale di Regioni speciali, c’è l’affare pubblico perseguito alla pari delle logiche speculative delle peggiori multinazionali del vento, c’è soprattutto un risvolto affaristico rimasto sino ad oggi blindato nelle carte segrete dei notai d’Aosta.

C’è tempo per lo spray

C’è tempo per raccontare lo scontro politico nel Consiglio Regionale della Valle d’Aosta dove non tutti hanno preso di buon grado il fatto che la società elettrica di “proprietà” della Regione autonoma abbia deciso di specializzarsi in “affettatori d’aria” e incentivi d’oro in terra sarda. C’è tempo per raccontare di quella scritta “spray” di protesta con tanto di bandiera sarda comparsa nei giorni scorsi davanti alla sede della CVA, a Chatillon, che solerti imbianchini di Palazzo hanno fatto cancellare a tempo di record. C’è tempo per spiegare il progetto che i signori della montagna più alta d’Italia vogliono realizzare tra Nuraghi e paesaggi meravigliosi al confine tra le terre bruciate dai criminali del fuoco e le vestigia più antiche della Civiltà Nuragica del continente sardo. Non può aspettare, invece, la storia di un business sotterraneo e sconosciuto consumato tra un notaio e l’altro, con quote azionarie di pochi euro acquistate a colpi di milioni e milioni di moneta europea. Un’operazione rimasta preclusa alle cronache, omessa nei racconti istituzionali di queste ultime ore, celata da un riserbo consumato dalla frase di circostanza del Presidente della Regione che dinanzi allo sfregio sardo si è limitato a dire che Cva, la società partecipata integralmente dall’istituto autonomistico pubblico, ha agito nel «pieno rispetto delle norme vigenti». Il richiamo del presidente valdostano è per quelle disposizioni normative di Stato che umiliano le autonomie regionali a partire da quelle speciali, che calpestano i diritti, i patrimoni ambientali e naturalistici di una terra tanto lontana quanto geneticamente vicina ad un’altra Regione impregnata di autonomia e indipendenza.

Gli affari nascosti

Le chiama “norme vigenti”, ma in realtà non sono nient’altro che lo sfregio della libertà di un popolo di governare il proprio territorio, mettendolo al riparo da speculatori pubblici o privati che vorrebbero devastarne i tratti paesaggistici e identitari più profondi. Non sono bastate al Presidente della Regione Valle d’Aosta, Renzo Testolin, le argomentazioni di diniego dei Comuni sardi, della stessa Regione Sardegna, delle Agenzie ambientali, per indurre il suo “braccio” elettrico a chiedere scusa e ritirarsi in buon ordine.

Venduta un mese dopo

Chissà, però, cosa penseranno i suoi concittadini valdostani quando verranno a sapere che L’Unione Sarda ha svelato in questa nuova inchiesta contratti notarili registrati il sette agosto del 2023 presso il Notaio del Collegio di Aosta, Giampaolo Marcoz, e l’otto febbraio del 2024 da Carlo Munafò, Notaio in Saronno. Tutti atti in nostro possesso, prove inappellabili su un tracciato di denari, di fatto “pubblici”, appartenenti ad una società “controllata” al 100% dalla Regione Valle d’Aosta, trasferiti copiosamente a favore di una modestissima società privata, la “Ven. Sar srl”, proprietaria delle quote della “Eos Monte Rughe”, dichiarata allora, e ancor oggi, come «inattiva». Una modesta e anonima società a responsabilità limitata, costituita il 6 luglio del 2023. Un mese e un giorno dopo la costituzione, la società della regione valdostana ne acquista il 49%. Una scalata inspiegabile e con tanti misteri.

Intrecci & soffiate

Decine di nomi, conosciuti e sconosciuti, dietro un intreccio di società concatenate l’una con l’altra. Di certo c’è da domandarsi come sia stato possibile che una società pubblica, come quella elettrica della Valle d’Aosta, sia arrivata sino in via Antonio Scano, al numero 6, di Cagliari per iniziare la scalata ad una società «inattiva», con appena diecimila euro di capitale. Per quale motivo? Perchè proprio quella? E soprattutto, a che prezzo hanno comprato quell’inattiva società di provincia, anonima e senza uno straccio di progetto presentato e tantomeno approvato? È certo che la prima operazione si compie il 7 agosto del 2023: dimissioni dell’amministratore della “Eos Monte Rughe”, tale Alessandro Reali.

Il primo acquisto

È lui che comunica a sé stesso e al “Notaio in Aosta” che le sue dimissioni sono legate all’acquisizione contestuale della maggioranza delle quote della società da parte della CVA Eos, la compagine elettrica della Regione Valle d’Aosta. Nell’atto notarile quel passaggio di quote, il 51%, non ha un prezzo dichiarato. Lasciato evidentemente ad atti parasociali non allegati all’assemblea che registra il passaggio di mano. A svelare il passo cruciale è l’atto notarile siglato a Milano l’otto febbraio scorso. La società “Ven.Sar. srl”, proprietaria ancora del 49% cede un ulteriore 19%, pari alla miseria di 1.900 euro di capitale sociale.

Plusvalenza stratosferica

Il costo di vendita, però, non ha eguali: «Le parti dichiarano e si danno atto che il prezzo pattuito per la cessione dell’intera Quota è di Euro 3.990.000 (tremilioninovecentonovantamila virgola zero zero) (“Prezzo”), corrisposto in data odierna dall’Acquirente (la società della Regione Valle d’Aosta al Venditore (la Ven. Sar.srl) , mediante bonifico bancario». Una quota di 1.900 euro di una società «inattiva» venduta, e comprata, a quasi 4 milioni di euro: una plusvalenza stratosferica, senza precedenti nei mercati borsistici, pagata tutta con soldi pubblici, quelli della società regionale della Valle d’Aosta. Ma se i solerti amministratori della società valdostana hanno pagato la bellezza di quasi quattro milioni per il 19% di quel capitale azionario, quanto hanno pagato per il pacchetto del 70% finito nelle loro mani? E soprattutto chi gli ha garantito che quel progetto “folle” in terra di Sardegna sarà mai approvato? Misteri per adesso ancora racchiusi sulle cime innevate delle Alpi, quelle che traguardano gli affari milionari sul Montiferru.

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sabato 6 luglio 2024

Non si uccidono così gli agnelli? - Annamaria Manzoni

  

Ultimi giorni di giugno: a Fabriano, nell’ambito alternanza scuola lavoro, alcuni studenti dell’istituto tecnico agrario sono all’interno di un’azienda agraria, di proprietà della scuola stessa, dove si trovano animali cosiddetti da allevamento, nello specifico pecore. Alcuni dei ragazzi cominciano a divertirsi maltrattandole: uno in particolare calcia loro addosso un pallone, facendole fuggire spaventate: un agnellino però, troppo piccolo o troppo debole, non ce la fa a seguire il gruppo e resta indietro. Uno dei ragazzi non si lascia sfuggire l’occasione: lo afferra, lo lancia fuori dal recinto, lo riacciuffa, lo scaraventa di nuovo dentro, quasi fosse diventato lui il pallone: la bestiola riporta la paralisi di tutti e quattro gli arti e muore dopo tremenda agonia. Gli altri studenti, nella maggior parte minorenni, se ne guardano bene dall’intervenire e risulta che abbiano assistito divertiti allo scempio.

Alla notizia viene dato risalto sui media e la dirigente scolastica fa sapere che verranno presi adeguati provvedimenti disciplinari contestualmente alla denuncia alla polizia per maltrattamento e uccisione di animale.

Ovviamente lo sconcerto e la condanna sono generali: ci si chiede essenzialmente a cosa serva una scuola che non riesce a contrastare condotte così crudeli tanto che qualcuno arriva provocatoriamente ad auspicarne la chiusura, vista l’inettitudine educativa che l’episodio denuncia.

Di certo comportamenti tanto abnormi su un essere piccolo, inerme, spaventato devono interrogare su chi siano quei ragazzi e come e dove abbiano appreso insensibilità, sadismo, ferocia: auspicabile che, oltre alle punizioni, vengano iniziati percorsi di educazione al rispetto e all’empatia e anche ad una autoconsapevolezza, che porti in superficie quello che c’è di guasto nella loro psiche. Perché qualcosa di certo è andato male se si è qui a discutere di studenti trasformati in aguzzini, anche se con ruoli diversi nella dinamica di gruppo. Gruppo che, è facile pensare, può avere avuto un ruolo forte come attivatore di violenza, perché è probabile che il maggiore responsabile, fosse stato da solo, non avrebbe fatto quello che ha fatto: la presenza degli altri in questi casi, con una sorta di tifo fatto di lazzi e battute, sostiene sempre l’eccitazione e il desiderio di un protagonismo, che, quando non può contare su altre abilità, si accontenta di forme di bullismo a danno dei più deboli trasformando la colpa in vanto.

L’esercizio di violenza gratuita però, lungi dall’essere un disgrazia che irrompe inaspettatamente in contesti paradisiaci, se trova terreno fertile nel temperamento individuale, si nutre poi di modelli familiari, educazione, cultura, mass media, ambiente.

Di conseguenza, il banco degli imputati, da allestire nel processo contro i colpevoli di questo disastro comportamentale, se vuole davvero ospitare tutti i responsabili a voler ben guardare deve allargarsi a molti invitati di pietra.

A cominciare dal fatto che la scuola frequentata dai ragazzi, a quanto si legge (“Vengono approfondite le problematiche collegate all’organizzazione delle produzioni animali e vegetali, alle trasformazioni, alla commercializzazione dei relativi prodotti…”), avvia tra l’altro alla produzione animale e alla gestione degli allevamenti zootecnici. Vale a dire: all’interno dei percorsi di formazione gli animali non sono certo visti come compagni di vita e nemmeno come esseri da conoscere a fondo nel rispetto della loro etologia, bensì come produttori di cibo, che può essere ottenuto solo tramite adeguato sfruttamento e conclusiva uccisione. Quello stesso agnellino brutalmente assalito e ucciso, non avesse avuto la malasorte di impattare in ragazzi, forti solo del proprio numero e della propria protervia, avrebbe incontrato destino non tanto diverso a distanza di poche settimane: perché ciò che succede a quelli della sua specie è di finire afferrati per le zampe, trascinati lontano dalla madre, caricati su camion dove impazzire di paura per essere infine sgozzati in un delirio di sangue e di disperati belati in cerca di un’improbabile pietà. Perché è questa la fine che fanno gli agnelli come documentato da filmati alla portata di chiunque voglia informarsi, e come presumibilmente non ignorano i ragazzi che stanno seguendo un percorso di formazione che prevede tecniche di allevamento.

Ovvio che tutto questo non autorizza nessuno ad infliggere tormenti gratuiti per puro divertimento: si tratta di comportamenti che anche la legge contro i maltrattamenti punisce, in quanto crudeli e non necessari, anche se nessuno fino ad oggi si è assunto l’onere di definire con precisione quali sarebbero le condizioni che invece rendono i maltrattamenti necessari: il dubbio trattarsi di ossimoro incombe. In società satolle come la nostra, per quanto ci si pensi, la necessità parrebbe riferita (in modo francamente discutibile) solo al piacere del palato: insomma alla gola, per altro vizio che possiede il non invidiabile privilegio di essere inclusa tra i sette capitali.

Il problema è che lo status di quegli animali, appunto “da allevamento”, è quello di esseri al servizio di noi umani, che decidiamo quando farli nascere e quando e come farli morire, del tutto incuranti della dose devastante di sofferenza che questo percorso procura loro.

Non facilissimo pretendere da adolescenti l’accettazione acritica di comportamenti basati su una sorta di dissociazione cognitiva: tu li devi trattare bene e rispettare, poi fra un po’ interveniamo noi e facciamo, sotto l’egida della legalità, tutto quello che ora etichettiamo come turpe, sadico, e quindi sanzionabile.

Non bastasse tutto questo a definire la caotica convivenza di giusto e ingiusto nella vicenda di Fabriano, è interessante ricordare che a San Romualdo, frazione di Fabriano, le calde giornate agostane da 23 anni a questa parte (!) vengono allietate da una delle tante sagre estive, nello specifico, la Sagra dell’agnello, a uso e consumo di tanti cittadini e cittadine, che accorrono a festeggiare degnamente il clima vacanziero nonché le proprie papille gustative, allettati dalla pubblicità che assicura (manifesti in giro per la città lo scorso anno) aria fresca e divertimento, nonché Agnello in tutte le salse, in un gioco di espressioni dal doppio significato, opera di qualche creativo in difficoltà nel cogliere la differenza tra cinismo e spiritosaggine.

Il quadro che si delinea, mettendo in ordine le tessere del mosaico dei fatti, interroga davvero sulla compromissione dei ragionamenti, sulla illogicità delle convinzioni, sulla disarmonicità della visione d’insieme sulla realtà. Quei ragazzi, colpevoli dell’uccisione dell’agnellino, sono cresciuti e si sono formati vedendo gli adulti abbuffarsi serenamente di altri agnelli, giusto per godersi meglio giornate di festa; e seguono percorsi scolastici che prevedono anche come allevare animali che finiranno poi al mattatoio. Miracolosamente dovrebbero però considerare gli agnelli esseri da trattare con rispetto, ignorando le incongruenze e le spiegazioni, insite in messaggi incoerenti, e accettare la logica sottostante, quella implicita ma non detta, secondo cui la violenza è sanzionabile quando individuale, accettabile e indiscutibile quando è di stato, vale a dire quando è legalizzata.

Gli adulti sono bambini andati a male, ha detto qualcuno: forse vanno a male a causa dei puntuali attacchi alla loro empatia, che passa anche dal sistematico menefreghismo che viene sollecitato davanti alle tante forme di crudeltà inflitte ad altri, umani e nonumani, se pure a norma di legge.

Le riflessioni necessarie sui fatti di Fabriano, allora, nell’interrogare sulle responsabilità individuali e su quelle della scuola non possono prescindere dai modelli educativi e da quelli culturali e ambientali: è fuori di dubbio che soprattutto in questi ambiti maturano i germi di un’aggressività che, al suo esplodere, non lascerebbe basiti se solo ci fosse un po’ di consapevolezza in più, consapevolezza che una buona società è quella che esclude la violenza in tutte le sue forme e verso tutti gli esseri senzienti.

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venerdì 5 luglio 2024

Non costa quasi niente - Miguel Martinez

…E’ più facile abbandonare in giro un tappo da solo che una bottiglia, sappiamo che sulle nostre spiagge si trovano molti più tappi che conchiglie.

Ma proprio perché è così minimale la misura, ha qualcosa di ridicolo. E magari io, che non butterei un tappo senza pensarci, mi sento un pochino offeso; e questo si somma a tante altre cose che non capiamo, e che ci piovono addosso, e in un mondo in cui l’unico potere che ci è concesso è quello di votare ogni cinque anni contro qualcuno, contribuiscono alla sensazione di far parte di un gregge diretto da un pastore disumano, per fini che sa solo lui.

Allo stesso tempo, dovrebbe essere ovvio che il problema non è il tappo, è la bottiglia:Nel 2016, furono prodotti 320 mila miliardi di tonnellate di plastiche di tutti i tipi.

Ma sentiamo la parte veramente interessata: la UNESDA Soft Drinks Europe (“UNESDA rappresenta l’industria europea delle bevande analcoliche”) e la Federazione Europea di Acque Imbottigliate, due lobby con sede – ovviamente – a Bruxelles.

Sono contrari quanto Salvini alla misura del tappo legato (“tethered cap”), ma per motivi ben più seri.

Iniziano facendo rumorosa professione di fede ambientalista, ovviamente.

Ma fanno notare che i tappi legati richiedono plastiche diverse e più pesanti, e quindi faranno aumentare le tonnellate di plastica in giro; la loro lavorazione dovrebbe aggiungere una gran quantità di emissioni di CO2; e per produrli, si dovrà rivedere tutta la linea di produzione, con un aumento di costi notevole.


Ora, i plasticari hanno ragione, dal punto di vista loro.

Le bottiglie di plastica usa e getta sono un prodotto che al cliente finale non costa quasi niente, per cui quasi tutti gli esseri umani ne possono comprare senza nemmeno pensasrci.

Quindi ogni anno nel mondo si producono circa 600 miliardi di bottiglie di plastica usa e getta.

Prodotti che non costano quasi niente, solo che il quasi moltiplicato per 600 miliardi fa una bella cifra, è un elemento fondamentale di tutta la catena planetaria della Grande Distribuzione Organizzata. E le aziende federate all’Unesda si vantano di dare lavoro a 1,7 milioni di persone. E più si parla di ambiente, più cresce il mercato dell’acqua in bottiglia:


Non entriamo qui nel devastante impatto ambientale di queste bottiglie usa-e-getta, persino i plasticari lo riconoscono; eppure come si vede il mercato della devastazione cresce proprio negli anni in cui cresce la retorica ambientalista.

I tappi legati faranno sicuramente aumentare i costi ai produttori; che quindi aumenteranno il prezzo all’utente finale e continueranno a guadagnare lo stesso? No, perché se le bottigliette cominciassero a costare quasi qualcosa, la gente ci penserebbe due volte. Magari scoprirebbe che l’acqua del rubinetto è potabile…

Per cui i plasticari suggeriscono una sola strategia alternativa: il riciclaggio. Cioè tutte le bottiglie, invece di essere buttate, tornano a casa e ridiventano bottiglie e le spiagge restano pulite e gli inceneritori non emettono fumi. Questa è la proposta dell’industria della plastica da sempre, ma è ovviamente bacata alla radice: la plastica non viene “re-cycled”, ma “down-cycled”, con le bottigliette ci fai prima le palette per raccogliere la spazzatura, e poi più niente (semplificando); e più si ricicla la plastica, più diventa tossica.

Ma la proposta sembra semplice: per continuare a produrre sempre più bottigliette di plastica che non costano quasi niente, si fa così:

1.       A spese del contribuente, lo Stato lancia una grande campagna per dire dove si butta questo e dove si butta quello. L’Uomo Medio vive sommerso tra milioni di messaggi che contemporaneamente cercano di sedurre, di vendere qualcosa, di prenderein giro, di spaventare e per fortuna è quindi diventato quasi sordo a roba del genere; ma comunque i plasticari vogliono proprio quello che l’Uomo Medio non vuole – uno Stato Predicatore.

2.      A spese del contribuente, lo Stato potenzia tutta l’immensa infrastruttura che permette il riciclaggio.

3.      A spese del contribuente, lo Stato finanzia la ricerca e l’innovazione che permetterà a plasticari di godere di un po’ di materia prima più o meno gratuita.

Il bello è che il Contribuente è lo stesso tizio che compra la bottiglietta di plastica.

Quindi la situazione è questa.

C’è un’Istituzione (che chiamiamo vagamente “Europa”) che deve affrontare la catastrofe ambientale indotta dall’uso della plastica usa e getta.

Per farlo, ha davanti a sé un’alternativa:

1.       chiudere tutta la filiera, far licenziare 1,7 milioni di persone, far infuriare centinaia di milioni di elettori abituati a compare la bottiglina al supermercato, far tremare il PIL.

2.      Fare ammuina, cioè imporre i tappi legati. Che non sono del tutto inutili, certo, e danno l’illusione che si è fatto qualcosa.

C’è una Destra politica che coglie un rigetto istintivo di tanti. Immaginatevi una persona che lavora sodo e non ha tempo da perdere a informarsi troppo; che ha sentito dire che il riciclaggio risolve tutto, e sta attenta a riciclare; poi arriva una misura piccola, ma che si sente anche fisicamente come un po’ scomoda e ridicola, quasi a tatto una presa in giro, e che dice, “io non mi fido di te, che ricicli“. E la persona si chiede a pelle – “perché io, che non faccio male a nessuno, devo sempre pagare?“

C’è una Sinistra politica che si eccita subito, dicendo che la Destra è talmente menefreghista che pur di danneggiare l’ambiente, respinge anche una misura così evidentemente positiva e così piccola e così poco fastidiosa.

E c’è una Destra che ri-coglie la palla al balzo, e nota come la Sinistra sia sempre vessatoria e nemica della libertà e vuol fare pagare tutte le crisi agli ultimi.

Così sul nulla, riparte il Motore Perpetuo a Energia Avversaria.

Mentre la catastrofe ambientale avanza inesorabile, ovunque inconstrata.

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giovedì 4 luglio 2024

L’INFERMIERE DI FAMIGLIA RESTA ANCORA UNA RIVOLUZIONE MANCATA

 

a cura di Paolo Ferraresi, presidente dei Comitati Consultivi Misti dell’AUSL di Bologna

La nuova figura è cruciale per le cure sul territorio e a casa dei pazienti. Il fabbisogno minimo è di 20mila operatori, ma al momento ne sono operativi circa 3mila. Intanto le regioni si muovono in ordine sparso.

L’infermiere di famiglia è uno dei nuovi protagonisti della sanità del territorio: quell’assistenza cioè che dovrebbe avvicinare le cure a casa dei cittadini, evitando così che questi ingolfino ospedali e pronto soccorso.

Lì dove s’è già è diventato un punto di riferimento soprattutto per i pazienti cronici e gli anziani con più patologie. Ma oggi questa figura così importante è in realtà ancora una comparsa e rischia di restarlo per molto tempo ancora, nonostante il PNRR e il conseguente DM77 (il decreto che nel 2022 ha delineato gli standard della nuova sanità territoriale) faccia affidamento sull’ “”infermiere di famiglia e comunità”” (questa la denominazione ufficiale) per aiutare i pazienti a casa, negli ambulatori e nelle Case di Comunità, che stanno finalmente per aprire i battenti, grazie ad i fondi europei del Piano di ripresa e di resilienza.

–  A dirlo sono soprattutto i numeri dei 19.617 infermieri di famiglia previsti come minimo fabbisogno da questi standard (uno ogni 3.000 abitanti) ma ne sono operativi poco più di un decimo: l’ultima rilevazione dell’AGENAS, l’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali, parlava di soli 1380 in servizio. “”Oggi sono di più, in diverse Regioni, come ad esempio La Lombardia, sono cresciuti, ma il numero complessivo si aggira sui 3000 infermieri di famiglia. Siamo ancora molto lontani dal target previsto””, assicura Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione Ordini Professioni Infermieristiche. Tra l’altro una volta tanto le risorse ci sono pure: le prime sono state stanziate nel 2020, con il decreto Rilancio, con fondi sufficienti ad assumerne oltre 9000, poi la legge di bilancio del 2022 ha messo in pista fondi pluriennali per le assunzioni nella sanità territoriale, senza neppure dover scontare i paletti del tetto di spesa delle assunzioni. Ma la situazione è cambiata poco. I problemi essenzialmente sono due aggiunge Mangiacavalli:

1) il fatto che gli infermieri sono introvabili e se lo sono per gli ospedali lo sono anche per il territorio.

2) il secondo e più complessivo è legato al fatto che manchi un percorso specifico per questa figura, che non deve partire solo dall’informazione per cui va immaginata anche una laurea magistrale, ma da un trattamento economico e di carriera, che valorizzi anche questa tipologia di infermiere come altre figure specializzate.

Invece, già a partire dai concorsi che vengono banditi, oggi si cercano genericamente solo degli infermieri.””

Nel frattempo, come spesso accade nella, sanità italiana, le Regioni si muovono in ordine sparso: c’è il Veneto che è l’unica Regione che ha normato in tutti gli aspetti la figura dell’infermiere di famiglia e/o comunità (IFEC o IFOC che dir si voglia) dalla valorizzazione delle competenze al percorso di formazione, ma altre regioni quali Friuli, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, hanno previsto norme ad hoc per questa figura. Nel resto delle regioni vi sono riferimenti normativi oppure mancano del tutto, come è nel caso di Umbria, Molise e della Provincia di Bolzano.

A provare a disegnare un identikit definitivo dell’Infermiere di Famiglia e Comunità è stata di recente l’AGENAS, con le sue linee di indirizzo, dove si prevede che lavorerà a livello ambulatoriale, domiciliare o più in generale nella comunità: non solo come un “”erogatore di assistenza, ma anche come potenziale attivatore di servizi assistenziali””.

In questo ruolo si integra con “” i professionisti presenti nella comunità, medici di medicina generale/pediatri di libera scelta, assistente sociale, professioni sanitarie tecniche della prevenzione e della riabilitazione, e infermieri di assistenza domiciliare integrata (A.D.I.)””

Il percorso formativo prevede il conseguimento di un master universitario di primo livello ad hoc, ma potranno accedere a questo ruolo infermieri che lavorano già in ambito territoriale e abbiano maturato un’esperienza almeno biennale.

“”Ecco, ripartiamo da questo documento e facciamo che le Regioni lo facciano proprio per dare finalmente una spinta a questa figura”” conclude la Presidente degli Ordini Degli Infermieri Barbara Mangiacavalli.

MARZIO BARTOLONI – IL SOLE 24 ORE del 31 ottobre 2023

Post Scriptum 1

Secondo il regolamento del DM77 gli IFEC O IFOC nella nostra Città Metropolitana avrebbero dovuto essere almeno uno ogni tremila abitanti, cioè 297.  In realtà, fino a qualche mese fa erano circa 20.

–  I primi 20 professionisti hanno preso servizio nelle Case di Comunità, nel micro aree e nei Centri di salute mentale: sette nel distretto di Bologna città, tre in pianura est, due in pianura ovest, tre nel distretto di Reno-Lavino-Samoggia, due nel distretto Savena-Idice e infine tre in Appennino.

–   La cifra di 20 IFEC sembra però destinata a non dover aumentare. La nostra AUSL afferma che per ora la loro quantità è più che sufficiente. Non ci è dato di capire se il problema sia strettamente economico finanziario oppure se, nelle pieghe della Sanità Territoriale Metropolitana, siano già presenti in quantità sufficiente infermieri specializzati da utilizzare come IFEC/IFOC

–   La nostra AUSL afferma che comprendendo gli infermieri impiegati nell’Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.) che è un servizio che non tutte le Regioni hanno o nell’assistenza territoriale del post-acuzie, si raggiunge facilmente la cifra indicata del DM77 –

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Post Scriptum 2

Questo articolo però sugli IFEC finalmente ci dà ragione sulle risorse stanziate negli anni passati sulla figura degli infermieri. Sappiamo che negli anni trascorsi, con la gestione della sanità del Ministro Speranza, erano stati stanziati fondi per l’assunzione degli Infermieri.

–   Al fine di assicurare l’implementazione degli standard organizzativi, quantitativi, qualitativi e tecnologici ulteriori rispetto a quelli previsti dal PNRR per il potenziamento dell’assistenza territoriale, era stata autorizzata dal Ministro Speranza nel marzo 2022 la spesa per il personale di 90,9 milioni per l’anno 2022, 150,1 milioni per l’anno 2023, 328,3 milioni per l’anno 2024, 591,5 milioni per l’anno 2025, in deroga ai tetti di spesa.

–   I più ad integrazione dei fondi del PNRR erano stati previsti stanziamenti statali di 500 milioni ogni anno dal 2022 fino al 2026 per i costi del personale, relativi all’assistenza domiciliare, cioè infermieristica.

–   Sicuramente dal 2023 tutti questi fondi sono stati cassati dal governo Meloni, però dal Decreto Rilancio del 2020 fino all’Audizione di Speranza del febbraio 2022 alla Commissione Affari Sociali, è probabile che circa un miliardo di fondi siano stati stanziati ad hoc nel Paese per l’assunzione di personale, in particolare infermieristico, ma non si è mai potuto sapere che fine abbiano fatto.

–   Quasi sicuramente saranno finiti nel pozzo senza fondo delle spese sostenute dalle Regioni per combattere la Pandemia del Covid, ma, se fosse vero, almeno queste ultime non avrebbero dovuto lasciarlo  per sottinteso, e avrebbero dovuto chiarire ai cittadini e utenti come purtroppo in quali altri capitoli di spesa socio-sanitaria siano stati spostati quei finanziamenti, in realtà di primaria importanza per l’assistenza territoriale e in particolare per il sostegno all’utenza anziana con cronicità.

di Paolo Ferraresi, Comitati Consultivi Misti dell’AUSL di Bologna

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mercoledì 3 luglio 2024

Partire dal cibo - Marinella Marescotti

 

Per rompere il muro dell’indifferenza e dell’ineluttabilità è stato organizzato un contro-vertice, per dare segnali alternativi, per dire che un altro mondo è assolutamente necessario. Lo abbiamo chiamato la controcena dei poveri e si è svolto oggi a Brindisi in occasione del G7.

PARTIRE DAL CIBO

Il cibo è essenziale per la vita, unisce tutti.

Il cibo può ammalare il nostro corpo o può mantenerlo sano.

Il cibo può  ammalare il nostro pianeta o può mantenerlo sano.

Il cibo può essere un sano nutrimento o un alimento carente di nutrimento, pieno di zuccheri raffinati e grassi dannosi.

Il cibo è lo specchio delle contraddizioni del momento che viviamo, in cui la fame nel mondo ricomincia ad essere in crescita dal 2015.

I DATI sulla fame

 

Secondo i dati Fao (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura dell’ONU) del 2023, gli affamati sono 828 milioni di persone, oltre  il 10% della popolazione mondiale, più di 3 miliardi di persone (oltre un terzo della popolazione complessiva soffrono qualche forma di insicurezza alimentare!

L'OMS stima 11 milioni di morti per fame all'anno, uno ogni 3 secondi.

Nel settembre 2000 tutti i 193 stati membri dell’Onu hanno firmato la dichiarazione che fissava gli obiettivi di sviluppo del millennio (MDGs), da raggiungere entro il 2015. Al primo posto  "sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo". All’inizio si sono registrati segnali di miglioramento ma dal 2015 il numero delle persone affamate sono aumentate, anche a causa dei cambiamenti climatici e delle guerre, non ultima quella in Ucraina che ha portato a gravi conseguenze sull’esportazione del grano nei paesi africani.

Le contraddizioni 

La malnutrizione ha due aspetti speculari, entrambi dannosi: 

·         la carenza di cibo e la conseguente denutrizione, con ritardi nello sviluppo e gravi problemi di salute

·         L’eccesso di cibo iper-trasformato, carente di sostanze nutrienti per il corpo, pieno di calorie, zuccheri raffinati e grassi dannosi

Si comincia ad assistere da diversi anni a nuove  forme di malnutrizione con l’avvento di fast food e alimenti iper-industrializzati: la combinazione di sovrappeso e ritardo di crescita. 

Questi due problemi stanno causando danni sia per gli individui sia per la salute pubblica sia per il pianeta.

I cibi iper-trasformati sono frutto di sistemi alimentari che producono sfruttando le risorse del pianeta in modo inaccettabile e che distribuiscono gli alimenti in modo insostenibile.

La FAO  stima che quasi il 30% delle emissioni di gas serra sia a carico del settore agro alimentare, per la produzione e la distribuzione di cibo.

A questo si aggiunge il consumo di suolo, il consumo di acqua, l’utilizzo di pesticidi e veleni per le coltivazioni, la riduzione di biodiversità.

Un ulteriore dato inaccettabile è quello dello spreco alimentare che ogni anno oltrepassa il miliardo di tonnellate di cibo. Circa un terzo delle produzioni (frutta, verdura, pesce, cereali, prodotti caseari e carne) viene persa, mentre potrebbe sfamare abbondantemente la parte di popolazione del pianeta affamata.

Dobbiamo quindi ripensare l'intero funzionamento dei nostri sistemi alimentari. La sfida non è solo sradicare la fame dal mondo, ma sradicare la malnutrizione in tutte le sue forme e invertire la rotta della produzione e distribuzione del cibo per frenare i cambiamenti climatici e i danni  al pianeta

LE SOLUZIONI

Con i dati appena visti, 800 milioni circa di affamati e migranti climatici, che senso può avere una soluzione di respingimento?

Le soluzioni devono essere strategiche e devono rivedere radicalmente il concetto di ‘sviluppo’, in modo che tenga conto della limitatezza delle risorse del pianeta e della necessità di preservarlo per le future generazioni. 

Le soluzioni devono essere sistemiche per la complessità dei problemi in gioco  e per l’interdipendenza che contraddistingue la nostra società.

Le risorse ci sono, dirottandole dalle spese militari a obiettivi di salvaguardia della vita.

In questi giorni si riunisce il G7 in Puglia: basterebbe tagliare l'1% (uno percento, avete letto bene) del  bilancio militare dei grandi sette della Terra per sradicare la fame nel mondo. I paesi del G7  manterrebbero comunque una schiacciante superiorità militare sulla Russia.  

Inoltre con una riduzione complessiva del 5,7% delle spese militari dei paesi del solo G7 si potrebbero eliminare dal mondo:

- la morte per fame, riducendo dello 0,94%; 

- la morte per malaria  riducendo dello 1,06%

- la mortalità infantile in eccesso, riducendo dello 0,94%. 

Tutto ciò sempre senza perdere la superiorità rispetto alla Russia che spende 109 miliardi di dollari all'anno rispetto ai 1.166 miliardi di dollari dei paesi del G7.

I dati sono stati preventivamente assunti ed elaborati dall’associazione Peacelink e successivamente sottoposti alla verifica di un avanzato sofware di Intelligenza Artificiale, in grado di analizzare gli immensi archivi delle statistiche mondiali. In tal modo si è ottenuta conferma  dell’accuratezza dei risultati calcolati.

Invece a che cosa assistiamo? 

Ad un aumento generalizzato delle spese militari: nei paesi del G7 nel 2017 ammontavano a circa 855 miliardi di dollari, oggi sono arrivate a 1166 miliardi.

Basterebbero le considerazioni appena fatte per convincere tutti, in primo luogo i grandi della Terra, a prendere decisioni per cambiare rotta drasticamente, per il bene degli individui, delle comunità e del pianeta.

Per rompere il muro dell’indifferenza e dell’ineluttabilità è stato organizzato questo contro-vertice, per dare segnali alternativi, per dire che un altro mondo è assolutamente necessario.

Un riferimento alla controcena dei poveri… un cibo popolare, la frisella e il couscous, che fa bene alla propria salute e a quella del pianeta, che unisce  le persone in una relazione conviviale. Nella dieta mediterranea, patrimonio immateriale dell’umanità  dell’Unesco, oltre alla qualità e quantità degli alimenti è riconosciuto il valore della condivisione conviviale.

Ripartiamo dal cibo semplice, nutriente,  di origine vegetale, che segue la stagionalità e le peculiarità dei territori in cui è coltivato, quindi cibo a km zero e tipico di una comunità, cibo popolare.

Le frise sono l’espressione del pane da conservare, di cui non andasse persa neanche una briciola….anche le briciole di frise, i cosiddetti ‘frizzuli di friselle’ si consumavano con pomodori o con zuppe di  legumi e verdure. Grani duri antichi, coltivati da piccoli produttori locali che hanno preferito la restanza all’emigrazione per contrastare l’abbandono delle campagne e dei piccoli centri.

L’alternativa alle politiche che affamano, ammalano, avvelenano, distruggono… può iniziare da frise e couscous,  dal complesso di valori e buone pratiche che c’è dietro.

Saggezze alimentari di tutti i POPOLI, unitevi!

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martedì 2 luglio 2024

Macello-Italia - Enrico Campofreda

  

Taluni commenti di esperti sull’atroce episodio in cui ha perso la vita Satman Singh - morto per l’ulteriore colpevole mancanza del datore di lavoro (Antonello Lovato, solo qualche anno in più del dipendente sbracciato e dissanguato), la prima era uno sfruttamento schiavistico mascherato in lavoro, la seconda l’assenza di soccorso davanti a un ferimento gravissimo - mettono in relazione questioni che possono avere un unico comune denominatore: la scellerata illegalità del padroncino. Certo che sottopagare una prestazione comporta maggiori margini per abbassare il prezzo della merce, ma non è questo che ha fatto morire il bracciante indiano. La sicurezza viene bellamente aggirata con tanto di documentazione bollata, e chi si occupa della materia lo ripete fino alla nausea: c’è bisogno di controllare dal vivo i posti di lavoro. Ovviamente quelli pericolosi, gli incidenti negli uffici difficilmente producono decessi. Perché i controlli mancano? Si dice che gli ispettori sono pochi e le amministrazioni locali e i governi fanno in modo che rimangano tali non prevedendo assunzioni e ampliamenti d’organico. Invece non sono pochi coloro che vestono una divisa, ma giungono sul luogo del misfatto solo per constatare la morte del lavoratore, non per prevenirla. Così quel che tutti conosciamo e in alcuni casi vediamo, prosegue impunemente. L’illegalità legalizzata è nota alle Istituzioni che magari legiferano norme puntualmente inosservate per la citata mancanza di controlli e sanzioni severe. All’omertà ricattatoria imposta ai ‘lavoratori invisibili’ trasformati in cadaveri da smaltire, s’unisce quella delle associazioni di categoria, in certi casi mastodonti (Confagricoltura, Coldiretti, Legacoop, Confcooperative) che poco verificano di che pasta son fatti i soci e se viene a galla qualche problema, per fortuna mica solo incidenti e decessi ma le più frequenti evasioni fiscali, parlano di mele marce. Proprio così, anche se non si coltiva frutta. C’è bisogno sempre d’indagini della magistratura? No. Basterebbe un po’ d’autocontrollo applicando la decantata deontologia. Basterebbe non perdere la faccia.

Ma non sembra questo l’intento di parecchie categorie d’impresa, attente solo al mercato e al fatturato. Magari alla réclame che le proclama: pop, intelligenti, made in Italy, chilometro zero anche quando i chilometri percorsi dalle merci hanno molti, molti zeri. Inchieste giornalistiche ormai datate hanno sbugiardato alcuni prodotti italiani d’eccellenza, oro della ‘filiera controllata e dop’ come il Consorzio del Parmigiano Reggiano che prendeva il latte da un’Ucraina allora non in guerra e da altri Paesi comunitari e non. Idem per il Consorzio del Prosciutto di Parma le cui cosce di suino venivano anche da Romania, Serbia e chissà dove. I maiali dell’est europeo sono meno sani? Forse no, ma risultano meno controllati e soprattutto i consumatori venivano turlupinati da una pubblicità che garantisce una produzione 100% italiana. Oggi s’è cambiato registro? Mah, la certezza è vaga. E sembra che i suddetti esperti non siamo proprio avvezzi a fare la spesa quando decantano la sicurezza, non dei metodi di produzione che non appaiono e non devono apparire sulle etichette, dovrebbero essere vigilati a monte, ma la sicurezza della genuinità della merce. La caparbia Sabrina Giannini da anni si dedica a mostrare cosa c’è dietro alcune etichette ipercertificate attraverso trasmissioni televisive che hanno scontentato non tanto i colossi mondiali come Monsanto, poco avvezzo alla nostra tivù, ma aziende del ‘made in Italy’ come il Gruppo Cremonini Spa in diretto rapporto mercantile con gli allevamenti intensivi responsabili d’un impatto ambientale assolutamente insostenibile. L’attenta comunicazione dell’azienda ricorda che: “…l’alimentare è il secondo settore industriale italiano, un sistema di 6.500 imprese, con 400.000 addetti, 120 miliardi di fatturato che segue un regime normativo europeo rigoroso”. Peccato che diversi reportage hanno evidenziato altro, che i maiali acquistati dal Gruppo Cremonini provengono anche da allevatori-malfattori incuranti di igiene e ogni sorta di presidio sanitario, per tacere sul bestiale trattamento delle bestie. Sarà per questo che la Rai vuole esiliare la giornalista? Sarà per questo che nel novembre scorso il presidente della Coldiretti Prandini ha aggredito il deputato Magi che protestava davanti a Montecitorio per il voto contrario alla carne coltivata? 

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lunedì 1 luglio 2024

Caporalato: da Nord a Sud, le 405 località dove lo sfruttamento è sistematico - Luisiana Gaita

 

 

Dai due maxighetti della Capitanata con ottomila persone, alle campagne di Ragusa dove tuttora, nonostante inchieste e arresti, le braccianti rumene vivono in condizioni di totale sfruttamento, lavorativo e sessuale; dal Friuli Venezia Giulia dove la Flai-Cgil raccoglie decine di denunce contro i caporali, alla Piana di Gioia Tauro. La definisce “una bomba a orologeria” Jean René Bilongo, presidente dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, che della situazione del caporalato in Italia conosce i numeri e, soprattutto, le storie. Tutte diverse, tutte difficili. La verità è che poteva accadere anche altrove la vicenda di Latina, dove il bracciante indiano Satnam Singh è stato abbandonato davanti casa dopo aver perso un braccio in un incidente sul lavoro ed è morto dissanguato. Sarà presentato il prossimo autunno il VII Rapporto Agromafie e caporalato, ma già la scorsa edizione ha fornito una vera e propria mappa del caporalato in Italia, individuando 405 tra località e aree in cui lo sfruttamento è sistematico.

La geografia del caporalato – “Abbiamo individuato 45 aree nel Nord Ovest, 84 nel Nord Est, 82 al Centro, 123 al Sud e 71 nelle Isole, a dimostrazione che questo non è un fenomeno che riguarda solamente e soprattutto il Meridione” sottolinea Jean René Bilongo a ilfattoquotidiano.it. Dalla mappa pubblicata sul rapporto è evidente che ci sono, poi, situazioni particolarmente critiche localizzate in alcune regioni. Basti pensare che in Sicilia ci sono 53 aree tra quelle individuate, in Veneto sono 44, in Puglia 41, nel Lazio 39, in Emilia-Romagna 38, in Calabria 29, in Campania 28, in Toscana, Piemonte e Lombardia rispettivamente 27, 22 e 21. “Le aree dove il fenomeno ha assunto da anni o sta assumendo dimensioni preoccupanti sono tantissime. Tra queste ci sono certamente – dice il presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto – la Capitanata in Puglia, la Piana di Gioia Tauro in Calabria, il Matapontino in Basilicata, ma anche la situazione a Rauscedo, frazione del comune di San Giorgio della Richinvelda, in Friuli-Venezia Giulia. E poi Trapani, Vittoria, in provincia di Ragusa e Cassibile (Siracusa), la piana del Fùcino, in provincia dell’Aquila, in Abruzzo”. Oltre a paghe da miseria, sfruttamento e condizioni di lavoro inaudite, che accomunano i braccianti che vi arrivano in Italia da Paesi diversi, poi ogni area fa storia a sé.

Gioia Tauro, una bomba a orologeria – “Stiamo registrando un aumentare delle situazioni di disagio psichico, per esempio, a Gioia Tauro. Segno che lo smantellamento delle tendopoli non dà i risultati sperati, anche perché non ci sono alternative, a parte il Villaggio della solidarità” è la tesi di Bilongo. Qui, infatti, ad aprile è stato sgomberato il campo container di Rosarno, insediamento nato dopo la rivolta del 7 gennaio 2010, ma rimasto provvisorio per circa dieci anni, arrivando ad ospitare anche più di 300 persone. Novanta lavoratori stagionali sono stati trasferiti nel ‘Villaggio della solidarietà’, realizzato nell’area della Betom Medma, ex cementificio confiscato alla cosca Bellocco. I posti, però, non bastano. A maggio 2024, inoltre, il consiglio comunale ha bocciato la delibera per sbloccare la riqualificazione dell’area di San Ferdinando, dicendo no all’ecovillaggio per i lavoratori immigrati, una struttura per ospitare 350 persone, già finanziata dalla Regione Calabria con 10 milioni di euro di fondi comunitari. L’obiettivo era quello di chiudere proprio la tendopoli di San Ferdinando che, insieme al campo container di Rosarno e ai casolari abbandonati di Contrada Russo, a Taurianova, è stata oggetto di un recente report dell’organizzazione umanitaria Medici per i Diritti Umani (Medu). Nella Piana, secondo il dossier, oggi ci sono circa mille persone, in calo rispetto alle circa 2.500 degli anni precedenti al 2020, dovuto a una contrazione nell’offerta di lavoro derivante dalla crisi ormai pluriennale del settore agrumicolo. “Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti – spiega Medu – restano ancora ben lontane dagli standard minimi di dignità. I nuovi insediamenti istituzionali, inaugurati con estremo ritardo, costi elevati e fondati dubbi sulla sostenibilità futura, queste soluzioni riguardano solo una minima parte dei braccianti”. Resta il dubbio su quali saranno le sorti di centinaia di braccianti che raggiungeranno la Piana all’inizio della prossima stagione.

Piana di Metaponto, il centrodestra non apre il centro di accoglienza – Domande che ci si pone anche nella piana di Metaponto, in Basilicata. Il centrodestra alla guida della Regione ha deciso di non riaprire il centro di accoglienza per i lavoratori stagionali. “La mancata riapertura a Palazzo San Gervasio del Centro di accoglienza rende di fatto meno controllabile il fenomeno del caporalato” denuncia Antonio Nisi, dirigente Cia Basilicata, riferendo che “per ora a Palazzo sono arrivati tra i 50 e i 60 extracomunitari, quasi tutti di origine africana, ma il problema sarà decisamente più grave nelle prossime settimane”.

Il caporalato nel ricco Friuli tra vigneti e allevamenti di polli – Bilongo ricorda che nell’ultimo rapporto Agromafie e caporalato, le due aree indicate per il Friuli sono state Rauscedo e San Giorgio della Richivelda, entrambe a Pordenone. “Qui c’è ormai un sistema radicato – sostiene il sindacalista – che coinvolge cooperative spurie (quelle che mascherano l’individualità del caporale con una personalità giuridica di natura collettiva, ndr), commercialisti e professionisti di varia natura, come mostrano le indagini aperte sul territorio”. Nel 2021, in particolare, è stata aperta un’inchiesta dopo che una cinquantina di immigrati provenienti dal Pakistan e dall’Afghanistan, hanno denunciato i propri sfruttatori. Alcuni di loro erano costretti a lavorare non solo per dodici ore al giorno nei vigneti, ma anche di notte, raccogliendo i polli negli allevamenti. Questi lavoratori, e si tratta di un caso senza precedenti, hanno ottenuto il permesso di soggiorno proprio per lo sfruttamento subìto dai caporali.

Portati nella Piana del Fucino con i voli charter perché “indispensabili”. E sfruttati – Anche la Piana del Fucino, in Abruzzo, non fa eccezione. Il Pil prodotto nel Fucino è pari a circa un terzo di quello della regione. Oggi, tra i lavoratori stagionali, la maggioranza è di origine magrebina ed il resto di origine macedone, pakistana, tunisina. Come denunciato di recete dal sindacato Flai Cgil dell’Aquila, dopo quanto emerso nelle assemblee con i braccianti agricoli “il caporale di turno stabilisce differenze di paga oraria fra lavoratori che pure svolgo la stessa mansione nei campi, l’uno al fianco dell’altro, facendo dei profitti sulla loro fatica”. Bilongo ricorda con amarezza i tempi in cui, in pieno lockdown, gli imprenditori agricoli del Fucino fecero arrivare a proprie spese, a bordo di voli charter, i braccianti marocchini nel frattempo rientrati in patria, perché ritenuti “indispensabili” nella raccolta di patate, finocchi, lattuga e spinaci. “Passata la pandemia – commenta – tutto è tornato come prima, con le paghe da fame pre-pandemiche”.

Per gli immigrati della Capitanata “quella è l’Italia” – Tra Foggia e Manfredonia, in Puglia, c’è una situazione che Bilongo definisce “ormai storica”. L’area è quella della Capitanata, “dove ci sono due maxi ghetti con circa 8mila persone”. Borgo Mezzanone è nato negli anni Novanta, poi dal 2018 si è allargato nel vicino Centro di accoglienza per richiedenti asilo, chiuso e abbandonato dopo il decreto Salvini. Le condizioni sono rimaste disperate e, così, negli ultimi anni sono diversi i braccianti che hanno perso la vita in un rogo o perché intossicati dal monossido di carbonio mentre cercavano di riscaldarsi con un braciere. “Quella, però – commenta il sindacalista – è una situazione che neppure esplode, perché è consolidata. Quei ragazzi credono che quei luoghi siano la normalità. Per loro quella è l’Italia”. Diverse le inchieste, le storie di migranti per 10 ore di lavoro nei campi 15 euro al giorno, meno i cinque da restituire per il trasporto.

In Sicilia, dagli stupri di Vittoria ai raccoglitori di olivi nell’ex cementificio – Diverse le aree siciliane nella ‘mappa del caporalato’. Dieci anni fa, a Vittoria (Ragusa) scoppiò il caso delle bracciante rumene costrette non solo allo sfruttamento nei campi, ma anche a quello sessuale. Casi di figli nati, ma anche di tanti, tantissimi aborti. “Dopo le inchieste e gli anni passati – racconta Bilongo – ci sono meno aborti, ma le donne rumene sono ancora costrette a partecipare ai festini, per accontentare i caporali e i loro amici”. A Cassabile (Siracusa) ogni anno da aprile a giugno, in occasione della raccolta delle patate, diverse centinaia di migranti, soprattutto di origine marocchina e sudanese, si aggiungono ai circa 5 mila residenti del Comune. Normalmente si apre una struttura “ma una parte corposa dei lavoratori che arrivano vivono in condizioni inaccettabili”. A Trapani, invece, è stata sgomberata a maggio scorso l’area dell’ex cementificio ‘Calcestruzzi Selinunte’, a Castelvetrano occupata dai migranti che ogni anno arrivano per la raccolta delle olive: “Centinaia di sub-sahariani che, anche in questo caso, vivono in condizioni disumane, nonostante concorrano a sostenere una filiera importante per tutto il territorio”. Condizioni di vita “indecenti” anche per il ghetto di contrada Ciappe Bianche, in territorio di Paternò, dove viveva il bracciante marocchino Mouna Mohamed, ucciso a febbraio 2024 da un connazionale, in una stazione di servizio. Qui vivono i migranti impiegati negli agrumeti della Piana di Catania, sfruttati per pochi euro al giorno.

Il caporalato fuori dai campi. I casi del Veneto – Nel report dell’Osservatorio Placido Rizzotto, si dà ampio spazio anche al Veneto e, in particolare alla provincia di Treviso. Non che manchino le storie di braccianti, anche minorenni, a cui era stata promessa una paga di 6 euro all’ora e un contratto regolare per lavorare nei vigneti, ma che hanno visto solo botte e minacce di morte, ma è anche un buon esempio per mostrare che il caporalato non si fa solo in agricoltura. D’altro canto, ad aprile scorso è stato chiesto il processo per nove cittadini cinesi che sfruttano operai nei laboratori tessili e del comparto calzaturiero di ditte con sedi tra i comuni di Altivole, Borso del Grappa e Asolo. Nello stesso mese, altre due operazioni sono state condotte in due laboratori finiti nel mirino della Finanza, anche per caporalato, a Istriana e in quattro aziende di Villorba. Forse, però, il caso più emblematico resta quello di Grafica Veneta, l’azienda finita nella bufera a luglio 2021, quando 11 persone sono state arrestate per caporalato nei confronti di altrettanti lavoratori pakistani, sfruttati, picchiati, e costretti a turni di 12 ore al giorno, senza alcuna indennità. Né dignità.

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