mercoledì 26 ottobre 2011

olive in Palestina

La grande diplomazia non segue le stagioni della terra. Neanche quando si tratta di Medio Oriente. Il Quartetto ha deciso che bisogna battere il ferro del cosiddetto processo di pace tra israeliani e palestinesi, e allora sta per arrivare per far partire contatti indiretti tra i due contendenti. Non diretti, come auspicherebbe Benjamin Netanyahu. Perché, ha detto ieri anche Salam Fayyad, non ci sono “le condizioni giuste per i negoziati”.

Condizioni giuste? Sembra una definizione astratta, quella di Fayyad. A vivere da queste parti, però, si capisce subito che le “condizioni giuste” non riguardano tanto e solo i grandi eventi, il discorso di Abu Mazen all’Onu, la richiesta del riconoscimento dello Stato di Palestina, la liberazione della prima tranche di palestinesi nello scambio mille a uno tra i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e Gilad Shalit. Riguardano la vita quotidiana. Olive comprese.

L’autunno, qui, è una stagione delicata. Forse ancor più delicata delle altre. C’è la raccolta delle olive, che comincia un po’ prima di quanto succede in Italia. Causa clima. E proprio a ridosso della stagione della raccolta, ci si trova a dover raccontare – ancora una volta – di olivi sradicati dai coloni, di scontri tra contadini palestinesi e coloni israeliani, di lacrimogeni e arresti. Il tutto, in Cisgiordania. E la raccolta delle olive, per l’economia palestinese, non è per nulla un settore residuale. Al contrario. Al netto del milione di ulivi che sono stati sradicati per costruire il Muro di Separazione, di piante ce ne sono 12 milioni, attualmente...

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martedì 25 ottobre 2011

Le mani delle multinazionali sui prodotti agricoli

Pomodori, patate, broccoli, ogni altro alimento. Oggi li comprate al negozio, al mercatino sotto casa, al supermarket. Dovrete sempre continuare a farlo per nutrirvi, ovviamente, ma in un futuro prossimo potrà costare più caro a voi consumatori e ancor più caro ai produttori, perché le grandi multinazionali dell'agroalimentare brevettano all'Epo (European patents office, ufficio europeo dei brevetti, sede Monaco di Baviera) queste produzioni, e quindi in sostanza se ne assicurano l'esclusiva. Contro questa pratica, incompatibile con normative e leggi della stessa Ue, si terrà domani alle 11 a Monaco una manifestazione internazionale.

Il brevetto per strappare al resto del mondo l'esclusiva della patata, del pomodoro, del broccolo, della bistecca, secondo le associazioni di difesa della natura e della materia vivente come Equivita in Italia, è ormai una strategia portata avanti a carte scoperte da multinazionali come Monsanto, Dupont, Syngenta, Bayer, Basf solo per citare alcune tra le più potenti. Domani appunto l'Ufficio europeo dei brevetti annullerà il ricorso contro il brevetto sul broccolo (EP10698199), e in quel giorno è convocata la manifestazione davanti alla sua sede nella capitale bavarese. Poi seguirà il brevetto sul pomodoro (EP1211926). In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto. Cioè coltivare broccoli o pomodori, materia vivente e patrimonio alimentare comune dell'umanità, verrà equiparato a produrre una bella Bmw o Mercedes, cioè ovviamente diritto esclusivo del produttore d'auto, e dei suoi team di ingegneri, ricercatori e operai che hanno sviluppato l'auto messa poi in vendita...

lunedì 24 ottobre 2011

Rachel Botsman - Il consumo collaborativo

Condividere per non consumare - Maurita Cardone

’Time Magazine’ lo annovera tra le dieci idee dell’anno che rivoluzioneranno il mondo.Qualcuno lo chiama collaborative consumption, altri parlano di sharing economy. È un concetto nuovo e radicale che, se applicato su larga scala, potrebbe davvero cambiare le regole delle nostre società.
Per capire di cosa si tratta basta guardarsi intorno: possediamo decine di oggetti che non ci servono o che hanno smesso di servirci, siamo circondati da cose che non usiamo o che usiamo molto raramente. Cose che possiamo dare in affitto, barattare, regalare o condividere. E non si tratta solo di oggetti: abbiamo spazi, tempo, capacità, conoscenze con un potenziale inutilizzato.
Il collaborative consumption si basa sull’idea che tutto ciò possa essere utilizzato collettivamente. Di fatto si tratta di sostituire l’idea del possesso con quella dellacondivisione. Un concetto che getta i semi per una società post-consumista, con vantaggi economici, ambientali e sociali. Alla base c’è internet, c’è lo sfruttare al massimo il potenziale di rinnovamento della rete, l’applicazione dell’idea dei social media alle abitudini di consumo.

I primi esempi di collaborative consumption nascono alla fine degli anni ‘90 con lacondivisione di prodotti culturali. Ad aprire le porte a quest’idea è stato Napster, il primo sistema per la condivisione di musica, online che ha reso l’acquisto di cd un’abitudine obsoleta. Open source, file sharing e social media si pongono sulla scia della condivisione, che si tratti di programmi per il computer, prodotti culturali o esperienze di vita. La parola chiave è peer-to-peer ovvero da pari a pari, una struttura, nata nell’ambito dell’informatica, che ribalta l’ordine gerarchico in favore dello scambio su tutti i livelli.

Nel giro di pochi anni sono nate decine di siti dove poter consumare musica, film, immagini, software, e-book senza bisogno di pagare. Le regole del copyright hanno iniziato a traballare. Dai prodotti culturali ai generi di largo consumo il passo è breve. Aggiungendo al mix la capacità dei social media di espandere il proprio potenziale sociale e creare connessioni in base a interessi o posizione geografica, il risultato è uno stile di consumo rivoluzionario. Oggi esistono decine di servizi attraverso cui si può ottenere qualsiasi cosa pagando poco o niente. Il car e il bike sharing, i servizi per lo scambio di casa, il couchsurfing, Airbnb, Freecycle, le banche del tempo, gli swap market, tutto fa parte della stessa tendenza, di una rivoluzione dei consumi che antepone l’utilitarismo della fruizione al mero piacere di possedere. Al contrario di quanto avveniva nella società del boom economico, il fine non è accumulare, bensì avere a disposizione beni e servizi nel posto giusto al momento giusto. Allo stesso tempo, il reimmettere quei beni su un mercato secondario (di risulta, potremmo dire), crea valore aggiunto. Un valore che viene generato su cose già acquistate e che già possediamo. La riduzione dei volumi di beni acquistati – e quindi immessi sul mercato – ha degli evidenti vantaggi ambientali. Inoltre lo scambio, la comunicazione e il consumo collaborativo, creano e rafforzano le relazioni sociali, rovesciando il presupposto individualistico del consumerismo...

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domenica 23 ottobre 2011

dopo la fine del petrolio

"Proiettiamoci nel futuro: quando gli esseri umani non bruceranno più carbone, petrolio o gas naturale. Continueremo a guidare qualche tipo di auto? Viaggeremo in aereo? Da dove verrà la luce per l'illuminazione?" Comincia così l'ultimo saggio di Robert Laughlin, premio Nobel per la fisica, docente all'università di Stanford nel cuore della Silicon Valley californiana: Powering the Future (Basic Books, 2011).

Puntando sulle proprie competenze, parla da fisico, non da economista né da scienziato dell'ambiente: questo gli consente di tenere i piedi per terra, ragionando su vincoli e leggi della fisica fondamentali. E sfocia su una conclusione sorprendente: dovremo continuare a fabbricarci qualcosa che assomigli a petrolio, benzina e cherosene, perché né l'idrogeno né l'atomo né il solare potranno completamente sostituirsi all'efficienza di questi carburanti. Ma li produrremo sinteticamente grazie all'agricoltura. "Non sottraendo raccolti alla stessa agricoltura che alimenta gli esseri umani; bensì coltivando oceani e deserti"...

animali fedeli

mercoledì 19 ottobre 2011

a Zegg

A circa 80 chilometri a sud-ovest di Berlino, è una realtà piuttosto versatile. Fondata nel 1991, ha passato varie fasi. In principio era un omogeneo gruppo di pionieri che si è poi trasformato in un network di diverse attività di natura politica, artistica e spirituale. È abbastanza centrale la ricerca di nuovi modelli di espressione della sessualità e di un equilibrio ed una pace interiori avendo, come corollario, un costante lavoro su “l’essere trasparenti”, nei riguardi di se stessi e degli altri.
A questo riguardo credo meriti menzione il Forum, uno spazio, dotato di palcoscenico, in cui possano essere espressi e “teatralizzati” pensieri, sentimenti e volizioni per promuovere la trasparenza degli individui nei più importanti ambiti del vivere individuale e collettivo.
La comunità dispone di 15 ettari di terreno con un grande orto biologico ed in cui si opera in sintonia con i principi della permacultura, una foresta, una casa per bambini, bar, una piscina, laboratori, uno studio d’arte ed altro.
A Zegg si organizzano seminari e molte conferenze attraverso la Zegg GmbH (una limited di cui sono soci alcuni residenti, proprietaria del terreno su cui sorge l’ecovillaggio).
È complessivamente una realtà piuttosto attiva. Ha ospitato l’incontro del GEN Europe nel luglio 2004.
Sono 87 i residenti di cui 13 bambini.
L’economia è soprattutto di tipo privato (alcuni residenti lavorano nell’ambito della limited citata, altri hanno lavori autonomi all’interno o meno della comunità) e le decisioni vengono prese per consenso.
Si utilizza l’acqua di un pozzo comunitario ed un filtro naturale, il riscaldamento è integralmente a legna ed alcune automobili “vanno ad olio vegetale”. Zegg non è una realtà isolata sul territorio ma collabora costantemente con altre realtà locali per potenziare un’economia sostenibile su base regionale.
In ambito comunitario viene, infine, valorizzata una dieta di tipo vegetariano o vegano.

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