Lo
scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la
serenità mia e dei miei cari”
Gomorra mi
ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho
trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho
fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel
pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che
ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.
Uno
scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si
affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si
affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse
essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare
il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo –
che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero
semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito
che non si estingue.
Ed eccomi
qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere.
Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può
contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia
stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua
creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale,
pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi
dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi
la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a
scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.
Solo pochi
mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le
uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano
Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi
aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui
avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie,
voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana,
ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua
memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di
camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero
volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo
trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto
tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio
che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione
logica, una sua intelligenza.
Nato a
Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno
senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a
tormentarmi? Così il
pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di
ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone,
che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica.
Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di
Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del
cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci
cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.
Oggi, quando
ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno
sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo
vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei
tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé
stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti,
ecco tutto.
Mi maledico
per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere
tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi
si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E
la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro
che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi
ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando
di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio
per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la
psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra
parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è
odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è
nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al
governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse:
«Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».
Su un altro
fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile:
Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv.
I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i
Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva
più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo
attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se
stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano
alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra
aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.
Eppure, nel
corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da
chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno
sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero,
quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle
stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le
dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si
preferisce ignorare.
«Se ti
facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono
sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo
con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per
scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto
quello che avevo visto, sentito, annusato.
Così è nato
Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire
io.
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