venerdì 21 giugno 2024

Chi causa davvero gli incidenti stradali. P.S. è ora di finirla con l’eutanasia dei (pochi) neuroni

Con supremo sprezzo del ridicolo, nel bandire una protesta davanti alle Prefetture sarde per il prossimo 27 giugno 2024, la Coldiretti, fra l’altro, ha affermato: “Il Rapporto dell’associazione sostenitori e amici della polizia stradale, si legge in una nota dell’associazione, sottolinea come in Sardegna siano stati 4 gli incidenti gravi negli ultimi anni (persone ferite gravemente o decedute) causati da animali con, nel 2023 in Italia, 193 i casi rilevanti, in aumento del 7,8% sul 2022 e 11 decessi. In 170 casi, sottolinea il report, l’incidente è stato causato da animali selvatici (88%) mentre il restante 12% da animali domestici”.

Sempre secondo Coldiretti, in base ai piani di contenimento della fauna selvatica elaborati dalle Province, “nella Provincia di Oristano …  nel corso del 2022 e del 2023 sono stati accertati rispettivamente 85 e 83 incidenti stradali causati dal cinghiale … nel Nuorese … gli incidenti stradali rilevati nel periodo 2018/2021 nella Provincia sono stati 360 … a Sassari … gli incidenti stradali sono passati dai 150 nel 2014 ai 248 del 2019 sino all’impennata del 2021 quando il Piano ne ha registrato 400”.

Ovviamente non finisce qui.




La notte fra il 17 e il 18 giugno scorso un turista è deceduto per una caduta dalla moto causata da uno scontro fortuito con un esemplare di Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus) nella zona di Is Molas, in Comune di Pula (CA).

”Negli ultimi anni la nostra compagnia si sarà occupata di 50, forse 60 incidenti di questo genere”, afferma Gianluca Spagnolu, comandante della Compagnia Barracellare di Pula (vds. L’Unione Sarda, 20 giugno 2024), mentre il consigliere comunale pulese Emanuele Farneti (vds. L’Unione Sarda, 19 giugno 2024) “si batte da anni per un controllo di cervi e daini: ‘La soluzione è una sola, ripristinare gli equilibri attraverso la riduzione numerica’” a base di piombo, visto che il consigliere-cacciatore non conosce altro. E soluzioni analoghe, con la fantasia di un presepio, auspica anche il sindaco di Pula Walter Cabasino.

Naturalmente nessuno propone quelle recinzioni alte e robuste, magari anche elettrificate, lungo la viabilità principale e secondaria che sono realtà quotidiana in gran parte d’Europa.



Il Comune di Pula – tanto per far capire il livello della politica locale – si è distinto in questi anni per essere l’unico Comune ad aver accolto e fatto propria una petizione di cacciatori locali promossa dall’allora assessore-cacciatore Farneti per tagliare ben 1.600 ettari di territorio del parco naturale regionale di Gutturu Mannu per banali interessi venatori.

Autolesionismo demenziale sigillato dalla  legge regionale Sardegna 23 ottobre 2023, n. 9.

La fauna selvatica causerebbe, quindi, un’ecatombe di morti e feriti a causa degli incidenti stradali, tanto da aver spinto il Governo Meloni a prevederel’adozione di piani di abbattimento della fauna selvatica senza se e senza ma con la legge 29 dicembre 2022, n. 197 (art. 1, commi 447-448), avverso cui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha effettuato ricorso alla Commissione europea e ha promosso la petizione popolare No al far West calibro 12 in Italia, che ha avuto più di 30 mila adesioni e ha fatto aprire una specifica procedura di infrazione per violazione del diritto comunitario.



Per la tutela assoluta del Cervo sardo si sono espresse nel 2022 ben 80.445 persone sottoscrivendo la petizione popolare per la salvaguardia del Cervo sardo promossa dal GrIG

Ma le cose stanno davvero così?

Secondo i dati della Polizia stradale, “nel 2022, rispetto al 2021, sono aumentati gli incidenti stradali del 7,4 per cento, che sono stati 69.963 contro i 64.788 dell’anno prima; gli incidenti mortali sono stati 1.345 e le vittime 1.471. Anche questi dati hanno registrato un aumento rispettivamente del 7,5 per cento e del 10,9 per cento”.

Dati in prospettiva confermati dall’ISTAT e dalla triste constatazione che “a livello mondiale gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni”.



Il Rapporto Statistiche sull’incidentalità nei trasporti stradali 2023 (Ministero Infrastrutture e Trasporti), offre un quadro estremamente chiaro su numeri e cause degli incidenti stradali: “nel 2022 gli incidenti stradali con lesioni a persone in Italia sono stati 165.889, le vittime 3.159 e i feriti 223.475. Ogni giorno, durante l’anno, si sono verificati in media 454 incidenti stradali con lesioni a persone, sono morte 9 persone e ne sono rimaste ferite 612. Rispetto al 2021 aumentano le vittime del 9,9%, i feriti e gli incidenti del 9,2%” (dati ISTAT – Incidenti stradali in Italia).  Dati analoghi nel 2021.

I dati del 2022 (ultimi disponibili) parlano di 493 incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato”, pari allo 0,2% dei 217.527 incidenti stradali avvenuti in Italia.

Nulla in confronto ai 32.701 incidenti causati da “guida distratta o andamento indeciso” (il 15,00%) o ai 29.840 incidenti causati dal mancato rispetto della precedenza o del semaforo (il 13,7%) o ancora 20.316 incidenti causati dalla velocità troppo elevata (il 9,3%).

Ben il 92,4% degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 (cioè 201.081 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone.




I dati ufficiali riportano, quindi, che nel 2022 gli incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati solo 493, lo 0,2% del totale.  In tutta Italia.

Altro che i fantasiosi (per non dire altro) 1.200 incidenti causati nel 2022 dai soli Cinghiali nella sola Sardegna di cui aveva parlato l’allora Presidente della Regione autonoma della Sardegna Christian Solinas, altro che gli onirici dati diffusi dalla Coldiretti o le decine (centinaia?) di incidenti nella sola zona di Pula.

Quindi di che parlano?

Gli incidenti stradali sono causati fondamentalmente da distrazioni e velocità troppo elevata, nonostante ciò, costoro intenderebbero far sparare a qualsiasi specie di fauna selvatica, in qualsiasi giorno dell’anno, in qualsiasi luogo del territorio nazionale, compresi parchi naturali e centri urbani, per diminuire gli incidenti stradali?  Altre farneticazioni?

Ma dove vivono i nostri esperti governanti?  E dove vivono i dirigenti della Coldiretti?

Visto che i dati sugli incidenti stradali riguardano anche gli animali domestici, vorranno estendere i piani di abbattimento anche a Cani, Gatti, Mucche e Criceti?

E, già che ci siamo, visto che nel 2022 in Italia sono morti ben 485 pedoni investiti da autoveicoli, perché non avviare anche un bel piano di contenimento dei guidatori di auto, moto, furgoni e T.I.R.?

Se ne potrebbero abbattere il 10%, per esempio.

O no?

Ma non sarebbe ora di finirla con l’eutanasia dei (pochi) neuroni superstiti?

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giovedì 20 giugno 2024

Perchè celebro una Eid vegana - Farhat Ul Ain

 

Ho scoperto che celebrare una Eid al-Adha vegana aumenta la mia connessione spirituale e che  condividere con gli altri senza causare danni ad alcun essere senziente mi suscita  una profonda  gioia


(Dal blog di Farhat Ul Ain)


Sono cresciuta in una famiglia musulmana tradizionale, nella quale la carne era sempre sul tavolo, e con capre e altri animali che pascolavano nelle vicinanze. Amavo questi animali con tutto il mio cuore: erano i miei compagni di gioco, confidenti e fedeli amici. Loro mi accettavano indipendentemente dalla mia specie, dal mio livello scolastico o dal mio stato sociale.

Come bambina, non avevo ancora fatto il collegamento e non capivo che i miei amici animali erano gli stessi esseri viventi la cui carne avrebbe poi riempito i piatti della mia famiglia. Durante una Eid al-Adha, ho visto la mia famiglia uccidere Hoppu, la mia amica pecora (chiamata così perché amava saltellare quando era emozionata). Il trauma della consapevolezza della morte di Hoppu mi ha spinta a non mangiare più carne.

Quindi oggi onoro l’Onnipotente e tutte le sue creazioni rendendo Eid al-Adha – e ogni giorno – vegano.

Proprio come il resto della ummah, da bambina ho appreso che Allah  è apparso al Profeta Ibrahim  in sogno e gli ha ordinato di sacrificare il suo bene più caro, suo figlio Ismail, come atto di obbedienza. Nella prova, il Profeta Ibrahim  stava  obbedendo  al mandato dell’Onnipotente, ma Allah  sostituì Ismail con un ariete, e quindi Ismail  non fu sacrificato.

Chiunque ha amato un animale sa che sono individui come noi e che non vogliono morire. Studi scientifici hanno dimostrato che tutti gli animali – non solo gli umani – sono esseri dotati di intelligenza e che possono provare dolore, amare i propri simili e avere a cuore la propria libertà. Il Corano afferma che gli animali sono comunità a se stanti.

Ci sono delle regole nell’Islam per ridurre la sofferenza animale durante la macellazione, come evidenziato da un Hadith.

Quando l’Islam è nato nel settimo secolo gli allevamenti intensivi non esistevano, ma ora molti degli animali allevati per il cibo – circa il 70 per cento – sono allevati proprio all’interno degli  allevanìmenti intensivi , un sistema nel quale viene loro negata qualsiasi possibilità di poter esprimere i propri naturali comportamenti e nei quali l’esperienza più comune che vivono è quella del dolore e della sofferenza.

Oggi per la produzione di carne, uova e prodotti lattiero-caseari vengono stipati migliaia di animali in gabbie strette e sporche, e vengono loro negate la libertà e ogni parvenza di una vita normale.

I lavoratori separano le madri dai cuccioli, negano un’adeguata assistenza veterinaria e mutilano senza antidolorifici. Inoltre innumerevoli vitelli e pulcini maschi vengono uccisi semplicemente perché non producono latte o uova. Questa palese crudeltà va contro gli insegnamenti del profeta Muhammad (pace su di lui).

Un Hadith lo afferma, dicendo: “Una buona azione fatta a un animale è meritoria quanto una buona azione fatta a un essere umano, mentre un atto di crudeltà verso un animale è tanto cattivo quanto un atto di crudeltà verso un essere umano”.

La stessa parola ‘Islam’ significa ‘pace’, e scegliere cibo plant-based – che lascia gli animali in pace – durante questo Eid e per tutto l’anno a venire, è la più grande buona azione non solo per gli animali, ma anche per la nostra salute e la salute del pianeta.

In effetti, il Profeta Muhammad consumava principalmente datteri e orzo, e si dice che suo cugino, Ali, abbia affermato: “Non fare del tuo stomaco un cimitero di animali”.

I ricercatori dell’Università di Oxford hanno scoperto  che l’eliminazione di carne e latticini può ridurre l’impronta di carbonio di un individuo fino al 73 per cento e l’Academy of Nutrition and Dietetics afferma che le persone vegane hanno un rischio ridotto di sviluppare determinate patologie, inclusa la cardiopatia ischemica, il diabete di tipo 2, l’ipertensione e vari tipi di cancro.

Ho scoperto che celebrare una Eid al-Adha vegan aumenta la mia connessione spirituale e che condividere con gli altri senza causare danni ad alcun essere senziente mi suscita una profonda  gioia 

Ora la mia famiglia celebra la misericordia di Allah usando i propri soldi per donare agli orfanotrofi, alle persone povere, alle istituzioni educative e alle case per anziani, invece di macellare capre le cui vite sono tanto care a loro quanto le nostre lo sono a noi.

Rendere l’ Eid un sacrificio della propria prosperità ha senso anche a lungo termine: donare la carne ai poveri li nutrirà solo per un giorno, ma assistere le persone nell’avvio di una piccola impresa o migliorare la loro istruzione contribuirà a garantire che abbiano cibo da mangiare tutti i giorni.

Durante questa Eid la mia famiglia si riunirà intorno al dastarkhwan e cenerà con cibi a base vegetale come sevaiyan, samosa, shahi tukda, pulao e korma alla crema di anacardi.Spero che anche la tua cucina si riempia dei profumi e dei colori di una festa vegana.

Per favore, unisciti a me nel promuovere la gentilezza verso tutte le creazioni di Allah e organizza una celebrazione vegana.

Eid Mubarak!


Farhat Ul Ain è  Senior Advocacy Officer per PETA India

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mercoledì 19 giugno 2024

Covid, Fauci ammette: le regole su distanziamento e mascherine ce le siamo inventate - Michele Manfrin

 

Le misure adottate per il contenimento della pandemia da Covid-19, quali distanziamento sociale e mascherine, non erano supportate da alcun criterio scientifico. L’ammissione è stata fatta niente di meno che dall’immunologo Anthony Fauci, il quale, lunedì 3 giugno, ha testimoniato davanti alla sottocommissione sulla pandemia da coronavirus della Camera statunitense (a guida repubblicana), che indaga sulle origini del Covid e sulla risposta del governo in merito. L’udienza, nel corso della quale è emersa ancora una volta la divisione tra i due partiti sul tema, ha segnato la prima apparizione pubblica di Fauci a Capitol Hill da quando ha lasciato l’amministrazione del governo Biden, nel 2022. Nel corso dell’audizione, Fauci è stato anche interrogato circa le origini del virus e sui propri rapporti con la ONG EcoHealth Alliance.

Misure quali distanziamento sociale e mascherine sono state dunque adottate senza che vi fossero evidenze scientifiche a sostegno della loro utilità, come ammesso da Fauci in aula. Dichiarazioni che acquisiscono ancora più peso alla luce di quanto evidenziato da uno studio dell National Institute of Health (NIH), risalente al maggio 2022, che rilevava l’impatto «molto negativo» dell’utilizzo di mascherine sull’alfabetizzazione e sull’apprendimento dei giovani e come il distanziamento sociale avesse causato «depressione, ansia generalizzata, stress acuto e pensieri intrusivi».

Già nel gennaio scorso, durante un interrogatorio a porte chiuse durato 14 ore, Fauci aveva detto ai legislatori repubblicani che la regola del distanziamento sociale di un metro e mezzo era «apparsa» senza che si ricordasse come. «Non ricordo. In un certo senso è apparso» riportano le trascrizioni della commissione, al momento in cui gli fu chiesto come e quando la regola fosse nata. Fauci aveva anche ammesso di «non essere a conoscenza di studi» che supportassero il distanziamento sociale, sottolineando che tali studi «sarebbero molto difficili» da compiere con efficacia. Eppure, sia il distanziamento sociale che le mascherine sono state vendute al pubblico come qualcosa di assolutamente efficacie e confermato da prove scientifiche.

Anthony Fauci, oltre a essere stato direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAD, l’Istituto Nazionale per le Allergie e le Malattie Infettive) ininterrottamente dal 1984 al 2022, ha ricoperto il ruolo di consigliere medico del Presidente Joe Biden dal gennaio 2021 fino al dicembre 2022. Durante la pandemia, Fauci è stato dipinto come una sorta di eroe da parte dei democratici, che ora sono venuti in suo aiuto denunciando quello che hanno definito uno sforzo politicamente motivato per denigrarlo. I repubblicani, dal canto loro, lo hanno messo pesantemente sotto accusa per la gestione emergenziale del Covid-19, sebbene sia stato lo stesso Trump, nel gennaio 2020, a nominarlo membro della task-force creata per analizzare e contrastare il diffondersi dell’infezione sul suolo americano. Durante l’audizione pubblica, Fauci ha negato di aver cercato di coprire la teoria secondo cui il Covid-19 abbia avuto origine da una fuga di laboratorio in Cina, dicendo ai legislatori di non aver mai influenzato la ricerca sulle origini del virus, sebbene in passato abbia più volte sostenuto la teoria della trasmissione naturale del virus, che sarebbe quindi passato da un animale all’uomo (per la quale non esiste alcuna prova a sostegno). Allo stesso tempo, lo scienziato statunitense ha detto: «Sono stato anche molto, molto chiaro, e l’ho detto più volte, che non penso che il concetto di un laboratorio sia intrinsecamente una teoria del complotto».

Alcuni passaggi dell’interrogatorio a Fauci hanno poi riguardato le sovvenzioni a EcoHealth Alliance. Sebbene Fauci abbia sempre giurato che i soldi americani non abbiano finanziato la ricerca del guadagno di funzione in quel di Wuhan, sappiamo che dal 2014 al 2020, EcoHealth Alliance (organizzazione con sede negli Stati Uniti che ha collaborato per anni con l’Istituto di virologia di Wuhan) ha ricevuto sovvenzioni da milioni di dollari dal NIH (National Institutes of Health, agenzia governativa) per esaminare possibili coronavirus provenienti dai pipistrelli e lavori di gain of function. La cancellazione del finanziamento, avvenuta sotto la pressione dell’allora presidente Donald Trump, fu attaccata con una lettera scritta da 77 premi Nobel statunitensi e 31 società scientifiche, con la quale si chiedeva alla leadership del NIH di rivedere la decisione. Nell’estate del 2020, il NIH decise quindi che EcoHealth Alliance avrebbe potuto ripristinare la sua sovvenzione se l’organizzazione avesse soddisfatto una serie di prerequisiti, tra cui la garanzia dell’accesso all’Istituto di virologia di Wuhan per gli investigatori statunitensi e un campione di virus da Wuhan. Nell’agosto del 2020, il NIH assegnò ulteriori 7,5 milioni di dollari a EcoHealth Alliance, presieduta da Peter Daszak. Quest’ultimo, zoologo britannico, consulente ed esperto pubblico di ecologia delle malattie, in particolare di zoonosi, divenne membro del team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità inviato per indagare sulle origini della pandemia di COVID-19 in Cina, nonostante l’enorme conflitto d’interesse che poi, alla fine, lo stesso Daszak, sotto continue pressioni, dovette ammettere.

Alina Chan, biologa molecolare del Broad Institute del MIT e di Harvard che ha chiesto di sondare più da vicino le origini di laboratorio del COVID, ha accolto con favore un esame più approfondito: «EcoHealth Alliance non dovrebbe ricevere ulteriori finanziamenti federali fino a quando non consegnerà tutti gli scambi con l’Istituto di virologia di Wuhan e non dimostrerà di essere in grado di monitorare in modo responsabile gli esperimenti di ricerca pagati con i dollari dei contribuenti». Jamie Metzl, senior fellow presso l’Atlantic Council, esperto di biotecnologie, ha studiato le possibili origini di laboratorio del virus, ed è d’accordo con Chan: «Sia Peter Daszak che EcoHealth non sono stati all’altezza degli standard dei beneficiari del governo degli Stati Uniti». Il comitato, istituito anche per scoprire le origini del virus, ha scoperto inoltre alcune e-mail che mostrano come alti funzionari del NIH abbiano tentato di nascondere documenti di fronte alle richieste del Freedom of Information Act. Le e-mail private suggeriscono che alcuni funzionari, tra i quali un consigliere e un assistente di lunga data di Fauci, abbiano cancellato la corrispondenza e utilizzato e-mail private per aggirare le leggi sui registri pubblici, anche in merito ai fondi elargiti ad EcoHealth Alliance. In particolare, la commissione parlamentare ha indagato il lavoro del consigliere David Morens, il quale si è definito amico di Peter Daszak. Fauci ha minimizzato la sua collaborazione e il suo lavoro con il consigliere Morens. L’ex direttore del NIAID ha negato di aver mai usato un indirizzo e-mail privato per discutere di affari governativi, cosa che infrangerebbe le norme di sicurezza e permetterebbe inoltre di aggirare la possibilità di accesso pubblico secondo le regole del Freedom of Information Act.

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martedì 18 giugno 2024

Annullate 175mila condanne per marijuana nel Maryland - Patricia Iori


Il Maryland ha annunciato una decisione senza precedenti che avrà un impatto significativo su migliaia di residenti: annullate 175mila condanne per marijuana. Questa mossa rappresenta una pietra miliare nel percorso verso una legislazione più equa e riflette un cambiamento crescente negli atteggiamenti sociali e politici nei confronti del consumo di cannabis.

La giustizia riparativa e i suoi effetti

La decisione di annullare le condanne è stata accolta con entusiasmo dagli attivisti per i diritti civili e dagli avvocati che sostengono da tempo che le leggi sulla marijuana abbiano colpito in modo sproporzionato le comunità nere e latine. Questa mossa è vista come un passo essenziale verso la giustizia riparativa, che mira a correggere le ingiustizie passate e a garantire che le leggi siano applicate in modo equo.

Secondo i dati, le comunità di colore sono state storicamente perseguite con maggiore severità per reati legati alla marijuana rispetto alle loro controparti bianche, nonostante i tassi di consumo siano simili tra i vari gruppi etnici. L’annullamento delle condanne non solo elimina le conseguenze penali per questi individui, ma offre anche opportunità di reintegrazione nella società, migliorando le loro prospettive di impiego e di vita.

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Il processo legislativo

Il processo che ha portato a questa decisione è stato lungo e complesso. Negli ultimi anni, il Maryland ha visto una serie di riforme legislative volte a depenalizzare e regolamentare l’uso della marijuana. Nel 2014, lo Stato ha depenalizzato il possesso di piccole quantità di marijuana, trasformando la sanzione da penale a civile. Questo è stato seguito nel 2017 dall’approvazione di una legge che consentiva l’uso medico della cannabis.


Il passo decisivo è arrivato nel 2022, quando il Maryland ha legalizzato l’uso ricreativo della marijuana attraverso un referendum popolare. Questo cambiamento ha spinto i legislatori a rivedere le condanne passate, riconoscendo che mantenere tali condanne sarebbe stato ingiusto e incoerente con le nuove leggi.

Annullate 175mila condanne per marijuana: l’impatto sociale ed economico

L’annullamento delle condanne per marijuana avrà un impatto profondo non solo sui singoli individui ma anche sulla società nel suo complesso. Per le persone direttamente colpite, la rimozione delle condanne significa un nuovo inizio. Senza un record penale, questi individui avranno accesso a migliori opportunità di lavoro, potranno ottenere prestiti, affitti di case e altri servizi che spesso sono negati a chi ha precedenti penali.

A livello economico, la decisione potrebbe stimolare la crescita attraverso una maggiore partecipazione della forza lavoro e un aumento del potere d’acquisto. Le aziende potrebbero beneficiare di una più ampia base di candidati qualificati e i tassi di disoccupazione potrebbero ridursi, contribuendo a una maggiore stabilità economica.

L’implementazione della legge

Il compito di annullare le condanne non è semplice. Richiede un coordinamento meticoloso tra diversi dipartimenti governativi, tribunali e forze dell’ordine. Il procuratore generale del Maryland ha istituito una task force dedicata a garantire che il processo sia eseguito in modo efficiente e trasparente.

Sono state sviluppate linee guida precise per determinare quali condanne saranno annullate. Queste includono reati non violenti legati al possesso e alla distribuzione di piccole quantità di marijuana. Le autorità hanno inoltre previsto un meccanismo di revisione per gestire eventuali contestazioni e garantire che nessun caso venga trascurato.

Reazioni della comunità

La risposta della comunità è stata prevalentemente positiva. Molti residenti del Maryland vedono questa mossa come un atto di giustizia e un riconoscimento delle ingiustizie del passato. Le organizzazioni per i diritti civili hanno lodato la decisione, affermando che è un passo cruciale verso la costruzione di un sistema giudiziario più equo.

Tuttavia, non mancano le critiche. Alcuni sostengono che l’annullamento delle condanne potrebbe inviare un messaggio sbagliato riguardo all’uso della droga. Preoccupazioni sono state sollevate anche riguardo alla possibile congestione del sistema giudiziario durante il processo di revisione delle condanne.

L’evoluzione del consenso pubblico

Il cambiamento nelle leggi del Maryland riflette un più ampio cambiamento nel consenso pubblico riguardo alla marijuana. Un tempo vista come una sostanza pericolosa e illegale, la marijuana è ora considerata da molti come meno dannosa rispetto ad altre droghe, compreso l’alcol. Questo cambiamento di percezione è stato alimentato da una crescente quantità di ricerche scientifiche che hanno evidenziato i benefici medici della cannabis e la relativa sicurezza del suo uso ricreativo.

Negli Stati Uniti, un numero crescente di stati ha seguito una traiettoria simile, passando dalla criminalizzazione alla depenalizzazione e, infine, alla legalizzazione. Questo trend è in parte guidato dal riconoscimento dei potenziali benefici economici della regolamentazione della marijuana, inclusi nuovi posti di lavoro, entrate fiscali e una riduzione dei costi associati all’applicazione delle leggi sulla droga.

Il futuro della legislazione sulla marijuana

Guardando al futuro, il Maryland potrebbe fungere da modello per altri stati che stanno considerando simili riforme. L’esperienza del Maryland fornirà dati preziosi su come gestire il processo di annullamento delle condanne e sull’impatto sociale ed economico delle leggi sulla marijuana.

I sostenitori della riforma della droga sperano che questo sia solo l’inizio e che ulteriori passi siano presi per affrontare altre ingiustizie. Questo potrebbe includere programmi di supporto per aiutare coloro che sono stati colpiti dalle leggi sulla droga a reintegrarsi nella società, nonché ulteriori riforme per depenalizzare o legalizzare altre sostanze considerate meno pericolose.

Conclusione

L’annullamento di 175.000 condanne per marijuana in Maryland rappresenta una svolta significativa nella politica sulla droga dello stato e segna un passo importante verso una maggiore equità e giustizia. Sebbene ci siano sfide da affrontare nell’implementazione di questa decisione, i potenziali benefici sociali ed economici sono notevoli. Come sempre, il successo di tali riforme dipenderà dall’attenta pianificazione e dall’impegno continuo delle autorità e della comunità nel garantire che ogni passo sia intrapreso con attenzione e trasparenza.

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lunedì 17 giugno 2024

L’irrazionalità sistemica dei decreti flussi. Perché non è solo una questione criminale - Martina Ferlisi

 

 

Nemmeno un quarto delle persone straniere entrate in Italia per lavorare riesce a ottenere un contratto regolare e i documenti. Di fronte ai dati della campagna “Ero straniero” e al flop del meccanismo che regola l’ingresso di lavoratori e lavoratrici dall’estero, il Governo Meloni ha spostato il dibattito sulle prassi illecite. In realtà le falle sono a monte, come spiega l’avvocata e socia Asgi Nazzarena Zorzella

“Non si può escludere, in generale, che ci possa essere un interesse della criminalità, organizzata o meno, rispetto al meccanismo dei decreti flussi che regolano gli ingressi per lavoro dei cittadini stranieri in Italia ma tutto ciò è la conseguenza di un sistema normativo irrazionale e farraginoso. Come sempre la criminalità, piccola o grande, si organizza a seconda di dove c’è opportunità. Non dobbiamo dimenticarlo”.

Quello di Nazzarena Zorzella, avvocata che da trent’anni si occupa di diritto dell’immigrazione e dell’asilo e socia Asgi, è un punto di vista privilegiato per comprendere il dibattito esploso nelle ultime settimane in tema di quote e ingressi per lavoro nel nostro Paese.

Un salto indietro aiuta a fare ordine. A fine maggio la campagna “Ero straniero. L’umanità che fa bene” -promossa da A Buon Diritto, ActionAid, Asgi, Federazione Chiese Evangeliche Italiane (Fcei), Oxfam, Arci, Cnca, Cild, Fondazione Casa della carità Angelo Abriani con il sostegno di decine di organizzazioni- ha pubblicato il dossier “I veri numeri del decreto flussi: un sistema che continua a creare irregolarità”, facendo emergere il flop istituzionale. Parlano i numeri. Nel 2023 le domande pervenute dai datori di lavoro nei cosiddetti “click day” sono state infatti sei volte più numerose delle quote di ingressi stabilite: 462.422 istanze inviate a fronte di 82.705 posti disponibili. Non solo: nella fase di finalizzazione della procedura che prevede l’assunzione e il rilascio dei documenti, a fronte di 74.105 posti realmente disponibili (perché 8.600 sono conversioni di altri permessi), sono state appena 17.435 (cioè il 23,5%) le domande effettivamente portate a termine con la sottoscrizione del contratto e la richiesta di permesso di soggiorno per lavoro. Tradotto: è il sistema a generare irregolarità e ricattabilità, con una minima parte delle lavoratrici e dei lavoratori che entrano in Italia con il decreto flussi che riescono poi a stabilizzare la propria posizione lavorativa e giuridica, ottenendo lavoro e documenti, mentre la stragrande maggioranza scivola in condizioni di subalternità.

Ci sarebbe un modo per evitare questa situazione, uno strumento previsto proprio dal Testo unico immigrazione del 1998 riformato dalla “Bossi-Fini” nel 2002, ovvero il permesso di soggiorno per attesa occupazione che può essere rilasciato in caso di indisponibilità all’assunzione da parte del datore di lavoro. Peccato che, come ricostruito dai dati raccolti da “Ero straniero”, nel 2023 ne sono stati rilasciati la miseria di 84 (fino a gennaio 2024). Un numero del tutto insufficiente rispetto alle decine di migliaia di persone che avrebbero necessità di poter rimanere legalmente in Italia e cercare un nuovo lavoro.

Di fronte all’enormità di questi dati, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 4 giugno ha ipotizzato invece l’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione delle domande presentate. “Sono stati utilizzati come meccanismo per consentire l’accesso in Italia, per una via formalmente legale e priva di rischi, a persone che non ne avrebbero avuto diritto, verosimilmente dietro pagamento di somme di denaro”, ha dichiarato, tentando di spostare il dibattito -e riuscendoci a livello mainstream- su una stortura illecita e non invece su quella che, a detta dell’avvocata Zorzella, è una stortura di sistema. Le abbiamo chiesto di spiegarci dettagliatamente il perché.

Avvocata Zorzella quali sono i principali meccanismi del sistema d’ingresso per lavoro in Italia che causano irregolarità e contribuiscono a creare precarietà e ricorso al lavoro nero, con tutto ciò che tale condizione comporta a livello sociale ed economico per il nostro Paese?
NZ
 Il vizio originario è proprio il meccanismo legale del decreto flussi che continua a riproporre il sistema dell’incontro a distanza tra l’offerta e la domanda di lavoro. Ce lo trasciniamo ormai da decenni ed è pacifico, assodato e consolidato che è uno dei grandi produttori di irregolarità per le persone che entrano in Italia. Nel nostro Paese oggi è presente un sistema produttivo di piccole e medie aziende che hanno bisogno di conoscere le persone con cui lavorano, magari anche di mettere alla prova le loro competenze. Per cui è paradossale, anacronistico e irrazionale mantenere questo sistema di chiamata a distanza, fingendo di non conoscere il lavoratore che si intende chiamare. Che cosa succede quindi nella maggior parte dei casi, in un percorso sperimentato ormai da anni: le persone entrano in Italia, regolarmente con visto turistico o irregolarmente, trovano lavoro in nero e aspettano che esca la regolarizzazione o il decreto flussi. Se piacciono al datore di lavoro, sarà lui a partecipare alla “lotteria” dell’assegnazione di una quota attraverso i “click day”. Ci sono persone che aspettano anni prima che il datore di lavoro riesca ad ottenerne una perché vengono esaurite nel giro di pochi secondi dall’apertura della procedura per la richiesta. Questo sistema è l’opposto di quello che dovrebbe caratterizzare le catene migratorie tradizionali, basate sulle famiglie o i connazionali e dunque sulla conoscenza diretta che loro hanno dei datori di lavoro sul territorio e che consentirebbe di chiamare quel tal lavoratore o lavoratrice. Il sistema del decreto flussi, invece, ignora quel meccanismo e impone una chiamata fingendo di non conoscere il lavoratore o la lavoratrice ed è evidente che se non c’è stato un pregresso periodo di soggiorno in Italia prima della chiamata, l’alternativa è affidarsi a soggetti italiani o stranieri che reperiscono proposte di lavoro, anche se non è detto che tutte siano a fronte di pagamento di denaro.
Enfatizzare possibili segmenti di criminalità significa nascondere meccanismi che derivano proprio dalla legge. È proprio il meccanismo normativo che crea quindi irregolarità e che permette che si possano creare anche dei mercati economici paralleli per acquisire la possibilità di entrare in Italia, all’interno delle quali possono anche innestarsi delle vere e proprie truffe che sono soprattutto, se non esclusivamente, a danno dei lavoratori e delle lavoratrici che vorrebbero entrare in Italia per lavorare regolarmente. Un’altra causa, sempre conseguenza strutturale del decreto flussi, è la mancanza in Italia di un sistema legislativo di regolarizzazione ad personam, cioè la possibilità di acquisire il permesso di soggiorno che è il titolo che legittima la permanenza sul territorio nazionale, per chi arriva in Italia (anche con un visto regolare per turismo) e successivamente trova un’opportunità di lavoro. Il terzo fattore che spiega quello che sta succedendo e che svela anche la strumentalizzazione e la manipolazione della realtà da parte della politica, è l’assenza di canali di ingresso per ricerca di lavoro, che dovrebbero essere, a mio parere, il sistema principale di ingresso regolare. Questo era un meccanismo legale, previsto nel Testo unico sull’immigrazione quando è stato emanato nel 1998. Si trattava dell’articolo 23 che poi è stato riformato molte volte e che la prima grande riforma della legge nel 2002, la cosiddetta Bossi- Fini, ha abrogato perché definito troppo libertario in quanto lasciava la persona libera di autopromuoversi.
Da allora non è stato più ripristinato. Prevedeva infatti la possibilità, nell’ambito sempre delle quote del decreto flussi, di entrare dimostrando una minima capacità reddituale che era pari all’importo dell’assegno sociale annuo. Per cui una persona chiedeva il visto per ricerca di lavoro, arrivava in Italia e otteneva un permesso di soggiorno per ricerca occupazione, cercava lavoro, entro un anno se lo trovava – e l’hanno trovato tutti- veniva trasformato in un permesso per motivi di lavoro. È vero che anche nei quattro anni in cui è stata una norma di legge non è stato molto utilizzato, però era un sistema all’interno delle quote, cioè non si trattava di un “liberi tutti” e negli anni in cui è stato sperimentato ha avuto buoni esiti.

Ci sono poi diversi motivi per cui il nulla osta rilasciato al lavoratore e alla lavoratrice può essere revocato, ce li può spiegare?
NZ
 Il controllo della congruità delle domande dell’azienda, cioè il numero di dipendenti che ha rispetto alla sua capacità reddituale, prima era affidato all’Ispettorato del lavoro. Adesso invece viene fatto attraverso un’asseverazione da parte di consulenti del lavoro o di commercialisti o avvocati. Una volta che il lavoratore e la lavoratrice sono entrati in Italia, lo Stato o l’Ispettorato possono fare dei controlli sulla veridicità e sulla fondatezza di questa asseverazione ed eventualmente revocare il nulla osta. Oppure, dopo l’ingresso, potrebbe arrivare il nulla osta negativo della questura che deve verificare che il lavoratore o la lavoratrice che il datore di lavoro vuole chiamare non abbia un’espulsione dall’Italia o da un altro Paese dello spazio Schengen o dei precedenti penali per periodi pregressi in Italia. Un altro scenario che può verificarsi è che il datore di lavoro non sia più disponibile perché magari è passato troppo tempo, sono cambiate le condizioni del mercato o le sue condizioni reddituali o altro.
In questo caso non è previsto, quantomeno formalmente, il rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione e questo vuol dire che il lavoratore o la lavoratrice entrato con un visto per lavoro non può regolarizzare il proprio soggiorno sul territorio nazionale, anche se trova un’altra occasione di lavoro. Tutto ciò crea ovviamente ulteriore irregolarità e danno per il lavoratore e la lavoratrice che non avendo la possibilità di rimanere regolarmente sul territorio nazionale, si immetterà nel mercato del lavoro nero. Ci sono poi altre criticità, sempre genetiche dello stesso sistema del decreto flussi che questo governo ha complicato, nel senso che si va sempre più verso la selezione sia dei Paesi sia delle tipologie di lavori per i quali può essere richiesto il nulla osta e poi il visto. Questi ultimi coincidono con le carenze del mercato del lavoro italiano ma solo in parte. E questo succede perché non c’è più il documento programmatico, istituito dal Testo unico sull’immigrazione che doveva essere redatto di concerto dei vari ministeri ma anche delle associazioni sindacali, datoriali e delle associazioni del terzo settore. Il documento fotografava il mercato del lavoro e individuava anche le misure di integrazione sociale per i lavoratori e le lavoratrici. L’ultimo documento programmatico è del 2004-2006. Per cui attualmente la selezione delle tipologie di lavoro viene fatta dal ministero del Lavoro e dal ministero dell’Interno.

Che ruolo ha quindi la criminalità organizzata?
NZ
 È un po’ lo stesso meccanismo del traffico di esseri umani. Perché esiste il traffico di esseri umani? Perché non ci sono canali regolari di ingresso. Nessuno si metterebbe nelle mani dei trafficanti con il rischio di morire nel mar Mediterraneo o nella rotta balcanica se potesse acquistare un biglietto anche a mille e cinquecento euro. Se non dai nessuna alternativa non puoi dopo lamentarti che ci siano questi fenomeni la cui rilevanza è comunque tutta da accertare.

Proposte alternative come i corridoi lavorativi potrebbero essere una soluzione?
NZ
 Si sta configurando un ulteriore canale preferenziale che sono gli ingressi fuori quota che possono presentare elementi di criticità. Si potrebbe pensare: “meno male che gli ingressi non sono tutti ristretti all’interno delle quote” che sono del tutto inadeguate. La possibilità d’ingresso fuori quota è riservata alle associazioni datoriali che promuovono dei corsi di formazione nei Paesi di origine delle lavoratrici e dei lavoratori. Una volta completati, viene rilasciato il visto di ingresso. Insomma, c’è un collegamento molto stretto tra questi corsi di formazione e la possibilità di ingresso in Italia. Per il Testo unico sull’immigrazione, dalla Bossi-Fini del 2002, il datore di lavoro quando chiede il nulla osta deve garantire anche l’alloggio e le spese di rimpatrio. È vero che questo meccanismo in parte liberalizza, va oltre il sistema del decreto flussi. Dall’altra però la mia preoccupazione è che sia un meccanismo che lega indissolubilmente il lavoratore e la lavoratrice al proprio datore di lavoro. All’interno di questo meccanismo stanno iniziando i corridoi lavorativi, che sono nati sulla falsa riga dei corridoi umanitari (che già a mio avviso avevano delle grossissime criticità perché non avevano né hanno una effettiva base giuridica) basati su un’applicazione dell’art. 23 del Testo unico immigrazione. Corridoi lavorativi che presuppongono un periodo di formazione all’estero e poi l’ingresso in Italia per essere assunti da aziende individuate dall’Ente promotore del Protocollo.
Il primo corridoio lavorativo che è stato stipulato fino ad ora tra il ministero dell’Interno, degli Esteri e del Lavoro e la Comunità di Sant’Egidio, presenta tutti i criteri selettivi dei Paesi e dei lavoratori, nel senso che individua innanzitutto tre Paesi che sono Libano, Etiopia e Costa d’Avorio e per adesso riguarda circa 25 lavoratori da formare, per cui un numero abbastanza limitato. Però nell’arco del triennio di validità del protocollo potrebbero essere trecento, un numero ancora esiguo rispetto al fabbisogno del mercato del lavoro italiano che però comincia a essere significativo. L’assunzione di totale responsabilità in capo al datore di lavoro sia della formazione, sia dell’ingresso e dell’alloggio comporta secondo me un rischio: il fatto che stiamo prefigurando un meccanismo quasi di schiavitù moderna, che non è la classica schiavitù chiaramente, perché per legge dovranno rispettare il contratto collettivo nazionale. Però la domanda da farsi è: se tutta la vita lavorativa ma anche extra lavorativa, cioè l’alloggio, è a carico del datore di lavoro e nelle sue responsabilità, come fa il lavoratore e la lavoratrice a prendere conoscenza del tessuto sociale in cui viene immesso? Quali strumenti avrà per “liberarsi” dal legame con il datore di lavoro nel caso voglia cambiare lavoro? Immagino, e spero che sia un’immaginazione causata da eccessiva preoccupazione, residence vicini all’azienda per cui i lavoratori e le lavoratrici si muoveranno da questi all’azienda e viceversa, rimanendo fuori dal contesto della comunità territoriale con cui chi emigra entra in contatto, attraverso cui acquisisce anche la lingua, stabilisce relazioni, etc. E come faranno se vogliono dimettersi per esempio, se non conoscono il tessuto sociale? Chi li orienterà sul territorio a trovare altre opportunità di lavoro? È un meccanismo preoccupante.

Per quanto riguarda la competenza amministrativa: la materia dell’immigrazione è ancora affidata al ministro dell’interno e alle questure, lei cosa ne pensa?
NZ 
Dopo più di quarant’anni di realtà migratoria in Italia, affidare la materia ancora al ministero dell’Interno, come era nel regio decreto del 1931 cioè il Testo unico di pubblica sicurezza, non è solo anacronistico ma è irrazionale. Da tempo noi associazioni chiediamo che le competenze passino agli enti locali, ai soggetti che giuridicamente hanno competenza per le persone che abitano in quella comunità territoriale. Questo non vuol dire sopprimere i controlli di sicurezza, che è l’aspetto che più preoccupa nel senso che le questure potrebbero comunque continuare a fare i loro controlli di pubblica sicurezza, trasmettendoli poi all’ente locale. A questa criticità di base si aggiunge poi l’inadeguatezza organizzativa delle questure che, anche per mancanza di personale, oltre che spesso e volentieri per interpretazioni restrittive dei testi di legge, determinano delle lungaggini procedurali e procedimentali assurde. Per legge il permesso di soggiorno dovrebbe essere rilasciato entro sessanta giorni, ma capita che una persona arrivi ad aspettare un anno o anche di più e sia in possesso a lungo della sola ricevuta di permesso, con il rischio dio perdere il lavoro e di non potere esercitare i diritti sociali connessi al possesso di un permesso vero e proprio.

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sabato 15 giugno 2024

Greenpeace è diventata partner della NATO? - Zeno Casella

 

In seguito all’intervento militare russo in Ucraina e alla crescita delle tensioni globali, il commercio internazionale è stato rivoluzionato in profondità. Tra sanzioni, embarghi e misure protezionistiche, lo scambio di merci tra i vari paesi del mondo è divenuto molto più complesso e costoso. Le conseguenze di tale dinamica sono evidenti per tutti i cittadini occidentali: dall’energia ai generi alimentari, i prezzi non cessano di aumentare, erodendo il potere d’acquisto spesso già indebolito da decenni di politiche neoliberiste.

Laddove non arrivano le sanzioni o gli embarghi, l’Occidente imperialista sta cercando ora di intensificare in altri modi la sua offensiva contro l’affermazione del multipolarismo, che si basa su una intensificazione dei rapporti commerciali tra i paesi in via di sviluppo del Sud globale. Tra gli strumenti impiegati a tale scopo, come rivela un recente articolo pubblicato dalla radiotelevisione svizzera di lingua tedesca (SRF), figurano anche… gli ambientalisti.

 

Tra sanzioni e diritto internazionale, fin dove ci si può spingere?

Benché l’assemblea generale dell’ONU abbia condannato l’invasione russa del 2022, le Nazioni Unite non hanno imposto alcuna sanzione alla Federazione russa. Non esistono dunque decisioni che impongono misure restrittive in ambito economico ai paesi membri dell’ONU nei loro rapporti con la Russia. Diverso è il discorso per quanto riguarda i paesi occidentali, che hanno autonomamente deciso di adottare sanzioni contro di essa. Gli USA e l’UE hanno infatti adottato vari pacchetti di misure volte a bloccare o limitare gli scambi con la Russia, finendo – come abbiamo più volte rimarcato su questo portale – per danneggiare le stesse economie europee.

Il commercio internazionale russo non ha però sofferto eccessivamente di tali sanzioni, riorientandosi verso il mercato euro-asiatico e verso i paesi in via di sviluppo. Tra i prodotti esportati maggiormente dalla Russia figurano ovviamente quelli energetici, gas e petrolio in primis. È contro di essi che sono rivolte varie misure adottate dall’UE e dagli USA, che hanno minacciato di escludere dai mercati occidentali le compagnie internazionali colpevoli di trasportare e commerciare tali prodotti. Per questa ragione la Russia ha adottato vari escamotage commerciali, eludendo le sanzioni unilaterali dell’Occidente e permettendo alle imprese dei paesi in via di sviluppo di continuare a commerciare liberamente con qualunque Stato desiderino.

Tra questi escamotage figura il trasporto del proprio petrolio su navi non battenti bandiera russa, ma di altri paesi non soggetti a sanzioni, come il Gabon o l’Eswatini. Una pratica che, nonostante sia molto diffusa e venga utilizzata anche da grandi multinazionali occidentali per ragioni di ottimizzazione fiscale e di opportunità politica, se impiegata dalla Russia diventa naturalmente “illecita”. Il diritto marittimo prescrive però che, al di fuori delle acque territoriali, il mare aperto appartiene a tutti. Non è dunque legalmente possibile impedire a queste navi di spostarsi e di trasportare merci da un luogo all’altro.

 

Laddove non arrivano le sanzioni, arriva Greenpeace

È qui che entrano in gioco delle organizzazioni non governative come Greenpeace, che ha recentemente lanciato una campagna contro la “flotta ombra” russa, con azioni dimostrative contro alcune navi accusate di trasportare illegalmente petrolio russo. Una campagna salutata molto positivamente dagli ambienti atlantisti, come dimostrano le dichiarazioni rilasciate alla SRF da Elisabeth Braw, esponente dell’Atlantic Council (uno dei più importanti think-tank della NATO). Secondo l’analista americana, Greenpeace si sta mobilitando contro queste navi in quanto costituiscono “una grave minaccia per i mari e per le coste”, ma così facendo l’ONG ambientalista e la NATO “stanno di fatto tirando la stessa corda”. Per Elisabeth Braw, “l’impegno di Greenpeace è d’aiuto. Attraverso l’opinione pubblica, l’organizzazione sta esercitando pressioni sui governi affinché intervengano in modo più deciso contro la flotta ombra”.

Su questo portale abbiamo già messo in luce gli opachi legami che legano il grande capitale ad alcune grandi organizzazioni ecologiste. Non deve dunque stupire che anche Greenpeace, al pari di altre ONG ambientaliste, segua l’agenda imperialista degli USA e dell’UE, servendone di fatto gli interessi. Non si sono infatti ancora viste dimostrazioni di Greenpeace contro le navi che trasportano armi e petrolio verso Israele: anzi, il suo direttore medio-orientale Julien Jreissati ha recentemente criticato gli attacchi Houthi a queste navi in quanto responsabili di una possibile “catastrofe ambientale”. Si può dunque supporre che, in nome della “sostenibilità”, Greenpeace veda di buon occhio missioni militari di smaccato stampo coloniale, come l’europea “Aspides”, tese a proteggere i convogli mercantili che attraversano il Mar Rosso. A ulteriore dimostrazione che, come candidamente rimarcato da Elisabeth Braw, l’ONG e la NATO “tirano la corda nella stessa direzione”.

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