giovedì 18 ottobre 2012
mercoledì 17 ottobre 2012
Il latte della Mauritania - Marina Forti
Una «favoletta» che viene dalla Mauritania: illustra come i sussidi agricoli, concessi con larghezza dall'Unione europea ai suoi produttori, siano una concorrenza sleale che soffoca le economie locali altrui. Nel villaggio di Ari Hara, nella Mauritania meridionale, una cooperativa formata da donne ha avviato con successo una produzione di latte e prodotti caseari: trasformano il latte in yoghurt dolce che poi vendono nella vicina città, Boghé, 350 chilometri a sud-est della capitale Nouakchott. Quella è sempre stata una zona di pastori e coltivatori, e da quando le donne hanno formato la cooperativa nel 2009 hanno garantito alle loro famiglie un piccolo reddito stabile e cibo assicurato anche nei periodi di siccità, riferisce Irin news, il notiziario on-line dell'Ufficio Onu per gli affari umanitari (in un dispaccio del 1 ottobre). Certo, la cooperativa potrebbe aumentare la rete di vendita se avesse la possibilità di raggiungere mercati più distanti, ma per questo servirebbero strade migliori e furgoni frigorifero. Un'organizzazione non governativa locale, l'Association mauritanienne pour l'auto-développement (Associazione mauritana per l'auto-sviluppo, Amad) aveva aiutato la cooperativa nella fase di avvio con 30mila dollari di finanziamento, ma non ha fondi per aiutarle a espandersi.
Strade e furgoni però sono solo una parte del problema. C'è un ostacolo ancora più insormontabile, per le donne di Ari Hara: è che il mercato della Mauritania è invaso da latte e latticini importati a basso costo dall'Europa. Pensate: il 60% della popolazione mauritana vive direttamente o indirettamente dell'allevamento (inclusa la produzione casearia), settore che contribuisce circa il 13% del Prodotto interno lordo del paese. Eppure la Mauritania importa il 65% del latte che consuma, sottolinea un rapporto congiunto dell'Associazione mauritana Amad, Oxfam e Acord. In parte è un retaggio del passato recente: ancora negli anni '80 nei mercati delle città mauritane era impossibile trovare latte fresco, c'era solo quello in polvere o a lunga conservazione importato (di solito dall'Europa). Poi però si è sviluppata anche in Mauritania un'industria casearia, che distribuisce latte Uht, yoghurt, panna e così via. Irin ricorda Tiviski, la prima azienda casearia avviata a Noouakchott nel 1987 da una britannica sposata con un mauritano: aveva cominciato a comprare il latte di cammello da produttori delle campagne circostanti, buon latte fresco che poi pasteurizzava e distribuiva in città...
Strade e furgoni però sono solo una parte del problema. C'è un ostacolo ancora più insormontabile, per le donne di Ari Hara: è che il mercato della Mauritania è invaso da latte e latticini importati a basso costo dall'Europa. Pensate: il 60% della popolazione mauritana vive direttamente o indirettamente dell'allevamento (inclusa la produzione casearia), settore che contribuisce circa il 13% del Prodotto interno lordo del paese. Eppure la Mauritania importa il 65% del latte che consuma, sottolinea un rapporto congiunto dell'Associazione mauritana Amad, Oxfam e Acord. In parte è un retaggio del passato recente: ancora negli anni '80 nei mercati delle città mauritane era impossibile trovare latte fresco, c'era solo quello in polvere o a lunga conservazione importato (di solito dall'Europa). Poi però si è sviluppata anche in Mauritania un'industria casearia, che distribuisce latte Uht, yoghurt, panna e così via. Irin ricorda Tiviski, la prima azienda casearia avviata a Noouakchott nel 1987 da una britannica sposata con un mauritano: aveva cominciato a comprare il latte di cammello da produttori delle campagne circostanti, buon latte fresco che poi pasteurizzava e distribuiva in città...
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domenica 14 ottobre 2012
ricordo di Thomas Sankara - Marinella Correggia
Ecologia, femminismo, fame
e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito
dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del
giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale «Lo supplicavo di
proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso
però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista
malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara
sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983
presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso
ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo.
Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi
interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e
internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente
contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15
ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che. Come una
parola d'ordine Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione
sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la
testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e
senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un
richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci
fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è
angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato:
«Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida
enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di
vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però
«donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino«
(dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e
le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e
donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo
autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma
sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro.
Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi
latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel
rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali
democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione
avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono
un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2
ottobre 1987. Sovranità alimentare nel Sahel L'obiettivo era immenso e immane
in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi
in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara:
«Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per
garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità
alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di
alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio
un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per
un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato
artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con
la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un
tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival
del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la
salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati
rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi
villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto
marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo
perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società
come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi
tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non
possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per
macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I
discorsi e le idee , edizioni Sankara). Un presidente senza privilegi Per
investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review
all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza
accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il
controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu
autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di
rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita
ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la
corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno
antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie.
La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte
ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per
l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva
l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi:
«Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non
possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo
il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta
l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le
armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e
all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba
in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato
degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa
(...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».
sabato 13 ottobre 2012
le balene di plastica
Quando si nuota, trovare uno shopper o un altro oggetto di plastica galleggiante dà fastidio. Ma quando la plastica non si vede può essere anche peggio. Lo prova una ricerca, condotta dall'università di Siena, appena pubblicata dal Marine Pollution Bulletin: l'invasione di frammenti di plastica nel Santuario dei cetacei - l'area protetta situata tra la Corsica, la Costa Azzurra e la Toscana - mette in pericolo la sopravvivenza delle balene.
Nelle microparticelle di plastica sono infatti presenti - spiega Maria Cristina Fossi, la biologa che ha coordinato lo studio finanziato dal ministero dell'Ambiente - gli ftalati e altri distruttori endocrini. Sono le sostanze che alterano gli ormoni sessuali, creando una tendenza all'ermafroditismo che può mettere in pericolo la sopravvivenza dei grandi gruppi di cetacei.
Questa minaccia chimica è consistente perché le micro plastiche inferiori a 5 millimetri, prodotte dalla degradazione di sacchetti e di altri oggetti e da attività industriali, nel Mediterraneo hanno una concentrazione simile a quella delle aree del Pacifico in cui, a causa di un particolare gioco di correnti, si formano le grandi isole di plastica galleggianti.
La ricerca mostra per la prima volta il rapporto tra questo inquinamento diffuso e gli effetti sui grandi mammiferi del mare dimostrando che i distruttori endocrini sono assunti in dosi rilevanti: ai test sulle balene spiaggiate si sono aggiunti quelli condotti sui cetacei in libertà (con un dardo modificato è possibile catturare un piccolo frammento di pelle, sufficiente per le analisi)...
continua qui
Nelle microparticelle di plastica sono infatti presenti - spiega Maria Cristina Fossi, la biologa che ha coordinato lo studio finanziato dal ministero dell'Ambiente - gli ftalati e altri distruttori endocrini. Sono le sostanze che alterano gli ormoni sessuali, creando una tendenza all'ermafroditismo che può mettere in pericolo la sopravvivenza dei grandi gruppi di cetacei.
Questa minaccia chimica è consistente perché le micro plastiche inferiori a 5 millimetri, prodotte dalla degradazione di sacchetti e di altri oggetti e da attività industriali, nel Mediterraneo hanno una concentrazione simile a quella delle aree del Pacifico in cui, a causa di un particolare gioco di correnti, si formano le grandi isole di plastica galleggianti.
La ricerca mostra per la prima volta il rapporto tra questo inquinamento diffuso e gli effetti sui grandi mammiferi del mare dimostrando che i distruttori endocrini sono assunti in dosi rilevanti: ai test sulle balene spiaggiate si sono aggiunti quelli condotti sui cetacei in libertà (con un dardo modificato è possibile catturare un piccolo frammento di pelle, sufficiente per le analisi)...
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mercoledì 10 ottobre 2012
a volte i vegetariani non vengono capiti
il film è bellissimo (e si trova in italiano)
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martedì 9 ottobre 2012
olio fritto
Buttarlo nel wc o nel lavandino è una
pessima abitudine che provoca gravi danni all'ambiente. Tramite processi
di trattamento e riciclo, dall’olio usato si possono ottenere svariati
prodotti. Ecco come sbarazzarsene in maniera ecologica
Patatine e verdure, carne e pesce. E
l'olio utilizzato per le fritture dove va a finire? Quella di buttarlo nel wc o
nel lavandino è una pessima abitudine che provoca gravi danni all'ambiente.
Quando si frigge, infatti, l'olio
vegetale raggiunge temperatute elevate che possono arrivare fino a 200° C. A
queste condizioni l'olio (definito "esausto") subisce una
trasformazione chimica diventando un fluido denso, appiccicoso, di colore
rosso-bruno o giallo e con un odore sgradevole. Si stima che ogni anno oltre
200.00 tonnellate di olio fritto finiscano nell'ambiente. E pensare che con un
litro di olio di frittura una famiglia potrebbe contribuire a far camminare uno
scuolabus per circa 15 chilometri.
Dalla padella al lavandino. Le
conseguenze
L'acqua di scarto di gabinetti, lavandini o pozzetti attraverso le tubature finisce nella rete fognaria e poi nel depuratore. In presenza di scarti non degradabili come l'olio, però, il depuratore non funziona correttamente.
L'acqua di scarto di gabinetti, lavandini o pozzetti attraverso le tubature finisce nella rete fognaria e poi nel depuratore. In presenza di scarti non degradabili come l'olio, però, il depuratore non funziona correttamente.
Si aggrava il carico da depurare quindi
si ha una depurazione meno efficiente e più costosa (serve più energia
elettrica per garantire una migliore depurazione). Le acque che arrivano ai
fiumi e al mare, a questo punto, non sono pulite come dovrebbero.
Danni
In acqua. L'olio, più leggero, galleggia sull'acqua formando una barriera traslucida e impermeabile che impedisce il normale scambio di ossigeno tra aria e acqua compromettendo la sopravvivenza di flora e fauna.
In acqua. L'olio, più leggero, galleggia sull'acqua formando una barriera traslucida e impermeabile che impedisce il normale scambio di ossigeno tra aria e acqua compromettendo la sopravvivenza di flora e fauna.
Nel suolo. L'olio che finisce direttamente nel suolo impedisce alle radici di
assorbire le sostanze nutritive necessarie alla sopravvivenza delle piante,
uccidendole.
Falde. L'olio potrebbe raggiungere
direttamente le falde acquifere, inquinandole irrimediabilmente. Un litro di
olio mescolato a un milione di litri d'acqua basta ad alterarla e a renderla non
potabile…
…Consigli
per la raccolta
Una volta terminata la frittura, è opportuno aspettare che l'olio si raffreddi prima di metterlo nei contenitori appositi oppure in semplici bottiglie di plastica.
Una volta terminata la frittura, è opportuno aspettare che l'olio si raffreddi prima di metterlo nei contenitori appositi oppure in semplici bottiglie di plastica.
Se pentole e padelle sono unte o sporche di grasso prima di
metterle a lavare, è buona norma strofinarle con un tovagliolo di carta che poi
andrà buttato nell'umido o nella comune spazzatura…
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