Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta
ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è
bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale).
Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna,
riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla
solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal
fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità
storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la
guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados,
fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è
sempre quello. Oggi, che la grande acampada è
sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle
campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento
antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello
di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che
estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha /
de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione
europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa
e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano
gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i
sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli
affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo,
l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi.
Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea.
Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona,
anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte
sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato
per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre,
mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il
nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere,
che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di
autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei
grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale
degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena
poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del
sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell.
Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco
mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è
molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo
stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal –
ottantasettenne disabile – che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando
giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen
trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone
accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la
situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza
perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che
ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua
resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente
imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del
percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con
la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era
riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi
triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati
sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo
discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della
polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di
questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la
destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con
l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di
indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato
dall’abuso della rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma
di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha
dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La
destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare
la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di
scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un
attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione
che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo
permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso,
mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti
sono andati all’uscita del District a chiedere agli
speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta.
Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona
migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido
di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna
altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato
26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo
almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi
sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici,
comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel
frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla
situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid,
entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto
per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez
strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo
l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che
ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto
indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin
dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti
indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato
della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano
le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano
almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo
vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il
corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai
margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le
chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si
gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi
vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué
pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che
emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito
che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la
stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie
del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di
rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione:
il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid
será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba
del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan
con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le
grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato
che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità,
espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante
del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent
control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per
il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo
fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di
salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne
dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra
i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la
casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia
sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in
Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto
sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha
comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto
arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol
richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che
era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a
tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano
solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la
notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione
sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato
ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la
spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le
attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con
il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di
musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del
sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente
nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della
manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che
l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di
migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di
persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi
di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista
mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona
coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A
mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo
vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi
dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono
l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa
entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono
arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora
più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera
l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si
aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da
migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis;
sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più
niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la
scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono
scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la
loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa
una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola
sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare,
al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una
huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser
rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno
progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è
in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto
fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe
accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i
contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa
dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il
prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e
anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando
una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez.
Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta
davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni
di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente
colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al
governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti
che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un
provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si
arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza,
soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che
ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni
connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo
quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto
le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare
affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze
saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero
essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare
questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come
dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare
la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le
agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche
il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo
all’altezza di questa sfida?
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