domenica 4 gennaio 2026

“Noi genitori di figli con disabilità invecchiamo e loro diventano invisibili”. “Chi si prenderà cura di loro dopo di noi?” - Renato La Cara

La legge Dopo di noi prevede strumenti importanti, ma è sottofinanziata e diverse criticità a livello locale impediscono addirittura che i fondi vengano spesi in modo corretto. La norma ha come obiettivo quello di garantire alle persone con disabilità grave che necessitano di assistenza continua e permanente la possibilità di vivere in modo indipendente e dignitoso anche dopo la scomparsa dei loro familiari. Tra le varie cose, la legge prevede che le famiglie delle persone disabili possano stipulare accordi di affidamento fiduciario con enti no-profit o cooperative sociali, creare fondazioni che si occuperanno di gestire i beni e le risorse della persona con disabilità e di garantirne l’assistenza e la cura. Alcuni genitori caregiver raccontano a ilfattoquotidiano.it timori, angosce e preoccupazioni.

“Ogni giorno lottiamo per cose basiche”

Jessica Magatti è madre di tre bambini, uno dei quali si chiama Edoardo e ha una grave disabilità. Ha scritto, insieme ad altre mamme, un libro intitolato “Con il sole nella tempesta” per sfatare pregiudizi e creare empatia. “Ogni giorno ci troviamo a lottare per i suoi diritti, a pretendere cose basiche che dovrebbero essere riconosciute senza nemmeno dover chiedere, a impegnare tutte le nostre energie per garantirgli una vita piena e felice. Senza di noi chi lo farebbe al posto nostro? Nessuno, pensavo!”, dice Magatti. E via tutta una serie di preoccupazioni e valutazioni negative che, almeno una volta, hanno coinvolto tutti i genitori caregiver con figli disabili non autosufficienti. “Pensavo”, aggiunge, “che Edoardo finirebbe nell’ipotesi migliore in un centro per persone con disabilità senza un rapporto uno a uno e senza poter avere i giusti stimoli, le cure adeguate e senza poter fare tutte le esperienze possibili che solo una famiglia può garantirgli nel quotidiano”. Poi sono arrivati i fratelli di Edoardo, Samuele e Tommaso. “La mia idea è un po’ cambiata con la nascita degli altri due miei figli che ovviamente non sono stati concepiti per potersi in un futuro sostituire a noi, ma spero di riuscire a insegnar loro l’importanza di esserci sempre l’uno per l’altro”, racconta Magatti. “Sempre con la libertà di decidere in che modo e in che misura esserci”. La famiglia come fulcro ma non solo. Magatti per dare valore a idee e proposte ha fondato l’Associazione Espera e “il pensiero del Dopo di noi è diventato sicuramente meno negativo”, organizzando iniziative e sviluppando progetti condivisi anche con altre famiglie che si trovano in condizioni simili. “Nel 2021 siamo partiti da un’esigenza del qui ed ora, ossia garantire a lui e ad altri bambini quelle ore infermieristiche e riabilitative che il Sistema sanitario nazionale non offre a sufficienza”, afferma la mamma di Edoardo. “Ad oggi Espera è molto di più perché è una rete di famiglie, professionisti e persone che ci e gli vogliono un bene immenso e spero che un domani, tutto questo che stiamo costruendo possa per lui essere una garanzia per continuare ad avere quella vita felice e di qualità che cerchiamo di dar lui ogni giorno. Tutto questo non toglie la paura del “dopo di noi” ma di certo un po’ la allevia”.

“Fondamentale pianificare il prima possibile il Dopo di noi”

Pensare alla vita del proprio figlio con gravi disabilità quando sarà senza entrambi i genitori è qualcosa di molto difficile e durissimo soprattutto per i diretti interessati. Ma farlo sin nei primi anni di vita può fare la differenza, in particolare per la qualità di vita della persona che vive condizioni di estrema fragilità. E farlo confrontandosi con le altre famiglie che magari hanno vissuto dinamiche simili anni prima. Questa è la testimonianza di Gabriele Belloni, il papà di Edoardo, marito di Jessica. Nonostante tutte le difficoltà, sottolinea alcuni spunti ‘meno dolorosi’ della questione Dopo di noi. “La vita di un caregiver è tosta. c’è chi se la vive bene, chi se la vive peggio, ma in ogni caso è tosta”, spiega. “Perchè sai che ti dovrai prendere cura di qualcuno per sempre. E’ questo che lo rende ancora più impegnativo, è un percorso senza fine, per sempre.” La realtà poi è diversa: è che il “per sempre” in realtà è un “finchè sarò vivo”. “Quando te ne rendi conto si apre un nuovo pensiero ancor più tagliente”, dice Gabriele, “chi farà tutto questo al posto mio?” si è chiesto tante volte. “Ma davvero il presente del caregiver è talmente impegnativo e ti assorbe in modo così totale che il pensiero sul “dopo di me” spesso si presenta alla porta nel momento in cui è ormai urgente, inevitabile, ingestibile. Invece – precisa – prendere consapevolezza con largo anticipo è una fortuna, un dono, e ti dà l’opportunità di iniziare a pianificare ed a costruire il “dopo di noi” con largo anticipo”. Come spesso accade la condivisione e la rete associativa di rapporti che si creano è fondamentale. “Si viene a conoscenza di questo tema da altre famiglie, dall’avvocato che ti sta seguendo per altri motivi, da un post sui social. E’ importante parlarne, informare, condividere”, conclude Belloni.

“Per molte famiglie il supporto pubblico è del tutto assente”

Carenza di sostegni, risorse e certezze. È quello che denunciano al Fatto.it Marika Musella e Luca Ruozi, genitori di Alex. “I servizi sono pochi, i percorsi complessi, i tempi incompatibili con la vita reale dei nostri figli. Il Dopo di noi non è solo una questione futura, non riguarda soltanto il giorno in cui non ci saremo più. Il Dopo di noi è ciò che ci permette di vivere il presente”, sottolineano. “È la possibilità di andare a dormire la sera con meno paura. È la speranza che esista un mondo pronto ad accogliere la diversità, a riconoscerla come valore, a garantire dignità, sicurezza e appartenenza. Oggi, invece, quel mondo non è pronto. E mentre si parla, si discute, si annunciano progetti, noi genitori invecchiamo e i nostri figli diventano adulti invisibili”. La paura più grande per i caregiver familiari conviventi è silenziosa e quotidiana: cosa succederà quando non avranno più voce per difenderli, quando non saranno più loro a spiegare chi sono, cosa amano, di cosa hanno bisogno. “Così il Dopo di noi diventa una responsabilità privata, costruita con forza, grinta e sacrificio dalle famiglie”, affermano, “mettiamo insieme risorse economiche, energie emotive, competenze che nessuno ci ha insegnato. Non perché vogliamo sostituirci alle istituzioni (spesso assenti, ndr) ma perché non possiamo permetterci di aspettare. Lo facciamo per amore, ma anche per sopravvivenza”. Non chiedono miracoli ma presenza reale, servizi continuativi, visione. “Chiediamo che il Dopo di noi non sia uno slogan, ma una promessa mantenuta. Perché solo sapendo che esiste un domani giusto possiamo continuare a vivere, oggi, con dignità e speranza”.

“Penso al suo futuro per poter morire serena”

Per molte famiglie il supporto pubblico è fragile, intermittente o del tutto assente. Per questo si rimboccano le mani e portano avanti progetti. “Dal giorno della diagnosi di autismo di mio figlio Matteo, a 2 anni d’età, in cui ho compreso che non avrebbe mai potuto essere autosufficiente, ho avuto solo due obiettivi nella mia vita, costruire attraverso un percorso di riabilitazione scientificamente validato maggiori autonomie possibili per lui e cercare di morire serena”. A dirlo è Mara Navoni, mamma di Matteo. Da qui nasce sul territorio di Cologno Monzese (Mi) l’associazione Mondoabaut, associazione e Centro A.B.A. per vedere garantiti cure e diritti. “Il Dopo di noi si costruisce con il Durante noi e la nostra importante collaborazione con la Fondazione “Il Domani dell’Autismo” lo testimonia perché solo insieme il futuro può fare meno paura”, spiega Navoni. “A oggi l’idea che non potrò spiegargli che non l’ho abbandonato il giorno che non mi vedrà più mi devasta, l’ultima cosa che vorrei è essere per lui causa di dolore. Per questo motivo è di vitale importanza poterlo accompagnare in quello che dovrà essere la sua futura famiglia nel “diventare grande” già da oggi che ha 15 anni, in un reale Progetto di vita che non resti solo una legge virtuosa ma si trasformi in una solida e concreta realtà”.

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sabato 3 gennaio 2026

Figli di immigrati regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale: la FIP inibisce per tre mesi il presidente e penalizza (ancora) la Tam Tam Basketball - Lorenzo Bloise

 

Regolarmente tesserati, ma non ancora iscritti al portale online dedicato. L’allenatore-presidente fa giocare la prima partita del campionato di basket under 13 a una ragazza e un ragazzo dodicenni, figli di immigrati, e oltre a perdere a tavolino viene inibito dalla FIP (Federazione Italiana Pallacanestro) per tre mesi. Accusato di irregolarità e inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento, il fondatore della Tam Tam Basketball Massimo Antonelli non ci sta. “Il provvedimento disciplinare che viene dato in caso di questa chiamiamola ‘mancanza’ lo trovo infinitamente sproporzionato e, lasciatemelo dire, umiliante. Ma scusate, non viene meno anche la mission della FIP di agevolare e favorire l’avvicinamento dei ragazzi alla pallacanestro?”. Promuovono l’inclusione sociale e contrastano il degrado in un’area difficile, ma secondo la Federazione sono dei fuorilegge. L’associazione dilettantistica di Castel Volturno – senza scopi di lucro fondata nel 2016 per offrire gratuitamente pallacanestro e supporto a ragazzi di seconda generazione e figli di immigrati – sta vivendo un paradosso senza precedenti.

I provvedimenti disciplinari

Per spiegare nel dettaglio l’accaduto bisogna tornare indietro di qualche settimana. Precisamente al 17 novembre, giorno in cui la FIP emette due provvedimenti disciplinari ai danni della società. Il primo ufficializza la sconfitta a tavolino: “Perdita della gara per infrazioni che comportano la punizione sportiva della perdita della gara e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento [art. 49 RG, art. 52, RE Gare]”. L’altro conferma l’irregolarità del fondatore Massimo Antonelli con relativa sospensione: “Inibizione determinata dal 17/11/2025 al 17/02/2026 per violazione delle disposizioni regolamentari in materia di tesseramento e per posizione irregolare di giocatore, allenatore e aiuto allenatore, determinata da inosservanza delle norme relative alle modalità di tesseramento e per tenuto conto dell’aggravante relativa alla carica di capitano della squadra, dirigente di società o addetto agli arbitri rivestita [art. 47 RG,art. 52, RE Gare, art. 21,5a RG]”.

Cos’è MyFip: il procedimento

E qui arriva il vero cavillo. Come funziona il procedimento di iscrizione ai campionati giovanili? Oltre al classico tesseramento alla Federazione, dal 2024 è stata creata la web app MyFIP, una piattaforma online – collegata direttamente alla FIP – che offre ai tesserati (atleti, dirigenti, allenatori) un’identità digitale per accedere e gestire autonomamente la propria carriera, i dati personali e interagire con il sistema informativo. Da quest’anno l’app ha una funzione di doppia verifica: per poter giocare, infatti, non solo devi essere tesserato alla FIP ma è necessario iscriversi anche al portale online per certificare ulteriormente il tesseramento avvenuto. Insomma, una doppia procedura che anziché facilitare il flusso rende tutto più complicato. Per la Tam Tam il primo tesseramento alla Fip ha un costo di 54 euro per i ragazzi stranieri e 61 per le ragazze straniere. Completata la prima fase, gli stessi – se minorenni, come in questo caso, i genitori – devono iscriversi autonomamente a MyFIP e far confermare le loro utenze dal presidente del club. Per una squadra del tutto (o quasi) extracomunitaria come quella di Antonelli diventa tutto più complesso. “E dire che ci avevano provato ma non ci erano riusciti. Il motivo? Per gli stranieri è complicato iscriversi a MyFIP: mi dicono sia complesso anche per gli italiani, perché per gli under 14 occorre il consenso dei genitori che a loro volta devono iscriversi alla piattaforma. Naturalmente le informazioni da seguire sono in italiano e per i genitori stranieri è complesso capire le procedure da seguire”, spiega il fondatore di Tam Tam con una lunga lettera di dissenso sui social. “Per noi di Tam Tam è tripla fatica già star dietro alla prima fase dei tesseramenti dei tanti ragazzi stranieri perché c’è una richiesta infinita di documenti per poterli iscrivere alla federazione (documenti che spesso sono scaduti e quindi in attesa di rinnovi). Una volta mandati alla FIP dobbiamo aspettare diversi mesi per avere il tesseramento definitivamente approvato. Come dicevo ci avevano provato, tutti e due mi avevano scritto più messaggi che non riuscivano: mi riferivano che a un certo punto appariva una finestra con la scritta ‘Possono iscriversi solo i 14enni’. Arrivati alla prima partita non me la sono sentita di bloccarli, si erano allenati come gli altri dai primi di settembre”.

Un provvedimento disciplinare controverso

Massimo Antonelli ritiene il provvedimento disciplinare nei suoi confronti ingiusto e scorretto perché esattamente identico nei confronti delle società che non completano neanche il primo passaggio d’iscrizione. “Mi chiedo poi se è giusto comminare tre mesi di blocco a un allenatore e presidente, un danno enorme all’attività. L’anno scorso, se non vado errato, si davano le stesse inibizioni ai coach e ai presidenti che facevano giocare ragazzi non iscritti alla FIP, in quest’ultimo caso posso giustificare una penalità pesante se non ci sono le attenuanti. Quando uno paga di solito la pratica è chiusa”. Il vero paradosso è proprio questo: perché pagare la stessa pena se il tesseramento alla FIP è stato effettuato? “Avrei capito e accettato il provvedimento disciplinare affibbiatomi se il pagamento avvenisse dopo la doppia procedura sia del tesseramento alla FIP che dell’iscrizione a MyFIP. Che succede se per assurdo un genitore di un nostro ragazzo non vuole iscriversi a MyFIP perché non ama dare la sua mail e/o il suo numero di telefono? Si verrebbe a determinare che la Tam Tam ha un ragazzo regolarmente tesserato, nonostante abbia pagato per il suo tesseramento 61 o 54 €, ed è impossibilitata a fargli giocare le partite”. Antonelli definisce questo trattamento “una mostruosità contraria a tutti i principi e diritti allo sport”. E poi aggiunge: “Da tenere presente che il genitore con la sua firma sul modulo di tesseramento FIP ha dato l’assenso a far giocare le partite al figlio”. Insomma, un provvedimento che penalizza fin troppo per una mancanza “minima” e non irregolare.

Tam Tam (ancora) nel mirino della FIP

In casa Tam Tam la storia si ripete. Perché già nel 2019 la FIP aveva penalizzato la squadra di Castel Volturno per un’eccesiva presenza di stranieri nel roster. A causa dei “troppi stranieri”, infatti, i vincitori del campionato Under 15 non presero parte al campionato di eccellenza Under 16 che si gioca su base nazionale. Per l’ennesima volta Tam Tam Basketball chiede rispetto, ma soprattutto chiarezza. Per un sistema che anziché venire incontro alle necessità, divide e allontana.

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mercoledì 31 dicembre 2025

Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale - Victor Serri

Negli ultimi quindici anni la questione della casa in Spagna è passata da problema di alcuni settori sociali a vera e propria emergenza strutturale. Un tema che oggi occupa stabilmente il centro del dibattito pubblico, ma che affonda le sue radici nella trasformazione profonda del modello economico e urbano del paese. La Spagna che negli anni Sessanta si promuoveva al mondo con lo slogan “Spain is different” e che nei primi anni Duemila si raccontava come una storia di successo europeo durante l’era Zapatero, è diventata nel giro di poco tempo uno dei paesi con la crisi abitativa più acute del continente.

Per capire l’origine del problema bisogna tornare alla grande crisi del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare, alimentata per anni da credito facile, speculazione e mutui subprime, ha avuto in Spagna effetti devastanti. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa, mentre il prezzo degli immobili crollava e le banche si ritrovavano proprietarie di enormi stock di abitazioni svalutate. A questa crisi economica si accompagnò una risposta politica segnata dall’austerità. Con i governi a maggioranza assoluta del Partido Popular iniziarono i tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro che precarizzò ulteriormente l’occupazione e un giro di vite repressivo contro i movimenti sociali, culminato nella Ley Mordaza.

 

La crisi della casa non fu quindi solo un problema di mercato, ma divenne rapidamente una questione sociale e democratica. Non a caso, proprio in quegli anni esplosero movimenti di protesta che misero in discussione l’intero assetto politico del paese. Il movimento degli Indignados, il 15M, nel 2011, individuò nel bipartitismo PSOE-PP una delle cause strutturali della crisi.

Dalle piazze nacquero reti di solidarietà, piattaforme contro gli sfratti e nuove forme di organizzazione politica che cercarono di portare il conflitto nelle istituzioni.

Mentre l’attenzione pubblica era concentrata sugli sfratti per insolvenza ipotecaria, il mercato immobiliare stava cambiando pelle. Con il crollo del credito e la difficoltà di accesso ai mutui, la casa smise di essere un bene da acquistare e divenne sempre più un bene da affittare. Ma anche il mercato degli affitti si trasformò rapidamente. Investitori immobiliari e fondi iniziarono a vedere nella locazione una nuova opportunità di profitto, soprattutto nel momento in cui i prezzi delle case erano ai minimi storici. L’espansione delle piattaforme digitali di affitti brevi – Airbnb, Booking e simili – accelerò un processo già in corso: acquistare appartamenti non per affittarli a lungo termine, ma per destinarli al turismo, garantiva rendimenti molto più elevati.

 

Questo fenomeno ridusse drasticamente l’offerta di alloggi per i residenti e fece esplodere i prezzi degli affitti. Gli sfratti non scomparvero: cambiarono forma. Sempre meno famiglie perdevano la casa per mancato pagamento del mutuo, sempre più persone venivano espulse perché non riuscivano a sostenere i nuovi canoni d’affitto.

Il centro storico si è progressivamente svuotato di residenti ed è diventato un’enclave di stranieri, turisti, expat e residenti temporanei. Nei quartieri come il Barri Gòtic, El Born o la Barceloneta, la riduzione della popolazione stabile è avvenuta in pochi anni, in parallelo a un aumento vertiginoso dei prezzi e dei flussi turistici. Il processo è stato rapidissimo: il movimento degli Indignados nasce nel 2011, le prime proteste contro gli appartamenti turistici esplodono già nell’estate del 2014. In meno di cinque anni il volto della città era profondamente cambiato.

In questo contesto si inserisce l’ascesa politica di Ada Colau, ex attivista contro gli sfratti, eletta sindaca di Barcellona nel 2015. La sua figura ha incarnato la speranza che il conflitto sociale potesse tradursi in politiche pubbliche radicali. Durante la campagna elettorale Colau affermò che bloccare gli sfratti fosse una questione di volontà politica. Una promessa che, una volta al governo, si è scontrata con i limiti strutturali del potere municipale.

 

Il suo mandato è stato caratterizzato da tentativi di regolazione degli affitti turistici: multe alle piattaforme, controlli sulle licenze e l’introduzione del PEUAT, il piano urbanistico che limitava la concentrazione degli appartamenti ad uso turístico. Misure che hanno avuto un impatto parziale, ma che non sono riuscite a invertire la tendenza generale.

Gli affitti illegali hanno continuato a proliferare, le piattaforme hanno spesso ignorato le sanzioni e il Comune si è trovato a gestire una macchina di controllo complessa e poco efficace. Nel frattempo, i prezzi continuavano a salire e per molti abitanti Barcellona diventava una città inaccessibile. La tensione sociale non si è placata.

Nel 2017 alcuni appartamenti turistici illegali vennero occupati come atto simbolico per denunciare la sottrazione di alloggi al mercato residenziale. Nello stesso anno nacque il Sindacato degli Inquilini di Barcellona, che in breve tempo divenne uno degli attori centrali del conflitto abitativo.

Il sindacato ha denunciato pratiche sempre più diffuse: contratti non rinnovati, aumenti del 30 o 40 per cento, riconversione degli appartamenti in alloggi di lusso per expat, nomadi digitali e residenti temporanei. Le conseguenze si sono estese oltre la questione abitativa, colpendo il commercio di prossimità e il tessuto sociale dei quartieri. La pressione dei movimenti portò nel 2020 all’approvazione di una legge catalana sul controllo degli affitti, che introduceva un primo meccanismo di equo canone. Una norma considerata pionieristica, ma rapidamente smantellata dal Tribunale Costituzionale, che ne annullò le parti centrali sostenendo che la competenza fosse statale.

Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza contribuì a una nuova impennata dei prezzi. Solo nel marzo 2024 il governo centrale approvò una legge statale che fissava limiti agli affitti nelle aree di mercato teso. Ma la norma escludeva affitti temporanei e stanze, aprendo la strada a un aggiramento sistematico: contratti di 11 mesi al posto di affitti stabili. Nel frattempo, il nuovo sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha annunciato l’intenzione di non rinnovare le licenze degli affitti turistici, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2028. Una promessa forte sul piano simbolico, ma lontana nel tempo e politicamente incerta: il 2028 sarà dopo la fine del mandato del sindaco.

Tra il 2024 e il 2025 lo Stato ha introdotto anche un Registro Unico degli Affitti a Breve Termine, per contrastare l’illegalità e aumentare la trasparenza.

Ma la mossa più significativa è arrivata ancora una volta dalla Catalogna, che ha approvato una nuova legge estendendo il controllo dei prezzi agli affitti temporanei e alle stanze. La norma equipara queste tipologie agli affitti residenziali ordinari, impone l’equo canone, rafforza i controlli e introduce sanzioni più severe. È una risposta diretta a un fenomeno che aveva svuotato di efficacia le leggi precedenti.

Il Partito Popolare ha già annunciato un nuovo ricorso al Tribunale Costituzionale, parlando di espropriazione mascherata. Lo scontro si ripropone, come nel 2020, e il destino della legge resta incerto. Ma il significato politico del conflitto va oltre l’esito giuridico.

In Catalogna, e sempre più nel resto della Spagna, la questione abitativa ha superato la dimensione tecnica per diventare un terreno di scontro tra due modelli: da un lato la casa come bene finanziario, dall’altro la casa come diritto fondamentale. Il laboratorio catalano mostra che il conflitto non è risolto, ma anche che il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di garantire l’accesso all’abitazione. Ed è su questa linea di frattura che si giocherà una parte decisiva delle politiche urbane dei prossimi anni.

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martedì 30 dicembre 2025

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così le imprese devono accogliere i lavoratori con autismo

di Giuseppe Leocata – medico del lavoro, esperto in disabilità e lavoro

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così come la biodiversità garantisce la stabilità di un ecosistema, la diversità nei modi di pensare, di agire e di percepire il mondo può rendere più forti e resilienti le società e le organizzazioni. Riconoscere e valorizzare i lavoratori “neurodivergenti” – in particolare quelli con disturbo dello spettro autistico – significa costruire ambienti di lavoro più sani, accoglienti e produttivi per tutti.

Il punto di partenza è il superamento del concetto tradizionale di disabilità. Non si tratta solo di una condizione individuale, ma del risultato dell’interazione tra una caratteristica personale e le barriere sociali e ambientali che ne ostacolano la piena partecipazione. In questo senso, è la società che deve adattarsi alla diversità, non il contrario.

Lavoro mirato e ruolo delle aziende

Ogni persona autistica è unica. Le loro caratteristiche possono riguardare difficoltà nella comunicazione sociale e l’interazione sociale, interessi e comportamenti ristretti e ripetitivi, difficoltà nella gestione dei cambiamenti, la diversa reattività a stimoli sensoriali e/o la difficoltà nella coordinazione motoria. Ma non esiste “un tipo” di autismo: le differenze tra due persone autistiche possono essere maggiori di quelle tra una persona autistica e una cosiddetta “neurotipica”. Accanto alle fragilità anche nel luogo di lavoro, ci possono essere pure dei punti di forza: puntualità e frequenza, precisione nello svolgere i compiti, attenzione per i dettagli, buona memoria e, talvolta, loro propositività.

Per l’inserimento lavorativo è previsto l’avviamento mirato ai sensi della Legge 68/99, che richiede una valutazione clinico-funzionale e la redazione di una relazione sulle “potenziali capacità lavorative”. Ma la vera sfida arriva dopo, nel momento in cui il lavoratore entra in azienda. L’inserimento non può ridursi a un adempimento burocratico: serve un dialogo reale tra persona e organizzazione. Le imprese devono essere coinvolte sin dall’inizio, chiarendo le proprie esigenze e valorizzando le competenze che il lavoratore può offrire. Solo così si può passare da un’ottica di “obbligo” a una di opportunità reciproca.

Adattare i luoghi e i ritmi

Per i lavoratori con autismo, l’ambiente fisico e organizzativo può fare la differenza. Necessitano ambienti confortevoli, calmi, con pochi elementi di disturbo, arredamenti sobri, numero ridotto di oggetti ‘a vista’ intorno a loro, poco rumorosi e senza odori particolari; luci non aggressive; segnali di allarme ‘non disturbanti’; spazi non ridotti e non troppe persone intorno a loro né in transito; i trasporti per raggiungere il posto di lavoro dovrebbero essere di facile fruibilità. Dal punto di vista organizzativo sono opportuni: orari flessibili e pause in luoghi tranquilli; comunicazioni chiare, istruzioni semplici e tempi rispettosi delle modalità di elaborazione individuali. Anche piccoli accorgimenti – come l’uso di agende visive o la possibilità di anticipare i cambiamenti di routine – possono ridurre ansia e stress.

 

La normativa europea sulla sicurezza (direttiva 89/391/CEE) impone al datore di lavoro pubblico e privato di adattare il lavoro alla persona, mettendo in atto le misure di protezione particolari per i gruppi di lavoratori più vulnerabili, quelli che potrebbero essere esposti a rischi maggiori nello svolgimento di un compito a causa di fattori specifici. L’obiettivo non è solo prevenire i rischi, ma creare condizioni di benessere per tutti i lavoratori e valorizzazione delle competenze anche dei ‘neurodiversi’.

Gli “accomodamenti ragionevoli” previsti dalla Direttiva 2000/78/CE e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità non sono un costo, ma un investimento: permettono di trattenere i talenti e migliorare il clima aziendale. La loro attuazione deve essere proporzionata, ma non può essere elusa.

Il ruolo del Disability Manager

Nelle imprese pubbliche e private, la figura del Disability Manager – prevista dal D.Lgs. 151/2015 – è fondamentale. È il punto di raccordo tra lavoratore con disabilità, le diverse figure aziendali e gli enti esterni che si occupano di disabilità e la sua attività è rivolta a conseguire i livelli più elevati raggiungibili in termini di igiene e sicurezza del lavoro e di benessere complessivo dei singoli e della stessa organizzazione, collaborando alla progettazione e attuazione di soluzioni personalizzate, intervenendo sia sugli aspetti strutturali del luogo di lavoro sia sugli aspetti organizzativi.

Accogliere la neurodiversità significa ripensare il rapporto tra persona e lavoro. In una società sempre più multietnica, multilingue, multiculturale, anche più longeva e che può presentare tipologie diverse di disabilità, le aziende sono sempre più lo specchio di queste pluralità. Le teorie organizzative aziendali si orientano, quindi, sempre più al Diversity e al Disability Management, ossia alla gestione di tutte le forme di diversità quali le differenze di genere, età, provenienza geografica, abilità fisica-sensoriale-psichica che, se affrontate in modo consapevole e costruttivo, possono diventare leve strategiche per il bene dell’azienda e del benessere di chi vi contribuisce con il lavoro quotidiano.

Gestire la diversità non è solo una questione etica, ma di innovazione e sostenibilità. Un ambiente di lavoro che sa riconoscere e valorizzare la pluralità delle menti è un ambiente più equo, più produttivo e – semplicemente – più umano per tutti.

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lunedì 29 dicembre 2025

Il doppio gioco della politica sarda - Mario Guerrini

 

Nel caos Sanità. Con una mano opera, istituzionalmente e di facciata, per la Sanità Pubblica. Dall'altro lavora e trae benefici dalla Sanità Privata. È il caso di Silvio Bachisio Lai, deputato sassarese del Pd, rieletto all'unanimità, tre mesi fa, Segretario regionale del Partito Democratico sardo. Lai è un politico di sicura esperienza. Già senatore (2013), oggi guida il Pd nel braccio di ferro che ha con la Presidente 5Stelle della Sardegna, Alessandra Todde, soprattutto in materia di politica sanitaria. In ballo, in queste ore, c'è la nomina dei 12 Dg delle Asl e delle altre strutture sanitarie. In cui regna uno stato di grande confusione, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittima la riforma sanitaria votata dallo stesso Pd in Consiglio Regionale con la maggioranza di Campo Largo. Silvio Lai sta "discutendo" con la Todde sulle caselle dei nuovi Dg della Sanità Pubblica. Ma lui è un dirigente della Sanità privata, che ha rapporti commerciali con la stessa Regione. Infatti Silvio Lai è Direttore Generale del Centro di Cura e Salute di Platamona, località turistica sul mare alle porte di Sassari. La struttura fa capo alla società Servizi Salute Benessere S.r.l. Nel 2024 la Regione ha firmato con questa azienda privata una convenzione per 1 milione e 288 mila 331 euro di prestazioni. Silvio Lai ha rapporti costanti con i servizi sanitari pubblici, tant'è che in epoca Covid, come rappresentante legale del Centro di Cura e Salute di Platamona, ha firmato anche una convenzione con l'azienda Ospedaliera Universitaria di Sassari, in cui è ovviamente forte l'influenza del Magnifico Gavino Mariotti (balzato agli onori della cronaca perché inquisito per Associazione mafiosa).

La posizione di Silvio Lai è verosimilmente corretta sul piano formale. Ma non può non lasciare perplessi, sul piano etico, il fatto che da dirigente di una struttura sanitaria privata tratti politicamente, da segretario regionale Pd, le nomine dei DG della Sanità pubblica. Anche di quelli che avranno la pertinenza dei rapporti commerciali con il Centro di Cura e Salute di cui lui è Direttore Generale. Una situazione che presta obiettivamente il fianco, a dir poco, a qualche confusione di ruoli.

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sabato 27 dicembre 2025

E adesso dove andiamo? Ancora uno sgombero di migranti a Trieste - Alessandro Stoppoloni

 

«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30 del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone in movimento provenienti soprattutto da PakistanAfghanistanNepal e Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle persone che camminano, ci sono dei panni stesi.

Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni abitative alternative ai vecchi magazzini.

Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici: una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni. Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil durante la scorsa estate.

Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa. L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.

Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio nell’accoglienza alle persone in movimento.

Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento. Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza nessun tipo di servizio.

Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso 3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal, un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.

Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre tre morti di migranti in Friuli Venezia GiuliaShirzai Farhdullah, venticinque anni, a PordenoneNabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio, avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.

Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?».

https://napolimonitor.it/trieste-gli-sgomberi-di-migranti-nel-porto-vecchio/