venerdì 30 gennaio 2026

Trovate microplastiche anche nei pesci delle acque incontaminate del Pacifico


Altro che atolli incontaminati e acque cristalline. Un nuovo studio dell’Università del Pacifico del Sud rivela che l’invulnerabilità dei mari del Sud è un mito: nei piatti delle comunità del Pacifico, la plastica è diventata un ospite fisso. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista PLOS One, circa un pesce su tre catturato nelle acque costiere delle isole del Pacifico ha ingerito microplastiche. In alcune zone, come le isole Fiji, la percentuale di pesci contaminati schizza al 75% contro una media globale che si attesta intorno al 49%. Le microplastiche sono ormai riconosciute come una minaccia ambientale globale, che colpisce gli ecosistemi marini e solleva preoccupazioni per la salute umana. Sebbene i Paesi e Territori insulari del Pacifico (PICT) siano spesso considerati isolati, i ricercatori affermano che queste regioni potrebbero essere maggiormente esposte a causa della rapida crescita urbana e delle limitate infrastrutture per il trattamento dei rifiuti e delle acque.

Analizzando 878 pesci di 138 specie diverse tra Fiji, Tonga, Tuvalu e Vanuatu, i ricercatori hanno scoperto che le microplastiche sono arrivate ovunque. Il motivo per cui le Fiji sono così colpite rispetto alla vicina Vanuatu, dove solo il 5% dei pesci presenta tracce di plastica, sta nell’impatto umano. Lo studio non si è limitato a contare i frammenti, ma ha cercato di capire l’identikit del pesce “a rischio”. I pesci di barriera e quelli di fondo, i cosiddetti “benthonici“, sono molto più esposti rispetto a chi nuota in mare aperto. Chi caccia tendendo imboscate o chi setaccia il fondale in cerca di invertebrati — come il Lethrinus harak (imperatore macchiato) — finisce per ingerire accidentalmente le fibre sintetiche che si depositano sul fondo. Queste fibre, derivate principalmente da tessuti e attrezzature da pesca, agiscono come agenti infiltrati nella catena alimentare.

“I dati infrangono l’illusione che la nostra lontananza offra protezione”, avverte Rufino Varea, co-autore dello studio. “I pesci più accessibili per i pescatori di sussistenza sono diventati serbatoi di inquinamento sintetico”, aggiunge. Se per un europeo o un americano la microplastica nel pesce è una preoccupazione ambientale, per gli abitanti delle isole del Pacifico è una minaccia diretta alla sicurezza alimentare. Qui il pesce non è una scelta gourmet, ma la principale fonte di proteine e il cuore della cultura locale. Questo studio è il canarino nella miniera di carbone del nostro oceano globale. Se anche le acque teoricamente più pure del pianeta mostrano segni di sofferenza, è chiaro che le soluzioni “a valle”, come la pulizia delle spiagge, non bastano più. “Questi dati ci obbligano a chiedere un Trattato Globale sulla Plastica che imponga limiti rigorosi alla produzione primaria di plastica e agli additivi tossici, poiché questo è l’unico modo praticabile per salvaguardare la salute e la sicurezza alimentare delle popolazioni del Pacifico”, concludono i ricercatori.

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giovedì 29 gennaio 2026

OTTAVO SACRAMENTO: LA GATTABUIA - Gian Luigi Deiana

un giorno della mia vita.

era il 22 gennaio del 1976, cioè cinquant’anni fa, e così come oggi anche quel giorno era giovedi: me lo ricordo perchè in paese, ad ardauli, era giorno di mercato, e ciò avveniva immancabilmente di giovedì;

infatti fu lì che fummo arrestati, con tanto di mamme, zie, e gente dei vicinati in giro lì davanti; eravamo in due, anche se col supporto di altri compagnetti più giovani cui fortunatamente avevamo imposto di stare appena in disparte;

l’antefatto fu semplice: il quotidiano isolano “l’unione sarda” aveva informato, già qualche giorno prima, che alcuni giovani sardi che svolgevano il servizio di leva a novara erano stati arrestati, e inviati al carcere militare di gaeta; l’articolo tuttavia non esplicitava le motivazioni, ma nell’elenco dei nomi era ricompreso anche quello di un nostro giovane paesano;

allora vi era una forte tendenza alla condivisione di questo genere di problemi, e la nostra condivisione consisteva in un piccolo collettivo politico; quindi ci mettemmo subito in azione per poter acquisire notizie fondate su un arresto collettivo per noi inusuale, con reclusione in carcere militare, riservato in piemonte a un tale gruppo di militari sardi;

ne venne che questi, giorni prima, avevano presenziato alla riunione di consiglio comunale della città, appunto novara, e avevano chiesto di poter rendere pubblico un fatto per loro molto grave: e che genere di fatto?

ebbene, un loro commilitone, sardo anche lui, era deceduto in quei giorni per causa di una polmonite: la questione verteva sul fatto che questo ragazzo sarebbe stato costretto ad alzarsi per l’alzabandiera nonostante avesse evidenziato la propria condizione e fosse fortemente febbricitante; ma morì e tornò semplicemente a casa, come quando si muore, senza debite scuse e senza plausibile spiegazione;

fu la reticenza di tale condotta che mosse quei commilitoni alla denuncia pubblica, e fu la denuncia pubblica a muovere la macchina della repressione; e anche la reticenza dei quotidiani isolani osservava a sua volta il proprio gioco di ruolo: tacere;

e così noi, che nel nostro piccolo eravamo riusciti a venire a capo di tutto il quadro, decidemmo a nostra volta di fare quello che si doveva fare: ne demmo una comunicazione informale al nostro consiglio comunale, realizzammo alcuni manifesti riguardanti quelli che a noi sembravano gli abusi grandi e piccoli del potere militare, e la mattina del giovedi ci presentammo con i nostri manifesti nella piazza del mercato, con tutta la gente davanti; a noi ci sembrava così la democrazia;

non ci volle molto tempo, solo forse un’ora: arrivò dal comando dei carabinieri una specie di squadra speciale, con abbondanza di scena e di camionette, e fummo semplicemente ammanettati, presi anche in giro per come precipitavamo nello sgomento, e portati in carcere in città, ad oristano;

dopo una lunga sequenza di chiavistelli, noi due fummo alfine separati, ciascuno nella sua cella di isolamento: circa due metri per tre, con un buco per i bisogni da una parte e una branda dall’altra; il peggio era la presa di luce, cioè una finestra in gran parte murata in obliquo per impedire la vista orizzontale, limitandola alla sola visibilità di un rettangolo di cielo, piccolo e a sbarre; si chiama la bocca di lupo, ed è il più semplice esempio di quanto può essere stupida la crudeltà, e crudele la stupidità;

io in realtà ero in paese solo temporaneamente: ero lì per preparare l’ultimo esame di università e impostare la tesi, ma tutta la famiglia genitoriale risiedeva intorno a viterbo, e mio padre e mia madre non sapevano alcunchè di quanto mi stava succedendo; questo mi sgomentava, più di ogni altra cosa: mia madre;

ma il giorno dopo, lo sgomento diventò una specie di angoscia: in un foglietto verde ci si comunicava che avremmo dovuto rispondere di sette capi di imputazione, dal vilipendio alle forze armate alla questua non autorizzata: erano tutte balle, ma il peggio arrivò qualche giorno dopo: si aggiunse infatti l’imputazione del reato di “associazione sovversiva”: è un capo di imputazione davvero angosciante, poichè è talmente vago che ti si può poi accollare di tutto, e soprattutto ti si può circuire con il fine di coinvolgere altri;

e così non ci restava che confidare, per quel poco di prassi giuridica che avevamo imparato a masticare in giro, confidare nella valutazione del giudice deputato all’esame della fondatezza delle accuse;

passammo nell’attesa giorni infelici: e tuttavia radio carcere fece una rapida ricognizione: alcuni detenuti dei paesi vicini, autorizzati anche ad assistere le guardie nella somministrazione dei ranci, si premuravano di avvicinarsi con discrezione ai nostri sportellini dei pasti, e in due sguardi proporsi per eventuali contingenze, accennare ad amici comuni e comunque incoraggiarci: erano gli angeli del signore, gente con anni di carcere addosso che si premura di incoraggiare te, che sei lì da soli due giorni;

quando si ragiona sul carcere, tra un suicidio o una redenzione, è necessario considerare la dimensione carcerara degli angeli del signore: “visitare i carcerati”, per esempio, è una delle opere di misericordia raccomandate dalla dottrina cristiana, quella vera che non è quella dei comizi;

ma il giudice ci disse semplicemente che non vi era fondatezza in tutte quelle accuse: che quindi eravamo liberi, e dovevamo soltanto trovare il modo di tornare a casa;

erano passati in realtà solo dieci giorni, là dentro per noi: ma furono allora per noi i giorni più estenuanti di quella nostra età: l’estenuazione dell’incertezza, e del ritrovarsi dietro le sbarre in balia del caso;

….. e poi ? e poi tornammo alle nostre cose, ai nostri compagni e alla necessaria attenzione alla macchina militare: la macchina militare che conosciamo oggi è lontana anni luce da quella che sperimentavamo allora, e le sue carneficine sono ben altra cosa che i soprusi di allora; nel tempo si è moltiplicata la dimensione, e forse anche la disumanità; e si è fatta a pezzi ovunque la modalità di procedere a una pace;

eppure, a distanza di così tanti anni, venni poi a sapere che in uno strano traffico tra agenti dell’arma e un giro di tossicomani, precisamente nella città di piacenza, si trovò coinvolto il capo della squadra speciale che quel giorno ci aveva messo le manette ai polsi, in quel giovedì di mercato; ma in fondo le manette possono ben girare, anche di polso in polso;

questa ultima mia malignità non mi dà in realtà sollievo alcuno; intendo solo rendere un omaggio al cinquantenario di quel giorno, poichè allora noi ritenemmo di fare quello che si doveva fare; e rendere omaggio, sempre e dovunque, e soprattutto dietro le sbarre, agli angeli del signore.

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martedì 27 gennaio 2026

Bisogna partire dalle proprie forze - Guido Viale

Nel paese il cui elettorato ha mandato al potere, con un programma dichiaratamente razzista, un personaggio come Trump – peraltro reduce da un colpo di Stato fallito contro le regole del sistema elettorale – si è manifestata la reazione generale di un’intera città contro la caccia all’uomo scatenata dalla milizia di Stato, l’ICE, addetta alla cattura dei migranti.

Secondo il manifestotra i pochi che ne hanno parlato, il conflitto è acutissimo: “Ci sono intere famiglie che non escono più di casa, e i vicini fanno la spesa per loro, portano fuori la spazzatura, lavano i panni per chi non ha una lavatrice e deve usare quelle a gettoni. Questa organizzazione capillare esiste in tutta la città. Comprende anche gruppi di osservatori che, sfidando il freddo estremo di Minneapolis, presidiano le zone a maggiore concentrazione di immigrati, armati di fischietti e megafoni per lanciare l’allarme: «La migra, la migra»… Tutti si sentono in dovere di fare qualcosa e, esattamente come sotto un’occupazione, bisogna sabotare le manovre degli occupanti usando le armi a disposizione… La distinzione tra attivismo organizzato e società civile è saltata. A partecipare alla resistenza è l’intera città. Non solo attraverso le grandi manifestazioni, ma con una costellazione di azioni quotidiane, diffuse, difficili da reprimere”.

Un “mutuo appoggio” come questo può assumere le forme più diverse, ma lo spirito che spinge una parte della popolazione ad aiutarsi a vicenda per salvare i propri concittadini da un assalto squadristico non è diverso da quello che altrove o in altre circostanze la induce a far fronte alle devastazioni di una guerra o a una catastrofe prodotta dalla crisi climatica. Certo, queste azioni collettive non bastano se non portano quello spirito di fratellanza e sorellanza che le anima a solidificarsi in organismi permanenti (quelli che chiamiamo “comunità”) e questi a mettere insieme le forze per condizionare l’azione dei governi, a tutti i livelli. Ma le radici di una nuova democrazia sostanziale oggi vanno cercate innanzitutto nella resistenza quotidiana contro ogni devastazione: tanto quelle prodotte dalle guerre contro i nemici sia “esterni” che “interni”, quanto quelle provocate dalla crisi climatica e ambientale. Ma c’è un nesso stretto tra queste “disgrazie”.

La crisi climatica si manifesta da tempo in una molteplicità di eventi catastrofici – uragani, incendi, alluvioni, siccità e altro ancora – che forniscono a un campione sempre più ampio di abitanti del pianeta un anticipo di ciò che dovranno affrontare quasi quotidianamente i nostri figli e nipoti. Ma ai livelli governativi se ne parla sempre meno; la scena ufficiale è stata occupata dalle guerre, dall’invasione russa dell’Ucraina, dalla strage del 7 ottobre, dallo sterminio degli abitanti di Gaza. Non che prima di guerre non ce ne fossero: ma non occupavano la scena al punto di impedire a un numero crescente di cittadini, e soprattutto di vittime del clima, una progressiva consapevolezza della gravità della crisi ambientale; né alla componente dell’establishment mondiale più esposta agli umori dell’opinione pubblica, una ipocrita assunzione di responsabilità, ampiamente esibita nella serie infinita quanto inconcludente delle conferenze sul clima.

Ma le guerre non si svolgono solo nei teatri dei combattimenti e delle stragi. Impregnano di sé tutto: dallo “spirito pubblico”, alimentato da media sempre più bellicosi, all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica, dalla cronaca all’istruzione. Il risultato è comunque una corsa generale agli armamenti; quelli “vecchi” e costosi: bombe, razzi, cannoni, carri armati, aerei e navi, per far sì che l’economia torni a “tirare” (con il ripristino della leva per farli funzionare); e quelli “nuovi” o “smart” che le forme attuali della guerra hanno portato alla ribalta: droni, sensori, satelliti, reti informatiche e intelligenza artificiale; e poi hackeraggio e false flag per disorientare l’opinione pubblica, ma anche milizie private e iniziative terroristiche, sia anonime che rivendicate.

Ma contro quale nemico è diretto quel riarmo? Quelle armi, soprattutto quelle “nuove”, sono tutte “dual use”; possono essere usate in una guerra o in una campagna di sterminio, ma sono anche strumenti di sorveglianza, di controllo o di liquidazione di un “nemico interno”. Innanzitutto, i migranti, quelli già inseriti e quelli in arrivo; ma sempre più anche quelli in partenza da paesi lontani. Poi la popolazione giudicata ostile, o superflua, o “ingombrante” (Gaza insegna). Poi, ovviamente, i dissidenti, di qualsiasi tipo. Infine, le rivolte di popolazioni colpite da un disastro ambientale contro i governi locali o nazionali che non hanno fatto nulla per prevenirle né per favorire il ripristino di condizioni di vivibilità, come a Valencia. È una estensione del ricorso alla forza delle armi che si avvale – e non potrebbe funzionare altrimenti – del clima di belligeranza e di odio creato dal primato attribuito alla guerra. Lo spirito pubblico che aleggia sull’operato di tutti i Governi non è che una versione specifica di un clima perverso che li accomuna tutti.

L’assalto alle libertà, alle condizioni di vita, all’integrità e all’esistenza stessa del “nemico interno” non attenua comunque la promozione e l’intensificazione delle guerre contro quello “esterno”; né l’attenzione e le risorse sconfinate dedicate a queste riducono – caso mai accelerano – le devastazioni che il procedere della crisi climatica e ambientale porta con sé. Visti dalla posizione delle vittime, la reazione contro questi assalti contigui non offre possibilità di scelta: bisogna affrontarli tutti e tre, in modo che le relative resistenze si rafforzino tra loro. Senza deleghe ai governi, alle istituzioni o alle “forze politiche” nazionali, sovranazionali o locali impegnate per lo più non a combatterli, ma a promuoverli, a sostenerli o a consentirli. Dunque, bisogna contare sulle proprie forze. Ma quali? Oggi a disposizione ci sono quasi solo quelle del “mutuo appoggio”: bisogna ricominciare di lì.

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lunedì 26 gennaio 2026

Il costo ecologico di queste Olimpiadi invernali sarà un gioco al massacro - Paolo Martini

 

Ci manca giusto Greg Bovino, il capo della famigerata Ice trumpiana, con quella sua aria da post-nazista da serie tv L’uomo nell’alto castello, a Milano Cortina 2026, magari alla cerimonia inaugurale bi-locata il 6 febbraio, tra il demolendo San Siro e i nuovi scempi ‘sportivi’ nella fu Perla delle Dolomiti.

Sono state soltanto un tocco in più, le voci non confermate su una presenza Ice in Italia al seguito degli atleti americani: in realtà gli statunitensi dovrebbero essere protetti principalmente dal Secret Service e dal Dss (Diplomatic Security Service), a cui collaborano anche agenti dell’anti-immigrazione.

Resta il problema di fondo dell’immagine di queste Olimpiadi di Milo e Tina, le mascotte presentate come ‘due simpatici ermellini che incarnano lo Spirito Italiano – si noti la maiuscola sovranista, nda – che li ispira: naturalmente curiosi, amano lo sport e la vita all’aria aperta, ma anche divertirsi. Rappresentano l’energia contemporanea, vibrante e dinamica del nostro Paese’. Sic!

 

In perfetta linea ‘assurdista’ Milo e Tina fanno pur sempre meno ridere delle due bandiere della sostenibilità sventolate fin dall’annuncio della sventurata impresa politico-economica. Ora, delle Olimpiadi che dovevano essere a costo zero si conoscono già abbastanza gli oneri mostruosi (5 miliardi di euro) a carico dei cittadini italiani, documentati puntualmente dal Fatto e anche dal pamphlet di Paper First Una montagna di soldi di Giuseppe Pietrobelli.

E’ il tema del costo ecologico che, pur evidente, rimane sempre un po’ meno in luce. Qualche provvidenziale nevicata d’inizio febbraio, per esempio, copre opportunamente l’enormità d’energia e di acqua sprecate finora anche solo per preparare i vari terreni di gioco, compresa l’agghiacciante nuova pista per il bob.

I giornaloni e le televisioni fanno poi di tutto per esaltare casomai i record di affluenza turistica delle due Regioni principalmente coinvolte. L’ultima notizia strombazzata riguarda il tetto dei 53 milioni di presenze registrate in Lombardia nel 2024, il 65% di stranieri; il Veneto ha toccato quasi quota 73 milioni e 500mila, di cui 67,5% da fuori Italia (c’era proprio bisogno anche di un evento olimpico per due Regioni già così ricche, anche di visitatori?!?).

Cala il silenzio selettivo, invece, sulle prime notizie circa l’impatto olimpico, documentato in prima battuta da un report pubblicato il 19 gennaio da Scientists for Global Responsibility, un’organizzazione indipendente con sede a Lancaster, nata nel 1992 come associazione di scienziati pacifisti per il contrasto agli armamenti atomici e poi allargatasi all’ambientalismo con centinaia di ricercatori associati e il collettivo New Weather Institute.

Le conclusioni non lasciano spazio ai dubbi: ‘sulla base dei soli dati ufficiali – escludendo le emissioni relative agli accordi di sponsorizzazione – questo rapporto SGR stima che le Olimpiadi invernali del 2026 causeranno emissioni di gas serra di circa 930mila tonnellate di anidride carbonica equivalente (tCO2e), con il maggior contributo – circa 410mila tCO2e – dovuto ai viaggi degli spettatori. Il che si tradurrà nei prossimi anni in una perdita di circa 2,3 chilometri quadrati di copertura nevosa e oltre 14 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale, impatti importanti sull’ambiente necessario per sostenere gli sport invernali’.

Il rapporto SGR ha provato a fare una stima anche del costo ecologico ‘degli accordi di sponsorizzazione tra le Olimpiadi invernali e tre grandi società altamente inquinanti – Eni, Stellantis e ITA Airways – , che indurranno ulteriori emissioni di gas serra di circa 1,3 milioni di tCO2e – circa il 40% in più rispetto al resto dell’impronta di carbonio stimata dell’evento – comprese le emissioni dovute alla preparazione, alla costruzione di infrastrutture, all’hosting e al viaggio degli spettatori.

Queste emissioni extra porteranno a ulteriori perdite future di 3,2 km² di copertura nevosa e oltre 20 tonnellate di ghiaccio glaciale. Ciò pone l’impatto totale per i Giochi e questi tre accordi di sponsorizzazione a 5,5 km² di perdita di copertura nevosa e oltre 34 milioni di tonnellate di ghiaccio glaciale’.

E’ un gioco al massacro, dunque, per il terreno tradizionale degli stessi sport intorno a cui si costruisce il gigantesco affare. E che le Alpi non avessero proprio bisogno di un tale trattamento olimpico lo indica anche solo il fatto che negli ultimi cinque anni l’Italia ha perso per il riscaldamento climatico la bellezza di 265 stazioni sciistiche, e i nostri cugini francesi – che si sono aggiudicati i Giochi del 2030 – hanno fatto il funerale ad altre 180 località con impianti di risalita per lo sci e contorno. Chiusure che peraltro lasciano nell’ambiente montano ferite vistose e alquanto costose da provare a rimarginare.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è mostrato alquanto piccato quando una voce autorevole del Partito democratico milanese ha osato evocare per il futuro un qualche possibile segnale di discontinuità rispetto alle scelte dell’amministrazione. L’allusione era relativa alle note questioni legate all’edilizia e al modello di città per soli ricchi.

Peccato che cadrà sempre troppo tardi il giorno in cui prenderanno tutti coscienza dello scempio olimpicocon il patto politico-istituzionale sottostante contratto con la Lega e le forze di destra: come dicono gli scienziati, tutto quel che doveva essere evitato per garantire la sostenibilità all’insostenibile circo bianco dei Giochi (ovvero nuove sedi e infrastrutture, incentivo ai viaggi aerei degli spettatori, sponsorizzazioni inquinanti), è stato platealmente fatto.

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domenica 25 gennaio 2026

Guerra della soia, asset strategico tra potenze. La Cina la importa dal Brasile e Trump teme l’ira degli agricoltori Usa - Luisiana Gaita

 

 

Le pressioni e l’attenzione riservate all’accordo tra Stati Uniti e Cina sulla soia (oltre che sulle terre rare) con Pechino pronta a riprendere gli acquisti, ritardando di un anno la stretta sulle terre rare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/26/accordo-usa-cina-tiktok-terre-rare-notizie/8173645/), mostra quanto questo legume sia diventato un asset strategico a livello globale. Al centro di una triangolazione tra Cina, Stati Uniti e Sud America (Brasile, in particolare, ma anche Argentina), delle guerre commerciali e pure del malcontento degli agricoltori statunitensi. Ennesimo grattacapo per Trump. Oggi quasi onnipresente nei prodotti che consumiamo tutti i giorni (non solo ad uso alimentare), i fagioli di soia selvatici si utilizzavano già 9mila anni fa in Cina, considerata la patria di questo legume. Ma oggi il Paese detiene anche il record delle importazioni, dovuto anche all’aumento dei consumi di carne (e quindi alla necessità di procurarsi il mangime per gli allevamenti intensivi). Solo che tra il 2017 e il 2024, stando ai dati del Center for Strategic and International Studies, se le esportazioni di soglia dagli Usa alla Cina sono diminuite del 14%, a compensare questo calo ci hanno pensato i Paesi del Sud America. In particolare, il Brasile che ha aumentato le sue esportazioni del 35%. Tutto questo a svantaggio degli agricoltori statunitensi, per i quali il mercato cinese è di vitale importanza. E che sono sul piede di guerra, perché Pechino ha già risposto alla guerra commerciale lanciata dal presidente Usa, quasi azzerando le importazioni di soia statunitense. L’altra faccia della medaglia, sono gli effetti che l’aumento di produzione ed export di soia da Brasile e Argentina hanno sugli equilibri di ecosistemi delicati e strategici per tutto il pianeta. In primis, quello della Foresta Amazzonica, dove le piantagioni di soia continuano a sostituire gli alberi.

La guerra tra Usa e Pechino passa attraverso la soia sudamericana – Tutto è iniziato negli anni Settanta, con un cattivo raccolto di soia negli Stati Uniti. La Cina capì che doveva diversificare, Brasile e Argentina che si stava aprendo un varco nel muro Usa. Il resto lo hanno fatto lo sviluppo e il drastico cambiamento delle abitudini alimentare della Cina che ha creato una domanda sempre maggiore. Così, a fasi alterne, quando la tensione tra Washington e Pechino si è alzata, non è stato impossibile sostituire la soia che arrivava dagli Stati Uniti. Basti pensare a quanto avvenuto nel 2019, durante il primo mandato di Donald Trump, quando il tycoon impose tariffe sui prodotti cinesi e Pechino ridusse le importazioni di soia dagli Stati Uniti, spostando gli acquisti in Brasile. Anche nei mesi scorsi, funzionari cinesi hanno confermato che la Cina potrebbe rinunciare alle importazioni agricole statunitensi, senza eccessivi scossoni, anche rispetto agli obiettivi di crescita.

Trump si gioca il consenso degli agricoltori (nei feudi repubblicani) – E questo preoccupa gli agricoltori, memori proprio di ciò che avvenne del 2019 quando, a causa della riduzione delle importazioni di soia della Cina, Washington fu costretta a varare un piano di salvataggio dal 23 miliardi di dollari per gli agricoltori. Non è un caso se, anticipando degli accordi con Pechino nel corso del programma ‘Face the Nation with Margaret Brennan’ della Cbs News, il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent ha citato proprio gli agricoltori. “I coltivatori di soia saranno estremamente soddisfatti di questo accordo per quest’anno e per gli anni a venire” ha detto Bessent, consapevole di quanto sia importante per Trump il consenso dell’industria agroalimentare e dei coltivatori di soia. Di Illinois, IndianaIowa, questi ultimi due feudi repubblicani.

Quanto crescono le importazioni dal Brasile – Questo il contesto nel quale sono cresciuti i flussi commerciali tra Cina e Paesi dell’America Latina. In modo particolare, dell’export dal Brasile. I dati: nel 2024 la Cina è stata il maggior importatore mondiale di soia, con acquisti dall’estero per circa 105 milioni di tonnellate, ma ne ha acquistata circa il 20% dagli Stati Uniti, mentre nel 2016 ne importava dagli States il 41%. Da gennaio a luglio 2025, inoltre, la Cina ha importato 42,26 milioni di tonnellate di soia dal Brasile, mentre le spedizioni dagli Stati Uniti sono state pari ad appena 16,57 milioni di tonnellate. Su questo fronte, a poco è servito il Liberation Day di aprile e anche l’estensione di 90 giorni della tregua tariffaria con Pechino con la richiesta di quadruplicare l’import dagli Stati Uniti: la Cina ha praticamente azzerato le importazioni di soia Usa e i coltivatori, che non hanno ricevuto prenotazioni per il raccolto di ottobre (si stima un calo dell’export di circa 14-16 milioni di tonnellate), perderanno miliardi di dollari. Parallelamente Pechino ha aumentato le prenotazioni della soia argentina approfittando dell’abbattimento delle tasse all’export di soia deciso dal presidente, Javier Milei (tra l’altro, sostenuto proprio da Trump). Ad oggi, di fatto, il 70% della soia importata da Pechino arriva dal Brasile e, di questa quota, il 30% passa dal porto di Santos, sulla costa atlantica. Certo, la rete di trasporti e le infrastrutture, per esempio, le capacità portuali, creano diversi problemi che negli Usa non ci sono. E c’è un altro problema: se il clima consente anche tre raccolti l’anno, il terreno argilloso ha bisogno di ingenti quantità di fertilizzanti e il Brasile ne ha sempre importato enormi quantità dalla Russia. Problemi che, però, non hanno fermato finora il trend.

L’effetto sugli ecosistemi – E questo ha conseguenze impattanti per il Brasile. D’altronde, se nel 2024 le esportazioni dell’agroalimentare brasiliano hanno raggiunto i 164,4 miliardi di dollari e, a guidare l’export verso 63 Paesi sono state soia (53,9 miliardi di dollari), carne (26,2 miliardi), zucchero e alcol (19,7 miliardi), prodotti forestali (17,3 miliardi) e caffè (12,3 miliardi) si capisce quali possano essere gli effetti sulle foreste. Ad agosto scorso, le autorità brasiliane hanno sospeso la moratoria che imponeva alle aziende di non acquistare soia da terreni deforestati in Amazzonia. Una sospensione che, dal 2006, aveva contribuito alla protezione della Foresta Amazzonica, evitando la deforestazione di circa 17mila chilometri quadrati (anche se hanno continuato a registrarsi fenomeni di conversione indiretta del suolo, soprattutto nelle savane del Cerrado e nelle aree di pascolo dismesse). Un recente studio pubblicato su Nature Food da Camilla Govoni e Maria Cristina Rulli del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, in collaborazione con La Zhuo dell’Accademia cinese delle scienze e Dirce Lobo Marchioni dell’Università di San Paolo, in Brasile, spiega come la crescente domanda di carne e proteine animali in Cina dipende sempre più dalle risorse agricole del Brasile, con effetti diretti sull’utilizzo del suolo, sulle risorse idriche e sulla deforestazione del Paese sudamericano. Tra il 2004 e il 2020 le importazioni cinesi di soia sono passate da 6 a 60 milioni di tonnellate: un aumento di oltre dieci volte, che nel 2020 ha richiesto 17,8 milioni di ettari di terreno brasiliano (un’area grande quanto l’Uruguay) e oltre 86 chilometri cubi di acqua piovana, più 0,29 chilometri cubi di acqua di irrigazione. Questa soia (destinata in gran parte all’alimentazione di suini, pollame e pesci d’allevamento) sostiene quasi un terzo delle proteine animali consumate in Cina.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/29/guerra-soia-usa-cina-brasile-notizie/8174740/

sabato 24 gennaio 2026

Volare in Sardegna, una storia di colonizzazione e sfruttamento

 

I nuovi feudatari industriali ci stanno “furando” anche gli aeroporti - Cristiano Sabino

Sardegna colonia di sfruttamento

La Sardegna è sempre più una «colonia di sfruttamento» (Gramsci) e la vicenda della “fusione” degli aeroporti sardi non è un fatto secondarie rispetto alla colonizzazione energetica in corso, bensì rappresenta un tassello fondamentale del processo di penetrazione coloniale in corso su cui è recentemente intervenuto con grande capacità di sintesi Omar Onnis ( Sardegna sotto attacco, senza difese – S’Indipendente ).

Ciò che è in corso è un passaggio di fase della dipendenza: il trasferimento di una delle ultime infrastrutture strategiche rimaste sotto controllo pubblico verso il circuito dei grandi fondi speculativi, esattamente come hanno fatto con la Grecia ma senza neanche la scusa del debito. Ha ragione Michele Zuddas, nella sua J’accuse a sottolineare come la costruzione di una gestione unica dei tre aeroporti sardi – Cagliari, Olbia e Alghero – non è un dettaglio amministrativo o un fatto tecnico – così come vogliono presentarlo alcuni media che hanno le mani nella marmellata -, ma un fatto politico di prima grandezza, perché incide sulla libertà materiale della comunità sarda e sulla sua capacità di autodeterminarsi.

Al di là del fatto che gli aeroporti possono costituire di per sé una grande ricchezza nazionale (nazionale dei sardi), in un territorio insulare, essi sono un asset strategico profondamente politico e non sono semplici aziende di servizi.

Sono dispositivi di connessione vitale, condizioni materiali dell’esercizio dei diritti di cittadinanza e costituiscono una risorsa strategica nazionale (sarda). Senza aeroporti governati nell’interesse collettivo, la mobilità non è garantita ma concessa, regolata dal mercato, subordinata alla redditività.

È per questo che la progressiva privatizzazione degli scali sardi non può essere letta come un processo neutro, ma come una scelta che sposta il baricentro del potere decisionale lontano dall’Isola e dai suoi abitanti e soprattutto svuota la Regione Autonoma dei suoi poteri realmente sovrani, perché – lo si capisce bene – senza gettito economico e senza controllo politico sugli asset strategici, ogni sovranità diventa presto una foglia di fico.

Cos’è il F2i Ligantia e perché la fusione è un furto ai danni dei sardi.

Il perno di questo processo di esproprio coloniale è F2i Ligantia, società controllata dal fondo F2i Sgr, il principale fondo infrastrutturale italiano, che gestisce capitali per oltre sette miliardi di euro. F2i non è un investitore qualunque: è uno strumento sofisticato di intermediazione tra capitale pubblico e rendita privata, partecipato da soggetti come il Fondo Ania, fondazioni bancarie, investitori USA come BlackRock e, soprattutto, dalla Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Ministero dell’Economia.

Ciò significa che lo Stato italiano non osserva da fuori il processo di espropriazione di uno degli ultimi vettori strategici di proprietà del popolo sardo, ma vi partecipa attivamente come soggetto finanziario e speculativo, traendo beneficio dalla valorizzazione di infrastrutture costruite i soldi dei sardi.Il dato centrale, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è che questa privatizzazione avviene non in presenza di crisi, ma di profitti.

Come spiega Alessandra Carta nel suo documentato articolo dell’Unione Sarda gli aeroporti sardi funzionano e producono utili significativi.

L’aeroporto di Cagliari, gestito da Sogaer, ha chiuso il 2024 con oltre settantasei milioni di euro di ricavi e più di dieci milioni di utile netto. Olbia, già privatizzata nel 2020, ha superato i novanta milioni di ricavi con utili superiori ai ventiquattro milioni. Anche Alghero, nonostante dimensioni più contenute e un oggettivo ridimensionamento negli ultimi anni, ha consolidato la propria sostenibilità economica.

Questo quadro smentisce radicalmente l’idea – veicolata da alcuni media coinvolti nell’affare – che la concentrazione in una holding privata sia necessaria per salvare o rilanciare il sistema aeroportuale isolano.

Al contrario, dimostra che la svendita rappresenta uno dei più grandi espropri collettivi ai danni del popolo sardo, una nuova legge delle chiudende a tutto beneficio di privati che da una parte impoverisce materialmente i cittadini sardi deprivandoli di una enorme ricchezza nazionale, dall’altra tarpandogli letteralmente le ali in un diritto garantito dall’articolo della stessa Costituzione italiana che all’articolo 16 recita così: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.

Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».Affidare questo diritto ai privati (visto che dall’isola si esce o in nave o in aereo e non in auto, in treno, a cavallo o a piedi) è di fatto una limitazione palese di questo diritto.

La dinamica è tipica dei processi di finanziarizzazione con l’aggravante della violenza coloniale verso un popolo subalterno e marginalizzato: il capitale pubblico stabilizza, investe, costruisce infrastrutture e domanda; il capitale finanziario interviene quando i flussi di cassa sono certi, appropriandosi della gestione e delle prospettive di crescita. I precedenti sono eloquenti. La quota di Sogeaal acquistata da F2i nel 2016 per poco più di nove milioni di euro, nel giro di sei anni ha visto una rivalutazione di circa il settanta per cento.

La Geasar di Olbia, acquisita nel 2020 per 248 milioni, è stata rivalutata a oltre 360 milioni in appena due anni. Questi numeri non raccontano una strategia industriale orientata al servizio pubblico, ma un’operazione di valorizzazione finanziaria di asset essenziali ai sardi che ancora una volta vengono trattati come indigeni con l’anello al naso, oggetto da sfruttare e non soggetto da rispettare.

Il passaggio decisivo riguarda ora Cagliari-Elmas che rappresenta anche una sorta di golden goal della volontà rapace dei colonizzatori e del servilismo delle loro guide indiane locali. Lo scalo più importante dell’Isola, quello che garantisce la massa critica del sistema e che finora è rimasto a controllo pubblico attraverso la Camera di Commercio di Cagliari-Oristano, sta per essere gentilmente ceduto in cambio delle solite perline coloniali.

Il ruolo dei media compiacenti e della RAS in mano ai colonialisti.

Una fregatura è una fregatura finché qualcuno non te la vende come un affare, una necessità o come una grande occasione di sviluppo. A questo ci pensa La Nuova Sardegna che già nel 2022 pubblicava un articolo dal titolo “I tre aeroporti sardi insieme: così il territorio cresce”.

L’autore scriveva con tocco fiabesco che «le compagnie aeree, principali clienti degli aeroporti ai quali devono pagare i diritti di atterraggio, stazionamento e decollo, possono giostrare sui prezzi mettendo quelli vicini l’uno in concorrenza con l’altro e spuntando tariffe stracciate, che impoveriscono tutti gli scali. Ryanair è la campionessa del mondo, in questo gioco di prestigio.

La Sardegna non fa eccezione». Quindi, visto che Alghero e Olbia sono stati privatizzati, perché non completare l’opera svendendo anche Cagliari per «stare tutti solidamente in piedi sul piano economico e negoziare insieme sul mercato»? Geniale no? Visto che ci siamo fatti fregare due aeroporti su tre, diamogli anche il terzo, così stiamo più tranquilli!Il perché di queste narrazioni così sdraiate de La Nuova Sardegna ce lo spiega Zuddas nel su citato articolo di S’Indipendente: «questo passaggio non avviene in modo isolato, ma dentro una rete di governance che coinvolge anche SAE Sardegna S.p.A., il gruppo editoriale che controlla La Nuova Sardegna. SAE non è un soggetto neutro nel contesto regionale: è parte del sistema che forma l’opinione pubblica e che contribuisce a definire ciò che appare inevitabile, tecnico, privo di alternative.

Quando sviluppo economico, infrastrutture e informazione orbitano nello stesso perimetro decisionale, il conflitto viene silenziato».E in tutto questo che dice la Giunta Todde, sostenuta dalla “sinistra radicale” di AVS e Sinistra Italiana, dal Movimento dei cittadini contro la “Kasta” e perfino dall’associazione “indipendentista” A innantis con a capo una delle eminenze grigie dell’ “indipendentismo moderno” che attraverso una ricca attività di convegnistica e di consulenza annuncia quotidianamente sui social che la sovranità nazionale è sempre più vicina?

Ce lo spiega bene Marzia Piga su SassariToday : «A valle del closing, Nord Sardegna Aeroporti (che poi nelle intenzioni dovrebbe perdere nel nome la connotazione geografica per quella regionale) resterà a maggioranza privata con F2i azionista di controllo, mentre la Regione entrerà con una quota qualificata di almeno il 10%, sostenuta da 30 milioni già stanziati».

Capito? Invece di alzare la bandiera del no alla privatizzazione e farsi ambasciatrice del diritto dei sardi a presidiare gli asset strategici, la RAS stanzia 30 milioni dei sardi per conservare una percentuale irrisoria (il 10%), giusto il tanto per poter alzare la mano e chiedere il permesso di assentarsi ed andare al bagno alle riunioni dei soci.

Che affarone, no?Infatti il 10% è una presenza che non garantisce il controllo, ma serve piuttosto a certificare politicamente l’operazione, a presentarla come partenariato pubblico-privato mentre il baricentro decisionale resta saldamente nelle mani del fondo speculativo F21.

La sovranità si riduce a simbolo, la capacità di indirizzo a testimonianza.Tutto questo avviene mentre resta privo di tutela effettiva il diritto alla mobilità, sancito dall’articolo 16 della Costituzione italiana, che in un’isola assume un significato sostanziale e non astratto. Un fondo di investimento non ha infatti alcun obbligo verso la continuità territoriale.

Conclusione

Energia, sanità, trasporti, scuola, RWM, vertenza entrate.. Se uniamo i puntini abbiamo il quadro di un aggravarsi della colonizzazione. Serve costruire una alternativa di sistema del popolo sardo, perché ovviamente l’alternativa non può essere la destra meloniana che in questa vicenda ha addirittura recitato la parte di chi è contrario alle privatizzazioni (loro che dell’ordoliberismo sono indiscutibilmente i campioni!).

Ma nemmeno dobbiamo illuderci di riporre le nostre speranze in quella galassia di sigle che ad ogni tornata ostentano indipendenza politica, ma poi spalleggiano gli stessi partiti coloniali sperando in un posticino al caldo. Serve un movimento popolare e di rottura dal basso, fondato su percorsi di democrazia reale, con profonde radici nel territorio. Da un po’ di tempo chiamo questa prospettiva “sardismo popolare”, in attesa di definizioni migliori. In ogni caso mi sento di lanciare la sfida: chi ha filo da tessere tessa. Da parte nostra non potremmo che apprezzare.

da qui

 

 

F2i, Fondazione, Nuova Sardegna: nomi e cognomi sulle connessioni del potere – S’Imprenta - Ivan Monni

 

L’ok della Regione Sardegna alla fusione degli aeroporti da parte del fondo privato F2i e la decisione di partecipare direttamente all’operazione con trenta milioni, apre a più di un interrogativo.
Di fatto consegna le porte dell’isola a un’azienda privata i cui obiettivi esulano dal diritto al trasporto dei sardi. Il monopolio privato è ancora più grave in un’isola, poiché l’unica alternativa è un altro monopolio di fatto: Tirrenia.

I collegamenti del potere sono intricati, per cui occorre sbrogliare la matassa con ordine, per evitare di perdersi.
Iniziamo dagli attori in campo:

Fondazione di Sardegna

Il primo attore da considerare è la Fondazione, da cui si dipanano le varie diramazioni del potere economico, mediatico, politico.

Nacque nel 1992 per contenere le azioni del Banco di Sardegna; l’anno successivo il Banco di Sardegna acquisì il Banco di Sassari, poi insieme furono cedute al Banco Popolare Emilia Romagna nel 2001. 

La Fondazione è un’organizzazione privata senza scopo di lucro, non ha “soci” perché il suo patrimonio deriva dalla cessione dell’attività bancaria.
Si sostiene con investimenti in quote azionarie di altre società, nel 2027 conta di portare il suo patrimonio ad oltre 1 miliardo. Una bella cassaforte politica.

Tra le varie partecipazioni, detiene:


Qui la ricerca si biforca, da un lato vediamo chi sono i soci della Nuova Sardegna, poi vedremo F2i.

La Nuova Sardegna

Il Gruppo Nuova Sardegna è controllato:

  • dal Gruppo Sae, la cui vicepresidente è Marianna Orrù e Pasquale Mereu (un omonimo del sindaco di Orgosolo), che ricoprono rispettivamente anche le cariche di consigliere di amministrazione e di componente del comitato di indirizzo della Fondazione di Sardegna. Nel CDA del gruppo SAE Sardegna siede Maurizio De Pascale
  • dalla Fondazione di Sardegna
  • dalla Depafin, Gruppo di Maurizio De Pascale
  • da AbInsula Srl, società sassarese.

Partecipazioni e collegamenti F2i – Fondazione di Sardegna – Aeroporto di Elmas. Grafico S’Indipendente


F2i SGR

Veniamo dunque al gruppo F2i SGR, gestisce capitali per oltre sette miliardi di euro, è stata fondata da Cassa Depositi e Prestiti, UniCredit, Intesa Sanpaolo e, come visto prima, è partecipata da Fondazione di Sardegna.
F2i ha fondato F2i Ligantia (di cui detiene direttamente il 79%), ed è partecipata da Fondazione di Sardegna (5%) e da due società gestite direttamente da Blackrock Infrastructure (16%).

F2i Ligantia detiene gli aeroporti di:

  • Olbia (Geasar): F2i Ligantia detiene il 79,79%. Acquisito nel 2020.
  • Alghero (Sogeaal): F2i Ligantia detiene il 71,25%. Acquisito nel 2016.

La partita sull’aeroporto di Elmas

L’aeroporto di Cagliari, gestito da Sogaer, ha chiuso il 2024 con oltre settantasei milioni di euro di ricavi e più di dieci milioni di utile nettoOlbia, già privatizzata nel 2020, ha superato i novanta milioni di ricavi con utili superiori ai ventiquattro milioni. Anche Alghero, nonostante le dimensioni più contenute e un oggettivo ridimensionamento negli ultimi anni, ha consolidato la propria sostenibilità economica.

Cagliari-Elmas (Sogaer): La gestione è attualmente controllata per il 95,7% dalla Camera di Commercio di Cagliari-Oristano, il cui presidente è Maurizio De Pascale, un nome cruciale in questa vicenda.

Secondo il giornale Sardegnagol De Pascale era contrario alla cessione al fondo (Video “Non ci sarà nessuna vendita, dismissione o privatizzazione”).

L’intervista è un capolavoro politico-oracolare, da un lato nega categoricamente la privatizzazione, ma nella stessa intervista parla di una operazione che “consente la costituzione di una società che viene realizzata attraverso un aumento di capitale che liberamente verrà proposto da F2i Ligantia e sarà riservato alla camera di commercio di Cagliari e Oristano“.

Di fatto, la F2i arriverebbe a controllare la maggioranza, e la conseguente diminuzione delle quote detenute dalla Camera di commercio di Cagliari-Oristano (dal 94,4% al 40,5%).

La Corte dei conti boccia la privatizzazione dell’aeroporto di Cagliari, mentre per l’ANAC, l’anticorruzione, il cambio di azionisti potrebbe portare alla revoca delle licenze e richiede una gara pubblica.

Tutta l’operazione è riconducibile ad un’area politica precisa, infatti la Fondazione di Sardegna è ricorrente in parecchie partite, il cui presidente Giacomo Spissu, un ex presidente del consiglio della regione, è nel consiglio di amministrazione di F2i, e dunque controlla il potere economico, finanziario, e l’informazione nel nord Sardegna.
In precedenza, gli stessi ruoli erano in mano ad Antonello Cabras, che ora è vicepresidente del Banco popolare dell’Emilia Romagna.

L’Unione Sarda è schierata contro la privatizzazione (editoriale di Zuncheddu del 2024), è da segnalare che anche questa volta i quotidiani sardi sono in contrapposizione, e la Nuova si trova in posizione coloniale; inizialmente si pensava all’indotto di Elmas (centri commerciali, ristoranti) ma l’utile annuo prodotto dallo scalo di Cagliari fa impallidire tutto il resto, senza contare il valore politico.

L’Unione raccoglie dei pareri contrari al monopolio:
«Lo scalo di Cagliari non si regala». Fausto Mura, presidente Federalberghi per il Sud Sardegna, boccia le ipotesi della cessione a F2i e della fusione con Olbia e Alghero: «Operazioni fuori da ogni logica».
 Per l’ex manager di Sogeaal: «Non svendiamo i nostri scali» Umberto Borlotti: «La gestione pubblica funziona, i fondi di investimento sono attratti solo dagli utili»

Mentre l’autorità Antitrust (aprile 2024) ha dichiarato che la fusione “non viola la concorrenza” e non rafforza posizioni dominanti, dando così un via libera formale.
Pur trattandosi di un monopolio.

Perché c’entra anche la speculazione energetica?

Scriveva il Sole24ore, lo scorso dicembre 2025: “Alla firma l’ingresso del fondo americano Sixth Street con il 38%. F2i chiude il riassetto di Sorgeniacreando un maxi polo dell’energia da oltre 6 GW di capacità installata, e si prepara ad altri due dossier caldi del settore, entrambi italo-francesi: il break up di Tirreno Power, la ex genco Enel di cui la stessa Sorgenia condivide il controllo con Engie, e in prospettiva Edison, dove il quadro è più fluido in attesa delle decisioni di Edf.”

Maurizio De Pascale, tramite l’Impresa Pellegrini ha costruito la stazione elettrica Terna a Garaguso, in Basilicata, ha effettuato dei lavori per il Parco Eolico di Tolve e Vaglio (PZ), e svolgerà dei lavori edili, civili e infrastrutturali per conto di Terna, come appaltatore, nell’ambito del progetto dei lavori per il SA.CO.I.3, il cavo potenziato di Terna che collega Sardegna-Corsica-Italia.

La linea editoriale della Nuova Sardegna ha totalmente ignorato la lotta dei comitati, un evento epocale come la raccolta firme Pratobello24 e ha spinto direttamente una campagna propagandistica pro off-shore nelle scuole, tramite alcuni funzionari delle multinazionali stesse.

In carica alle relazioni esterne della Fondazione di Sardegna, c’è Graziano Milia (che ha appena annunciato la ricandidatura a sindaco di Quartu S.E.), che aveva patrocinato una giornata dedicata all’off-shore con le scuole medie, organizzata dalle multinazionali Renantis e BlueFloat Energy. F2i è “entrata nel finanziamento che ha supportato l’acquisizione di Renantis (ex Falck Renewables)” da parte di J.P. Morgan.

Milia aveva avuto un duro scontro con i Comitati di difesa No Tyrrhenian Link di Quartu e Selargius, con Milia in difesa di Terna e schierata in favore dell’off-shore.

Ricordiamo che socio Terna è Cassa Depositi e Prestiti (tramite una controllata), e che tra gli azionisti della banca c’è Fondazione di Sardegna, di cui Milia cura le relazioni esterne.

Inoltre, due impianti agrivoltaici approvati il 13 marzo 2025 sono riconducibili alla F2i.
Due progetti fotocopia autorizzati che trasformeranno oltre 200 ettari nelle campagne Solarussa, Zerfaliu, Tramatza, Siamaggiore e Zeddiani.

Scriveva a marzo 2025 Enrico Fresu sull’Unione Sarda: Via libera a due enormi campi agrivoltaici nell’Oristanese. “Ef Agri Società Agricola (ndr, 0 dipendenti), che attraverso la “madre” Ef Solare Italia fa capo al colosso italiano degli investimenti F2i (70%) e al francese Crédit Agricole Assurances (30%)”. 

Insomma, F2i ha messo radici, o artigli, sul grande fiume di denaro che sta transitando in Sardegna con il PNRR e mette le mani sugli aeroporti sardi, vere e proprie casseforti economico-finanziarie.

Come si blocca la speculazione sulla terra sarda?

Tempo fa sorridevo leggendo che la Sardegna fosse terra di conquista commerciale: il PIL non è tra i più alti e l’isola non fa gola come mercato di sbocco.
Mi sbagliavo: l’operazione F2i è economica, ma funzionale al controllo politico, esercitato a prescindere dai risultati elettorali. L’economia pesa più della democrazia: le decisioni si prendono nei CDA, non nelle urne.

Una nuova elaborazione nella società è possibile a partire dallo scarto tra narrazione ufficiale italiana (top) e resistenza anticoloniale dei comitati, associazioni e movimenti (down).
Tuttavia, l’orgoglio “sardista” rimane ad un livello sentimentale, non riusciamo a trasformarlo in politico, ed è una cosa su cui indagare maggiormente.

Intanto ci consoliamo con la mobilitazione nuorese contro il 41 bis a Nuoro: la città si mobilita con un’assemblea straordinaria.
Da sostenere in tutti i modi.

da qui