sabato 28 marzo 2026

Come le normative UE su ambiente e clima sono state smantellate in meno di tre anni - Lorenzo Consoli



La marcia indietro del Green Deal europeo, sotto la pressione delle lobby, dei partiti di centro destra ed estrema destra e di diversi governi – con quello italiano in prima linea – sta investendo in pieno anche la politica climatica, dopo aver già ritardato, annacquato e spesso smantellato le normative ambientali. Tutto questo ha una data d’inizio precisa: il 22 novembre 2023.

Quel giorno, il Parlamento europeo bocciò clamorosamente (con 299 voti contrari, 207 a favore e 121 astenuti) il regolamento SUR (“Sustainable Use Regulation”) che proponeva di dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e di vietarli del tutto nelle zone “sensibili” (le aree protette della rete “Natura 200”, i giardini pubblici, i parchi giochi e i campi sportivi).

A quella bocciatura, che non era necessariamente definitiva, seguì poi, il 6 febbraio 2024, la decisione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di ritirare la proposta di regolamento. Von der Leyen, in quell’occasione, promise di ripresentare una nuova versione del testo, ma poi si è ben guardata dal farlo.

Inoltre, da allora a Bruxelles è caduto in disgrazia tutto il resto della strategia “Farm to Fork“ (”dal campo alla tavola”), di cui il regolamento SUR era una pietra angolare, e che aveva diversi altri obiettivi di cui ormai non parla più, come la riduzione del 20 per cento dell’uso dei fertilizzanti e del 50 per cento delle vendite di antimicrobici per gli allevamenti e l’acquacoltura entro il 2030, e l’aumento del 25 per cento, entro la stessa data, della superficie dedicata all’agricoltura biologica.

La marcia indietro del Green Deal era stata innescata dalle manifestazioni degli agricoltori, cominciate a metà 2023 e culminate poi nel 2024-2025 con le “proteste dei trattori” a Bruxelles, che rivendicavano, tra l’altro, la soppressione di una serie di norme e obblighi di protezione dell’ambiente e della biodiversità, previsti dalla nuova PAC (Politica agricola comune) per il periodo 2023-2027, come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai fondi europei.

La richiesta è stata poi accolta con lo smantellamento di fatto, partire dal 2024, di questa “eco-condizionalità”, soprattutto per le aziende sotto i 10 ettari (il 65 per cento del totale), che non saranno più sottoposte a controlli e sanzioni in caso di violazione. Gli obblighi sono stati sostituiti dal principio degli incentivi (finanziamenti supplementari se le buone pratiche ambientali sono attuate volontariamente). Ed è stato eliminato del tutto, in particolare, l’obbligo di mantenere a riposo almeno il 4 per cento dell’area coltivabile di ogni azienda agricola.

Un’altra normativa molto importante del Green Deal, su cui però le forze anti ambientaliste di centro-destra al Parlamento europeo non sono riuscite a ripetere il successo registrato sui pesticidi, è il regolamento sul “ripristino della natura”. Il 27 febbraio 2024, il testo era passato con 329 eurodeputati favorevoli all’accordo con il Consiglio Ue sul regolamento, 275 contrari e 24 astenuti. L’approvazione finale è arrivata poi il 17 giugno dello stesso anno, da parte del Consiglio Ambiente, a maggioranza qualificata, con Italia, Ungheria, Svezia, Finlandia, Olanda, e Polonia contrarie e il Belgio astenuto.

Da notare che nel corso dei negoziati al Parlamento europeo e in Consiglio UE il regolamento aveva subito non poche modifiche, che avevano indebolito le ambizioni della proposta originaria della Commissione, in particolare con l’introduzione di diverse deroghe, o possibilità di proroghe, per gli obblighi previsti da parte degli Stati membri, e soprattutto con la sostituzione di diversi obiettivi obbligatori con target indicativi. Tuttavia, resta l’obbligo fondamentale del ripristino degli ecosistemi oggi degradati in tutti i Paesi membri, che dovranno attuare misure in questo senso per almeno il 20 per cento di quelle aree, terrestri e acquatiche, entro il 2030, con dei piani nazionali da presentare entro settembre di quest’anno.

Quella sul ripristino della natura è forse l’unica importante normativa ambientale sotto attacco che ha resistito alla marcia indietro del Green Deal, quando era ancora possibile nel Parlamento europeo. La forte avanzata dei partiti di centro destra e di destra estrema alle elezioni del giugno 2024 ha reso possibile nell’attuale legislatura la formazione di una maggioranza anti ecologista (e anti immigrazione) che il Partito Popolare europeo (Ppe) può attivare ogni volta lo ritenga opportuno, con la fine, di fatto, del “cordone sanitario” che escludeva l’ultradestra dai negoziati legislativi.

In questo nuovo quadro politico (a cui si aggiunge l’ormai netta prevalenza dei governi di centro destra in Consiglio UE), Ursula von der Leyen si è dichiarata disponibile, nel suo secondo mandato, a smontare gran parte del “Patto verde” che lei stessa aveva proposto e in gran parte attuato nella precedente legislatura. Così, la Commissione non solo ha avviato nuove iniziative legislative molto meno ambiziose dal punto di vista ambientale, ma ha anche avanzato decine di proposte di revisione della legislazione già approvata e spesso già in vigore. Sono i famosi “Omnibus”, che hanno come obiettivo dichiarato la “semplificazione” degli oneri normativi e burocratici e la riduzione dei costi per le imprese, nel nome della nuova priorità dell’UE che ha sostituito il Green Deal: la competitività.

La “semplificazione” in realtà si traduce spesso in una vera e propria deregolamentazione. La tendenza generale è quella di eliminare del tutto gli obblighi previsti dalle normative ambientali e climatiche per il maggior numero possibile di imprese, soprattutto piccole e medie, e in altri casi di ritardarne l’attuazione o limitarne la portata.

Lo si è visto subito con il primo degli “Omnibus” (ne sono già stati proposti nove, nei settori più diversi), quello, recentemente approvato in via definitiva, relativo agli obblighi di rendicontazione delle imprese riguardo alla sostenibilità ambientale (direttiva CSRD) e al “dovere di diligenza” sugli impatti ambientali e sociali nelle catene del valore (direttiva CSDDD): nel primo caso, il “reporting” obbligatorio è stato limitato alle grandi società (sopra i mille dipendenti e oltre i 450 milioni di fatturato), escludendo l’80 per cento delle imprese precedentemente coinvolte; nel secondo caso, il perimetro di applicazione è stato limitato alle sole aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato, è stato eliminato l’obbligo di presentare dei piani aziendali di transizione climatica ed è stata ridotta dal 25 per cento al 3 per cento del fatturato la soglia massima delle multe per inadempienza.

Quanto ai ritardi nell’applicazione, particolarmente emblematica è la vicenda del regolamento contro la “deforestazione importata“, entrato in vigore nel giugno 2023, con attuazione prevista inizialmente al 30 dicembre 2024. Dopo un primo rinvio di un anno approvato nello stesso dicembre 2024, il regolamento ha subito un secondo rinvio nel 2025, e l’attuazione è prevista ora a partire dal 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e dal 30 giugno 2027 per le piccole imprese. Inoltre, già dall’aprile di quest’anno ci sarà una valutazione d’impatto sugli oneri amministrativi per le aziende, che potrebbe portare a ulteriori modifiche. Il regolamento (sottoposto a forti pressioni negative da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali dell’UE) mira a prevenire la deforestazione nei Paesi terzi causata dalla produzione di cacao, caffè, olio di palma, soia, carta e derivati, e dall’estrazione di materie prime (legno, gomma, carbone vegetale) che vengono importati nell’UE.

L’ottavo pacchetto “Omnibus“, proposto a inizio dicembre 2025, riguarda la semplificazione delle normative ambientali, ma è per adesso ancora troppo poco dettagliato per poter valutare le conseguenze negative che potrebbe avere per la protezione della natura. Contiene innanzitutto un regolamento per l’accelerazione delle valutazioni d’impatto ambientale nelle procedure di autorizzazione dei progetti industriali, e prevede uno “stress test” per le direttive habitat e uccelli (i due pilastri fondamentali della tutela europea della biodiversità), che potrebbero essere riviste; così come potrebbero essere riaperte le normative sull’acqua, sui rifiuti (anche quelli elettronici), sulle emissioni industriali, sugli impianti di combustione. C’è anche un alleggerimento degli obblighi della responsabilità dei produttori che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei loro prodotti.

Per tornare ai pesticidi, un altro “Omnibus”, il decimo, che riguarda alimenti e mangimi, proposto dalla Commissione a metà dicembre 2025, prevede una durata illimitata delle autorizzazioni per la loro immissione sul mercato. Solo per le sostanze più tossiche per cui ancora non sono state trovate alternative l’autorizzazione è limitata a sette anni. La durata illimitata vale anche per i biocidi (le sostanze impiegate contro batteri, virus, insetti e roditori) e gli additivi per i mangimi. Oggi le autorizzazioni di tutti questi prodotti durano 10 anni, e il loro rinnovo (dopo una nuova valutazione di rischio) scade dopo altri 15 anni. La nuova durata illimitata riguarderà anche il rinnovo delle autorizzazioni esistenti, alla loro scadenza. Inoltre, il “periodo di grazia” entro cui questi prodotti possono restare sul mercato, dopo il ritiro dell’autorizzazione nel caso in cui nuove evidenze scientifiche dimostrino l’esistenza di rischi inaccettabili, viene raddoppiato a due anni per la distribuzione e la vendita, più un altro anno per l’esaurimento degli stock esistenti, per un totale di tre anni.

La retromarcia del Green Deal sta ormai interessando sempre di più anche la politica climatica, che inizialmente era stata sostanzialmente risparmiata dagli attacchi, anche perché difesa con più convinzione dalla Commissione. La vicenda più clamorosa è stata la revisione dell’obiettivo zero emissioni nette di CO₂ per le auto e i furgoni immessi sul mercato a partire dal 2035. Dopo aver negato per mesi che sarebbe stato rimesso in discussione questo traguardo, la Commissione ha accettato infine, il 16 dicembre 2025, di rivedere dal 100 per cento al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni delle auto, rinunciando quindi alla messa al bando dei motori a combustione interna, e lasciando aperta la possibilità di continuare a produrre veicoli ibridi e a emissioni “low carbon” (alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti) anche dopo il 2035.

Più in generale, riguardo agli impegni di riduzione delle emissioni a effetto serra in tutta l’Unione nel percorso fino al traguardo finale della “neutralità climatica” nel 2050 (che non è mai stato messo in questione), è stato confermato l’obiettivo intermedio per il 2040 (-90 per cento rispetto al 1990), ma introducendo la possibilità di includere nel conteggio del taglio fino al 5 per cento dei cosiddetti “crediti internazionali di carbonio” (con l’acquisto di certificati riguardanti i tagli alle emissioni non nell’UE ma in Paesi terzi). È stato anche definito il “Contributo determinato a livello nazionale” (Ndc) per tutta l’UE previsto dall’Accordo di Parigi sul clima, riguardo alla riduzione delle emissioni per il 2035, che tuttavia è indicata con una forchetta, tra il 66,25 per cento e il 75,2 per cento, e non un obiettivo unico.

Le pressioni più forti, intensificatesi dopo l’attacco militare di Stati Uniti e Israele all’Iran e le sue conseguenze su prezzi del gas e del petrolio, si stanno concentrando ora contro il mercato europeo dei permessi di emissioni Ets (”Emission Trading System” ), che riguarda circa 11 mila impianti del settore energetico e delle industrie energivore (siderurgia, vetro, raffinerie, chimica, cemento), i trasporti aerei intraeuropei, e ora anche il settore marittimo, con una integrazione graduale dal 2024.

Il sistema Ets, introdotto nel 2005, ha funzionato egregiamente, almeno da quando, nel 2013, ha cominciato a essere applicato più rigorosamente alle centrali energetiche, con l’eliminazione delle quote gratuite (che invece continuano a essere concesse generosamente alle industrie energivore). Qui la Commissione finora ha resistito bene, difendendo con determinazione dalle critiche questo meccanismo che si è dimostrato il più efficace per la decarbonizzazione. L’obiettivo previsto è di arrivare entro il 2030 a una riduzione delle emissioni del 62 per cento rispetto al 2005 per i settori interessati. «Dal 2005 a oggi, le emissioni delle industrie incluse nell’Ets sono diminuite del 39 per cento, mentre questi stessi settori hanno avuto una crescita del 71 per cento; quindi decarbonizzazione e crescita possono procedere parallelamente» ha sottolineato Ursula von der Leyen al vertice informale UE nel castello belga di Alden Biesen, il 12 febbraio.

Tuttavia, alcuni Paesi dell’UE e diversi comparti industriali (soprattutto chimico e siderurgico) chiedono varie modifiche all’Ets (l’Italia sollecita addirittura una sua “sospensione”,ma la richiesta è stata sostanzialmente ignorata dal Consiglio europeo del 19 marzo), e in particolare un rinvio della già prevista eliminazione progressiva (fino al 2034) delle quote di emissioni concesse ancora gratuitamente alle imprese energivore. La Commissione ha annunciato che presenterà una proposta di revisione entro il prossimo mese di luglio, e qualche nuova misura sarà proposta certamente, ma non si prevedono cambiamenti radicali, niente che possa essere definito, in questo caso, come una marcia indietro.

È previsto anche che il sistema delle quote di emissione venga esteso (con un meccanismo separato chiamato Ets2) ai fornitori di combustibili per il riscaldamento e al trasporto stradale. E qui una prima frenata c’è già stata: l’attuazione dell’Ets2, prevista inizialmente a partire dal 2027, è stata rimandata di un anno, al 2028. E non è affatto escluso che, avvicinandosi la scadenza, si prospetti un nuovo rinvio, come per il regolamento sulla deforestazione. Anche perché l’Ets2 comporterà sicuramente un rincaro dei carburanti imposto alle famiglie e alle imprese, che potrebbe provocare una forte protesta sociale, in una fase in cui la questione più importante da risolvere è come ridurre i prezzi dell’energia.

 

Lorenzo Consoli è corrispondente per l’UE a Bruxelles per l’agenzia di stampa italiana Askanews, dove si occupa di questioni europee con particolare attenzione all’economia, all’energia, alle politiche ambientali e alle problematiche istituzionali. È stato anche docente presso l’IHECS (Institut des Hautes Études en Communication Sociales) di Bruxelles, ed è stato eletto due volte presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa di Bruxelles (API) dal 2006 al 2010.

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venerdì 27 marzo 2026

Roma città svenduta e gli ex Mercati Generali - Paolo Berdini

A Roma edifici e aree pubbliche in abbandono, come gli ex Mercati Generali, sono affidati a colossi immobiliari per essere “rivitalizzati”. La logica seguita: solo il privato ha soldi e idee per la città del futuro. Un comitato proprio a partire dall’area degli ex Mercati contesta questo modello.

Lunedì 10 novembre 2025 è stata firmata la nuova convenzione tra il Comune di Roma e il nuovo gruppo privato che ha l’incarico di riqualificare il complesso degli ex Mercati Generali di Roma: quasi nove ettari di terreno e padiglioni risalenti ai primi del secolo scorso a pochi passi dalla Piramide. La compagine privata costituita dal gruppo Toti-Lamaro, titolare della originale convenzione risalente a venti anni fa, è stata rafforzata dall’ingresso di Hines, leader mondiale degli investimenti immobiliari. 

A qualche migliaio di chilometri di distanza dal luogo della solenne firma, a Suceava in Romania, si svolgevano i funerali di Octay Stroici, muratore di 66 anni rimasto vittima dell’ennesima occasione di valorizzazione immobiliare nel centro di Roma. Durante i lavori era collassata una parte della struttura della torre medievale dei Conti di Segni, adiacente alla via dei Fori imperiali, un edificio in cui erano in corso opere per consentire di raggiungere il terrazzo panoramico da gettare in pasto all’epidemia del selfie. Poco distanti dalla torre collassata ci sono due altri affacci panoramici magnificamente adatti per foto turistiche. Il primo, pubblico, ha alterato la piazza michelangiolesca del Campidoglio pur di far salire i turisti sul terrazzo di copertura del Vittoriano. Il secondo punto di belvedere, ex pubblico, è poco più lontano: un terrazzo che affaccia sulla parte più arcaica dei Fori. Era lo stenditoio dei modesti appartamenti comunali affittati a famiglie di dipendenti che potevano avere il privilegio di abitare nel cuore di Roma. 

Circa venti anni fa, nel pieno dell’ubriacatura economicista, il Comune di Roma, amministrato dal centrosinistra, ha pensato bene di “valorizzare” il bene immobiliare, cacciare via gli indesiderati “cafoni” con i loro desueti stenditoi, come avrebbe detto il grande Ignazio Silone, e cedere l’edificio a chi può permetterselo, cioè alla fondazione Fendi che ospita giovani creativi che si specializzano nel settore della moda. 

Queste due vicende, la tragica vicenda del restauro a fini turistici e culturali della Torre dei Conti e l’affidamento di un’area pubblica come gli ex Mercati Generali, di cui dicevamo all’inizio, riassumono bene il momento che vive la capitale d’Italia. Roma è ancora soggetta, al pari della altre capitali del turismo, da una domanda sempre crescente e si attrezza per attrarre la fascia alta di quel segmento di domanda. Nel contempo, il Comune affida a gruppi privati preziose proprietà immobiliari pubbliche che potrebbero ancora servire per equilibrare le tendenze dell’economia dominante e dare risposte a quelle parti di popolazione che subiscono i danni della privatizzazione della città in atto da trent’anni.

In questo senso va la vicenda degli ex Mercati Generali, dove una proprietà interamente comunale di più di otto ettari è stata affidata per venti anni fa ai privati incaricati di “rivitalizzarla”. Con la firma della nuova convenzione il Comune di Roma ha voluto ribadire che senza la generosità dei “privati” per le nostre città non esiste un futuro possibile. Questa mostruosità culturale nasconde tre fatti che stanno però emergendo con forza, nonostante il silenzio dell’istituzione comunale e della stampa mainstream

La prima vicenda riguarda il fatto che nel caso degli ex Mercati, come in molti altri casi, i privati hanno fallito miseramente. Quell’area era stata affidata ad un gruppo privato da parte dell’allora amministrazione guidata dal sindaco Walter Veltroni. Eravamo nel pieno della deriva neoliberale della sinistra e si disse che nessuno meglio di un privato avrebbe potuto realizzare la “città dei giovani”. Il principale punto di riferimento culturale di quella sinistra era Tony Blair, astro luminoso della scoperta del mercato da parte della sinistra. Come è andata a finire lo leggiamo in questi giorni. L’ex capo del Labour è il perno della criminale proposta che vorrebbe togliere la patria legittima ai palestinesi per costruire a Gaza, dove sono stati uccisi almeno cento mila uomini, donne e bambini, un’immensa città scintillante per il turismo d’élite mondiale. Una straordinaria parabola davvero.

La seconda censura riguarda il fatto che proprio negli stessi anni in cui il futuro degli ex Mercati Generali venne affidato al gruppo Toti-Lamaro, si era nella fase conclusiva della più grande e positiva esperienza urbanistica della Roma contemporanea. L’università di Roma Ostiense, poi ribattezzata Roma Tre, stava infatti per concludere uno straordinario processo di costruzione del nuovo ateneo.  Furono acquistati e ristrutturati interi comparti pubblici e privati dismessi (ex Olea Roma; ex Alfa Romeo; ex Croce  Rossa; ex Istituto d’arte Silvio d’Amico; ex complesso della Vasca Navale; ex Mattatoio di Testaccio; ex scuola Niccolò Tommaseo). 

Oggi quegli edifici, simbolo del degrado della Roma degli anni ’90, ospitano facoltà, istituti di ricerca, giovani intelligenti in cerca della loro strada. Per completare l’assetto dell’area Ostiense si pensava anche ad un intervento all’interno dei Mercati Generali. Troppo attivismo pubblico, avranno pensato nelle stanze ovattate della speculazione immobiliare. Così nel breve volgere di qualche anno, invece di essere valorizzata come una vicenda esemplare, la straordinaria esperienza pubblica di Roma Tre fu condannata alla damnatio memoriae. Non se ne doveva più parlare. Avrebbero risolto tutto i mitici privati.

Il loro fallimento è stato invece totale. Dalla crisi del comparto immobiliare statunitense del periodo 2007-2008, il gruppo che aveva ricevuto in affidamento il prezioso comparto pubblico, iniziò a chiedere (e ottenere da generose amministrazioni) due variazioni alla convenzione originaria in modo da avere maggiori tornaconti. Nella mia breve esperienza di assessore all’urbanistica del Comune di Roma ero sottoposto ad una forte pressione da parte dei concessionari per ottenere il via libera alla realizzazione di un grande centro commerciale. Feci presente che quel progetto non rispettava le leggi degli standard pubblici e anche grazie allo scandalo dello stadio della Roma di Tor di Valle, quel pericolo si fermò.

Oggi siamo ad un nuovo capitolo della vicenda. Il sindaco Gualtieri vorrebbe sostituire l’immenso luogo di consumo di allora con un’altrettanto immensa casa per studenti, molto più remunerativa, visto l’overbooking dei centri commerciali. Così vengono proposte due mila stanze (sic!) per studenti che però, sulla base delle leggi dello Stato, potranno diventare nel breve volgere di dieci anni appartamenti, alberghi o quanto di meglio preferiscono le imprese affidatarie.

La cura delle case per studenti ha lo stesso vulnus di dieci anni fa: con le dimensioni previste (più di 70 mila metri cubi) non si possono realizzare le aree per la sosta e per gli standard urbanistici. I privati potranno chiedere al comune di “monetizzare” queste aree, chiedere cioè che un diritto inalienabile dei cittadini venga cancellato con il pagamento di una modesta somma di denaro. Vedremo se il Comune avrà il coraggio di accettare questo immondo mercimonio: sarà il Consiglio comunale a decidere e vigileremo. 

A tale proposito va ancora una volta ribadito che uno delle quattro corti di cui si compone l’area degli ex Mercato Generali deve essere destinata a verde pubblico. L’area residenziale adiacente di via Giacomo Bove è infatti caratterizzata da intensivi ed è priva di verde pubblico. Le leggi dello Stato obbligano a saldare questo debito: un parco di tre ettari che si era già naturalizzato e che è stato devastato poche settimane fa da lavori -sembra- neanche autorizzati. Quel parco va restituito agli abitanti, è il minimo che occorre fare per il loro benessere. E va ribadita un’ultima considerazione sull’eroica trincea scavata dal sindaco Gualtieri e dai suoi cari: affermano che la convenzione non si può annullare perché altrimenti il privato chiederebbe al comune milioni di miliardi di danni. Naturalmente non è vero. La convenzione può essere cambiata ragionevolmente. Come abbiamo visto, la prima convenzione del 2006 aveva subìto per esplicita richiesta dei privati due variazioni integrative e non era accaduto nulla. Si tratta oggi di adeguare la convenzione firmata il 10 novembre 2025 alle leggi dello Stato: il quartiere chiede ed otterrà servizi e verde pubblico perché lo dicono le leggi in vigore e il Comune di Roma deve garantire  la loro applicazione.

Arriviamo così alla terza censura in atto, quella che ci interessa maggiormente. Da cinque mesi si è costituito un vasto e vivace comitato di cittadini che ha contestato alla radice il progetto di costruzione dei duemila alloggi privati per gli studenti. Due sono le caratteristiche principali di questo comitato. La prima riguarda la giovane età dei partecipanti. Ci sono studenti di scuola secondaria e universitari. Non era mai accaduto nelle lotte urbane simili degli anni scorsi. Sembra insomma che la forzatura dei mercati generali abbia provocato una inedita maturazione di coscienza da parte di giovani.

La seconda caratteristica è che il comitato ha le idee chiare riguardo al futuro dell’area. Vuole un parco degno di questo nome e vuole spazi di socialità per la città e in particolare per i giovani. Vuole infine che la regia della trasformazione dell’area avvenga sotto la regia pubblica. Una posizione culturalmente ineccepibile che fa sperare in una estensione di questa visione anche ad altre vertenze in atto in città. 

La vicenda degli ex Mercati Generali di Roma sembra finalmente aprire ad una nuova stagione di protagonismo dei comitati e della popolazione che richiede una città a misura umana e non a quella dei fondi immobiliari internazionali.

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giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

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Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitariEssere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

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mercoledì 25 marzo 2026

La generazione Z e il referendum - Mario Guerrini

La chiamano "generazione Z". Sono i giovanissimi. Venuti al mondo dopo il 1997. Sono nati con il cellulare nella culla. Vivono, mangiano, dormono con l'Iphone. Li considerano svogliati, assenti, dominati dalla tecnologia. Hanno tutto perché la famiglia gli dà tutto. Dicono che sono senza stimoli e senza voglia di lottare. Questo è il giudizio finale (sbagliatissimo) che danno su di loro. Invece, quando c'è stato bisogno di salvare la santa Costituzione (come mi piace chiamarla), loro, senza che nessuno li mobilitasse al voto, con un tam tam istintivo sono andati spontaneamente ai seggi e depositato il loro No nelle urne. Il loro contributo alla lotta contro i seguaci meloniani di Delmastro, Bartolozzi, Nordio, Santanchè (che non si è ancora dimessa) e tutta la genia politica di riferimento, è stato un punto fondamentale e magico contro l'attacco (respinto) alla Carta dei nostri Padri Costituenti. Questi giovani, ai quali sono fortemente devoto, e che magari manco seguono il Mio Osservatorio, questi giovani sono l'aspetto più bello e confortante che oggi emerge dalle barricate del No. A loro la mia personale gratitudine. La politica delle poltrone, del clientelismo, dei modelli mafiosi senza mafia, dei privilegi, dell'ingiustizia sociale, della Sanità che non c'è, dei soldi pubblici da regalare allo stadio dei fondi di investimento americani, dei ragazzi che vanno all'estero per farsi un futuro che qui non c'è, questa politica deve fare I conti con loro. I ragazzi della "generazione Z".

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martedì 24 marzo 2026

Piccola riflessione sul "male" - Andrea Zhok

 

Di fronte all'ennesima aggressione unilaterale della Epstein Connection (Usa+Israele), tutti giù a formulare complesse analisi geopolitiche per capirne il senso.

Tutti - me incluso - a contorcersi tra giustificazioni artefatte e contraddizioni palesi.

Stanno bombardando gli iraniani per difendere i diritti umani?

Stanno violando il diritto internazionale per difendere l'"ordine basato sulle regole"?

Stanno cercando di promuovere la democrazia esportando con le bombe uno Scià di seconda mano?

Stanno subendo danni e morti per il piacere di infliggere danni e morti al nemico?

C'è da uscirne pazzi.

A meno che...

A meno che la spiegazione non sia tanto semplice quanto complesse sono quelle scuse fittizie.

Basta pensare di aver a che fare con quello stesso tipo di esseri che vediamo dialogare nei file Epstein.

Quella gente non sta rischiando niente di persona; altri moriranno per loro. Non rischia niente Trump, non rischia niente Rubio, non rischia niente Hegseth, non rischia niente Netanyahu (la cui famiglia è a Miami), non rischia niente nessuno di quelli che prendono le decisioni più fatali.

Al contempo per loro e i loro sodali, ogni bomba usata sul nemico è una bomba da ricomprare, ogni radar distrutto dal nemico è un radar da ricomprare, ogni grattacielo distrutto è un futuro investimento immobiliare, ogni vittoria bellica è un incoraggiamento a spendere ancora nella stessa direzione, ogni sconfitta è un ammonimento a non aver speso abbastanza in passato.

Questa tipologia antropologica casca sempre in piedi.

Qualunque livello di distruzione umana e materiale ha un aspetto fruttifero per chi vive di commesse pubbliche (bisognerà fare pur qualche sacrificio per la sicurezza) e di capitali in cerca di investimenti redditizi. Non esistono strategie perdenti, purché tu riesca a convincere abbastanza gente che grandi atti di distruzione sono necessari.

Vedendo le cose da questo punto di vista, tutto cade perfettamente al suo posto.

Ogni contraddizione viene spianata, ogni nodo viene sciolto.

Se anche alla fine non hai raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente sbandierati (e QUANDO MAI sono stati raggiunti?), non c'è assolutamente nessun problema.

Avrai bruciato, insieme a donne, bambini, cittadini e soldati, una bella quantità di materiale bellico da rimpiazzare, una bella quantità di carburante da riacquistare.

Che ti frega del resto? Tu sei quello che governa la spesa prima e dopo la distruzione.

Lascia le formiche imbecilli laggiù in basso, e i giornalisti a molla, alle loro contorsioni dialettiche per fare spazio in qualche modo al "diritto internazionale", alla "liberazione dei popoli", al "conflitto di civiltà", e altre cazzate.

Che si scervellino pure, tanto alla fine del falò a loro resterà la cenere, i conti da pagare, i morti da seppellire; a te e ai tuoi compagni di golf resterà un'isola in più.

Ma e il regno di Baal? E l'Anticristo? E il satanismo?

Ma perché vi immaginate Baal, l'Anticristo o Satana come alfieri di un Regno del Male? Perché alimentate l'idea romantica degli Imperatori delle Tenebre?

Mi spiace amici, ma il Male, il vero autentico inflessibile Male nel mondo non ha nessuna grandiosa "impresa maligna" da portare a compimento.

Questo gli darebbe comunque una dignità, gli imporrebbe una coerenza, lo costringerebbe a tener ferme strategie: in fin dei conti lo renderebbe "costruttivo".

No, il Male sta in quella minuta meschinità di chi è disposto a dar fuoco al mondo per il solo gusto di avervi fottuto; e questo anche se in quel rogo dovesse finire lui stesso. È questa assurdità a renderlo potente: chiunque ragioni in termini di fini positivi, di una costruzione di vita, non riesce a seguirne i ragionamenti.

Il Male, come è stato detto altrove, è straordinariamente banale: è la dedizione di piccoli uomini dall'enorme frustrazione, capaci di spendere la vita, propria ma soprattutto altrui, per "ottenere profitti", cioè per ottenere ulteriore potenza senza nulla di importante da farci, cioè - in ultima analisi - per sentirsi vincenti, per non percepirsi come "losers", perdenti, sfigati.

Dedicare la propria vita ed energia alle battaglie del profitto è una vocazione reale, diffusa in molti ominicchi allevati nel grande pazzo serraglio della modernità, subumani che in ciò vivono la loro rivincita.

Il trionfo risentito del nulla.

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lunedì 23 marzo 2026

Selargius, cresce la solidarietà agli otto attivisti indagati per il presidio contro il Tyrrhenian Link - Osservatorio Repressione

Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo denuncia la criminalizzazione della protesta dopo lo sgombero del Presidio degli Ulivi e rilancia il sostegno a chi ha difeso per mesi il territorio dalle opere di Terna.

Dopo la notizia dell’indagine nei confronti di otto attivisti coinvolti nel presidio contro il Tyrrhenian Link a Selargius, cresce la solidarietà nei confronti dei manifestanti che avevano partecipato alla mobilitazione contro l’infrastruttura energetica di Terna.

A intervenire pubblicamente è stato il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, che in un comunicato ha espresso pieno sostegno agli indagati, sottolineando come la vicenda giudiziaria rappresenti l’ennesimo caso di criminalizzazione delle mobilitazioni territoriali. Il documento ricorda come il Presidio degli Ulivi – “Sa Battalla de Is Olias” – sia stato per oltre cinque mesi e mezzo un punto di riferimento per la protesta contro la realizzazione della stazione elettrica prevista dal progetto Tyrrhenian Link.

L’indagine arriva a un anno e mezzo dallo sgombero del presidioavvenuto il 20 novembre 2024, quando le forze dell’ordine intervennero in assetto antisommossa su richiesta della società elettrica per liberare l’area destinata ai lavori. Gli otto attivisti sono accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la loro partecipazione alle iniziative di protesta contro il cantiere.

Secondo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo, l’indagine colpisce persone che avevano preso parte a una mobilitazione pacifica e diffusa, sostenuta da centinaia di cittadini e cittadine dell’isola. Il presidio era nato nel 2024 per opporsi all’esproprio dei terreni agricoli e all’abbattimento di ulivi nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, trasformandosi in uno spazio permanente di confronto e mobilitazione.

Il comunicato sottolinea come la protesta abbia coinvolto persone provenienti da diverse zone della Sardegna, unite dalla difesa del territorio e dalla critica a un progetto ritenuto devastante per l’economia agricola locale. Per mesi il presidio ha rappresentato un luogo di partecipazione collettiva, con iniziative pubbliche, assemblee e momenti di confronto sulla gestione del territorio.

Per questo motivo il Gruppo Giuridico Popolare Sardo invita a non lasciare soli gli attivisti colpiti dalle indagini e a sostenere chi ha partecipato alla mobilitazione. L’appello è a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda e a continuare a difendere le ragioni della protesta, anche sul piano legale.

La vicenda del presidio di Selargius si inserisce in un quadro più ampio in cui le mobilitazioni contro grandi opere e infrastrutture energetiche finiscono sempre più spesso sotto indagine, trasformando proteste territoriali e ambientali in questioni di ordine pubblico.

Secondo i comitati e le realtà che hanno animato la mobilitazione, la solidarietà agli indagati rappresenta oggi un passaggio fondamentale per continuare la battaglia contro il progetto e per difendere il diritto delle comunità locali a opporsi alle opere considerate imposte dall’alto.

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domenica 22 marzo 2026

Referendum sulle carriere: sfida all’OK Corral - Ugo Boghetta

Si avvicina la resa dei conti, ovvero il voto sul referendum in merito alla separazione delle carriere. È una sfida all’OK Corral. È il momento che i malfattori — Licio Gelli, Berlusconi e la loro pletora di corruttori, corrotti, servi e parassiti — aspettavano da tempo. La campagna è già calda. I primi a distinguersi sono alcuni membri del governo. Basterebbe ascoltarli e avere una minima infarinatura su cosa sia la giustizia per votare No.

Il ministro Nordio ha infatti affermato che la riforma, per me la controriforma, non ha come obiettivo l’efficientamento della giustizia. Qualsiasi cittadino dotato di un minimo di buon senso prima si occuperebbe di far funzionare la macchina ingolfata che pesa su tutto il sistema, poi eventualmente farebbe altro. Sempre l’ineffabile Nordio ha formulato una domanda retorica con lo sguardo furbetto: «Tutti i poteri devono essere controllati, chi controlla la magistratura!?». Questa seconda affermazione è una dichiarazione d’intenti: il controllo della magistratura, appunto. La Costituzione, tuttavia, è basata sull’equilibrio dei poteri. Anche quello giudiziario è dunque un potere. Che qualcuno possa controllarne un altro in senso politico è incostituzionale e inaccettabile. Per altro verso, una certa conflittualità fra poteri è nell’ordine delle cose. Ma Nordio afferma che il potere politico si sente «a sovranità limitata». Tradotto: non ci lasciano fare quello che vogliamo come vogliamo, cioè senza regole. Vogliono dunque indebolire la magistratura per ridurre i controlli di legalità sulla politica politicante, ovvero sul governo di turno. Infatti Nordio aggiunge che questi cambiamenti andrebbero poi a beneficio del centrosinistra qualora ritornasse al governo. Più chiaro di così!

Ciò che invece va rimarcato è che dei tre poteri — legislativo, esecutivo e giudiziario — ormai i primi due sono diventati la stessa cosa. Gran parte della legislazione viene dal governo e dalla decretazione d’urgenza. E quando serve si ricorre sempre al voto di fiducia. Quindi, semmai, lo squilibrio è a favore dei governi e, invece, si dovrebbe ripristinare il ruolo del Parlamento.

Andrebbe inoltre ricordato al Nostro e ai suoi amici che nel nostro ordinamento solo il popolo è sovrano. E lo è, peraltro, nell’ambito della Costituzione stessa.

Ma le questioni non finiscono certo qui. Risulterà ancor più evidente nelle osservazioni che seguiranno che si vuole perseguire l’immunità e l’impunità della politica, dei padroni e di quel corollario ormai implicito che è la grande criminalità organizzata.

Come avverrebbe questa messa sotto tutela della magistratura?

In primo luogo va ricordato che da decenni è in atto una campagna avvelenata contro i magistrati. Certo, errori ne sono stati fatti; tuttavia questo è avvenuto in un contesto in cui «la politica» è andata sempre contro la Costituzione. E dopo Tangentopoli la corruzione è diventata ancor più diffusa e pervasiva. È la storia della putrida 2ª Repubblica e della sua torsione neoliberista. Ciò che si vuole ottenere, infatti, è la legittimazione del laissez-faire.

La Carta del ’48 invece non solo riguarda diritti e doveri, ma contiene un’idea di società para-socialista. E questo non è mai andato bene a lor signori. Si sono pure scomodati da Oltre Atlantico a condannarla: vedi la Trilaterale con la sua fatwa contro l’eccesso di democrazia e stato sociale.

E non si è trattato solo di parole. Basta mettere in fila il collegamento che unisce P2, morte di Moro e ora, fra altre, la separazione delle carriere.

Si usa dunque come pretesto la separazione dei giudici dai PM per indebolire l’indipendenza complessiva del potere giudiziario. Infatti è noto che la separazione delle carriere esiste già. Ed è falsa la comunanza fra giudici e PM se è vero che oltre il 50% dei procedimenti viene rigettato dai giudici.

Il punto decisivo è il CSM. Organo che non esisteva sotto la monarchia e il fascismo, ma che i costituenti hanno voluto proprio come strumento per rendere concreta l’indipendenza della magistratura stessa.

Come è noto, questo organo viene innanzitutto diviso: uno per i giudici e un altro per i magistrati. Poi compare magicamente un organo unitario: l’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari, come se questa fosse la questione principale. Peraltro il CSM attuale è uno dei più duri sui comportamenti interni, comparato con altre nazioni. In questo modo è ipotizzabile che si auspichi l’insorgenza di conflitti fra CSM. Un modo per indebolirli è il sorteggio con la scusa di contrastare le correnti. Ma le correnti rimarranno e magari, nel sorteggio, avrà una prevalenza una su un’altra: altro elemento di diatriba. Siamo a Roma e il divide et impera è di casa.

Un argomento usato è che la separazione delle carriere esiste in gran parte del mondo occidentale. Girano delle tabelle a tal proposito, ma sono sbagliate. In questi schemi infatti l’Italia è collocata nella colonna della comunanza delle carriere. In realtà, come sappiamo, il nostro Paese dovrebbe stare nella colonna della separazione. In tutti i sistemi infatti forme di relazione fra i due ruoli, a monte o a valle, esistono ovunque.

Quello che invece non si dice è il seguito. Vale a dire che dove c’è la separazione delle carriere i PM sono in vario modo sottoposti al servizio degli esecutivi. Non è un caso che il ventriloquo ministro Tajani abbia preventivato anche il passaggio della polizia giudiziaria sotto l’esecutivo. Sembra di sentire Berlusconi: era un suo pallino. Questo è un aspetto importante perché con questa ulteriore separazione sarebbero state impossibili le grandi inchieste di questi ultimi decenni, di cui non a caso i malfattori si lamentano tanto. Inoltre, se è chiaro l’obiettivo di indebolire i giudici, è altrettanto chiaro che, se non si vuole un superpoliziotto, bisogna imbrigliare anche i PM.

Qui infatti casca un altro asino. Sempre il nostro loquacissimo Nordio afferma che il cambiamento persegue il garantismo. In realtà, nel nostro ordinamento attuale il PM non è solo la pubblica accusa, ma persegue la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente. Poi, con il controllo dei PM, scomparirà anche l’obbligo di perseguire d’ufficio i reati. È dunque anche il garantismo che viene a indebolirsi.

Infine va sottolineato che il costo del funzionamento dei tre CSM salirebbe da 50 a 150 milioni l’anno, ma è un aspetto marginale.

Il contesto in cui si colloca l’oggetto del referendum rende il tutto ancor più illuminante e devastante. Il governo di destra infatti ha già più volte operato in ambiti affini, ma tutti convergenti rispetto all’obiettivo già sopra sottolineato: l’impunità e l’immunità dei potenti e dei loro servi.

Ad ogni evento con un qualche elemento di tragicità e trucidità il governo ha emanato un Decreto Sicurezza: Cutro, Vairano, fatti di Torino. Lo scopo è in gran parte propagandista, ma ciò nondimeno cambia il diritto oltre ogni dire. Inoltre, se la situazione lo richiederà, le nuove norme restrittive sono già lì, belle e pronte all’uso.

Ma non si sono fermati a questo.

Durante il Covid si era attenuato l’abuso d’ufficio in quanto, in stato d’emergenza, gli amministratori dovevano operare in tempi e modalità che andavano oltre la legge. Ebbene, il governo ha reso permanente tale sospensione. Lo stesso abbassamento dei controlli si è operato in materia di appalti. Si è anche intervenuto a limitare il traffico di influenze illecite. Parimenti si è operato in materia di intercettazioni, limitandone l’uso. È in questo iter che sempre il nostro ineffabile Nordio ha concepito il termine di modica mazzetta contro cui non si dovrebbe agire. Mentre, ad esempio, notizie reperite in materia di accattonaggio rimangono valide. Materie, come si vede, a cui da sempre sono sensibili politici, affaristi e criminali. Sono dei classici.
Forti coi deboli e deboli con i forti, insomma.

A fine anno, a tambur battente, si è poi provveduto a limitare l’azione della Corte dei Conti. I reati sono perseguibili, ma l’eventuale risarcimento dei danni erariali è stato ridotto a modiche cifre. Il resto del danno, come sempre, lo paga «Pantalone». Del resto, la Corte dei Conti aveva osato bocciare la delibera del Ponte sullo Stretto. E lo aveva fatto con due motivazioni ineccepibili. L’importo dell’opera era tale che serviva il bando europeo. La seconda motivazione riguardava il fatto che il documento del governo parlava di soldi privati mentre invece si procede con denaro pubblico. Ma la Corte aveva messo il naso anche nello spreco del centro per immigrati in Albania, la vendita sotto prezzo e tangenti di palazzi in Veneto, storno di soldi per la sanità in Liguria, il piano dei rifiuti in Sicilia basato solo sugli inceneritori. E sono solo esempi che si riferiscono al mese di dicembre 2025.

Questi esempi illustrano più di ogni ragionamento i fini che si prefigge il governo. Non devono essere messi bastoni fra le ruote ai poteri politici, economici, affaristici e alle sottostanti organizzazioni criminali. Ciò, tuttavia, crea ulteriore frammentazione e insicurezza. Ne va di mezzo la tenuta del Paese e la democrazia, le quali non possono esistere senza un’etica e una morale pubblica.

Non che prima di questi interventi le cose fossero idilliache. L’impunità e l’immunità sono state un vessillo da sempre sventolato dai ceti dirigenti italioti: dal Risorgimento ai giorni nostri.

Se guardiamo chi sta in carcere, ad esempio, vediamo come politici, imprenditori, amministratori siano un’infima minoranza. Per corruzione, concussione e reati finanziari i detenuti sono mediamente fra lo 0,5% e lo 0,8%. Ciò appare ben strano visto che l’Italia per corruzione è al 17° posto nell’Unione e al 54° posto nel mondo. Dati che ci parlano invero della corruzione percepita, ma quella reale è ben peggio.

Tutto ciò ci dice una cosa molto netta: ci troviamo dinnanzi a una giustizia classista. Situazione che purtroppo la Repubblica non è mai riuscita a cambiare proprio in virtù dei rapporti di forza e del ruolo delle forze conservatrici e reazionarie. Non è un caso che la Corte costituzionale sia stata varata nel 1956 e il primo CSM nel 1958! Tutto ciò è avvenuto nonostante la Costituzione e contro la Costituzione. Anche certa magistratura ha favorito questo andazzo; ultimo il caso Palamara. Basti pensare poi quanto tempo c’è voluto perché il fenomeno mafioso venisse indicato in quanto tale. E quanti magistrati, politici e cittadini onesti sono morti per giungere questo cambiamento culturale e politico.

In questa impronta classista non si può non parlare dell’inaccettabile lunghezza dei processi. Questa situazione non è una casualità, poiché è funzionale a chi ha le facoltà economiche di permettersi un buon avvocato per tirarla per le lunghe e puntare alla prescrizione. Peraltro, non esistendo nel nostro ordinamento la possibilità di aggravare la pena in caso di appello, non a caso tutte le sentenze vengono appellate, intasando il sistema, mentre alle procure e ai tribunali mancano uomini e mezzi.

Ciò che sta avvenendo è insito nella cosiddetta 2ª Repubblica, in cui neoliberismo e corruzione diffusa sono l’uno il prodotto dell’altra. L’unica anomalia in questi ultimi anni è stata la presenza in vari governi del M5S. Non è un caso che quelli con la loro forzata presenza per ragioni numeriche non siano durati più del giro delle quattro stagioni. E non a caso siamo passati dallo Spazza Corrotti al Salva Corrotti.

In questo contesto, per capirci qualcosa, i cittadini italiani dovrebbero chiedersi: in questi decenni i problemi sono venuti dalla magistratura o non invece da una politica di centrodestra/centrosinistra succube dei mercati e dei poteri sovranazionali? Il peggioramento complessivo del Paese sociale, morale, culturale, politico, economico è colpa della magistratura o della politica politicante?

E governo e maggioranza che legittimità hanno per mettere sotto tutela la magistratura, visto che hanno il consenso di un elettore su tre e più del 40% dei cittadini non vota più? Anzi, nelle recenti regionali si è sforato quasi ovunque il 50% di non voto.

Non è dunque la magistratura a essere politicizzata: è la politica; sono i partiti che non la fanno ormai più. E l’indipendenza che servirebbe è quella dai mercati, dalle multinazionali, dalla finanza, dai poteri ademocratici sovranazionali.

La conclusione è che corrotti, corruttori, parassiti, criminali e le loro emanazioni politiche hanno tutto il vantaggio a votare Sì. Non a caso, il fronte del Sì è trasversale alla destra e al centrosinistra. Bisognerà vedere quanto popolo bue riusciranno a portarsi dietro.

Ciò porta alla necessità di impostare questa campagna in maniera populista, poiché si deve tener conto delle frammentazioni intervenute a tutti i livelli: sociale, politico, culturale; classista, perché il substrato si misura sul lavoro, la redistribuzione della ricchezza e dunque del potere; giustizialista, poiché in Italia il termine non rappresenta l’esagerata volontà di punire, ma la necessità di perseguire corruttori, corrotti e criminali. Quello che deve emergere in questo referendum è lo scontro alto/basso, popolo e ceti corrotti. Deve essere rivolta e indignazione di un Paese ridotto a un colabrodo e fuori controllo. Ahinoi!

Bisogna dunque impegnarsi in questa campagna referendaria. In primo luogo, una vittoria del No non peggiorerebbe la situazione specifica e generale e, di questi tempi, questa sarebbe già una buona notizia. In secondo luogo, darebbe un primo stop a un governo che si sta allargando oltre misura, anche se rappresenta solo un terzo degli italiani. E ci si deve impegnare nonostante la compresenza del Partito Democratico che della situazione politica, economica, sociale, collocazione internazionale e vittoria della destra è il principale responsabile. Fargli intestare l’eventuale vittoria sarebbe davvero una beffa.

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sabato 21 marzo 2026

Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale peggio va - Mariano Turigliatto

 

Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.

Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera. Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare” per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache perché c’è chi si piega prima.

La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror, prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si sale e peggio vacome ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.

Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il 2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro; basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del 2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità regionale.

L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire, conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.

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venerdì 20 marzo 2026

La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate

 

Un lupo grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali e scatta subito l’allarme.

Il sindaco del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:

«Ora abbiamo paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro tempo.

Bene. Qui non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle alpina. You get what I mean, right?.

Rainoldi guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?

Significa convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si comporti come un giardino pubblico?

Il lupo non è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa, causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.

Questo non significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio del tutto normale in un’emergenza.

Se davvero vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.

Rainoldi parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con cautela.

Gli attacchi mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni, la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.

Nel frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni di vittime l’anno.

Eppure non vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.

Con rischi immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire in macchina e girare la chiave.

Il lupo grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?

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