martedì 30 agosto 2022

L’Alto Mare come lo spazio: il nuovo selvaggio West - Geraldina Colotti


L’intreccio deflagrante fra crisi, guerre, e catastrofi ambientali mostra le irrisolvibili contraddizioni della società moderna e l’ipocrisia che maschera l’inevitabile anarchia del capitalismo. Si può leggere anche così il nulla di fatto con cui si concludono vertici e convegni sull’ambiente, organizzati dalle Nazioni unite.

L’Onu è, d’altronde, un’istituzione elefantiaca da oltre 3 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo e 144.000 milioni di dollari per spese d’ufficio e di rappresentanza e per gli altissimi stipendi degli oltre 37.000 dipendenti sparsi per il mondo, che guadagnano in media 9.000-10.000 euro al mese, e i cui spostamenti aerei non contribuiscono certo alla riduzione delle emissioni. Per non parlare delle consulenze, eccetera eccetera.

Un’istituzione in crisi conclamata, il cui ruolo nei conflitti è inoltre sempre più esautorato, o ignorato, come nell’imposizione di misure coercitive unilaterali illegali ai Paesi che non si inginocchiano ai voleri degli Stati Uniti, il più grande contributore Onu, responsabile del 22% del suo bilancio operativo.

Promette di concludersi con un gran dispendio per poco costrutto, anche la quinta sessione della Conferenza intergovernativa sulla biodiversità marina delle aree al di là della giurisdizione nazionale (Bbnj). In corso a New York nella sede delle Nazioni unite, la conferenza durerà fino al 26 agosto e si propone la firma di un trattato per la protezione dell’oceano, un Trattato per la protezione dell’Alto Mare (UN High Seas Treaty). Un impegno a tutelare il 30% dell’oceano entro il 2030 attraverso la creazione di una rete di Aree Marine Protette (attualmente solo l’1,2% dell’oceano è giuridicamente protetto). Inoltre, le delegazioni dei Paesi in via di sviluppo che non hanno sbocco al mare, come la Bolivia, cercheranno di ottenere un accesso più equo alle Marine Genetic Resources (Mgr), il materiale biologico proveniente da piante e animali dell’oceano utile allo sviluppo e al benessere della società per la produzione di farmaci, per uso industriale o alimentare.

Non che il tema della Conferenza non sia perciò emblematico e particolarmente urgente nell’incombere delle catastrofi ambientali annunciate dal cambio climatico. Solo che un Trattato Onu sull’Alto Mare richiederebbe l’impegno vincolante della maggioranza dei Paesi del mondo, ovvero un cambio di marcia strutturale rispetto ai criteri che guidano il modello capitalista, imperante a livello globale. Infatti, le discussioni sulla protezione dell’Alto Mare vanno avanti da dieci anni e, anche in questa occasione, la guerra e i conflitti geopolitici che attraversano il pianeta, in special mondo il conflitto in Ucraina e la messa sotto accusa della Russia, stanno occupando il centro della scena.

Così, diversi Paesi europei, insieme agli Stati uniti, premono perché venga consentita con maggiore facilità l’estrazione mineraria sui fondali marini. A marzo, l’International Seabed Authority, che regola queste attività, ha dato il via libera a 31 concessioni per esplorare le profondità marine alla ricerca di minerali. E dalla Silicon Valley sono già in corso dal 2019 finanziamenti per ricerche miliardarie di minerali e terre rare in Groenlandia: ovviamente in nome della “transizione ecologica” del capitalismo. Secondo uno studio del Plymouth Marine Laboratory, gli ecosistemi marini globali valgono più di 48 trilioni di euro.

Gli oceani producono il 50% dell’ossigeno del pianeta e assorbono circa il 30% delle emissioni di CO2. Il livello del mare, però, cresce (4,5 centimetri nell’ultima decade, durante la quale l’aumento annuale è stato oltre il doppio che tra il 1993 e il 2002). Aumentano anche le ondate di calore, mentre si riduce il lasso di tempo di recupero. Sempre più frequenti sono le tempeste tropicali, gli uragani e le inondazioni.

La dilatazione termica fa sì che l’acqua si surriscaldi, si espanda e occupi più spazio. Un numero crescente di persone è costretto ad abbandonare i territori costieri, ricoperti dalle acque che prima non c’erano. Negli ultimi decenni, il riscaldamento della superficie dell’acqua, fino ai 2.000 metri di profondità, ha raggiunto livelli senza precedenti. I ghiacciai hanno iniziato a sciogliersi. Dal 1950 a oggi, si sono ridotti di 33,5 metri e il 76% di questa perdita si è prodotta dal 1980.

Si considera Alto Mare l’area situata oltre 200 miglia nautiche dalla costa, solitamente dichiarata dagli Stati Zona Economica Esclusiva (ZEE), pari a circa due terzi degli oceani. Circa il 70% dell’oceano è Alto Mare, l’ultima zona selvaggia e non propriamente regolamentata del pianeta. La vita marina che vive in queste zone è a rischio di sfruttamento, estinzione ed è vulnerabile alle crescenti minacce della crisi climatica, della pesca eccessiva e del traffico marittimo.

La pesca industriale interessa già oltre il 55% degli oceani e oltre 100 specie marine sono a rischio. Per tutelare gli interessi delle grandi multinazionali, nei Paesi del Sud, le oligarchie locali sono disposte a giocarsi il tutto per tutto quando vedono minacciati i propri interessi. Basti ricordare il golpe contro Chávez in Venezuela, nel 2002, a seguito di una serie di decreti esecutivi per tutelare le risorse nazionali, tra i quali la proibizione della pesca a strascico.

Quelle di Alto Mare, sono acque internazionali, dunque al di fuori delle giurisdizioni nazionali, accessibili quindi a tutti gli Stati, che vi possono transitare, pescare, o fare ricerca. Zone vitali per la difesa dell’ambiente dal cambio climatico, poiché albergano preziosi ecosistemi, peraltro già a rischio, considerando che tra il 10% e il 15% delle specie marine potrebbe estinguersi.

Eppure l’Alto Mare, come lo spazio, promette di diventare il nuovo selvaggio West.

da qui 

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