domenica 31 luglio 2016

Mahasweta Devi, o il diritto al sogno – Marina Forti


Mahasweta Devi non c’è più. Scrittrice, una delle più grandi figure letterarie dell’India contemporanea, è morta il 28 luglio a Calcutta, la sua città, dopo un attacco di cuore. Aveva 90 anni. Ha speso gran parte della sua vita e della sua scrittura alla difesa dei diritti degli oppressi, e in particolare degli adivasi, i nativi dell’India. Nata nel 1926 a Dhaka (allora Bengala orientale, oggi Bangladesh) in una famiglia di letterati e artisti, Devi si è trasferita nel Bengala occidentale dopo la Spartizione dell’India nel 1947; ha frequentato l’università fondata da Rabrindanath Tagore a Shantiniketan, in seguito si è stabilita a Calcutta. (Alcune notizie bio e bibliografiche sono qui e qui).
Difficile riassumere la sua opera in poche righe: significa parlare di letteratura, di come ha usato la tradizione orale e le lingue viventi dell’India (lei ha sempre scritto in bengalese, solo in un secondo tempo le sue opere sono state tradotte in inglese), e anche di militanza politica.
Il suo primo libro è del 1956, The Queen of Jhansi, la storia della giovane donna che guidò la prima rivolta contro il potere coloniale a metà del XIX secolo. Da allora ha pubblicato decine di romanzi e numerosi racconti, ora raccolti in 42 volumi dalla casa editrice Seagull di Calcutta. Storie raccontate con grande maestria letteraria («le donne dei suoi racconti sembrano balzare fuori dalle pagine e assumere tre dimensioni», notava durante una presentazione a Roma Anna Nadotti, curatrice di una raccolta dei racconti di Mahasweta Devi pubblicata presso Einaudi: La preda e altri racconti, 2004: una tra le pochissime traduzioni in italiano). Da alcune sue opere sono stati tratti dei film: in particolare  Madre del 1084, di Govind Nihalani (1998), dal romanzo omonimo, e più tardi Gangor, di Italo Spinelli (2011), ispirato al racconto Choli Ke Peeche(“Sotto il corsetto”). Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Magsaypay Award che è considerato un equivalente indiano del Nobel per la pace. Bisogna ricordare anche, in Italia, il Premio Nonino per “un maestro del nostro tempo”, 2005.
Ho incontrato diverse volte questa straordinaria scrittrice a Roma e poi a Calcutta: persona affascinante, Mahasweta didi ha sempre trovato il tempo per parlare delle sue battaglie. Nel testo che segue avevo cercato di rendere conto di questi incontri (lo riprendo da Il cuore di tenebra dell’India, ottobre 2012, mia ricerca sul conflitto sociale che percorre l’India profonda).  (ma.fo.)
Il diritto al sogno

«Io affermo che un diritto umano fondamentale è il diritto a sognare. Tutti hanno i propri sogni. Ad esempio un mondo senza polizia e sfruttatori, o il sogno dell’eguaglianza sociale. Grandi cose sono nate dai sogni.» Ritrovo queste frasi di Mahasweta Devi, forse la più grande scrittrice vivente in lingua bengalese, in una conversazione di qualche anno fa. Diritto a sognare, diceva, significa che «tutti hanno il diritto a rivoltarsi».
Mahasweta Devi ha speso gran parte della sua vita, e della sua scrittura, per sostenere il «diritto al sogno» degli oppressi – donne, contadini, operai, e in particolare degli adivasi, o «tribali», i nativi dell’India rurale. Nelle sue pagine si agita un mondo di oppressi, donne e uomini dell’India rurale profonda, storie di ingiustizie cocenti ma anche di rivolta, raccontate con umanità e passione. Il risultato è una produzione letteraria straordinaria, e insieme una vita dedicata alla militanza politica. («Dicono che unisco la scrittura all’attivismo sociale? Per me la scrittura è attivismo sociale», mi diceva ancora in quella vecchia intervista: «Le parole hanno un potere enorme. Le grandi armi non durano, hanno il potere di distruggere ma non di creare. le parole creano, e le parole durano. … La scrittura è uno strumento di battaglia»).
Torno a cercare Mahashweta didi al termine del mio ultimo viaggio in Jharkhand, nel dicembre 2011. La trovo seduta sulla sua sedia piena di cuscini nel minuscolo terrazzino di casa sua, un condominio popolare nella Calcutta sud, davanti a un tavolo ingombro di libri e carte. Questa faccenda delle terre tolte ai contadini per darla alle industrie è l’ultima ingiustizia, mi dice quasi spazientita, perché lei queste cose le dice e le scrive da anni. E ormai lei è stanca, borbotta. Ma poi torna a infervorarsi: a 86 anni compiuti Mahasweta Devi continua a scrivere, a mobilitarsi per sostenere i movimenti popolari, formare comitati, raccogliere aiuti, spendere la sua autorevolezza per sostenere cause di giustizia – e scrivere racconti, con quel suo linguaggio che cattura i lettori.
«L’ingiustizia sociale è ovunque», ripete nel mite inverno di Calcutta: «La giustizia del resto non è cosa che ti può essere consegnata: va conquistata, e una persona sola non ce la farà mai, ci vuole una volontà collettiva».
Sui tribali, insiste Devi, resta lo stigma sociale della colonizzazione: anche nella “nuova” India indipendente gli è rimasta addosso l’etichetta di vagabondi e criminali appioppata loro dai colonizzatori britannici. «Vivono nelle foreste, esclusi dalle modernità come l’istruzione, l’acqua potabile o le strade. Ci sono 90 milioni di tribali in India: usati, linciati, uccisi dalla polizia nella totale impunità. E cacciati dalle loro terre. Per me, lavorare per ristabilire i loro diritti umani e di cittadini è la cosa più importante. Eppure, la società adivasi è per molti aspetti la più civile in India. Pensa: non c’è disparità di genere, le donne non hanno un ruolo subalterno. Donne e uomini hanno pari diritto all’eredità. Non esiste il sistema della dote, divorzio e nuovo matrimonio sono ammessi per uomini e donne. È una società egualitaria».
Eppure non c’è idealizzazione in ciò che dice Mahasweta Devi. Cresciuta in una famiglia di poeti e scrittori, formata all’università di Shantiniketan nel 1936, quando era ancora vivo Rabindranath Tagore, Mahasweta Devi è convinta che la tradizione orale sia una fonte importante della storia: «Il mio primo libro è stato The Rani of Janshir. Questa rani [regina] era stata una leader della prima guerra di indipendenza contro i britannici, nel 1857-’58. Aveva combattuto con un esercito di donne. Io volevo capire perché una donna che era stata maritata a 8 anni, all’età di 18 decide di andare a combattere, si mette alla testa di un’armata, cavalca, combatte, fino a essere uccisa a 22 anni. Cosa l’ha spinta? Così ho lavorato alla sua biografia. Mio figlio aveva 4 anni, l’ho lasciato a mio marito e ho viaggiato nelle zone remote dove la rani aveva vissuto, a raccogliere la memoria di quegli eventi: per me la tradizione orale è una fonte importante della storia».
Parla anche della cultura e della lingua, anzi le numerose lingue tribali. «C’è molto da scoprire in ciò che le persone magari analfabete raccolgono nella loro memoria», mi diceva. «In tutti questi anni ho cercato di scoprire l’India, la vita delle persone comuni, le ingiustizie, le enormi potenzialità di tante persone forti, coraggiose, che soffrono e combattono. La natura dello sfruttamento va scoperta. Anche la lingua: se scrivi delle comunità di pescatori, o contadini, o tribali, devi rispettare il loro linguaggio così diverso da quello di una persone istruita urbana. Siamo circondati di lingue viventi: dobbiamo ascoltarle con rispetto e usarle».
Parla delle donne: «Io scrivo di una società in cui donne, uomini, bambini, tutti sono vulnerabili. La donna però è più vulnerabile, e proprio per il suo corpo: è stato così attraverso la storia. È così nella vicenda di Draupadi, uno dei miei racconti: al centro c’è lei che subisce uno stupro di gruppo. E perché? perché dava sostegno ai giovani ribelli della sua comunità tribale. Suo marito è stato ucciso. Per “punirla” della sua ribellione sarebbe bastata anche per lei una pallottola, ma invece decidono per lo stupro. La donna ha un corpo attraente, capace di amare e di generare figli: questa è l’immagine della donna, colei che genera e nutre gli umani, l’acqua, la terra, gli animali. Dunque, se vuoi darle una lezione fai violenza al suo corpo. Io parlo dell’India ma questo è vero ovunque, donne punite perché si sono ribellate al sistema». Già, non ricorda forse una nuova versione di Draupadi la terribile violenza inflitta a Soni Sori, “punita” per aver continuato a vivere e battersi per la sua gente nelle foreste della regione Bastar?
Mahasweta Devi dice che i conflitti nascono da «gap di comunicazione». Un gap comunicativo, diceva, «è che stai seduto nella tua comoda casa di Calcutta e non hai neppure idea della vita in un villaggio senza acqua potabile, strada, scuola, ambulatorio. Magari vai a vedere ma non sai come leggere ciò che vedi perché ti è lontano. Ci sono molti gap di comunicazione. Se parli e dici che una popolazione è rimasta senza casa, terra e diritti, e che non vogliono quattro soldi di risarcimenti ma terra, ti dicono che stai facendo political disturbance. E’ un altro gap di comunicazione».
Prima di congedarmi, nel suo terrazzino assolato, Mahasweta Devi tiene a ripetere che lei ha ancora molto da scrivere: e la scrittura, ripete, esiste se ha uno scopo.

venerdì 29 luglio 2016

Milioni di tonnellate di plastica minacciano i nostri mari - Marina Forti

L’acqua è cristallina, in trasparenza si vede il fondale. Tuffarsi è delizioso. Poi magari cambia la corrente. Oppure il mare è agitato. È una medusa quella? No, un sacchetto di plastica bianchiccio. Poi un altro, poi un altro. In acqua ora galleggiano pezzi di plastica, frammenti di sacchetti, un sandalo rotto. Arrivano dalla spiaggia, dalle barche di passaggio? Sì, anche, ma perfino davanti alla spiaggia più pulita può capitare di trovare plastiche e altri rifiuti galleggianti. Sono prodotti umani e arrivano da terra, questo è certo, ma magari da lontano: poi viaggiano trasportati da venti e correnti.
Sacchetti, bottiglie, posate, teli lacerati, pezzi di giocattoli, gli infiniti oggetti della vita quotidiana. Oppure imballaggi, pezzi di reti da pesca. Una enorme massa di rifiuti, soprattutto di plastica. Uno studio pubblicato l’anno scorso su Science stima che tra 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica finisca negli oceani ogni anno, 8 milioni di tonnellate nell’ipotesi media (lo studio ha preso a riferimento l’anno 2010, considerando i 275 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica prodotti entro 50 chilometri dalle coste dei 192 paesi affacciati sul mare).

Un pericolo per il mare
Insomma, milioni di tonnellate di detriti plasticosi galleggiano alla deriva. La letteratura scientifica ne parla fin dagli anni settanta, ma allora pochi ci facevano caso: la consapevolezza generale sta arrivando, a fatica, solo ora.
Eppure ormai sappiamo che la plastica è un pericolo mortale per la vita marina. È destinata a restare in mare per decenni, anzi secoli; ogni nuovo oggetto si aggiunge a quelli che ci sono già, perché la plastica non si degrada. Si frantuma, invece, in pezzi sempre più piccoli, e questo è parte del problema. I pezzetti verranno ingeriti da pesci e molluschi, perfino da invertebrati microscopici, per accidente o perché li scambiano per cibo: così i pezzetti entrano anche nella catena alimentare. Molte specie marine rischiano di mangiare plastica, specialmente le tartarughe e i cetacei, che scambiano quei frammenti per le piccole meduse o i molluschi di cui si nutrono. Spesso l’effetto è letale.
La deriva della plastica negli oceani segue dinamiche affascinanti, che gli scienziati studiano ormai da tempo. Sappiamo che i rifiuti arrivano dalle coste più abitate o con grande concentrazione di attività industriali. Alcuni si depositano sui fondali, ma la gran parte resta a galla. Portati da venti e correnti tendono a raccogliersi in “banchi”, o “macchie”, aggregazioni così grandi che a volte si sente parlare di “isole” di rifiuti: si dice che la Great Pacific garbage patch, nel Pacifico settentrionale, sia fino a due volte il Texas, che è tre volte l’Italia. Questa però è leggenda. Quanto siano grandi queste aggregazioni è difficile da dire, anzi impossibile.
Non esistono stime scientificamente ragionevoli, leggiamo sul sito della National oceanic and atmospheric administration (Noaa), l’agenzia statunitense che si occupa di ricerca oceanografica e dell’atmosfera, perché non si tratta di “isole” ma di masse che si muovono, si disperdono, si riaggregano. E poi, quella del Pacifico settentrionale è la maggiore, ma non l’unica.

I rifiuti galleggianti in una mappa
Un gruppo di climatologi e matematici dell’università di South Wales, in Australia, ha studiato l’evoluzione dei sei “banchi” di rifiuti corrispondenti alle grandi zone subtropicali degli oceani, osservando come i nuovi rifiuti rilasciati dalle coste finiscono in quei grandi agglomerati. La dinamica è illustrata in questa mappa. Secondo questi studiosi, alcuni “banchi” tendono a disperdersi e riformarsi (per esempio quelli dell’oceano Indiano e dell’Atlantico meridionale), mentre il “banco” del Pacifico settentrionale tende ad attrarre detriti dagli altri bacini.
Intanto quella mappa dice che un rifiuto buttato in mare in qualunque punto del Mediterraneo resterà nel Mediterraneo. Siamo in un sistema chiuso: una plastica gettata presso le coste della Spagna o dell’Egitto può arrivare nell’Egeo, nel Tirreno, davanti alle coste marocchine o siciliane. In Italia, tra l’estate del 2014 e quella del 2015, la Goletta Verde di Legambiente ha monitorato 2.600 chilometri di coste e ha avvistato oltre 2.700 rifiuti galleggianti più grandi di 2,5 centimetri: il 95 per cento è plastica. Risulta che il mare più denso di rifiuti galleggianti è il Tirreno centrale, con 51 rifiuti per chilometro quadrato; seguono l’Adriatico meridionale (34) e lo Ionio (33).
Così torniamo alla nostra baietta con l’acqua cristallina. Ovunque sia, rischieremo sempre di trovare un po’ (o tanta) plastica alla deriva: almeno finché non riusciremo a evitare che la plastica finisca in mare. Questo significa usarne di meno e poi raccogliere, riciclare, smaltire in modo appropriato. Ma serviranno azioni globali: come molti dei problemi del nostro tempo, anche l’inquinamento dei mari non conosce frontiere.

lunedì 18 luglio 2016

L’acqua: l’unica questione che mette in difficoltà Israele di Amira Hass

L’acqua è l’unica questione che mette (ancora) in difficoltà Israele con il pretesto della sicurezza e di Dio. I portavoce israeliani hanno pronte tre risposte da utilizzare quando rispondono alle domande sulla carenza d’acqua nelle città palestinesi della Cisgiordania, che emerge chiaramente rispetto al pieno soddisfacimento idrico delle colonie:
1) Le condutture palestinesi sono vecchie e di conseguenza vi sono perdite d’acqua; 2) i palestinesi si rubano l’acqua tra loro e la rubano agli israeliani; 3) in generale, Israele nella sua grande generosità, ha raddoppiato la quantità d’acqua che distribuisce ai palestinesi in confronto a quella stabilita dagli accordi di Oslo.
“Distribuzione”, i portavoce scriveranno nelle loro risposte. Non diranno mai che Israele vende ai palestinesi 64 milioni di m³ d’acqua all’anno invece dei 31 milioni di m³ stabiliti dagli accordi di Oslo. Accordi che sono stati firmati nel 1994 e che era previsto scadessero nel 1999. Non diranno che Israele vende ai palestinesi l’acqua dopo avergliela rubata.
Complimenti per la demagogia. Complimenti per rispondere solo con un ottavo della verità. L’acqua è l’unica questione per cui Israele è (ancora) in difficoltà nel difendere la sua politica discriminatoria, oppressiva e devastante con il pretesto della sicurezza e di dio. Per questo deve confondere e stravolgere questo fatto fondamentale: Israele controlla le risorse idriche. Ed avendone il controllo, impone il contingentamento della quantità di acqua che i palestinesi hanno il permesso di produrre e consumare. In media i palestinesi consumano 73 litri pro capite al giorno. Al di sotto della quantità minima necessaria. Gli israeliani consumano in media 180 litri al giorno, e c’è chi afferma che sono anche di più. E qui, a differenza di là, non troverete migliaia di persone che consumano 20 litri al giorno. D’estate.
Vero, alcuni palestinesi rubano l’acqua. Contadini disperati, i soliti imbroglioni. Se non ci fosse la mancanza d’acqua ciò non accadrebbe. Una gran parte dei ladri sta nell’area C, sotto il pieno controllo di Israele. Per cui, per favore, lasciate all’IDF e alla polizia il compito di trovare tutti i criminali. Ma giustificare la crisi con il furto, questo è un inganno.
Faccio questo lavoro da venticinque anni e le bugie dei portavoce dell’occupazione israeliana continuano a farmi infuriare. Le peggiori sono le bugie sulla carenza d’acqua in Cisgiordania. Ogni anno arriva l’estate e mi tocca scrivere qualche articolo sul tema.
Quest’anno mi sono concentrata sull’area di Salfit, nell’ovest della Cisgiordania. Ho visitato alcuni villaggi e ho visto i rubinetti a secco, le zucche rinsecchite negli orti e i bambini che andavano a riempire i contenitori di plastica alle sorgenti. In estate la quantità d’acqua erogata dall’azienda idrica israeliana viene ridotta almeno della metà. Il motivo è semplice: aumenta la richiesta d’acqua negli insediamenti, riforniti dalla stessa rete. La risposta degli israeliani è sempre la stessa: diamo ai palestinesi più acqua di quanto previsto dagli accordi di Oslo del 1994.
Gli accordi di Oslo hanno sancito il controllo israeliano sulle risorse idriche e hanno autorizzato una distribuzione squilibrata dell’acqua proveniente dalle falde della Cisgiordania: 80 per cento agli israeliani, 20 ai palestinesi. Oggi il rapporto è addirittura peggiorato: 86 a 14, perché i pozzi che i palestinesi hanno aperto nell’est non hanno prodotto la quantità d’acqua sperata (l’area di Salfit è invece ricca d’acqua nel sottosuolo, ma i palestinesi non la possono sfruttare). Di conseguenza i palestinesi sono costretti a comprare più acqua dall’azienda idrica israeliana. Acqua che noi israeliani rubiamo a loro.
Haaretz, 22 giugno 2016

sabato 16 luglio 2016

Pdg: il fottovoltaico - Nardo Marino

Quelli del Gruppo d’intervento giuridico se n’erano accorti già nella primavera del 2014. Sotto i pannelli fotovoltaici della gigantesca serra di Giave non c’era traccia di coltivazioni, nonostante l’ìmpianto fosse stato autorizzato a condizione che la produzione agricola fosse prevalente.
A distanza di oltre due anni, arriva la prima conferma. Il maxi impianto è sotto sequestro, tre persone sono indagate per truffa ai danni dello Stato, 9 milioni di euro sono stati bloccati sui conti correnti riconducibili alla società. Stando a quanto emerge dall’indagine condotta dalla Guardia di finanza, ortaggi e verdure varie venivano in realtà acquistate da fornitori terzi e spacciati come prodotti in loco. Intanto i contributi pubblici arrivavano puntualmente in cassa.
E’ opportuno, ora, fare un piccolo salto indietro nel tempo. Novembre 2013. Le cronache riportano la notizia dell’iniziativa sorta a Giave con toni entusiastici. A capo del progetto ci sono un paio di ex imprenditori edili sardi; i soldi, invece, una cinquantina di milioni, arrivano dalla lontana Taiwan, da una società effettivamente specializzata in sistemi fotovoltaici.
A Giave si fregano le mani. L’azienda viene definita come una delle più grandi al mondo del suo genere: 24 ettari di serre fotovoltaiche, in grado di produrre 16 megawatt di energia, al cui interno (riporto testualmente da una delle cronache dell’epoca) “con cura e passione si coltivano asparagi, peperoni, lattuga romana, rucola e, ancora, insalata iceberg, radicchio rosso e cavolfiori”. Sempre le cronache dell’epoca esaltano i primi, eccezionali risultati dell’intrapresa agricola: circa duemila chili di ortaggi percorrono ogni giorno le strade dell’isola, da nord a sud, per arrivare freschi sulle tavole dei consumatori. C’è pure il marchio commerciale, con prodotti in vasetto pensati appositamente per il mercato cinese, la previsione di nuovi impianti per la trasformazione nel territorio e persino una partnership con la Porto Conte Ricerche.
Tutto questo veniva detto e scritto nel novembre del 2013. Ma la denuncia degli ambientalisti risale ad appena quattro mesi dopo. Com’è possibile che, in appena 120 giorni, le serre di Giave si siano trasformate dal paradiso dell’ortaggio a campi di sterpaglie? E le autorità dell’epoca? Antonello Liori, assessore regionale dell’Industria, dopo una visita alle serre di Giave,  definì l’iniziativa “una sfida vincente che speriamo sia anche d’esempio per gli altri imprenditori sardi”. Se lo dice lui…
Se le prime risultanze dell’inchiesta fossero confermate, siamo di fronte a una gigantesca presa per i fondelli. L’ennesima, a dire il vero. Con l’aggravante che non impariamo mai a riconoscerla in tempo.

martedì 12 luglio 2016

Il Consiglio di Stato boccia il Progetto Eleonora, vittoria dei Comitati - Piero Loi

Un no perentorio e definitivo: si ferma al Consiglio di Stato il progetto Eleonora della Saras, che ad Arborea avrebbe voluto realizzare un pozzo esplorativo per l’estrazione di idrocarburi, gas nello specifico. L’ultimo grado della giustizia amministrativa ha infatti accolto le motivazioni già espresse dal Tar Sardegna il 3 ottobre 2015, rigettando il ricorso presentato dalla società petrolifera. Il progetto è incompatibile con i vincoli paesaggistici, in base ai quali, nella fascia costiera, possono essere realizzati solo “interventi edilizi di manutenzione e consolidamento statico, ed inoltre di ristrutturazione e restauro, a condizione che essi non incrementino la volumetria esistente o alterino lo stato dei luoghi”: queste le motivazioni alla base della sentenza resa pubblica nel pomeriggio di oggi.  A dimostrazione di quanto l’intervento avrebbe potuto alterare lo stato dei luoghi, i giudici del Consiglio di Stato sottolineano che l’opera non presenta le caratteristiche di temporaneità e precarietà attribuite, invece, al pozzo dalla Saras. Un’altra ragione per cui il pozzo non è realizzabile è legata al fatto che “l’opera risponde nel caso di specie ad esigenze di produzione industriale ed esula quindi dalle ipotesi contemplate dall’art. 102 delle norme tecniche di attuazione del piano paesaggistico della Regione Sardegna”, come già messo in evidenza dal Tar. Insomma, le ragioni dei giudici amministrativi di Piazza del Carmine si sono rivelate fondate.
Con la sentenza di oggi, arrivata a un mese esatto dall’udienza del 9 giugno, festeggia l’amministrazione comunale di Arborea guidata da Manuela Pintus, rappresentata dai legali Mauro Barberio e Stefano Porcu, l’associazione ambientalista Gruppo d’intervento giuridico, convinta sostenitrice del no, e il noto comitato No Eleonora, che da anni si oppone alle trivelle dei Moratti. La sentenza dei giudici d’appello dà ragione anche alla Regione, che tramite gli uffici del Servizio valutazioni e impatti ambientali dell’assessorato all’Ambiente aveva già bocciato il pozzo esplorativo proposto dalla società dei fratelli Moratti.
Quello di Arborea non è, in ogni caso, l’unico territorio in Sardegna interessato da progetti per l’estrazione di idrocarburi. La Saras, infatti, detiene un permesso di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi Igia alle porte di Cagliari. In tutto 121 kmq tra Elmas, Assemini, Decimomannu, Sestu, San Sperate, Monastir, Nuraminis, Serrenti, Uta fino a Serrenti, San Gavino, Sanluri, Sardara, passando per Samassi e Serramanna. In pratica, mezzo Campidano. Sulla stessa area la Saras ha chiesto e ottenuto un permesso per lo sfruttamento di risorse geotermiche. Effettuate le ricerche, la prossima fase, come avvenuto ad Arborea, potrebbe essere la richiesta dell’autorizzazione a realizzare un pozzo esplorativo. Anche in questo caso sarà il Piano paesaggistico a fare da scudo alle intenzioni dei fratelli Moratti?

martedì 5 luglio 2016

Stiamo strangolando la terra – Alberto Castagnola



I mesi passano mentre quasi nessun governo mette tra le sue priorità assolute la lotta al cambiamento climatico in corso, con eventi estremi (alluvioni e siccità anche in luoghi che non le conoscevano, spostamenti e mutazioni delle stagioni ormai evidenti anche per l’osservatore più scettico) che appaiono ormai moltiplicarsi e soprattutto raggiungere picchi di intensità mai conosciuti negli ultimi secoli. L’attività dell’Onu (Ipcc, Cop 21 a Parigi, e apertura a New York delle firme definitive da parte di tutti i 195 paesi del pianeta) sembra aver perso ogni capacità di attrarre l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa su un complesso di problemi che diventano rapidamente sempre più minacciosi per la vita di uomini e donne sul pianeta (leggi anche l’appello di Alex Zanotelli A quando l’Onda verde?). E intanto danni ambientali ed eventi climatici si susseguono; proviamo a percepire i tempi e la portata di questa rete sempre più fitta che strangola giorno per giorno l’equilibrio della Terra.


Arsenico e super filtri. Nel villaggio Gairaula Shiv, distretto indiano di Bjinor, abitano 7.000 persone: in cinque anni ne sono morte di tumore 22. A Shadipur, 2.500 abitanti, le vittime sono state 15 in quattro anni. Quasi altre 100 ne sono state contate in 10 piccoli centri fra il Gange e gli affluenti della regione. Per tutti la causa della malattia è accertata: arsenico. È certo che la sostanza sta facendo ammalare 65 milioni di persone in Asia, in particolare in Bangladesh, in Nepal e in India, in quest’ultimo paese le persone esposte alla minaccia sono 5 milioni. Un rapporto è stato inviato al dipartimento di orticoltura della cittadina di Bjinor, con l’indicazione che le piante a foglia non devono essere coltivate perché assorbono il veleno. (SETTE, 12 febbraio 2016, pag.52)
I trasporti marittimi di merci con le navi portacontainer sono al minimo storico. “Nel 2015 nel porto di Amburgo”, scrive la Suddeutsche Zeitung, “ è approdato il 10% dei container in meno rispetto all’anno precedente”. Il minor traffico ha fatto crollare i prezzi, mettendo in crisi gli armatori, che ora minacciano di licenziare il personale e di cancellare diverse tratte. Il leader mondiale Maersk, ad esempio, ha annunciato il licenziamento di 4000 persone entro la fine del 2016.”E’ peggio del 2008”,  ha commentato l’amministratore delegato Nils Andersen. La crisi del trasporto marittimo, è dimostrata dall’andamento del Baltic Dry Index, un indice che misura il prezzo medio dei trasporti di merce via container: oggi l’indice è tornato ai minimi storici registrati dopo la crisi del 2008”. E dal momento che è considerato anche un indicatore  dell’andamento dell’economia globale, non è un buon segnale per il futuro”.  (Internazionale n. 1141, 19 febbraio 2016, pag,101)
Il 15 febbraio il paese è diventato il primo al mondo a ratificare l’accordo di Parigi contro il cambiamento climatico. (Internazionale n.1141, 19 febbraio 2016, pag. 34)
Il 16 febbraio la TV di Stato ha annunciato che diecimila persone saranno costrette a lasciare le loro case nella provincia del Guizhou, nel sud-ovest del paese, per fare posto al più grande radiotelescopio del mondo, che cercherà forme di vita extraterrestre. (Internazionale n. 1141, 19 febbraio 2016, pag. 34)
Infrastrutture obsolete. Negli Stati Uniti, l’11 febbraio, i dirigenti dell’azienda Southern California Gas hanno annunciato che è stata fermata la fuga di gas scoperta a fine ottobre a Porter Ranch, un sobborgo di Los Angeles, in California. L’emergenza era cominciata quando molti abitanti si erano rivolti alle autorità sostenendo di avere dolori alla testa e nausee. In quattro mesi la fuga di gas, dovuta al fatto che alcune condutture e valvole di sicurezza non erano a norma, ha causato la fuoriuscita di 96.000 tonnellate di metano, la stessa quantità emessa da 500mila automobili in un anno, e ha costretto undicimila persone a lasciare le loro case. A gennaio, il governatore della California aveva dichiarato lo stato di emergenza nell’area colpita. “Il disastro di Porter Ranch , come quello dell’acqua contaminata di Flint, in Michigan, è la conseguenza del fatto che le infrastrutture in tutto il paese sono obsolete, ”scrive “ Secondo un rapporto del dipartimento per la sicurezza, ci vorrebbero1600 miliardi di dollari per modernizzare ponti, strade, porti, sistemi idrici e altre infrastrutture per l’estrazione di gas e petrolio.” Secondo il San Francisco  Chronicle, in tutta la rete di gasdotti californiani ci sono perdite che rilasciano continuamente gas metano nell’aria, e le emissioni totali durante l’anno sono anche superiori a quelle di Porter Ranch. (Internazionale n.1141, 19 febbraio 2016, pag.31)
Secondo uno studio pubblicato su Antarctic Science, circa 150mila pinguini di Adelia sono morti dal 2010 nella regione di Capo Denison, in Antartide, a causa dell’arrivo di un iceberg enorme che ha fatto da tappo, costringendo gli uccelli a un percorso molto più lungo per procurarsi il cibo. La popolazione dei pinguini sarebbe scesa a circa diecimila unità. (Internazionale n. 1141, 19 febbraio 2016, pag. 98)
Quattro miliardi di persone al mondo fanno i conti con la scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno. Finora si stimava che fossero tra gli 1,7 e i 3,1 miliardi. Secondo Science Advances, soprattutto in India e in Cina, ma anche negli Stati Uniti, in Bangladesh, Pakistan, Nigeria e Messico una parte della popolazione soffre per la mancanza di acqua per vari mesi all’anno. In totale nel mondo mezzo miliardo di persone ha sempre problemi di approvvigionamento idrico. (Internazionale n. 1141, 19 febbraio 2016, pag. 98)
Quasi un milione di bambini in Africa soffre di malnutrizione grave. Tra le cause, due anni di anomalie climatiche, peggiorate da un forte El Nino. Secondo l’Unicef, servono aiuti in Etiopia, Somalia, Angola, Malawi, Lesotho, Swaziland e Zimbabwe. (Internazionale n.1141, 19 febbraio 2016, pag. 98)
Siccità. La siccità che ha colpito la Colombia ha portato il livello delle acque del fiume Magdalena dai 2,5 metri abituali ad appena 60 centimetri. La popolazione dei pesci è calata del 90%. Internazionale n. 1141, 19 febbraio 2016, pag. 98, con foto)
Vita da galline. Le uova deposte da galline allevate a terra non sono più un prodotto di nicchia per consumatori sensibili e facoltosi, scrive Mother Jones. Ormai sono un prodotto di largo consumo, usato anche dai fast food. Negli Stati Uniti si sta gradualmente passando dall’allevamento in gabbia a quello a terra. Tuttavia questi stabilimenti non somigliano affatto a piccole fattorie bucoliche. Gli allevamenti non biologici non prevedono spazi esterni. Si tratta di grandi capannoni chiusi, con migliaia di volatili. Le galline possono muoversi e avere comportamenti naturali, come appollaiarsi o razzolare. Ma la mortalità è quasi il doppio di quella rilevata nel sistema a gabbie, soprattutto a causa dell’aggressività e del cannibalismo. “Il cannibalismo è un comportamento appreso , un sintomo dell’allevamento industriale. “spiega la rivista. Per questo molti allevatori continuano a tagliare il becco agli uccelli. Altri problemi degli allevamenti al chiuso sono l’accumulo di ammoniaca dovuto allo sterco non rimosso, la polvere sollevata dallo sbattere delle ali, la diffusione delle malattie. In realtà, conclude Mother Jones, chi vuole comprare uova sostenibili e rispettose del benessere degli animali  non dovrebbe limitarsi all’etichetta “allevate a terra”. In genere le diciture  “mangime vegetale”, naturale”, “fresche di fattoria” sono solo messaggi pubblicitari. E’ meglio scegliere le uova “biologiche”, da allevamento all’aperto estensivo o da galline allevate al pascolo, se si può sostenerne il costo.  (Internazionale n.1141, 19 febbraio 1141, pag. 98?
Pane nero? No, grazie. Ma i cibi al carbone vegetale fanno bene? Se sì, perché sono stati denunciati i panettieri pugliesi? (Claudia M., Cuneo). Tutta questa passione per il dark food ha fatto proliferare una gran quantità di alimenti neri, – brioches, focacce, pane – sollevando un caso. Dodici panettieri di Altamura sono stati denunciati dalla Forestale. La legislazione nazionale e quella europea vietano l’utilizzo di colorante nella produzione di pane, ma se ne prevede l’impiego nel “prodotto della panetteria fine”. Se si panifica con E 153, il prodotto finale non può essere definito pane, altrimenti si viola la legge. Il carbone vegetale è indicato per chi soffre di disturbi intestinali, favorisce l’assorbimento di gas potenzialmente nocivi ed è quindi indicato in casi di aerofagia, cattiva digestione, , ma anche come profilassi prima di alcuni esami. In assenza di questa sintomatologia, è inutile, e, come sempre, l’eccesso è dannoso. Proprio l’effetto assorbente del carbone potrebbe addirittura interferire con l’efficacia di alcuni farmaci, come la pillola anticoncezionale. (Io Donna, 20 febbraio 2016, pag.149).
La Foresta del grande orsoCanada. È adesso protetta grazie ad un accordo tra associazioni ambientaliste e industrie del legname. L’intesa proibisce il disboscamento nell’85% del territorio (32.000 chilometri quadrati) e lo regola nel restante 15%. Eviterà così l’immissione in atmosfera di 640mila tonnellate di Co2 all’anno e proteggerà grizzly, lupi, salmoni, rane, orso kermode. (Io Donna, 20 febbraio 2016, pag. 148, con foto).
L’olio di palma. Non è nocivo se non se ne abusa. Nell’olio di palma non c’è un ingrediente specifico tossico che non si trovi in altri elementi simili, ma la concentrazione di grassi saturi fa si che vada usato con cautela per ridurre il rischio di patologie cardiovascolari. Questo il parere dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato ieri. (Corriere della Sera, 26 febbraio 2016).
Plastica nel Mars. Il produttore statunitense di cioccolata Mars ha ritirato dal mercato la barretta Mars e altri prodotti, dopo che in Germania ha trovato un pezzo di plastica in uno snack. Inizialmente, spiega la BBC, il provvedimento riguardava la Germania, ma poi si è esteso al Regno Unito, alla Francia, al Belgio, all’Italia e alla Spagna. Secondo Roel Govers, portavoce della Mars nei Paesi bassi, potrebbero essere convolti 55 paesi. I prodotti ritirati hanno data di scadenza compresa tra il 19 giugno2016 e l’8 gennaio 2017. (Internazionale n. 1142, 26 febbraio 2016, pag. 108).
Fiumi di petrolioAlmeno tremila barili di greggio sono finiti nei fiumi Chiriaco e Maranon, nel Perù nordoccidentale, a causa delle perdite in un oleodotto della compagnia statale  Petro Perù. La comunità indigena Achuar è stata la più danneggiata. Il 17 febbraio il governo peruviano ha dichiarato una emergenza sanitaria di novanta giorni perché l’acqua era seriamente contaminata. “Le conseguenze ambientali di questo incidente”, scrive El Comercio in un editoriale, ”sono terribili  e l’unica responsabile è l’azienda Petro Perù. Ancora più grave è il silenzio complice della maggior parte dei politici peruviani”. Da giorni, scrive il quotidiano, le comunità locali possono mangiare solo banane e yucca. (Internazionale n.1142, 12 febbraio 2016, pag. 29, con cartina geografica.
Funghi pericolosi. I bambini in Africa e in alcuni paesi asiatici mangiano alimenti contaminati da due microtossine epidemiche: l’aflatossina e la fumonisina. Un rapporto dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), avverte che queste tossine, già note come sostanze cancerogene, sembrano rallentare il normale sviluppo dei bambini. Sono prodotte da due tipi di funghi, diffusi nelle coltivazioni di mais, arachidi e manioca. Gli Stati Uniti spendono tra i 500 milioni e gli 1,5 miliari di dollari ogni anno per ridurre il rischio di contaminazione dei raccolti destinati al consumo umano. Costi insostenibili per i paesi più poveri. (Internazionale n.1142, 26 febbraio 2016, pag.103)
Usando dati satellitari, l’èquipe di Alistar Seddon, dell’Università di Bergen in Norvegia, ha disegnato una mappa della sensibilità degli ecosistemi alla variabilità climatica. Tra le zone più a rischio, in rosso, emergono la tundra artica, parte delle foreste boreali, le regioni alpine, la foresta pluviale tropicale, le steppe dell’Asia centrale, le praterie americane, la caatinga (foresta semiarida del Sudamerica), e le regioni orientali dell’Australia. Le praterie sono sensibili soprattutto alla disponibilità di acqua, le regioni alpine alla temperatura, e la tundra artica alla temperatura e alla copertura nuvolosa.  (Internazionale n. 1142, 26 febbraio 2016, pag.104, con mappa).
Caffè in capsule. Amburgo scoraggia il caffè in capsule. La città di Amburgo ha proibito l’uso di caffè in capsule negli edifici pubblici. Il divieto fa parte di un pacchetto di misure, adottato a gennaio, per ridurre i rifiuti. Nelle capsule infatti ci sono tre grammi di imballaggio ogni sei di caffè. In Germania un caffè su otto è fatto con una capsula. Queste monoporzioni sono uno spreco di risorse, scrive la BBC, producono rifiuti e possono causare inquinamento da alluminio. Le capsule contengono spesso sia plastica sia alluminio, un insieme che le rende difficili da riciclare. E i residui di caffè peggiorano la situazione. A livello europeo, le capsule rappresentano circa un terzo del mercato del caffè, per un valore di 18 miliardi di euro, e le vendite sono in aumento. Si prevede che nel 2020 il consumo di caffè in capsule possa superare quello delle bustine di tè. Queste cifre potrebbero essere anche più alte se si migliorasse la compatibilità tra le diverse marche. Intanto, alcune aziende che si sono poste il problema della sostenibilità ambientale, come la Caffè Vergnano o la Honest Coffee Company, hanno creato capsule biodegradabili. Nespresso, invece, ha un servizio di raccolta delle capsule usate, che vengono riciclate per produrre altri materiali. Tuttavia, secondo Piotr Barczak, dell’Ufficio Europeo dell’Ambiente, il problema è mal posto: piuttosto che preoccuparsi di come riciclare, sarebbe meglio produrre meno rifiuti in partenza. Riciclare dovrebbe essere l’ultima risorsa, non la prima. (Internazionale n. 1142, 26 febbraio 2016, pag. 104)
Il veleno che mangiamo. Avrei qualche osservazione da fare sul bellissimo articolo che riguarda il glifosate (così si chiama il principio attivo dell’erbicida). Il glifosate entra nei cibi soprattutto nei paesi in cui si possono trattare direttamente le derrate alimentari, quindi nelle colture geneticamente modificate (ogm) per resistere all’erbicida. In particolare le colture Roundap Ready (Rr). In Europa non si possono coltivare ogm, in Italia non si può fare neanche la sperimentazione sul campo. Ma l’80% della soia che si consuma in Europa è d’importazione ed è ogm Rr, è trattata con glifosate e costa più della soia nazionale. Cosa si otterrebbe con la limitazione o il divieto di utilizzo in Europa del glifosate? Da un punto di vista alimentare nulla, mangeremo quello di importazione. Non sarebbe più logico (se veramente fa male) chiedere la limitazione o il blocco delle derrate alimentari d’importazione contenenti glifosate? Ci sta a cuore la salute delle persone e degli animali o vogliamo solo boicottare un erbicida? (Enrico Bortolin). (Internazionale n. 1142, 26 febbraio 2016, pag.14).
Contro la Shell. Per la seconda volta in cinque anni, il colosso petrolifero Shell è stato denunciato a Londra per aver causato fuoriuscite di greggio nel delta del Niger. Il primo marzo due comunità nigeriane hanno chiesto all’azienda un risarcimento e la bonifica dei terreni, spiega Africa News. La Technology and construction court ha deciso che si può procedere con una causa contro la filiale nigeriana della Shell. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag.23)
Il futuro dell’automobile. Nel 2022 le auto elettriche saranno meno costose di quelle con motore tradizionale. Lo sostiene uno studio realizzato dagli esperti di Bloomberg New Energy Finance. Come spiega il Daily Telegraph, “il calo del prezzo delle batterie sarà decisivo”. Un altro fattore importante sarà il rialzo del prezzo del petrolio, che nel 2040 dovrebbe costare almeno 70 dollari al barile. In quello stesso anno, inoltre, saranno vendute nel mondo 41 milioni di auto elettriche, cioè quasi novanta volte la quota registrata nel 2015. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag. 101).
Nel tentativo di ridurre la sovrapproduzione dei suoi impianti industriali la Cina licenzierà 1,8 milioni di persone nei settori del carbone e dell’acciaio. Lo ha confermato il ministro delle risorse umane Yin Wei-min, che allo stesso tempo ha annunciato lo stanziamento di 14 miliardi di euro per ricollocare i lavoratori disoccupati. (Internazionale n.1143, 4 marzo 2016, pag. 101).
Siccità. Quest’anno la siccità e la salinizzazione nel delta del Mekong, inVietnam, hanno raggiunto livelli record. Il livello delle acque non era così basso da novanta anni. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag.98)
Un doppio sistema di vigilanza e allerta del World Resources Institute permetterà di rilevare quasi in tempo reale le attività di deforestazione illegali, ed eventualmente di intervenire con rapidità. Il sistema si basa sulle foto satellitari di Landsat scattate a otto giorni di distanza l’una dall’altra, con una risoluzione spaziale di circa trenta metri. Un software confronta le immagini elaborate a ogni passaggio del satellite evidenziando con dei pixel rossi le aree dove mancano all’appello degli alberi. Ogni anomalia viene segnalata alle autorità via email dal sito Global Forest Watch. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag. 98)
Le città si stanno adattando ai cambiamenti climatici in modo diverso. Uno studio su Londra, Parigi, New York, Città del Messico, San Paolo, Pechino, Mumbai, Jakarta, Lagos e Addis Abeba rivela che la capitale francese è quella che spende di più pro capite (397,4 sterline, pari a 513,4 euro) per mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici, mentre Addis Abeba ha la spesa più bassa. I dati suggeriscono che gli attuali investimenti non sono destinati a proteggere le popolazioni più vulnerabili, scrive Nature Climate Change. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag.98, con tabella).
Pulizia in monodosi. In capsule, bustine o pastiglie, i detersivi monodose per lavatrice sono comodi e sempre più diffusi. Ma le membrane ultrasottili dei detersivi liquidi sono sicure per l’ambiente? Queste membrane sono fatte di una pellicola composta di un polimero sintetico, l’alcol polivinilico, che si dissolve in acqua e con l’aiuto dei microrganismi si degrada in anidride carbonica e acqua. Non è considerato tossico, scrive Grist, tanto che la Fda, l’ente statunitense  che regolamenta alimenti e farmaci, lo considera un materiale adatto per l’involucro delle pillole da ingerire. “Un’azienda ha sviluppato anche una pellicola di alcol polivinilico commestibile per confezionare gli alimenti”, continua il giornale. Tutt’altra storia è il contenuto delle confezioni monodose. Negli Stati Uniti centinaia di bambini, attratti da queste confezioni piccole e colorate, sono finiti al pronto soccorso dopo averle ingerite. Il detersivo è infatti un concentrato di sostanze potenzialmente tossiche. Anche diluite, non fanno bene ne alle persone ne agli organismi acquatici. Le confezioni monodose hanno però alcuni vantaggi, primo fra tutti è che i detersivi sono molto concentrati. Alcuni contengono appena il 10% di acqua, una caratteristica che rende il trasporto più efficiente. Inoltre, poiché hanno già il loro involucro, questi prodotti potrebbero essere venduti senza ulteriore packaging. L’ideale, in realtà, sarebbe produrre da sé il proprio detersivo, conclude Grist. (Internazionale n.1143, 4 marzo 2016, pag.98).
Centomila tonnellate di metano. L’incidente all’Aliso Canyon, in California, ha provocato una delle più grandi fughe di metano nella storia degli Stati Uniti. La fuga di gas è cominciata nell’ottobre del 2015 con l’esplosione di un pozzo collegato ad un deposito sotterraneo di metano, ed è stata fermata nel febbraio 2016. Nell’arco di questo periodo sono state rilasciate nell’atmosfera quasi centomila tonnellate di metano, oltre a sostanze tossiche come il benzene e il toluene. L’incidente è stato il peggiore negli Stati Uniti per rilascio di gas serra, scrive Science. (Internazionale n.1143, 4 marzo 2016, Pag.97)
Le conseguenze dello zika. Durante l’epidemia di zika del 2013-2014 nellaPolinesia francese, c’è stato un aumento dei casi di sindrome di Guillain-Barrè, una malattia immunitaria del sistema nervoso. Uno studio pubblicato su The Lancet suggerisce che il virus zika possa aver provocato quell’aumento. Durante l’epidemia la sindrome è stata diagnosticata a 42 persone. L’analisi mostra che tutti gli individui avevano gli anticorpi contro il virus, segno che erano venuti in contatto con esso. (Internazionale n. 1143, 4 marzo 2016, pag. 97).
Salviamo il Cherokee. Inventato un metodo per preservare l’idioma indiano, ma non tutti sono d’accordo. Non è un problema nuovo: gli esperti calcolano che per effetto della globalizzazione e della diffusione di lingue dominanti – inglese, spagnolo, arabo, le due cinesi – entro la fine del secolo metà delle 6000 lingue del mondo potrebbero scomparire. Abbiamo raccontato in passato storie come quella della corsa conto il tempo dei linguisti dell’Alaska per registrare le parole di un dialetto degli eschimesi che ormai solo una donna molto anziana era ancora in grado di parlare. I Cherokee non sono a questo punto, ma la comunità risente di una divisione storica che risale al 1830 quando il governo americano spinse, con metodi brutali, le tribù orientali a spostarsi in Oklahoma. Una migrazione forzata – il nome storico dell’evento, “The Trail of Tears”, il sentiero delle lacrime, dice tutto – rifiutata dalle parti più combattive di questo popolo. Rimasero sulle Smoky Mountains e, dopo molte controversie, Washington accettò di riconoscere quella che oggi è denominata “Eastern Band of the Cherokee Nation “. In Oklahoma, dove oggi vivono 325.000 Cherokee, a parlare la lingua sono rimasti in 3000. Ma ci sono scuole, corsi gratuiti, lezioni “on line”, video su You Tube, apps per gli “smartphone”. Insomma, le possibilità per un tentativo di recupero ci sono. La comunità dell’Est è molto più piccola, (una “nazione” di 14.000 anime) e meno attrezzata: a parlare la lingua sono rimasti solo in 200. (SETTE n.10, 11 marzo 2016, pag. 50)
Elefanti in pericolo. La nuova ferrovia del Kenya taglia in due il loro parco, il crollo dei turisti ne mette a rischio la vita. Comunque la si metta, questa ferrovia preoccupa. Del resto un “corridoio” lungo 472 chilometri da Mombasa a Nairobi, – che taglia dritto in mezzo, per 133 chilometri, uno dei parchi naturali più straordinari del pianeta – non potrebbe non farlo. Certo, proprio in questi giorni, il managing director della Kenya Railways Corporation, Atanas Maina, ha ribadito come l’expertise cinese che sta partecipando alla costruzione della Standard Gauge Railway , è riuscito a risolvere i problemi creando un “impatto durevole (sostenibile)” sulla società keniana e, soprattutto, sull’ecosistema. In effetti, l’opera, che ha dato lavoro a 25.000 persone locali (accanto ai 2500 cinesi della China Road and Bridge Corporation), sta portando denaro e trasformando l’economia keniana, già prima dei grandi cambiamenti che dovrebbero arrivare al termine dei lavori, alla metà del 2017, quando i commerci dell’intera regione gireranno intorno alla nuova strada ferrata. Forse l’impatto non è altrettanto positivo per gli elefanti, che rappresentano il primo patrimonio del Parco nazionale dello Tsavo, il più grande del Kenya, delle dimensioni dell’Emilia-Romagna, diviso già ora in due parti, – Tsavo East e Tsavo West – dalla strada che va da Nairobi a Mombasa. Accanto a zebre, gnu, gazzelle, e predatori vari, è proprio la presenza dei pachidermi – tra le maggiori popolazioni rimaste – con 11.000 esemplari (erano 45.000 nel 1949 alla nascita del parco9 a rendere l’area unica. Per lor, vedersi tagliato in due l’habitat da un treno efficiente e non più dalle preistoriche locomotiv del Lunatic Express, non può essere il massimo.”Tsavo è uno dei grandi ecosistemi”, conferma l’ambientalista Paula Kahumbo a Samantha Spooner, del giornale sudafricano Mail&Guardian, “la nuova ferrovia ha creato uno sbarramento ai movimenti degli animali da una parte all’altra. Un vero problema perché l’ecologia dell’area si basa sulle migrazioni degli elefanti”. “I contractor cinesi hanno creato sottopassaggi in modo da non sconvolgere queste migrazioni”, si difende Maina. Si vedrà presto, considerato che Save the Elephants metterà un collare satellitare  a dieci esemplari per monitorarne gli spostamenti. Ma la realtà è che Tsavo in questo momento si sta giocando la sua stessa esistenza, anche economica: caos e rischio terrorismo hanno fatto crollare i visitatori, nella parte East, dai 156.822 del 2011 ai 32.433 del 2015, e, nella zona West, da 64.116 a 12.118, dati terrificanti, che la ferrovia può solo peggiorare. (SETTE n. 10, 11 marzo 2016, pag. 53)
Emergenza Etiopia, è tempo di Agire. Siccità e diritti umani umiliati: l’aiuto dal network sociale. Quando l’Agenzia italiana per la risposta alle emergenze (Agire), scende in campo, significa che, in qualche angolo del nostro pianeta, la situazione ha raggiunto livelli di estrema criticità. Agire rappresenta infatti il coordinamento di nove tra le più importanti organizzazioni non governative italiane (ActionAid, Amref, Cesvi, Coopi, Gvc, Oxfam, Sos Villaggi dei bambini, Terres des Hommes e Vis) che hanno scelto di unire le loro forze per intervenire in modo tempestivo sulle grandi emergenze e sulla tutela dei diritti umani. L’ultimo campanello d’allarme è suonato per la gravissima siccità che ha messo in ginocchio l’intera Etiopia, uno tra i paesi più poveri al mondo: un vero e proprio disastro dalle dimensioni apocalittiche che richiede più di 1,4 miliardi di dollari in aiuti alimentari per 10 milioni di persone in stato di assoluta indigenza. Secondo i dati del governo locale e dei partner umanitari internazionali, la maggior parte della popolazione dipende dall’agricoltura, e più di una persona su dieci non ha di che nutrirsi; le stime parlano di almeno 400 mila casi di grave malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e di un tasso di mortalità materna che è pari a circa 670 decessi ogni centomila nascite. Sono proprio le donne, che risultano peraltro le protagoniste principali dei processi di ricostruzione e di rinascita  di intere comunità, a dover oggi affrontare le più disparate forme di violenza, diretta o indiretta, a partire soprattutto dal matrimonio precoce, pratica assai diffusa in Etiopia, – dove il 41% delle ragazze si sposa prima del 18° compleanno – che priva le giovani dell’accesso all’istruzione e aumenta i rischi di gravi lesioni o di morte legati alla gravidanza e al parto. (SETTE n.10, 11 marzo2016, pag. 73).
Siccità. Il Medio Oriente è stato colpito dalla peggiore siccità mai registrata. Gli anni tra il 1998 e il 2012 sono stati molto secchi nel Mediterraneo orientale per paesi come Cipro, Israele, Giordania, Libano, Palestina, Siria e Turchia. Uno studio della Nasa rivela che si tratta probabilmente del periodo più arido degli ultimi novecento anni. Poiché l’evento va oltre la normale variabilità del clima, potrebbe dipendere dal riscaldamento climatico, scrive il Journal of Geophysical Research-Atmospheres. (Internazionale n. 1144, 11 marzo 2016, pag. 102).
L’etichetta sbagliata. Nel Regno Unito molti elettrodomestici venduti on line hanno etichette energetiche sbagliate o incomplete, scrive il Guardian, e spesso ne sono del tutto privi. E’ quanto emerge da una ricerca svolta da MarketWatch, un’iniziativa di 16 organizzazioni ambientaliste di diversi paesi nata per controllare che i produttori rispettino la normativa europea sull’efficienza energetica. Avere apparecchi più efficienti permette di consumare meno energia, risparmiare e ridurre le emissioni di gas serra. Secondo la normativa, la maggior parte degli apparecchi deve avere un’etichetta che indichi l’efficienza energetica. Ma se l’etichetta è sbagliata, le persone non possono scegliere in modo consapevole. Market Watch ha analizzato soprattutto gli elettrodomestici venduti su internet, un canale sempre più importante. Secondo la ricerca, nel Regno Unito solo un quarto delle etichette degli elettrodomestici venduti on line è corretto. Moltissimi prodotti non hanno alcuna etichetta, l’1% ne ha una sbagliata, mentre nel 35% dei casi l’informazione non è facilmente accessibile, perché nascosta in un link o in una finestra pop up che bisogna aprire. Considerando i dati dei negozi, sia fisici sia on line, emerge che solo il 18% delle lavastoviglie, il 20% delle lavasciuga e il 32% dei televisori hanno etichette corrette. Le cappe per la cucina tendono ad avere le informazioni meno precise. La situazione non è molto diversa negli altri paesi europei. (Internazionale n. 1144, 11 marzo 2016, pag.102).
Glifosato in sospeso. L’Unione europea ha preferito rimandare. Il comitato permanente su piante, animali, cibo e mangimi (Paff) doveva decidere se prolungare di 15 anni l’autorizzazione a usare il glifosato. Si tratta di un erbicida molto usato in agricoltura, soprattutto nelle colture transgeniche, e sospettato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di essere cancerogeno. Gli esperti dei paesi europei, riuniti il 7e 8 marzo a Bruxelles, non sono arrivati al voto, che è stato posticipato al 18 e 19 maggio. L’autorizzazione scade a giugno e senza il voto si avrebbe un vuoto legislativo. (Internazionale n.1144, 11marzo 2016, pag. 101)
Ritorno a Fukushima. Il 9 marzo, pochi giorni prima del quinto anniversario dello tsunami e del disastro della centrale nucleare di Fukushima, un tribunale ha ordinato la chiusura di due dei quattro reattori rimessi in funzione nel paese dopo l’incidente dell’11 marzo 2011. In seguito al disastro, tutti i 54 reattori del Giappone erano stati spenti in attesa di essere sottoposti ai test di sicurezza secondo standard più rigidi. Il paese ha fatto a meno del nucleare e ha prodotto energia quasi unicamente da fonti fossili per circa due anni. Poi sono stati riattivati due reattori nel sud del Giappone nell’agosto e nell’ottobre del 2015. Nel 2016, infine, è stata la volta dei reattori 3 e 4 dell’impianto di Takahama, che ora il tribunale vuole chiudere. La Kansai Electric, che gestisce la centrale, ha deciso di fare appello contro l’ordinanza. Una cattiva notizia per il governo di Shinzo Abe, che preme per tornare in fretta all’energia atomica nonostante gran parte dell’opinione pubblica sia contraria. Cinque anni dopo lo tsunami, che causò 16.000 morti e 350.000 sfollati, circa 60.000 persone vivono ancora in alloggi provvisori. A Naraha, la prima delle città evacuate per le radiazioni, solo pochi sono tornati. La decontaminazione nelle zone colpite dalle radiazioni continua, ma non si è ancora trovata una sistemazione per i 700 milioni di metri cubi di terra radioattiva, raccolti per ora in sacchi neri che costellano il paesaggio intorno alla centrale Fukushima Daichii. Dai reattori spenti continua ad uscire acqua contaminata, che la Tepco, gestore della centrale, intende contenere congelando il terreno circostante. Il piano è quasi pronto, ma l’autorità indipendente per il nucleare l’ha bloccato per il rischio ancora alto di perdite. A preoccupare è anche la situazione dentro i reattori, dove c’è del combustibile e dove nemmeno i robot possono entrare. (Internazionale n. 1144, 11 marzo 2016, pag.33)
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Economista e obiettore di crescita, è animatore di reti di economia solidale. Tra i suoi libri, «La fine del liberismo» (Carta) e «Il mercato della salute. Diritto alla vita tra interessi, speculazioni, piraterie» (scritto con Maurizio Rossi per Emi).

sabato 2 luglio 2016

Mucche felici: la verità è un’altra - Serena Porchera


Una foto di George Steinmetz, pubblicata sul National Geographic Instagram, mostra l’allevamento Bengbu Dairy nella provincia cinese di Anhui che ospita circa 39.000 mucche Holstein: una serie infinita di box anonimi dove vengono stipati i vitellini. Una didascalia sotto la foto spiega che i vitelli, anziché essere svezzati con il latte, seguono un’alimentazione a base di fagioli di soia provenienti dal Brasile, mescolati con erba medica dello Utah e sementi canadesi. Ciò che non viene spiegato è che però la produzione di soia per il cibo da allevamento è uno dei maggiori responsabili della deforestazione dell’Amazzonia e la coltivazione del foraggio richiede un consumo colossale di acqua. L’orrore celato dietro l’industria del latte Quella del latte è un’industria che da sempre lavora, a livello comunicativo, sul creare uno stereotipo di “mucca felice di fare il latte per noi”. I media e l’industria lattiero-casearia ritraggono animali soddisfatti delle loro vite e ci sottopongono ad una costante propaganda in cui fanno passare il latte come un alimento indispensabile, il solo in grado di fornire (soprattutto ai bambini) il giusto apporto di calcio e nutrimenti. Invece, le alternative esistono e la vita delle mucche è ben lontana dall’essere felice.
Per ottenere i prodotti caseari, la mucca è stata selezionata per produrre più latte possibile, molto più di quanto il suo corpo sia in grado di sopportare. La quantità di latte che queste mucche producono è di circa sei volte la quantità che berrebbe normalmente un vitello. Come risultato, vi è un alto rischio di mastiti, una dolorosa infezione della mammella; un’altra conseguenza è la zoppia, causata dalle mammelle troppo pesanti per le zampe posteriori e dal fatto di essere costrette a passare ore in piedi su pavimenti di cemento per essere munte diverse volte al giorno. I vitellini, dall’altro lato, vengono allontanati dalla madre dopo solo pochi giorni di vita. Questo prematuro allontanamento causa stress e dolore inimmaginabili sia al piccolo, che risente della mancanza del calore materno, sia alla mamma che muggisce e cerca il suo cucciolo per giorni. Dopo questa separazione il vitello, per i primi mesi di vita, viene rinchiuso in un box poco più grande di lui; poi verrà trasferito in un recinto di gruppo, in cui comunque non ha modo di muoversi e sviluppare muscoli, manifestando evidenti stati di stress riconducibili a continui movimenti stereotipati o giacendo fermo a terra. Essere Animali spiega che il latte e l’erba che i piccoli dovrebbero bere e brucare vengono sostituiti con un unico liquido composto da latte magro in polvere (prodotto di avanzo dell’industria casearia) integratori, farmaci e altre sostanze chimiche. Questa alimentazione volutamente priva di ferro è studiata in modo da ottenere una carne pallida, che invece normalmente in tutti i bovini è rossa, costringendo il vitello ad una costante condizione di stanchezza e malessere, dovuta ad una forte anemia. Una mostruosità comunemente usata in zootecnia è la “cavezza antisucchio”: si tratta di un dispositivo dentellato applicato al naso del vitellino che gli impedisce di ricevere dalla mamma il latte destinato al consumo umano. Il dispositivo costa poco più di 4 euro al pezzo. Può sembrare una crudeltà che non appartiene ai metodi italiani di allevamento, ma sfogliando tra i molti cataloghi, anche online, dei siti italiani di zootecnia si trova comunemente in vendita questo oggetto – di vari materiali e colori – insieme ai biberon e ai contenitori con tettarelle per il dosaggio dei liquidi da somministrare ai vitellini. Non mancano anche gallery dettagliate dedicate ai box, di varie forme, dimensioni, tipologie, presentati come funzionali per “migliorare la salute degli animali, favorirne la crescita abbassando il tasso di mortalità”. La situazione in Italia Si contano circa 250 milioni di vacche da latte sul pianeta, 36 milioni delle quali nella UE e circa 2 milioni in Italia (dati CIWF Italia). A dispetto di questi numeri, non esiste ancora una vera e propria Direttiva Europea che fissi degli standard minimi per la tutela delle mucche da latte e dei bovini adulti come, per esempio, per le galline ovaiole. Tanto è vero che in alcuni paesi (comprese certe regioni di montagna in Italia) è ancora concesso l’allevamento delle mucche “alla posta”, cioè legate per limitarne i movimenti. In realtà recentemente qualcosa si sta muovendo come segnalato da Agricoltura 24 anche se i provvedimenti – elaborati dal Consiglio d’Europa per il futuro vaglio della Commissione Europea – sono ben lontani dalla definizione di “benessere”: “dovrebbe essere data agli animali la possibilità di stare all’aperto, in un recinto, preferibilmente ogni giorno e quando è possibile di andare al pascolo. Vacche e manze dovrebbero poter pascolare per non meno di 90 giorni all’anno. A vacche e manze che sono legate viene concesso un esercizio giornaliero”. Con il Decreto Legislativo 7 luglio 2011, n. 126 riguardante l’Attuazione della direttiva 2008/119/CE che stabilisce le norme minime per la protezione dei vitelli, vengono invece definite le misure per i recinti e gli spazi minimi individuali per ogni vitello, oltre che la tipologia di struttura in cui questi animali devono poter vivere. Un iter verso la tutela di mucche e vitelli ancora però molto lungo che incontra non poche resistenze. “Personalmente ritengo ­ – ha spiegato il veterinario Luigi Bertocchi, esperto del Centro di referenza nazionale del benessere animale -­ che nella media il nostro sistema sia ampiamente rispettoso delle esigenze fisiologiche e comportamentali delle vacche da latte, sebbene in alcuni casi si possa e si debba migliorarlo. Non possiamo comunque pensare di cambiarlo radicalmente trasformandolo in sistemi di allevamento che non appartengono né alla nostra cultura zootecnica né alle nostre condizioni climatico-ambientali”. In Europa esistono generalmente tre tipologie di allevamento: Sistemi a pascolo-zero (le vacche non hanno mai accesso al pascolo); Accesso limitato al pascolo (per esempio durante l’asciutta, il periodo i cui le mucche non producono latte); Sistemi più estensivi al pascolo. La razza bovina Holstein, specializzata nella produzione di latte, è la razza più diffusa in Italia. Visto l’intenso ritmo di produzione imposto alle mucche da latte, questi animali hanno un’aspettativa di vita produttiva molto breve. Le mucche da latte vengono generalmente abbattute molto presto, in media dopo la loro terza lattazione mentre allo stato naturale potrebbe vivere fino a 20 anni.
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